Documento redazionale

(NPG 1982-8-14)


L'impostazione di fondo dei due dossier su «giovani e morale» è frutto di alcuni incontri redazionali tenuti a Torino e a Roma. Da questi incontri è nato progressivamente un «documento» a cui hanno fatto riferimento gli estensori dei vari articoli.
Lo riportiamo come traccia di lavoro, che da una parte indica il punto di vista con cui la redazione ha affrontato il tema e dall'altra presenta un quadro globale entro cui collocare i vari problemi e di cui gli articoli dei dossier sviluppano solo alcuni aspetti.
Nelle note segnaliamo gli articoli di approfondimento delle varie parti, comparsi nel dossier di gennaio e in queste pagine. Esse offrono la traccia per leggere in modo unitario i due dossier.

QUALCOSA STA CAMBIANDO?

1. Dove sta il problema

1.1. I giovani di oggi sottolineano con insistenza la necessità di vivere nella sincerità e nella autenticità con se stessi.[1]
Anzi, in questa esigenza tendono a far coincidere la moralità dei loro gesti. Spesso però non si dà un contenuto «oggettivo» a questa autenticità: manca un dover essere per la propria coscienza.
Si riduce questo «oggettivo» all'opinione del gruppo, al proprio «desiderio», all'autonomia personale.
La ricerca però di soggettività, se da una parte rischia di far coincidere bisogni con valori, dall'altra sembra una strategia di superamento della attuale impasse culturale.
La soggettività prima che una forma di degenerazione, è una forma di difesa, non per rifiutare norme oggettive ma per ritagliare un minimo di autenticità personale.

1.2. Molti giovani sono portati a distorcere il «giudizio» sul bene/male. Da sempre l'uomo ha costatato il suo limite: fa il male «sapendo» che è male e in qualche modo se ne sente responsabile.
Oggi si tende a chiamare «bene» ciò che non lo è, e viceversa.
Questo produce l'affievolirsi del senso di colpa: si rifiuta la «dipendenza» da un giudizio etico decisivo e normativo.

1.3. Anche la moralità e l'eticità è legata al presentismo e alla immediatezza del «fare esperienza».
Il progetto etico viene costruito da molti giovani nella logica del «fare esperienza»: attraverso l'errore, l'incoerenza, il tentativo.
Essi però spesso non si rendono conto che in ogni fatto morale esiste uno spessore oggettivo che lascia una traccia, che segna inesorabilmente.
Nel momento che essi fanno esperienza per procedere eventualmente oltre, rimangono segnati dalle conseguenze negative dei gesti compiuti.

2. Un problema nuovo, ma non troppo

2.1. C'è una «deriva morale», ma è molto lenta.[2]
Si afferma facilmente che esiste uno scollamento tra decisione di fede e comportamento etico.
Ma bisogna prendere questa affermazione con beneficio d'inventario, perché il comportamento rivela le vere decisioni personali, tranne in quei campi (come quello sessuale) in cui le decisioni non sono veramente libere e il comportamento è legato ad altri fattori. Se il comportamento è «deviante», possiamo arguire che la decisione di fede è ancora relativa: il comportamento dice meglio della professione verbale l'esistenza di una fede.
Questa crisi non è nuova né va legata troppo al fenomeno della privatizzazione: si tratta di un fenomeno «normale», di sempre, soprattutto quando ne sono soggetti i giovani, costituzionalmente ancora «incoerenti».

2.2. Il comportamento etico non è sempre una «misura oggettiva»: basta pensare a quei gruppi e movimenti settari in cui l'eticità è salva, fino alla rigidezza. Sono vicini alla morale ufficiale, ma sono lontani dall'ortodossia della fede, soprattutto in campi etici in cui determinati comportamenti tradizionali risultano securizzanti.

3. Le ragioni quasi-strutturali [3]

3.1. La soggettivizzazione: l'eliminazione di punti di riferimento oggettivi (a livello istituzionale: chiesa, istituzioni educative, enti esterni alla propria condotta).
Molti giovani valutano negativamente la chiesa-istituzione come proposta di norme oggettive e conseguentemente si ritirano in se stessi (o nel proprio gruppo) come soggetto autonomo di norme morali.

3.2. Siamo in presenza di molti giovani in cui è in crisi la decisione profonda e consapevole della propria fede cristiana.

3.3. Mancano punti di riferimento, capaci di sostenere la decisione personale, in un tempo di largo pluralismo culturale e di modelli etici.
E questo produce una forte spaccatura interiore, perché ci si trova frammentati interiormente.
La conseguenza è quella evidente: dal momento che bisogna «vivere», ci si aggrappa alle soluzioni a portata di mano: la propria soggettività, il gruppo, i tempi di entusiasmo o di depressione...
Soprattutto è in crisi la «comunità ecclesiale» che dovrebbe fornire il punto di riferimento decisivo, anche per «mostrare» come l'esperienza cristiana diventa una proposta di senso e di umanizzazione piena. Nella comunità ecclesiale si dovrebbe toccare con mano che i valori etici sono «promozionali» per l'uomo.[4]
La crisi della comunità ecclesiale è a due livelli:
- sul piano del vissuto: tolte poche e lodevoli eccezioni, i cristiani-adulti non rappresentano un modello etico affascinante e praticabile per i giovani;
- sul piano dei documenti ufficiali: si ha l'impressione che molte affermazioni siano costruite dentro mediazioni culturali ormai superate: la profezia evangelica viene svuotata dal modello culturale in cui è espressa. E così l'insegnamento etico della comunità ecclesiale risulta senza mordente, lontano, insignificante.

3.4. Siamo in un tempo di crisi di relazione educativa.
Da dove nasce la crisi della relazione educativa?
C'è stato un periodo in cui a livello teorico (la non-direttività) e pratico (le scuole dell'attivismo e dello spontaneismo) si era codificato che l'adulto non dovesse affatto influire sui giovani e sui ragazzi. Un orientamento che è stato deleterio soprattutto tra gli insegnanti nelle scuole.
Assieme a questa «mistica del fanciullo» è venuta crescendo la crisi dell'adulto nell'attuale trapasso culturale. Sono venuti a mancare i punti di riferimento nel pluralismo delle ideologie. Si è smarrito il substrato culturale in cui tutte le ideologie affondavano le radici.
Sradicati dalla cultura, gli adulti hanno sofferto un momento di smarrimento da cui solo ora, in parte, si stanno riprendendo.
In campo educativo questo smarrimento ha portato allo scetticismo, al silenzio educativo, alla esaltazione delle mode culturali.
E così è stato l'adulto ad «abbandonare» il giovane.
I giovani in questi anni hanno manifestato molta creatività, ma al loro fianco sono mancati gli adulti che li aiutassero ad elaborare e consolidare le nuove intuizioni. Così gli adulti non rappresentano più il contrappeso educativo importante, a sostegno della fragilità e della ricerca etica dei giovani.
Spesso, anche nei gruppi, giocano alla pari.

3.5. E, infine, si ha da parte di molti giovani, l'impressione che la morale cristiana sia un po' fuori dalla storia:[5]
- parla soprattutto di obblighi, in un tempo in cui prevale lo stato di ricerca e la chiamata alla responsabilità personale: i documenti sono infarciti di «tu devi»;
- nella sua globalità non rappresenta una proposta di «senso» alla ricerca di un modello globale di pratica di vita: molti giovani vivono l'esistenza come ricerca di una pratica «globale» in cui riscoprire il senso della vita; e si scontrano con proposte e suggerimenti puntuali e quasi meccanici;
- non ci si rende a tempo conto del cambio culturale che chiede necessariamente un cambio di prospettiva etica: non tanto una «nuova morale», quanto una morale «significativa» per la nuova situazione culturale.
Per fare un esempio: la morale tradizionale era la morale del «rispetto per la legge naturale», per l'oggettività delle cose (e rispondeva ad un modello culturale oggettivo e statico); i giovani del '68 hanno tentato una morale del «sacrificio per il collettivo» (senza per altro riuscirci); oggi ci si muove in un'ottica di «desiderio». È possibile elaborare una morale a partire da una accettazione-autentificazione-superamento del desiderio?
Gli interventi ufficiali non sembrano giocati in quest'ottica; appaiono ancora ancorati all'etica della natura come «dato oggettivo».

PER UNA SCELTA DI CAMPO: QUALE RAPPORTO TRA FEDE E ETICA?

1. Il problema

Lo studio dello sviluppo morale mette in evidenza che esso ha le sue leggi, possiede dinamismi propri e sequenze invariate, che prescindono dalla consapevolezza di fede.[6]
Molte ricerche mettono in evidenza che nel comportamento morale la decisione di fede (a livello giovanile) non è variabile significativa: il comportamento etico di giovani credenti non è diverso da quello dei non-credenti .
Questo fatto pone almeno un dubbio circa un certo rapporto deduttivo tra fede e etica.

2. Fede e etica in dialogo

La fede propone due «indicativi»:
- l'indicativo di grazia: in Cristo siamo diventati «uomini nuovi»:[7] la novità di vita ci è stata offerta per dono;
- l'indicativo dogmatico: l'annuncio che siamo dentro un progetto di paternità che ci supera: non siamo noi i protagonisti autonomi della nostra vita. Dio è il «determinante» della nostra esistenza. Per questo credere e vivere di fede è adeguarsi ad un accaduto che non dipende da noi.
Da questi due indicativi nasce «l'imperativo etico», come sollecitazione a vivere la novità di vita che ci è stata donata, accettando di «lasciarci costruire» dal progetto che ci supera, verificandone la giustezza e la significatività in una esperienza di accoglienza gioiosa.

3. Fede e etica: un dialogo che rispetta la reciproca diversità e autonomia

A livello categoriale (delle virtù, dei valori settoriali, di ciò che è giusto o sbagliato: al livello cioè dell'etica) la morale cristiana non ha nulla di diverso da una morale autenticamente e pienamente umana.
Il fatto morale ha una sua consistenza umana, a prescindere dalla fede esplicita: il processo di sviluppo morale risponde a dinamismi propri. Certo, questo non avviene «fuori» dalla grazia salvifica, ma i confini della grazia sono molto più ampi di quelli della chiesa istituzione: passano appunto attraverso l'umanità dell'uomo, in Gesù Cristo.
La crescita morale è autonoma: non è unicamente suscitata dall'annuncio di fede, né avviene necessariamente in parallelo con la sua crescita: è legata fondamentalmente alla crescita di personalità.
L'educazione morale non ha quindi solo il compito di tradurre in pratica l'indicativo di fede.
Compito della fede è invece evangelizzare il senso ultimo della crescita morale. Affermare cioè le esigenze nuove, le motivazioni radicali, la purificazione dei valori (i quali però restano autonomi).

4. In concreto: vivere l'autonomia morale «in Cristo»

La distinzione e l'autonomia non può diventare «separazione». Resta sempre l'affermazione costitutiva e programmatica di Paolo: agire in Cristo.
Questa centralità cristologica pone una «intelligenza cristiana» del fatto etico:
- viene affermato il primato del Kyrios su ogni fatto etico;
- la signoria del Cristo, incarnato e presente nella storia del mondo, crea una nuova relazione con la realtà e le esigenze umane, naturali;
- in forza del Kyrios si realizza un cambiamento radicale di prospettiva, che sollecita ad una presenza nuova nella storia, in cui sia salva la «radicalità assoluta» della fede e sia assunta l'umanità e la storicità in termini di rispetto, di accoglienza, pur conoscendone i condizionamenti intrinseci.

5. Il «come» è da inventare: alla ricerca di mediazioni etiche

La radicalità cristiana passa, sul piano operativo, attraverso le mediazioni culturali. La comunità ecclesiale deve dialogare con la storia, con i problemi attuali, con i desideri giovanili, per diventare l'attualizzazione delle esigenze del vangelo oggi-qui.
E questo è il grave problema: come attuare oggi in mediazioni culturali concrete la fedeltà al Vangelo, l'assolutezza del Kyrios?
Si richiede la capacità di ricercare gli aspetti positivi emergenti oggi, consapevoli che il «desiderio» (come espressione di attesa-ricerca) è luogo teologico, luogo di autorivelazione di Dio, e, come tutti i luoghi umani, da educare e autenticare. Dentro questo concreto-storico va riformulata l'etica.[8]
Cosa accogliere del mondo giovanile?
Ci sono nella vita del giovane alcuni temi che ritornano con frequenza e che concretizzano il desiderio come domanda etica. Alcuni esempi: l'amore alla vita, il desiderio di felicità, l'ideale della pace, la tensione a fare comunità, la disponibilità ad una professione senza carriera, la famiglia aperta, la solidarietà tra gli uomini...
Una educazione morale dovrebbe partire dalla valorizzazione di questi (e altri) punti di riferimento consolidati nel mondo giovanile.
Nel farlo occorre, ad ogni modo, prestare attenzione a separare quello che è il profondo convincimento giovanile da quello che è il comportamento indotto, soprattutto per quei settori di vita sui quali si concentra la proposta dei mass-media e della società dei consumi.
I tempi della valorizzazione e della riformulazione:
- accoglienza: i giovani di oggi come luogo ermeneutico;
- sostegno e purificazione: per esprimere con autenticità la radicalità evangelica; - elaborazione di norme oggettive-provvisorie: provvisorie, perché frutto di questi processi culturali (dentro le mediazioni); oggettive, perché esprimono la radicalità evangelica anche nel limite della mediazione culturale.

6. La solitudine del «profeta»

Il progetto etico, riformulato dentro le mediazioni culturali attuali, non può essere però «accondiscendente». Potrà risultare anche «controcorrente».
Esso è «giudizio» sulla storia.
In questa logica, la proposta di un'etica cristiana produrrà facilmente la «solitudine» del profeta.

PROSPETTIVE EDUCATIVE

1. Si può educare all'etica?

La profanità del fatto etico comporta due conseguenze:
- si può educare all'etica, come si educa ad ogni fatto umano.[9]
- e si può sostenere l'educazione morale anche in quei giovani che momentaneamente o definitivamente hanno sospeso il loro assenso di fede: anche a questi giovani abbiamo qualcosa da dire, in nome dell'uomo, pur non potendo direttamente richiamarci al Vangelo.
Le ragioni di questo impegno etico anche profano:
- è un fatto umano e ci interessa proprio perché siamo credenti;
- si realizza almeno un processo di pre-evangelizzazione, perché quando si fanno emergere le domande di fondo dell'uomo, si apre la possibilità dell'annuncio evangelico;
- anzi è evangelizzazione «anonima»: chi si piega e accoglie i valori, rinunciando alla pretesa di essere padrone assoluto dei valori e della vita, fa un atto di fede almeno implicita.

2. Alla ricerca di un metodo per approccio educativo all'etica

Prima di un qualsiasi discorso sui contenuti etici, occorre chiarire come fondare la stessa dimensione morale nell'uomo d'oggi.[10]
Questa fondazione è spesso confusa anche tra gli adulti. Anche quando si richiamano alla tradizione e alla oggettività della norma morale.
In base a quale approccio globale definire l'eticità oggi?
Ci sono in circolazione tre modelli:
- il modello della «oggettività» della morale: eticità come adeguamento del soggetto alla realtà, alla natura delle cose;
- il modello che trova il suo criterio ultimo nella funzione della «prassi»: è vero ciò che decido di fare per la liberazione della persone e delle masse;
- il modello «radicale»: etico è tutto ciò che il soggetto decide di realizzare qui-ora.
Tutti i tre modelli sono insufficienti per fondare un discorso etico con i giovani. Non basta sceglierne uno.
In quale direzione muoversi?
La valenza etica sembra possibile radicarla in modo razionale nel consenso collettivo ad alcuni imperativi radicati profondamente nella esperienza dell'uomo.
In altre parole, ci sono dei «temi generatori» di morale nell'uomo e nel giovane di oggi. Occorre recensirli e riconoscerli (in chiave cristiana riconoscerli vuol dire: confessare che sono frutto dell'azione dello Spirito in ogni uomo).
Nel vissuto odierno dell'uomo troviamo del resto non solo alcuni imperativi morali generali (sul tipo: «non rubare»), ma anche una loro concretizzazione storica (oggi non rubare vuol dire...).

3. Educazione morale come trasmissione di cultura

Una volta stabilito un approccio globale al fatto etico rimane da precisare come sviluppare una crescita morale nei giovani.
Tale crescita è possibile, in primo luogo, se si attiva una trasmissione di cultura tra generazioni. Educare alla morale non significa impartire delle norme particolareggiate di comportamento. Significa, invece, facilitare al giovane l'incontro con l'esperienza culturale delle generazioni che l'hanno preceduto.[11]
La crisi della morale è, per tanti versi, crisi dell'unità culturale che si è avuta nel momento in cui le varie ideologie si sono allontanate e opposte fino a misconoscere che nascevano sullo stesso terreno culturale.
La morale ha finito per essere così fondata su «spezzoni di cultura» che non comunicano tra loro.
Problema nodale è allora attivare uno scambio tra le varie «isole morali», in modo da ritrovare punti comuni di riferimento culturale.
A quel punto l'educazione morale sarà trasmissione della cultura «già fatta», in vista di nuove sintesi culturali e morali, da realizzare nel mondo giovanile. Senza questa trasmissione di cultura non potrà esserci morale.
Come attuare questa trasmissione? Alcune indicazioni veloci:
- basta con il silenzio dell'adulto «deciso» dall'adulto;
- favorire la identificazione dei giovani con istituzioni significative e cariche di cultura (famiglia, movimenti, gruppi...);
- far fare esperienza di comunicazione tra le generazioni;
- fare proposte in termini tali che evochino la responsabilità personale, in modo che l'agire morale non sia visto come eseguire norme che vengono dal passato, ma accogliere le norme come luogo in cui inventare la vita.

4. Alcuni atteggiamenti dell'adulto e del giovane

Un ruolo particolare nella crescita etica va dato all'adulto come persona.[12] Egli ha un ruolo insostituibile nel favorire la identificazione del giovane con i valori morali. A quali condizioni?
Il primo messaggio etico recepito dal giovane è il vissuto concreto dell'adulto. Questo messaggio è autorevole se da una parte il comportamento dell'adulto è radicato in una cultura e soggettivamente motivato, e dall'altra se «pensato» e «vissuto» nell'adulto si richiamano a vicenda. Non conta una proposta morale fatta in termini rigidi e quindi impraticabile, ma una proposta che, anche nella incoerenza soggettiva, lasci trasparire la tensione tra pensato e vissuto.
Ci sono di conseguenza alcuni atteggiamenti che devono caratterizzare il rapporto adulto/giovane:
- la finitudine di ogni esperienza umana che va valutata più per la direzione che ha voluto darsi, che per la efficienza dei risultati;
- la confessione, da parte sia dell'adulto che del giovane, della povertà del proprio vissuto;
- la sollecitazione, da parte dell'adulto, a inventare la vita dentro i grandi principi etici che condivide con la cultura in cui vive;
- la capacità critica nel giovane perché valuti il vissuto dell'adulto alla ricerca delle dimensioni portanti, anche quando non può nascondersi i limiti del comportamento dell'adulto.

5. Il luogo dell'educazione etica: il gruppo e la comunità ecclesiale

L'esperienza educativa conferma che nei gruppi dove è più alto l'indice di socializzazione, è più facile controllare la privatizzazione: le persone appartenenti a gruppi sono più pronte alla accettazione delle norme istituzionali che non le persone disaggregate.
Certo, questo dato non va assunto in termini assoluti, perché potrebbe produrre deresponsabilizzazione e ipersocializzazione.
Per il credente, il luogo della esperienza dei valori etici, della costatazione che il sì all'evangelo è sì alla vita, è la comunità ecclesiale, come luogo di essenziale riferimento.
Solo dentro questa esperienza vissuta, si può crescere anche in direzione etica. Queste comunità possono diventare luogo di «ascolto» della nuova soggettività giovanile, per tradurre la loro esperienza teologale in esperienza morale, misurandosi continuamente, sul terreno delle mediazioni culturali, con la storicità e la profondità anche del fatto etico: nelle comunità ecclesiali la morale diventa «a misura d'uomo», nuova rispetto alla sua sensibilità e maturità.
Si richiede una doppia capacità:
- di riformulare le norme ecclesiali «dentro» le situazioni;
- e di preparare le situazioni a vivere facilmente dentro queste norme.

6. Alcuni suggerimenti concreti

6.1. Recuperare l'ascetica, come capacità di tradurre nella vita quotidiana le intenzioni di fondo: la fatica di essere «coerenti», la fatica di vivere quello che si condivide.
6.2. Educazione permanente. Anche l'educazione morale deve risultare dinamica: si tratta di abilitare le persone ad affrontare situazioni etiche inedite, problemi morali insospettati, certo diversi da quelli che viviamo oggi.
6.3. Verificare le antropologie sottostanti ai diversi sistemi e comportamenti morali. La scelta dell'uomo come centro dell'etica, costringe a verificare «quale» uomo sia di fatto messo al centro delle diverse scelte concrete.
6.4. Costruire l'educazione morale dentro l'educazione della soggettività e del «desiderio».
6.5. Educare ad un corretto rapporto tra «intenzionalità» e «fisicità» delle singole azioni.
6.6. La direzione spirituale ha grande peso in campo di educazione morale, come momento di lavoro personalizzato, di misura con la diversa situazione storica di ogni persona.
6.7. Abilitare alla ricerca e alla responsabilità, dentro l'oggettività: fa scuola in questo il Catechismo dei giovani. Nella parte etica si fanno esempi, sollecitando la responsabilità e la creatività per rivivere la «logica» presente negli esempi nelle altre situazioni. Questo significa educare a vivere l'etica da adulti.

7. Un itinerario

I giovani sono ancora in fase di crescita: vanno aiutati a crescere attraverso la proposta di itinerari morali.[13]
Con queste caratteristiche:
- rispetto della gradualità e della progressività;
- ricerca degli strumenti adatti a camminare verso gli obiettivi;
- definizione di obiettivi, capaci di tradurre l'assoluto etico nell'assoluto-relativo: relativo alle età, alle mediazioni che permettono in ogni età di arrivare all'assoluto. Gli obiettivi saranno definiti con attenzione alle conoscenze da acquisire e agli atteggiamenti-comportamenti a cui abilitare.[14]


NOTE

[1] Cf C. Penati, L'orientamento etico dei giovani, dossier gennaio '82, pp. 4-9, che ha riportato alcuni dati emersi dalla ricerca Milanesi, e F. Garelli che nelle pagine precedenti ha presentato una interpretazione globale della attuale situazione etica giovanile.
[2] Parlare di «deriva morale» è dare un giudizio che, oltre il dato di fatto, lascia intravvedere l'atteggiamento con cui gli educatori si avvicinano ai giovani. Su questo tema cf N. Galli, Gli educatori e la morale dei giovani, nel dossier di gennaio, pp. 9-12.
[3] Sulle ragioni strutturali del cambio etico si veda l'articolo già citato di F. Garelli, dove si parla della differenziazione sociale e della pluralità dei sistemi di significato e della loro influenza sui giovani.
[4] L'argomento è stato affrontato, con sensibilità teologica, da A. Ardusso, La comunità cristiana come soggetto di progetti etici, nel dossier di gennaio, pp. 29-33.
[5] Su questo tema, che coinvolge da vicino il rapporto tra esperienza di fede e sua riformulazione dentro i modelli culturali, si veda T. Goffi, Pastorale giovanile nel divenire culturale ed ecclesiale della morale, dossier di gennaio, pp. 12-16.
[6] Una riflessione a riguardo è sviluppata, nelle pagine che seguono, da G. Gatti che prima presenta, alla luce delle scienze umane, «una fenomenologia dello sviluppo morale» e poi si chiede quale sia lo spazio delle indicazioni fenomenologiche in un discorso di teologia morale.
[7] Il rapporto tra esperienza cristiana ed etica è approfondito, in termini di teologia biblica, da C. Bissoli, La persona di Cristo come grazia e come norma, nel dossier di gennaio, pp. 24-28. Si veda anche l'articolo di G. Piana, Le ragioni del bene e del male: per una fondazione antropologica della morale, nel dossier di gennaio alle pp. 18-23, dove da una parte fonda l'autonomia della ricerca morale e dall'altra la risignifica nella «morale della alleanza».
[8] Si veda l'articolo di G. Piana che riformula la proposta morale alla luce del desiderio e della soggettività tipica dell'uomo e del giovane d'oggi.
[9] Su questo tema riflette G. Gatti nel suo primo articolo in questo dossier.
[10] Su questo tema offre il suo contributo M. Pollo, nel suo primo articolo di questo dossier, che riconduce l'educazione morale al problema della maturazione globale della identità e da questa scelta trae importanti indicazioni per una ripresa del flusso comunicativo tra l'esperienza culturale e morale degli adulti e il «desiderio di vita» dei giovani.
[11] Si veda ancora l'articolo di M. Pollo, in particolare dove parla del ruolo del mito e del simbolo nella formazione della identità.
[12] Al problema degli atteggiamenti dell'adulto nella relazione educativa è dedicato il secondo articolo di M Pollo che insiste sull'educazione etica anzitutto come fatto di metacomunicazione, in un contesto che riconosce e valorizza l'assimetria educativa adulto-giovane .
[13] Per alcune indicazioni pedagogiche differenziate secondo l'età e la condizione culturale si veda il secondo articolo di G. Gatti.
[14] Le riflessioni sull'itinerario educativo vengono rimandate ad un successivo «dossier» che comparirà nel mese di dicembre e sarà preparato da Riccardo Tonelli.