a cura di Giancarlo De Nicolò

(NPG 1982-2-13)


Che il volontariato sia una realtà sociale ormai consolidata, è un dato di fatto pacifico. Ne è segno il numero di associazioni di volontariato presenti anche solo a livello nazionale, l'attenzione crescente che verso di loro hanno istituzioni pubbliche, l'alta considerazione in cui sono tenute dalla gente comune e anche dalle agenzie di opinione (sono passati i tempi in cui il volontariato veniva definito dai giornalisti «una specie di armata Brancaleone» ricca solo di buona volontà), la serie di convegni di studio sul fenomeno (soprattutto il Convegno Nazionale di Viareggio promosso dalla Fondazione Agnelli).
Gli osservatori avvertono che nel periodo '70-'80 si è fatta sempre più viva la presenza del volontariato in tutti i settori del sociale: esso ha affiancato lo stato, integrando e talora anticipando i servizi in campo sociale-culturale-ricreativo-sanitario-assistenziale, e rendendosi efficacemente presente anche nei casi di avvenimenti tragici ed eccezionali.
Allo sviluppo quantitativo di presenza e di settori di intervento, non sempre però ha fatto seguito un approfondimento della realtà e delle motivazioni del volontariato, un adeguato riconoscimento dalla legislazione e istituzioni, un collegamento tra i diversi organismi, un'apertura di solidarietà a tutti. Per cui esso deve ormai compiere quel «salto di qualità» che da più parti è invocato.
Ma la diffusione e la crescente organizzazione non nascondono i problemi che ancor oggi interpellano il volontariato.
A quali bisogni esso risponde? Non è segno pericoloso di privatizzazione del pubblico, e quindi concezione individualista del sociale, carenza di senso dello stato? Non è destinato a scomparire presto non appena lo Stato del Benessere, tipico della cultura e civiltà odierna a cui (necessariamente?) ha portato la storia, avrà raggiunto tutti i membri della comunità?
Questa analisi, che utilizza una serie di testi significativi, mostra come il volontariato, un insieme di fenomeni comune alla civiltà occidentale, e tipico soprattutto della cosiddetta epoca post-industriale, non sia sostanzialmente rivolto al passato, ma dinamico e aperto al futuro, ricco di una carica innovativa e destinato ad acquisire un impatto più diretto sul sistema socio-politico.
Un fenomeno che, nei diversi paesi del mondo occidentale, risponde alla convinzione che vi sia in essi un «sovraccarico» di domanda sociale, a cui le strutture sociali non sono in grado di rispondere da sole. «Ciò risulta chiaro - secondo l'analisi di C. Paracone - soprattutto quando non ci si accontenti di traguardi puramente quantitativi, espressi in termini monetari o in milioni di assistiti, ma si guardi alla persona, alla sua individualità sofferta e sofferente, e anche alla sua capacità di responsabilizzazione, di donare, di agire... quando si voglia cioè perseguire un obiettivo di qualità della vita».

IL DIBATTITO SUL WELFARE STATE

I segni di sfiducia

Ormai da anni è in corso, nei principali Paesi Occidentali, un dibattito: riguarda il Welfare State, lo Stato del Benessere, la struttura pubblica che dovrebbe garantire ad ogni cittadino i servizi sociali, sanitari, previdenziali.
Non occorre molta fantasia per accorgersi che è ormai una struttura che scricchiola, sottoposta com'è di continuo alle sollecitazioni dei complessi bisogni della popolazione e ai nuovi vincoli economici.
Il dibattito è giunto anche in Italia, con caratteri anomali rispetto alle altre nazioni, a causa della sua particolare specificità strutturale e politica.
Tuttavia sono già evidenti i segni di malessere e di sfiducia verso l'intero apparato del Welfare, verso i meccanismi della sicurezza sociale: e gli esempi più evidenti sono il campo della sanità e della scuola. Sono andate in crisi la struttura e la logica totalizzante dello Stato di Welfare: l'impossibilità di un ulteriore indebitamento da una parte e l'inefficienza del servizio dall'altra hanno provocato da tempo la tendenza a «riprivatizzare» la gestione di determinati servizi.
Il problema non è tanto che il cittadino preferisca rivolgersi a strutture private anziché pubbliche, quanto piuttosto il fatto che ormai il cittadino si senta obbligato a rivolgersi ad esse, e non per libera scelta, ma perché sembra evidente che le strutture pubbliche non riescono a venire incontro ai bisogni reali delle fasce più deboli della gente.

Per un servizio personalizzato

Il Welfare State, nonostante le promesse di garanzia all'individuo dalla culla alla tomba, che si credeva il più alto degli obiettivi sociali, si è dimostrato spesso deficitario e a volte fallimentare. Oltre alle inadempienze talora clamorose rispetto al suo programma, soprattutto sul piano umano.
Sono note le sue carenze: l'elefantiasi burocratica, la freddezza dell'anonimato, la passività e la massificazione che induce. Si può entrare in un ospedale attrezzato e sofisticatissimo, e morire nella più totale solitudine, con l'operatore sanitario che controlla impassibile sullo schermo il venir meno della vita. È innegabile la sensazione di freddezza e distacco, di trafila burocratica che prende, soprattutto quando si entra in un ospedale.
In questo contesto di malessere e di sfiducia si apre una prospettiva per il volontariato: esso può assolvere una funzione essenziale per evitare un processo di appiattimento. Rilevavano alcuni relatori al citato Congresso di Viareggio, che «di fronte all'avanzare di una riforma burocratica che rischia di massificare l'assistenza, sorge l'esigenza imprescindibile di riscoprire l'impegno personale e un'etica di lavoro che gli anni passati e un certo tipo di cultura hanno soffocato».
La pretesa che le strutture con il loro inevitabile spessore burocratico, con le loro rigidità corporative e sindacali, possano fornire un servizio a misura d'uomo, è diventata di difficile realizzazione.
Il volontariato invece sembra in grado di sentire la propria missione, di guardare non solo alla prestazione ma alla persona, di riscoprire la dimensione umana del servizio. «Il mondo del volontariato muove sempre da un coinvolgimento personale, pur rifiutando a ragione l'accusa o il sospetto di "privatismo". Il volontariato contrappone alla burocrazia la flessibilità, alla scarsa analisi della domanda sociale l'incontro con il bisogno, o meglio con il bisognoso, al metodo "istituzionalizzato" il tentativo di offrire risposte personali».

Una nuova filosofia del sociale

La crisi dei meccanismi dello Stato del Benessere ha liberato da una visione esclusivamente ideologica il dibattito sulla auspicabilità di un intervento pubblico onnipresente. Si è fatto strada il convincimento che lo Stato, in quanto tale, non riuscirà mai da solo a sopperire alle esigenze dell'individuo e della collettività, esigenze sempre più differenziate.
Si profila una nuova visione che Ardigò condensa nella formula: dal Welfare State alla Welfare Society, quasi un passaggio dal politico al civile. È in gioco cioè la distinzione essenziale e fondamentale per una democrazia, tra Stato e Società, con il rifiuto di uno Stato onnicomprensivo e garantista, che tutto assorbe, dirige e pianifica.
Riportiamo per esteso la parte centrale di un intervento di Corrado Paracone, sul significato che questa nuova visione ha sia per il volontariato che per la stessa società civile (da Volontariato, Società e pubblici poteri, Bologna 1980).

Un'opera secondo schemi innovativi

«Le dimensioni raggiunte dal fenomeno del volontariato, in Italia come in Europa e nel resto del mondo, destano una crescente attenzione di studio, per il significato di proposta implicita di un nuovo modello di cultura dello stato, ma si respinge invece la visione secondo cui lo stato sarebbe l'unico ed esclusivo agente di mutamento sociale.
Il volontariato è espressione di una risposta critica, ma costruttiva, connaturata all'uomo, non contro il "pubblico", ma contro l'onnipresenza del "pubblico", che si traduce nel rifiuto della standardizzazione burocratica, nella ricerca di prestazioni meno anonime; nella sua accezione moderna, dà vita a forme di intervento tendenzialmente continuative, messe in atto da individui o gruppi che operano secondo schemi innovativi e personalizzati, in vista di fini non caritativi, ma di reale servizio sociale.
Il modello culturale che, seppure indirettamente, emerge da questo fenomeno, è ricco di contenuti propositivi e assume un significato politico che va ben al di là del fatto specifico della semplice prestazione di un servizio. L'intervento volontario non si esaurisce nella prestazione "tecnica", ma unisce il "quid plus" dell'animazione culturale solidaristica, della corresponsabilizzazione ai problemi dell'altro; esso presuppone, naturalmente, il rispetto di quel pluralismo che, sebbene riconosciuto unanimemente, viene spesso limitato da una cultura e da meccanismi politico-amministrativi assorbenti e dirigisti.
Il volontariato è certamente un fenomeno che appartiene alla sfera del privato. Ma, interpretando e rispondendo a bisogni collettivi, si pone come proposta di superamento della contrapposizione ideologica tra pubblico e privato, di fatto politicamente e culturalmente sterile e sclerotizzata. In un paese come il nostro in cui la dicotomia pubblico-privato è stata strumentalizzata come spartiacque tra progressisti e conservatori, così come ieri era stata utilizzata come vessillo di anticlericali contro clericali, di laici contro cattolici (si pensi alla polemica sulle scuole pubbliche e private), ciò costituisce un elemento di non poco rilievo.
Lo sviluppo del volontariato non significa ribaltamento di compiti dal pubblico al privato, né la riduzione delle amministrazioni pubbliche a ruoli di semplici enti pagatori, ma coinvolgimento di tutte le energie disponibili, nella gestione di specifici servizi sociali; realizzazione di forme di sinergia, di collaborazione, di divisione responsabile dei compiti.
Ma vi sono anche altri fattori che hanno determinato interesse verso il volontariato: negli ultimi quindici anni si è molto sviluppata l'attenzione verso il decentramento, verso le realtà territoriali, verso i quartieri. I gruppi volontari possono trovare, proprio nei quartieri, il campo ideale, seppure non esclusivo, di intervento nell'ambiente e assolvere una funzione di anticipazione e di sperimentazione di interventi più efficaci».

IL RICUPERO DEI VALORI DELLA PERSONA

Ivan Illich afferma che la società può avere un futuro soltanto se ogni uomo si sente impegnato a ricercare e sperimentare una vita «conviviale», per la costruzione di una società «desiderabile».
Il volontariato può far suo questo programma, nella riappropriazione di momenti e spazi di vita in cui vivere valori che sembrano aver oggi perso il diritto di cittadinanza.

Per uscire dalla gabbia del disimpegno

Anzitutto i valori della gratuità e del disinteresse. Osserva Domenico Rosati, presidente nazionale delle ACLI: «Se non si ricuperano e si affermano con una pregnanza nuova e sempre più consapevole i valori della gratuità, del servizio reso non perché pagato ma perché dovuto in ragione di un principio etico superiore; se non si rompe con qualche forzatura la spirale economicistica in cui viviamo, la prospettiva della disperazione e della noia è meno remota di quanto si possa immaginare. Il recupero del valore del volontariato diventa, a questo punto, una esigenza imprescindibile.
L'animazione di un tessuto molecolare diffuso nel quale ricomincia a circolare la lingua di una solidarietà non corporativa, l'attivazione di iniziative utili in sé, ed emblematiche come stile, che dimostrino come sia possibile evadere dalla gabbia del disimpegno e del pessimismo programmati: tutto questo è buono e giusto ed esce con forza dalla nuova visione del volontariato».
Evidentemente l'accento sulla solidarietà non corporativa mette il dito su una delle piaghe della nostra società: la logica imperante sembra essere diventata la difesa a oltranza degli interessi della propria categoria, con la conseguenza di uno sfaldamento nel precario equilibrio sociale realizzato nell'autonomia delle singole parti.

La persona al di sopra della struttura

Un altro valore di cui il volontariato tenta il ricupero è quello della centralità della persona rispetto alla struttura: tema questo che appartiene al più genuino filone della tradizione culturale, umanistica e sociale europea, e che si radica nella visione cristiana dell'uomo.
Si è troppo insistito, in questo scorso decennio, sulla importanza delle strutture, e con ragione, vista l'importanza che rivestono. Ma dal riconoscerne l'importanza all'attribuire loro il primato nella vita sociale, il passo è rischioso: il primato è sempre della persona. La crisi del Welfare State è, in fondo, la crisi di uno stato e di una società basata unicamente sulle strutture: per quanto perfette, non hanno retto al peso dell'uomo e hanno ceduto. Più che ristrutturare i servizi sociali è urgente ripersonalizzarli: e in questo il volontariato ha compiti e responsabilità di primissimo plano .
E su questa linea il volontariato ha assunto un ruolo emblematico e anticipatore, rappresentando un diffuso movimento di riappropriazione delle scelte e delle decisioni, una diffusa volontà di autodeterminarsi e dare risposte concrete ai bisogni più urgenti, senza rinunciare alle tensioni per cambiare la società: i nuovi gruppi di volontariato finiscono con l'essere «produttori di nuovi rapporti sociali».

Non basta la denuncia, occorre farsi carico

In una società in rapida evoluzione, emergono di continuo nuove esigenze sociali insieme a nuove forme di emarginazione: bisogni e situazioni che non possono essere colte da strutture statiche, ma soltanto da strutture agili e capaci di adeguarsi. Per questo il volontariato lavora in quelle che sono state chiamate «terra di frontiera» della società, là dove i fenomeni sono allo stato nascente e più vivo. Questa capacità di anticipare i tempi, di creare soluzioni nuove, di essere profezia sociale è tipica ed esclusiva del volontariato.
Mons. Nervo, presidente della Caritas Italiana, il massimo organismo di volontariato del nostro Paese, rileva giustamente la carica di stimolazione che in questo senso può offrire il volontariato: «Può esercitare un coinvolgimento di tutta la comunità nella varie fasi attraverso cui passa la formazione delle leggi che assicurano i servizi, li trasformano secondo l'evolversi dei bisogni, rendono servizi permanenti le sperimentazioni dei bisogni emergenti».
In questo essere coinvolto e coinvolgere tipico del volontariato, è una ulteriore caratteristica, e valore: il superamento dell'atteggiamento di denuncia, di protesta, di contestazione per «farsi carico» in prima persona dei problemi con senso di corresponsabilità.
Perché in fondo non basta contestare, denunciare, protestare: anche se è una funzione necessaria di stimolazione, ciò racchiude pur sempre una tentazione di disimpegno oltre che di gratificazione.
Il farsi carico, il darsi da fare, il confrontarsi con la situazione concreta permette di maturare una coscienza critica e partecipativa, senza la quale non si può uscire dalle secche dell'immaturità.
E infine il volontariato, nella ricchezza delle sue forme, e nella varietà delle ispirazioni cui si rifà - cattolica, cristiana oppure laica - è scuola di pluralismo e di rispetto reciproco, di collaborazione tra forze di ispirazione diversa tese però a un unico obiettivo. Pluralismo all'interno del volontariato. Ma pluralismo anche nei confronti delle forze sociali e politiche: non a caso Paracone parla di «rispetto di quel pluralismo che, sebbene riconosciuto unanimemente, viene spesso limitato da una cultura e da un meccanismo politico-amministrativi assorbenti e dirigenti».

IL VOLONTARIATO: FATTORE DI RISCOPERTA DELLA QUALITÀ DELLA VITA

La presenza del volontariato ha infine una funzione che va molto al di là della riaffermazione di un nuovo modo di concepire il rapporto pubblico/privato, o del richiamo a valori che tendono ad essere accantonati .
Esso può permettere una rinnovata visione dell'uomo, che assuma i criteri della sua misura e valutazione non da una visione «quantitativa» di sviluppo materiale, ma da una prospettiva centrata sulla qualità della vita, che dipende a sua volta da una rinnovata concezione di uomo.
Riportiamo la parte di fondo dell'intervento di Aurelio Peccei al citato Convegno di Viareggio del 1980.

Un concetto di sviluppo troppo limitato

«Considero il volontariato come fattore di qualità della vita, come elemento catalizzatore atto ad innalzarla dai bassi livelli attuali tanto per colui che fornisce le prestazioni volontarie, quanto per chi le riceve...
Il nostro concetto di sviluppo deve venire capovolto: dobbiamo conservare le risorse naturali (rinnovabili o non) che sono un patrimonio comune della umanità anche di quella futura, patrimonio che per di più non appartiene solo a noi ma anche alle altre forme di vita; e dobbiamo per contro liberare dai ceppi attuali, potenziare e utilizzare intelligentemente la risorsa umana.
In questo cambiamento radicale della visione delle umane cose, i movimenti volontari possono svolgere un ruolo molto importante, direi forse determinante.
È necessario, d'altro lato, passare dall'abituale valutazione puramente quantitativa del "fattore uomo" ad una visione qualitativa, ponendo al centro le capacità innate dell'essere umano, il formidabile potenziale latente di ciascuno di noi, dei quattro miliardi e mezzo di persone che vivono sulla Terra.
Sei miliardi di uomini, salvo miracoli o catastrofi, abiteranno la Terra nel Duemila. La popolazione supplementare, che si aggiungerà a quella attuale in questi vent'anni, sarà pari alla popolazione totale raggiunta, dopo millenni e millenni di crescita, dal nostro pianeta al principio di questo secolo. Questa nuova esplosione demografica aggraverà ancora i problemi già gravissimi della fame, dei "basic needs" non rispettati, della disoccupazione. Non possiamo guardare a queste masse umane solo sotto l'aspetto di un rapporto consumatori-produttori, forza lavoro-clienti: cerchiamo di valutare invece le immense risorse di cui possono essere sorgente questi uomini, anche quelli più emarginati, le soluzioni che essi potranno dare ai problemi con la loro mente, con il loro cuore. Consideriamo cioè l'uomo come una sorgente di bene, come una risorsa diffusa, esistente oggi, esistente domani: forse l'unica risorsa che può crescere anziché diminuire come avviene per tutte le altre.

È necessario un uomo nuovo

La qualità della vita dipende dalla qualità dell'uomo: non si tratta della retorica dei diritti umani; questi diritti dipenderanno domani in gran parte dalla coscienza che avremo dei doveri dell'uomo, che vengono prima dei diritti.
Il volontariato che ha il suo fulcro nella comprensione, nella partecipazione, nella dedizione, può essere utile, anzi indispensabile per modificare quest'ottica distorta, tutta quantitativa, e per evidenziare quella qualitativa fondata sulla valorizzazione dell'uomo. . .
Le formazioni volontaristiche - come ho già detto in altre occasioni - vanno considerate alla stregua degli anticorpi che si formano in un organismo malato per combattere una situazione patologica o un'intrusione maligna dall'esterno.
La società umana è profondamente malata e ci sono movimenti, specie giovanili, che cercano di farle superare istituzioni, mentalità, metodi di un passato che più non esiste: i pacifisti che lottano per un risanamento dei cuori, delle menti, non possono essere totalmente staccati dagli ecologisti, da coloro che si dedicano ai poveri, agli handicappati; tutti si dedicano a una parte del "bene" - o di ciò che ritengono tale - perché nessuno può abbracciare tutto e l'attività dei gruppi è influenzata dall'ambiente, da una particolare situazione sociale.
Forse le associazioni volontaristiche, insieme con qualche personalità geniale e a qualche centro di ricerca sociale particolarmente innovativo, saranno la forza portante idee nuove: una forza che deve essere preservata per poter avviarci verso un futuro migliore».