Giuseppe Sovernigo

(NPG 1979-09-30)


Varie scienze parlano della colpevolezza. Ne trattano la psicologia, la morale, il diritto civile e penale, la spiritualità, la teologia morale. La colpevolezza costituisce una esperienza umana dalle molte facce.
Indica alcune volte un sentimento soggettivo di disordine psicologico; altre volte uno stato oggettivo derivante da una colpa effettiva. Si parla spesso di «colpevolezza psicologica», espressione della storia emozionale del soggetto, di «colpevolezza morale» e «colpevolezza spirituale» o «religiosa». Queste ultime esprimono la situazione reale del soggetto nei confronti dell'ideale etico e religioso perseguito. Si fa pure una distinzione tra «colpevolezza cosciente» e «colpevolezza incosciente».
Si cerca poi di tracciare una linea di demarcazione tra la «colpevolezza patologica e nevrotica» e la «colpevolezza normale o comune». La prima pone un problema terapeutico o di consulenza, la seconda richiede una precisa educazione per assolvere al suo compito specifico.
Lo studio e la educazione del senso di colpa presenta problemi più complessi di quanto possa sembrare a prima vista, date le molteplici implicane che comporta. L'analisi psicologica del tessuto emozionale della colpevolezza da un lato avviene in un suo preciso ambito, dall'altro deve inserirsi in un quadro più vasto, all'interno delle nozioni filosofiche e teologiche che riguardano la colpa e il peccato. In questo contesto si resta nell'ambito prevalente delle scienze umane che danno al discorso filosofico e teologico concretezza ed applicabilità, in particolare nell'ambito psicologico.

LA COLPEVOLEZZA COMUNE O NORMALE

Il senso di colpa è un dinamismo psichico che, adeguatamente vissuto, presiede allo sviluppo della coscienza morale. E presente in ogni essere umano fin dall'inizio dell'esistenza e ne segue le vicende evolutive. E costituito da un insieme di sentimenti negativi nei riguardi di se stessi, come singoli o come gruppo, originati dal venire meno ad un proprio dovere e poter essere, rappresentato da qualcuno o qualcosa.
Questo insieme di sentimenti negativi è finalizzato a stimolare il singolo o il gruppo, a ristabilire l'equilibrio turbato mediante un qualcosa che sia a volte un gesto di riparazione ed espiazione del male fatto, altre volte impegno e ripresa della strada smarrita, assunzione della propria responsabilità di fronte alle scelte attuate.
I protagonisti dell'esperienza della colpevolezza sono sempre due: da un lato l'io del soggetto, dall'altro una controparte diversificata (il sé, gli altri, la legge, la realtà delle cose e delle persone...).
Più dettagliatamente il senso di colpa può essere descritto come una sequenza psichica articolata in quattro tempi:

1. Inizialmente la persona avverte come un misto impreciso e sfumato di sentimenti di ansia e di angoscia, di rimorso e di incertezza diffusa. A seconda della sorgente da cui proviene, del temperamento del soggetto e della sua storia evolutiva, il senso di colpa si concretizza in una vasta gamma di sentimenti. Essi possono essere:
- Un senso di indegnità di sé di fronte a se stessi o agli altri o ad un Essere Superiore con il correlativo bisogno di riscattarsi ai propri occhi e a quelli altrui.
- Un senso di contaminazione di sé che imbratta tutto il proprio essere con il correlativo bisogno di purificazione.
- Un senso di paura, di minaccia per la trasgressione di una legge con la necessità di riparare e ricomporre un ordine infranto.
- Un timore di una rappresaglia da parte di potenze occulte offese con la necessità quindi di placarle, di espiare, di ripropiziarsele.
- Un disagio diffuso ed impreciso quanto persistente con il correlativo bisogno di scrollarselo di dosso, di liberarsene.
- Un senso di disistima di sé con la conseguente ricerca dei mezzi e metodi per riacquistare ai propri occhi e a quelli altrui la stima perduta.
- Un senso di inferiorità e di svalutazione di sé con il bisogno di colmare il dislivello creatosi e rivalutarsi ai propri occhi e a quelli altrui.
- Un senso di avvilimento e di sconfitta con il relativo bisogno di uscire da una situazione intollerabile.
- Un senso di depressione o meglio di alternanza tra stati più o meno euforici e stati più o meno depressivi.
In ogni concreto individuo si ha la prevalenza di questo o quel sentimento, legato, oltre al tipico carattere del soggetto, alla sua educazione e ad altri particolari fattori socioambientali.

2. Questi sentimenti negativi sono causati dal venir meno ad un «dover essere», ad una strada obbligata ed obbligante, rappresentata da leggi interne o esterne al soggetto o da persone significative o dalle istanze della realtà individuale e socioambientale.
Questo venir meno assume varie forme. Può essere: infrazione di una legge, trasgressione e violazione di una norma, ribellione ad un'autorità riconosciuta o imposta, omissione di un preciso dovere, rottura, tradimento...

3. A monte del «venir meno» sta sempre, esplicitamente od implicitamente, consapevolmente o inconsapevolmente, una pienezza, una totalità, una integrità, una giustezza, un senso del valore di sé rappresentato da una gerarchia di valori più o meno interiorizzata, un ideale di sé, come singoli o come gruppo, percepito come realizzante o promuovente, in ogni caso più o meno obbligante.
L'esistenza della colpevolezza vera e propria, richiede la coscienza di una deficienza nella risposta che noi dobbiamo al desiderio dell'altro, quando questo desiderio ha per noi «forza di legge», cioè quando nella nostra esperienza primordiale ed attuale esso viene dai genitori e dalle persone significative.
C'è colpevolezza solo in riferimento al torto causato ad un oggetto d'amore e alla paura di perderne la stima e l'amore, oppure causato nei confronti di un oggetto del dovere.

4. Dal senso di colpa emerge la necessità di rifare un equilibrio mediante un rimedio adeguato che può essere di volta in volta espiazione, riparazione, soddisfazione...
Compito specifico del senso di colpa è quello di aiutare la singola persona a tener in debito conto le esigenze della realtà delle altre persone, cose e situazioni di vita in vista di una crescita propria ed altrui.
Esso è presente come un avvertimento di qualcosa che non va e come una indicazione di una strada da riprendere.
La colpevolezza può essere configurata come una specie di «segnale di allarme» che avverte l'interessato delle difformità di una data scelta interna od esterna, oppure di uno stato di vita, rispetto al suo quadro di valori o a quello del gruppo cui appartiene; oppure come una «eco interna» che informa immediatamente il soggetto sulla conformità o meno di ciò che sta facendo con ciò che si propone di essere e di realizzare.
Si tratta di una eco solitamente sgradita, a ripetizione semplice o multipla. Essa presenta e ripresenta all'interessato ciò che ha fatto oppure commesso, chiedendogli ragione e riparazione.
Come un segnale di allarme, essa svolge una precisa funzione psicologica oppure può porre dei seri problemi a seconda dell'intensità e della modalità.

LA COLPEVOLEZZA PROBLEMATICA

Ogni grave alterazione di uno o più di questi quattro momenti della sequenza della colpevolezza ingenera dei consistenti problemi per l'evoluzione della personalità, particolarmente per la moralità e la religiosità. Ciò può esser avvenuto in vario modo.
- Se durante l'infanzia la formazione del super io avviene assieme ad una grave carenza affettiva, il male tenderà ad essere sentito come una infezione del proprio essere, una contaminazione quasi ineliminabile. Di qui un senso di colpa morboso, inibente lo sviluppo.
- Se durante la fanciullezza si è molto insistito sulla legge esterna, su un legislatore a sé stante e rigido, su un ordine etico ugualmente a sé stante e rigido, il male tenderà ad essere avvertito come una infrazione di una legge esterna al soggetto, la trasgressione di una norma da osservare a prescindere dalla intenzionalità e dalla interiorità. Di qui il facile moralismo e formalismo morale e religioso.
- Se durante l'adolescenza la formazione della coscienza morale non è sufficientemente accompagnata dalla sottolineatura dei valori e dal senso della complessità del reale, dalla distinzione tra l'io e le sue scelte e da una vera autoaccettazione, il male tenderà ad essere sentito come uno scacco per l'io del soggetto, un fallimento che suscita senso di inferiorità o sull'opposto di rivalsa compensatoria. Di qui un rafforzamento del narcisismo, la difficoltà di un giudizio morale autonomo e di un autentico senso del peccato.
In tutte queste situazioni, indefinitamente possibili, con accentuazioni diverse a seconda dei soggetti, la colpevolezza, anziché favorire la crescita della persona, si fa problematica, talora patologica. Diviene allora la sorgente di gravi disturbi della personalità.
In queste circostanze la colpevolezza può essere definita come una «angoscia arcaica di natura affettiva e molto egocentrica nella sua sorgente», angoscia dovuta al contraccolpo personale, alla reazione percepita in seguito ad una «situazione conflittuale» dovuta a vari fattori presenti o passati, ma ancora influenti nel soggetto. Si tratta di un «riflusso d'angoscia di oscura origine» (Oraison), opposto al senso di giustezza, di valore, di dignità di sé, di sicurezza, percepiti come necessari ed irraggiungibili.
Quando la colpevolezza diventa problematica, viene vissuta come «angoscia di colpevolezza». In se stessa non esprime riferimento ad altri, ma a sé, ad un'immagine arcaica ed idealizzata di sé.
Essa si muove in un sistema psicologico «chiuso» e immaturo, egocentrico, carico di angosce e di difese quali fobie, ossessioni, ripiegamento.
È una nostalgia narcisistica del passato in cui il bambino godeva, nella sua fantasia, gli attributi dell'onnipotenza, dell'immortalità, della perfezione, attributi che egli proiettava sui genitori. Questa colpevolezza è molto viva e profonda perché colpisce il nostro desiderio più radicale di essere amati, riconosciuti, dotati di valore.
Quando la colpevolezza costituisce un peso per la vita personale essa manifesta fondamentalmente una mancanza di un autentico amore di sé. La colpevolezza consiste allora nell'amarsi male, nell'autodisprezzarsi.
Molto spesso questa deficienza d'amore vero di sé si converte, capovolgendosi mediante il meccanismo di difesa della proiezione, nel sentimento di non essere amati e riconosciuti dagli altri. La misura delle nostre frustrazioni affettive è data dal nostro amore e dalla stima di noi stessi cosi come noi siamo in realtà, con il nostro io, e con le nostre pulsioni più o meno regolate, con la nostra ambivalenza di base. Possiamo dire che la misura delle nostre frustrazioni è data dal grado di non accettazione incondizionata di sé. Quanto meno ci si autoaccetta, tanto più si è affettivamente frustrati.
Si instaura allora nella persona uno «stato di narcisismo».
In psicologia «narcisismo» corrisponde all'idea di «compiacimento di se stessi», di «contemplazione di sé», come di un vivere tastandosi continuamente il polso, di un guardarsi allo specchio, autocompiacendosi, rassicurandosi o condannandosi. Ciò comporta una limitazione della vita psichica.
La mancanza di amore, manifesta nell'angoscia di colpevolezza, può avere serie conseguenze. A volte essa rischia di annullare la capacità di agire, inibendo le forze vive della personalità, riducendone la vitalità. In alcuni casi essa conduce alla criminalità. Si parla di «complesso di colpa» quando il senso di colpevolezza raggiunge una intensità tale da incidere vivamente nel comportamento e una durata nel tempo ben oltre la causa che ne è all'origine.
Si tratta allora di un nodo di problemi evolutivi persistenti, non risolti o mal risolti. In questi casi la colpevolezza, da fattore frequentemente presente nella vita, tende a costituire un serio problema di personalità che richiede un aiuto adeguato.