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Itinerari di fede dei giovani Una ricerca, un’esperienza nel Quebec

 

(NPG 07-01-40)

Itinerari di fede dei giovani

Una ricerca, un’esperienza nel Quebec

A cura di Giuseppe Casti e Giancarlo De Nicolò

 

 

Se il titolo suona accattivante per il lettore, il sottotitolo con il riferimento al Quebec può magari invitare a passare velocemente oltre.

Ma chiediamo vivamente di non farlo.

C’è più di una ragione per la pubblicazione di questo studio, nato come recensione ma poi via via  allargatosi a un vero a proprio articolo, a una proposta.

In effetti abbiamo una grande stima per il lavoro in ambito di catechesi e di pastorale giovanile che si svolge nella regione canadese del Quebec, che è sfociato in un bel documento (su cui siamo tornati varie volte) «Proporre la fede ai giovani oggi.

Una forza per vivere» (Elledici), cui dovrebbe seguire  un altro libretto di presentazione di «contenuti» (il racconto della storia di Gesù, in fase di traduzione).

D’altra parte, nel numero 2/2006 di «Lumen vitae» (prestigiosa rivista catechetica belga, che di tanto in tanto pubblica riflessioni anche di pastorale giovanile) l’articolo «Quand des jeunes se réapproprient le christianisme) di Gilles Routhier presenta alcune riflessioni sulla PG in Canada, dopo il rilancio di essa sollecitato da Giovanni Paolo II in occasione della GMG di Toronto.

Queste riflessioni prendono le mosse anche da una ricerca condotta dallo stesso Routhier (come docente all’Università di Laval) su incarico dei Fratelli delle Scuole Cristiane del Quebec per verificare i risultati della formazione cristiana dei loro allievi, e per individuare nuove strategie e vie per la comunicazione della fede dopo i grandi cambiamenti sociali e culturali avvenuti nel corso degli anni (soprattutto il passaggio dell’insegnamento religioso dalla scuola alla parrocchia).

Quale compito gli educatori (docenti) potevano ora conservare o riformulare?

Quali altri luoghi individuare o quali esperienze proporre?

Certamente l’invito del papa risuonava come un impegno per tutti, a non lasciare sola la parrocchia (e le famiglie) nel grande compito della trasmissione della fede ai giovani. Ecco dunque questa ricerca, che pur partendo dalle esigenze di una congregazione religiosa (appunto i FSC), si estende tuttavia a una globale analisi del mondo giovanile nei suoi cammini di fede, una serie di indicazioni-proposte che possono risultare utili a coloro che sono interessati al mondo dei giovani.

Una ricerca-azione, come viene definita, appunto per il duplice intendimento: conoscenza di una data situazione (che risulta molto cambiata rispetto ai moduli usuali),

e nello stesso tempo individuazione di tracce per un cambiamento, per un’azione più lineare verso un fine (appunto, l’educazione dei giovani alla fede nella nuova situazione).

Abbiamo chiesto all’editrice canadese il rapporto di ricerca, e qui ora lo presentiamo.

Esperienza e indicazioni che riteniamo utili anche per la PG italiana.

Gilles Routhier

ITINÉRAIRES DE CROYANCE DE JEUNES AU QUÉBEC

Éditions Anne Sigier – Sillery (Québec) 2006

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L’ambientazione della ricerca

La pastorale giovanile nel Quebec (e in generale in Canada) si trova a un incrocio di cammini e vive un senso di fragilità e di impotenza, per la presa di coscienza della comunità ecclesiale di un insieme di nuovi fenomeni che hanno per così dire scosso il piano consolidato su cui fino ad ora poggiava: quella vissuta nei movimenti, parrocchie e scuole. In effetti il quadro risulta di molto cambiato, sia per il progressivo affermarsi della fase dell’adolescenza con i suoi problemi specifici anche in campo religioso, sia per il porsi di nuovi luoghi (oltre alla scuola e al tempo libero) in cui la socializzazione religiosa viene giocata, come la presenza massiccia dei media.

Tutto questo impone un tempo di riflessione, esige nuove analisi. Non bastano infatti iniziative dettate dall’urgenza di evangelizzare che restano all’interno delle proposte di catechesi o globalmente dell’educazione cristiana, o di iniziative fondate sul carisma personale di alcuni, o sul presupposto di qualche giudizio sommario o luogo comune. Ecco il perché di questa ricerca.

Una rilevante caratteristica di essa è l’analisi dei risultati dell’azione di educazione cristiana dei giovani, indagando sul loro itinerario spirituale e religioso. Risulterà in effetti non solo la constatazione della difficoltà della trasmissione culturale e, più specificamente, della trasmissione della fede, ma si potranno analizzare le vie di tale trasmissione, conoscere i cammini complessi che essa prende. Solo così si può giungere a una effettiva comprensione dei fattori che consolidano l’opzione di fede per un giovane o al contrario allontanano da essa. La ricerca dunque non si interessa delle credenze o delle pratiche religiose dei giovani, né dei rapporti tra giovani e religione o giovani e Chiesa (o Vangelo), né della loro esperienza morale e spirituale. Essa affronta il tema della fede (come scelta, opzione di vita) e dei suoi itinerari, cioè dei cammini seguiti o dei luoghi attraverso cui essa è vissuta.

Conoscere tali cammini concreti vissuti da persone concrete, ciò che allontana o ciò che più facilmente permette un cammino di fede, è un primo importante passo non solo di conoscenza e verifica, ma di progettazione. E pensiamo possa anche sollecitare altri operatori di pastorale giovanile a mettersi in una dinamica di ricerca. Concretamente, il punto di partenza dell’analisi è stata la situazione credente attuale dei giovani e adolescenti, a partire dalla quale ripercorrere a ritroso i cammini.[1]

La domanda di fondo posta ai partecipanti è stata: «Che cosa (avvenimenti, esperienze, influenza dell’ambiente…) nel tuo cammino ti ha portato a questa o a quella posizione di fronte alla fede?». Le risposte a questa domanda hanno determinato cinque posizioni.

 

 

CINQUE SITUAZIONI DI FRONTE ALLA FEDE

 

Prima situazione:

assenza di adesione ad una credenza religiosa

 

Questi giovani affermano chiaramente o manifestano con il loro modo di parlare che la religione non ha avuto nessuna importanza per loro. Nel gruppo a cui si riferisce la ricerca sono la quasi totalità degli adolescenti: influisce su questo atteggiamento certamente un effetto di età non troppo preoccupante (e in effetti tale posizione è sovrastimata), ma non si può escludere la possibilità di una situazione del tutto inedita in rapporto alle generazioni precedenti, che esprime una posizione propria di chi è nato alla fine degli anni 80, anni che inaugurano una nuova stagione circa il fatto religioso (nel Quebec, appunto). Ma la domanda resta, generalizzabile anche per altri contesti: che cosa li ha portati ad una situazione del genere? Probabilmente la risposta va cercata nella mancanza di stimoli spirituali e religiosi nell’infanzia, e più ancora nell’adolescenza. Ciò crea una situazione nuova: la costruzione dell’identità religiosa non si è potuta appoggiare a risorse che si rintracciano in altre età o itinerari di crescita. Non è dunque fonte di eccessivo stupore il fatto che, per questi adolescenti, i punti di contatto tradizionali con il cattolicesimo risultino ipocriti, non pertinenti o poco significativi.

Le ragioni indicate per ciò sono soprattutto legate a influssi negativi durante la stessa adolescenza, o a decisione personale di mettere da parte le questioni religiose, o all’impressione che la religione non può rispondere ai loro interrogativi.

 

Seconda situazione:

apertura allo spirituale

 

Sono quei giovani che, pur non avendo maturato una certa appartenenza alla tradizione cattolica o a un’altra religione, manifestano apertura alla spiritualità o interesse alle domande di senso. Tuttavia, è una religiosità «fluttuante, evanescente», senza forti radici nella tradizione religiosa, e certamente senza adesione  esplicita al cristianesimo.

Gli adolescenti di questo gruppo valutano positivamente esperienze che hanno qualche dimensione religiosa (campi, attività pastorali…), ma le considerano essenzialmente come realtà che favoriscono la crescita personale e umana; ed eventuali elementi che spingerebbero verso una dimensione più religiosa sono controbilanciati da forze che allontanano (controtestimonianze, amici…).

Man mano che si entra nella giovinezza invece si apre un varco sempre più largo per le domande esistenziali ma, come si accennava sopra, senza adesione esplicita.

 

Terza situazione:

riferimento a Dio nella «costruzione di sé»

 

Per questi giovani l’universo della spiritualità è percepito in modo positivo e si manifesta in una certa abitudine alla preghiera. Giovani per i quali Dio ha un senso, ma senza che questa esperienza religiosa assuma la forma di un riferimento esplicito costante a un gruppo credente specifico o a una tradizione religiosa particolare.

Questa situazione comprende giovani che vivono una religiosità ancora «fluttuante». In modo quasi unanime affermano che l’insegnamento della religione a scuola non è stato un fattore che ha favorito l’inizio di un cammino di fede o di un’esperienza cristiana.

Sentono il desiderio di una proposta cristiana interessante, credibile.

Nell’analisi dei loro percorsi di vita, la fase dell’adolescenza riveste un carattere decisivo (anche se nell’infanzia risulta forte il ricordo di persone significative particolarmente credenti).

Per gli attuali adolescenti, esperienze religiose positive recenti proposte nell’ambito pastorale (dunque al di fuori dello scolastico) hanno avuto l’effetto di ridestare l’interesse religioso e cristiano, come significativo per la loro vita.

Per i giovani adulti invece il ricordo di esperienze pastorali nell’adolescenza non ha significato molto, mentre invece risultano determinanti elementi di vita spirituale personalizzata: letture, incontri, films, preparazione al matrimonio… e soprattutto l’esperienza di morte di una persona vicina, e per alcuni l’esperienza di una terapia di disintossicazione, dove la spiritualità gioca abitualmente un ruolo importante e Dio un punto di appoggio significativo per lo stabilirsi di una nuova tappa di vita.

 

Quarta situazione:

la fede in Gesù Cristo come riferimento personale discreto


Sono giovani impegnati in un cammino di fede. Si dichiarano apertamente cristiani, oppure parlano in modo che la loro fede in Gesù Cristo è riconoscibile. La loro opzione per Cristo è chiara a livello personale, ma il loro rapporto con la Chiesa è debole o la loro adesione non si traduce in convinzione evangelizzatrice.

È importante notare in questa esperienza cristiana non solo il ricordo di un «quadro religioso» forte e coerente fin dall’infanzia, ma anche la continuità tra l’infanzia e l’adolescenza: in particolare l’offerta di attività pastorali (caritative e liturgiche) e la partecipazione a campi. Nei casi in cui tale continuità non è risultata forte o significativa, la giovinezza è stato il periodo della riscoperta della fede: per la presenza e testimonianza di vita di persone significative, esperienze forti nei gruppi (missionari, GMG…) che hanno dato fascino e vitalità al cammino di fede di questi giovani. A patto che tutto questo si prolunghi poi in un gruppo che attualizzi la fede.

 

Quinta situazione:

giovani che credono in Gesù Cristo,

che testimoniano o vivono la loro appartenenza alla Chiesa

 

I fattori determinanti nel cammino di fede di questi giovani sono:

– l’infanzia è stato un periodo ricco di stimoli spirituali grazie ai genitori ben radicati nella fede;

– dall’infanzia all’adolescenza c’è stata una continuità, non tanto attraverso «pratiche tradizionali», quanto soprattutto attraverso il consolidamento di esperienze religiose positive (incontro con testimoni, impegni di vita, partecipazione a movimenti, appartenenza a gruppi, campi);

– la giovinezza è il momento decisivo. Tutte le realtà acquisite «si depositano» e c’è un momento di sintesi.

In effetti, certo risulta importante il contesto della socializzazione e la continuità positiva di crescita spirituale e cristiana dall’infanzia e lungo l’adolescenza, se non altro per evitare che le prime esitazioni dell’adolescenza si trasformino in allontanamento. Ma essa non è determinante per «uscire credenti dall’adolescenza». Qualunque sia l’esperienza vissuta da questi giovani (continuità o «conversioni per i motivi più svariati) determinante risulta una proposta evangelizzatrice e pastorale coinvolgente, attraente, personale. Accanto a questa condizione se ne colloca un’altra: la convinzione che non si può vivere la fede da isolati, e dunque l’appartenenza a un gruppo o comunità, sia nuova che tradizionale.

 

 

UNA LETTURA LONGITUDINALE

 

È possibile effettuare un bilancio delle pratiche pastorali vissute e di quelle prospettabili in vista di una più efficace educazione alla fede? Occorre per questo una lettura longitudinale dei risultati della ricerca, con attenzione alle fasi di vita vissute dai giovani nella loro continuità.

Un primo sguardo che mette a confronto gli adolescenti con i giovani adulti della ricerca evidenzia alcuni elementi che sembrano determinanti nella costruzione di una identità cristiana:

– l’influenza di «maestri-testimoni» (siamo in effetti nell’ambito scolastico), il che rinvia alla questione della trasmissione della fede;

– le «socialità» (amicizie, gruppi e associazioni, reti di legami…), il che rinvia alla questione della Chiesa o del credere insieme;

– le istituzioni, il che nuovamente rinvia alla Chiesa e alle istanze della trasmissione.

Un ulteriore elemento rilevante in questa visione «longitudinale» della ricerca punta il dito sugli elementi storico-sociologici che hanno portato all’emergenza di un nuovo mondo, quello dei giovani, verso cui la comunità degli adulti e la Chiesa non è stata in grado di proporre cammini e dispositivi pastorali adeguati (oltre a quelli per fanciulli e preadolescenti), nel mentre i poli educativi si sono sempre più allargati (nella costruzione dell’identità dei giovani) verso un sistema multipolare: non più e non solo famiglia, scuola, chiesa, ma i media, le «socialità amicali» e lo spazio pubblico.

Ma passiamo in rassegna le tre fasi in cui si articola il piano dell’educazione.

 

Le tre fasi del cammino

* Un primo dato circa la trasmissione della fede nel tempo della fanciullezza mostra come la presenza di pratiche e stimoli religiosi non garantisce la tenuta nel tempo o una futura adesione cristiana nel tempo dell’adolescenza e giovinezza, nel senso che non offre per sé nessuna garanzia di continuità; e così la loro mancanza non è di per sé un impedimento all’apertura futura verso il religioso o un’opzione cristiana.

In effetti la ricerca mostra come le pratiche di preparazione ai sacramenti hanno un rilievo poco determinante per la costruzione dell’identità cristiana dei partecipanti (se non al negativo), e l’insegnamento morale e religioso cattolico solo per poche persone si rivela un elemento positivo di scoperta della religione.

Pur non rinnegando il contributo fondamentale della socializzazione religiosa di questa età, ci si chiede dunque quali energie evangelizzatrici e pastorali si dovranno dedicare alla fanciullezza nella attuale situazione… o non piuttosto all’ambiente familiare stesso, ai genitori (e talvolta anche alle figure significative dei nonni), per una loro esperienza religiosa significativa che possa accompagnare e sostenere adeguatamente lo sviluppo religioso dei figli.

Egualmente dovrebbe essere attuato un ripensamento del ruolo e della funzione della parrocchia, della sua catechesi e della sua azione sacramentale-evangelizzatrice nei confronti dei fanciulli, e in vista della possibilità di individuare altri luoghi di socializzazione cristiana a partire da questa stessa età di vita.

 

* L’adolescenza è un periodo chiave, e presenta tre diverse figure:

– una continuità di azione educativa che dalla fanciullezza trapassa nell’adolescenza, senza elementi di rottura: perseveranza tuttavia che – di fronte alle nuove domande, alle sfide dell’età e della cultura di studio e di riferimento – non è possibile senza un’offerta pastorale che mantenga, sostenga,  stimoli la fede. Tale offerta in genere consiste di attività che hanno un carattere caritativo (impegno) o di assunzione di una responsabilità all’interno di un gruppo educativo o di animazione. Elementi altrettanto determinanti sono la possibilità di trovare risposte alle domande esistenziali che si manifestano a quest’età e la capacità di articolare la fede in un discorso razionale coerente;

– carenza di stimoli nella fanciullezza e conseguente difficoltà di fronte alla religione nell’adolescenza: perlopiù l’esito (scontato) dell’occasionalità o superficialità dell’educazione religiosa nella fanciullezza è il distacco e l’allonanamento da essa nell’adolescenza;

– la reale possibilità di una «conversione» al momento dell’adolescenza. Questa è resa possibile solo da un’offerta pastorale significativa che controbilanci gli elementi negativi: movimenti, campi, incontri con persone significative, oltre alla percezione della positività del religioso nel rispondere alle domande di senso. D’altra parte questo è anche il periodo in cui si può consolidare quanto acquisito nella fanciullezza, soprattutto là dove si riscoprono radici di una certa profondità oltre la pratica abitudinaria. L’adolescenza può così diventare momento di una nuova partenza o riorientamento.

L’adolescenza presenta dunque molteplici occasioni dove la proposta cristiana può essere offerta e accolta come significativa. Perlopiù a questo riguardo si potrebbe invece parlare di «rendez-vous» mancati: circa le domande sul senso della vita, circa la presenza di figure credibili e significative e di un gruppo di appartenenza. Il che punta il dito sull’elemento di fondo: la solitudine in cui gli adolescenti si ritrovano, l’abbandono, la carenza di proposte specifiche, proprio in questo periodo cerniera di costruzione dell’identità personale, dove il confronto-scontro avviene soprattutto verso le diverse forme di autorità, nella ricerca di una coerenza personale che stimola la questione del senso (e pone in diretto contrasto con le figure di controtestimonianza), attraverso uno spirito di corpo che pone i pari come elemento determinante nelle scelte anche religiose.

Le attività proposte in genere dalla pastorale hanno un impatto significativo, anche se da sole non possono suscitare l’appartenenza a un gruppo cristiano.

«Stranamente, molti adolescenti della ricerca parlano di questi incontri o attività come di occasione di crescita e di cammino personale senza percepire che si tratta di attività ‘confessionali’. Perché un legame esplicito si stabilisca tra le attività pastorali e la fede cristiana sembra necessario che la proposta cristiana sia chiara. Diversamente, si coglierà che si tratta di una riflessione sui valori, ma si percepirà più difficilmente l’invito a entrare in una relazione con il Cristo. È importante dunque che le attività pastorali propongano esplicitamente la vita cristiana, altrimenti tutte le imprese pastorali non condurranno mai a far nascere dei cristiani.

Nell’ottica di un ricentramento dell’attività evangelizzatrice e pastorale, le sfide poste dall’adolescenza sono numerose. La capacità di coglierle richiede da parte degli educatori molteplici abilità: abilità relazionali, il che è la più grande delle sfide; abilità intellettuali e razionali per rendere conto della fede in termini credibili nel nostro mondo tecnico-scientifico, di fronte a persone particolarmente critiche, ma non ancora in grado di sostenere una argomentazione filosofica e teologica rigorosa; abilità a esprimere il Vangelo e il Regno e a proporre esplicitamente la vita cristiana piuttosto che a limitarsi a una riflessione sui valori; abilità a offrire attività invitanti e concepite in una certa continuità; abilità ad accompagnare una ricerca; e il tutto gestito da persone giudicate credibili in virtù di un vissuto coerente».

Luoghi significativi in questo cammino sono certamente i campi e la vita di gruppo... che spesso tuttavia non ricevono investimenti sufficienti in termini di preparazione, tempo, risorse.

 

* Quanto al periodo della giovinezza, l’analisi rivela che i giochi non sono ormai finiti dopo l’adolescenza sul piano della formazione cristiana. Molteplici sono le situazioni dei giovani dal punto di vista della loro identità cristiana: da una grande continuità a spaccature lungo il corso degli anni. La giovinezza appare comunque come un periodo di stabilizzazione delle scelte, il momento di una prima sintesi dopo un lungo periodo di sperimentazione, che permette un inizio di approfondimento, di scelta, non certo definitiva (che d’altra parte si accompagna ad altre scelte precise in altri ambiti della loro vita).

Capaci di «stimolare» si mostrano alcune circostanze particolari della vita, come la relazione d’amore con una persona credente, l’accompagnamento di un bravo prete o religioso/a, capaci di stare con i giovani, la scoperta di un gruppo di appartenenza, le GMG, l’esperienza di paternità/maternità, una «prova» vissuta (disgrazia, morte d’un parente o amico, malattia…). Circostanze che comunque devono essere accompagnate da alcune caratteristiche: un testimone autentico e significativo, una «rete» sociale di appartenenza o riferimento, una proposta seria dove la persona è accolta e dove trova risposte ai suoi problemi, e che sia in grado di ribaltare l’immagine negativa che magari ci si porta dietro da esperienze precedenti.

 

 

CIO’ NON CHE GENERA E CIO’ CHE GENERA LA FEDE:

UNA BREVE SINTESI

 

È il momento di riassumere i risultati ottenuti. Li poniamo nella linea di una risposta alla domanda che aveva fatto da «fuoco» per la ricerca stessa: quali gli elementi che favoriscono (o rendono difficile) un itinerario di fede cristiana?

Quanto ottenuto esaminando una precisa istituzione educativa (la scuola) può offrire alcuni elementi preziosi per una disanima globale di pastorale giovanile in riferimento alle fasce di età considerate e soprattutto nella loro visione lungo il tempo.

 

Ciò che non genera la fede

 

C’è un punto che la ricerca mette chiaramente in evidenza: l’insegnamento della religione a scuola non forma dei credenti; e le pratiche di preparazione ai sacramenti non sono state, almeno negli ultimi anni, luogo di incontro con Cristo. Questa constatazione suona come campanello d’allarme per tutti i progetti catechistici.

Se la catechesi parrocchiale è la trasposizione nello spazio ecclesiale dell’insegnamento religioso fatto a scuola, questo sforzo non darà frutti. Bisogna fondare questi progetti su un’altra base che non sia scolastica.

Ugualmente, le esperienze pastorali che restano sul piano di una riflessione sui valori possono dare qualche frutto con gli adolescenti, ma queste esperienze non riescono a far entrare nel regno di Dio. Esse contribuiscono allo sviluppo personale e all’educazione dei valori, ma non sono evangelizzatrici.

Ma ciò che contribuisce maggiormente ad allontanare dalla fede, soprattutto nell’adolescenza ma anche nella giovinezza, è l’assenza:

– assenza di risposte credibili alle domande di senso;

– assenza di testimoni capaci di presentare la vita cristiana come sorgente di felicità;

– assenza di una intelligenza della fede capace di confrontarsi con la razionalità scientifica che seduce tanto gli adolescenti;

– assenza di gruppi o movimenti cristiani per gli adolescenti;

– assenza della parrocchia nel delicato periodo dell’adolescenza.

 

Ciò che genera la fede

 

Per preadolescenti, adolescenti e giovani, tre sono i fattori determinanti nel cammino di fede:

– persone significative;

– gruppi di socializzazione;

– proposte concrete.

Possiamo aggiungere: spazi o luoghi.

Nell’infanzia è determinante il ruolo della famiglia, come scintilla che sveglia e alimenta la fede. È importante che sia un’esperienza cristiana in tutte le sue dimensioni: interiorità, preghiera, vita liturgica, conoscenza.

Nell’adolescenza lo spazio si allarga. Diventano determinanti  gli spazi e i luoghi di socializzazione. L’educazione alla fede, in questa età, non deve rinunciare ai «saperi», ma deve partire dalle vere domande degli adolescenti. Il confronto con gli adulti diventa esigente, per questo gli adulti devono essere testimoni credibili e capaci di proporre una fede robusta e intelligente.

Nella giovinezza è fondamentale il contatto con la comunità. Una comunità che si allarga sempre di più, si dilata in maniera determinante assumendo dimensioni mondiali. Bisogna favorire questa apertura in vista di una adesione personale che ha sempre bisogno di sostegno. In questo senso, la cura nella preparazione al matrimonio è apertura al mondo e attenzione a un avvenimento personale.

 

 



[1] I giovani partecipanti a questa ricerca, avviata nel 2002, sono stati 92, di età compresa tra 14 e 35 anni (ex allievi delle opere dei Fratelli delle Scuole Cristiane e altri giovani interessati alla ricerca) di tre distinti settori geografici francofoni: Quebec, Montreal, Ottawa; di diversi gruppi etnici fortemente eterogenei quanto a orientamento rispetto alla fede: gli adolescenti scelti non in base al loro vissuto di fede o appartenenza a un gruppo ecclesiale; i giovani invece in grande maggioranza appartenenti a gruppi in cammino di fede. Suddivisi in quindici distinti gruppi di discussione, con grande omogeneità al loro interno e con dichiarata intenzione di collaborare attivamente alla ricerca. Gli autori della ricerca riconoscono che il «campione» non rappresenta la popolazione degli adolescenti e giovani, ma vi sono sottorappresentazioni evidenti; tuttavia l’obiettivo della ricerca era individuare percorsi di fede (o allontanamenti da essa), non di giungere a quantificazioni generalizzabili.

 

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