Cesare Bissoli

(NPG 1981-9-16)


Dunque si può fare: non solo studiare la Bibbia, ma pregare con la Bibbia, anzi pregare la Bibbia in quanto Parola di Dio, parlare cioè con Dio che ci parla. Tantissime altre esperienze ce lo confermano. Chi non sa che la «divina lectio» è vecchia quanto il cristianesimo e che essa intende essere un'esperienza indisgiungibile di studio e orazione? Ma io vorrei che alla luce delle esperienze riportate sopra, l'operatore pastorale non si lasci andare al dubbio che si tratti infine di esperienze di lusso, a lui inaccessibili, troppo strane o straordinarie per i suoi giovani.
Piuttosto ricordiamo prima quali fattori reggono e caratterizzano queste ed altre esperienze, quello che possiamo chiamare il «segreto del successo»; successivamente aggiungerò qualche altra indicazione che mi sembra utile specialmente dal punto di vista di una corretta interpretazione della Bibbia per la preghiera.

IL SEGRETO DI UNA BUONA PREGHIERA CON LA BIBBIA

Pregare bene, cioè da cristiani, non è automatico come l'aprire bocca. Infatti quante parole diciamo senza senso, così spontaneamente! Di qui, in tutte le esperienze di preghiera, il bisogno di una strategia educativa permanente, una struttura organizzativa che implica dei fattori raggruppabili in due serie: un buon contesto e una tecnica efficace, tanto più nei confronti del Libro Sacro, che per la sua qualità di testo scritto e culturalmente lontano esige necessariamente una qualche mediazione.
Ma anche qui, mi affretto a dirlo, la mediazione richiesta non sta tanto nella fatica di dover capire il senso di un passo, quanto piuttosto nel fatto sconvolgente di ritrovarsi a tu per tu con il Dio vivente colto con i lineamenti genuini, di sorgente, quelli appunto testimoniati dalla Bibbia previamente indagata.

Un contesto efficace

Nessuna delle esperienze sopracitate ed altre simili si limita ad un «tolle et lege», prendi in mano e prega. Motivi pedagogici, che sarebbe facile vedere riscontrati all'interno della stessa Bibbia, ad es. nella formazione e nell'uso del salterio da parte dell'uomo biblico, richiamano a quattro serie di elementi il cui intreccio forma la trama vitale che sorregge l'esperienza di preghiera.
Il primo elemento è la disponibilità interiore dei partecipanti a fare l'esperienza come avvenimento significativo per la propria vita, con un itinerario che può generare perplessità quanto al modo di contattare la Bibbia («come se fosse una bomba inesplosa»), con le difficoltà di sobbarcarsi ad un cammino che ha una sua tecnicità, come vedremo, dove si richiede un autosvelamento (davanti alla propria coscienza e davanti agli altri) che può scomodare.
Eppure questo è il prerequisito di base: accettare il rischio dell'avventura, come Abramo (cf Gen 12,1 ss), disposti a dare, e a lasciarsi dare, del tu a Dio e da Dio, ad un dialogo di fede cioè che non può essere rigidamente presupposto. Quante volte il salmista, prima o assieme alla confidenza in Dio si trova esposto alla contestazione di Dio e della sua azione nel mondo? Ciò nonostante ne parla con Dio.
La disponibilità di base lungo il cammino si fa coinvolgimento in termini molto personali e responsabili. Questo è il secondo elemento del contesto.
È facile notare in queste ed altre esperienze che uno si trova a ripetere delle formule fatte da altri, ma a reagire in prima persona, inventando lui stesso il linguaggio che Dio attende da lui, e in rapporto non certamente a cose banali, se è vero che si tratta di modificare la vita perché corrisponda al radicalismo evangelico, ora purificando il cuore da quanto di non evangelico sta nella profondità dell'io, ora impegnandosi a livello personale, ma anche comunitario, sociale, secondo le esigenze liberatrici del Regno di Dio.
In sintesi si può dire che, mediante la rievocazione o la lettura della pagina biblica, si tende a suscitare l'esperienza dell'incontro di persone vive, quelle degli oranti, con quelle di Cristo, del Padre. Qui vengono necessariamente alla mente gli incontri di Gesù con Zaccheo, con il lebbroso, con la peccatrice innominata, ed anche con Giuda, con gli avversari...
Si stabilisce un processo di identificazione di sé e di identificazione del volto di Dio, di Cristo, che, quasi spontaneamente, si risolve in preghiera, più precisamente in un dialogo dove la mia libera parola di uomo si inserisce e reagisce in una comunicazione che Dio, il Cristo fanno a me. Giustissimamente nei modelli sopraddetti il momento orante è strettamente vincolato ad uno di ascolto, di memoria dei «mirabilia Dei» in Gesù Cristo.
In terzo luogo non si può dimenticare il clima di fraternità profonda, di gioia, che mette in movimento il linguaggio del corpo, il canto, e rende trasparenti i pensieri intimi attraverso la forma impegnativa della «comunicazione fraterna», la collatio.
Dal punto di vista biblico ciò mi sembra corrisponda alla coralità della preghiera biblica. Ad es., nato da singoli oranti, il salterio nelle sue innumerevoli forme si dona senza diritti di autore a chiunque voglia pregare le stesse situazioni di vita. E Gesù dando ai suoi la «preghiera» del Padre Nostro (Lc 11, 1 ss) e della Cena le ha intese e volute come preghiere di gruppo, in compartecipazione e condivisione del medesimo destino, dove la consapevolezza dell'unico Padre e dell'unico sacrificio di Gesù stringe in comunione gli oranti. Secondo il comandamento nuovo (per altro profondamente consono a livello psicologico): solo nell'agape fraterna, nel cammino dunque di fede di molti, si manifesta l'agape e il volere di Dio per i molti e per il singolo.
Ricordo infine la necessità di un tempo di maturazione perché l'esperienza di preghiera si compia. Niente avviene in un momento: vi sono «giornate di deserto», incontri settimanali, più incontri settimanali nell'arco di un anno, di più anni... Lunghe sequenze di ascolto, di silenzio e riflessione personale sono lo humus indispensabile ed elementi costitutivi dell'evento-preghiera.

Una sufficiente tecnicità

La lettura delle esperienze sopracitate mostrano un incontro con la Bibbia pensato come un cammino ben strutturato, con scelte precise. Ecco qualche caratteristica così come l'ho recepita.
La concentrazione sulla figura di Gesù Cristo, protagonista indiscusso dell'esperienza («vivere con Gesù, guardare cosa fa, chi frequenta, cosa dice, ecc.»; «insieme con Marco, nel suo Vangelo» cerchiamo di camminare verso Gesù Signore»). I Vangeli perciò saranno il libro-chiave, ma senza escludere l'Antico Testamento, i Salmi in particolare, con una lettura che ne coglie le risonanze cristologiche.
Altro elemento stimato essenziale è il diretto, immediato contatto da parte di ogni singolo partecipante con la pagina biblica tradotta dall'originale. Contatto che avviene come lettura e rilettura personale, ma anche come ricerca e lavoro sul testo mediante l'indicazione di certe piste. Si vede qui operante la lezione del Vaticano II: la intelligenza spirituale deve poggiare su una elementare, ma sana base critica.
Se si potesse parlare di opzioni esegetiche, direi che i vari modelli di preghiera biblica attendono di preferenza al testo visto nella sua fisionomia finale, alla redazione ultima (si veda la lettura strutturata di Marco). In secondo luogo, si cerca di evidenziare il mondo di relazioni che Gesù (o altro personaggio della Bibbia) sta vivendo: con i discepoli, con la folla, con gli avversari, con il Padre. In questa maniera, si comprende la terza accentuazione - che non può non essere al centro di esperienze come quelle qui esaminate - , ossia la forte attualizzazione o identificazione delle situazioni di vita proprie di Gesù e dei personaggi biblici con quelle dei membri del gruppo. È a questo punto infatti che sgorga la reazione orante anche nella sua formalità di lode, di domanda, di fiducia...
Quanto a quest'ultimo aspetto, che è essenziale all'incontro perché esso non si riduca in giornata di studio e nemmeno di ritiro ascetico, i due modelli presentati fanno proprio il ritmo della lectio divina (per una chiara informazione, v. E. Bianchi, Pregare la Parola, Torino, Gribaudi 1978) che si ispira fondamentalmente, alle parole di Gesù: «Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto» (Lc 11,9). La «masticazione, la gustazione, la ruminazione, la digestione, l'assimilazione» sono termini pittoreschi che sottolineano il forte indugio sulla Parola, mediante il coinvolgimento delle potenze dell'anima: fantasia, sentimento, ricreazione... Qui interviene il tatto pedagogico dell'animatore che offre degli stimoli sulla maniera di considerare la pagina sacra, spesso già conosciuta, sul modo soprattutto di modulare sotto forma diversificata di preghiera il testo letto.
In ogni caso vale ricordare che la comunicazione fraterna o collatio non è tanto un esteriore pregare insieme, ma un costruire insieme il timbro di una preghiera che pur rimane personale.

PER UN BUON USO DELLA BIBBIA NELLA PREGHIERA

Do per scontato che ogni animatore giovanile sia convinto che pregare con la Bibbia, anche se non è l'unico modo della preghiera cristiana, e nemmeno il più facile, possiede una straordinaria efficacia per evangelizzare la preghiera e realizzarla autenticamente. Basti ricordare come la Bibbia sia essa stessa sostanzialmente composta di preghiere (dal salterio, alle grandi preghiere penitenziali esiliche e postesiliche presso i profeti, agli inizi cristologici del NT, alle invocazioni di Paolo) e come la Chiesa abbia dato alle preghiere della Bibbia un ruolo assolutamente dominante nella sua storia.

Un triplice modo di pregare con la Bibbia

Converrà piuttosto ricordare la triplice via di realizzare la preghiera con la Bibbia.
- Riconoscere, accogliere e pregare le preghiere della Bibbia. Non sono soltanto i Salmi. Soprattutto vanno messe in luce le motivazioni che stimolano l'orante biblico, la struttura della sua orazione, il linguaggio impiegato. Devo ammettere che il ricorso al salterio senza un certo ambientamento che faccia trasparire insieme il credo dell'uomo biblico e le situazioni di vita, spesso drammatiche, entro cui prega, è diventato per molti una inutile fatica archeologica.
- Aiutare a pregare la Bibbia, cioè a impostare dialogicamente l'incontro con ogni pagina del libro sacro, nella sua qualità di Parola di Dio, di Dio che parla con il lettore. È su questo atto di fede radicale che può successivamente esprimersi la reazione personale della preghiera. Evidentemente le pagine bibliche che più intensamente e con trasparenza pongono in risalto il progetto di salvezza, hanno il diritto di precedenza. Ad es., Gen 1 (racconto della creazione), pregato nella stessa Bibbia con il Sal 8;19;144...; Gen 12 ss; 22 (la vocazione di Abramo); Es 124, pregato con il Sal 78; 105; 106; 136...; il Deuteronomio; oracoli profetici come Is 711 (Emmanuele), Ger 31; il vangelo, particolarmente gli incontri di Gesù con i bisognosi, i peccatori, i discepoli, e nella sua passione.
- Infine (e questa a me sembra momento formativo poco realizzato) bisognerà portare i giovani a pregare la vita secondo la Bibbia. Abilitare a dire in termini di preghiera, sia pure appassionata, i contenuti e magari le formule bibliche, rischia di far dimenticare che la Parola di Dio vuol essere fermento che intende spandersi e perdersi e fermentare la massa amorfa delle vicende quotidiane. In fondo le stesse preghiere bibliche sono frutto di ricordi e termini biblici anteriori riconsiderati nelle sempre nuove situazioni di vita del popolo di Dio.
Come si prega biblicamente in una esperienza di terremoto, di carestia, di malattia, di un successo conseguito, nel buio di una prova dolorosa, di fronte ad una natura sovente irrecuperabile agli splendori che vi scorgeva invece l'uomo biblico? Qui subentra un compito di lettura in profondità del «progetto-uomo» secondo la Bibbia, le sue reazioni religiose in situazioni analoghe a quelle che l'uomo moderno va sperimentando...

Tre «qualità» della preghiera nella Bibbia

Nell'ambito di una certa contestualità e tecnicità sopra descritte (in particolare per quello che riguarda l'uso diretto del testo sacro, i momenti di intenso silenzio e di ricerca personale o a gruppo), vorrei evidenziare tre qualità che la Bibbia rettamente intesa, propone a chi vi si ispira per imparare a pregare.
La prima suona così: nutrire un profondo senso di Dio, come mistero di amore trascendente. Trovo una certa difficoltà nel ridurre la preghiera a confronto e a dialogo soltanto con Gesù. Gesù non pregava se stesso, ma il Padre, di cui egli, pur Figlio dotato di esclusiva intimità (Mt 11,27), ha sempre riconosciuto il Mistero inaccessibile, adorandone la volontà (Mt 26,39; 21,23). In questo senso il VT contiene, come dice la Dei Verbum, inestimabili tesori di preghiera (c. IV). Purtroppo il VT oggi, per un malinteso cristocentrismo, rischia di essere emarginato, con la conseguenza gravissima di togliere a Gesù la sua patria, la sua storia, la sua carne.
Incredibile, eppur dimenticata seconda qualità della preghiera biblica è la sua ricchezza linguistica. Oltre settanta termini, nell'AT, indicano modi diversi di pregare: dalle parole, ai gesti non verbali, ai sentimenti... Mi chiedo se non sia eccessivamente semplificato, e quindi arido, intellettualistico, il modo qua e là abituale di invitare alla preghiera formulando una frase elaborata in concetti, dove il corpo viene tenuto a sedere, la pronuncia deve essere sommessa, la fantasia estromessa, il canto e il ritmo banditi... Si provi a far ridire le preghiere bibliche secondo i modi ivi indicati, almeno per certi aspetti.
Infine vorrei richiamare la valenza politica della preghiera biblica e in genere della Parola che nella Bibbia attribuiamo a Dio. Qualche cosa deve avvenire nel tempo, come segno autentico dell'incontro con l'Eterno. Al grido di lamento di Israele in Egitto, Dio rispose iniziando la liberazione del suo popolo (Es 2,23-25); e Gesù dopo che fece la preghiera al Padre, spezzò il pane per la gente affamata (Mt 14, 19).
Purtroppo è invalsa una certa idea che il pregare appartenga al privato contrapposto al pubblico, allo spirituale in opposizione al temporale. Pregare nella linea biblica è invece ritrovare, approfondire ed assumere la logica di Dio Salvatore dell'uomo, la potenza del Regno di Dio con i segni relativi (e sappiamo come Gesù abbia realizzato tale sintesi, quel Gesù di cui Luca in particolare mette in risalto l'atteggiamento di preghiera davanti alle grandi scelte della sua vita per il Regno: 3,21; 6,12; 9,18.28-29; 11,1; 22,41).
Lo schema pur così eccellente e collaudato della lectio divina non può trascurare i problemi di quartiere, della casa, del lavoro, della condizione giovanile. Deve così far sentire quale voce lo Spirito fa risuonare nelle Cafarnao di oggi, di fronte al fatto di «quei Galilei (leggi: afghani, libanesi, sequestrati dalle Brigate Rosse...) il cui sangue Pilato (il carnefice di turno) aveva mescolato con quello dei loro sacrifici»; o di «quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Siloe e li uccise» (Lc 13,1-5).