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Corpo, affetti, mente

 

Giovani cercatori di Dio /3

Fenomenologia delle relazioni umane

Francesca Moratti

(NPG 08-03-31)

 

Perché il capo dei fabbri non riuscì a creare gli esseri umani

Un giorno il re chiese a Walukaga, il capo dei fabbri del suo regno, di costruire un uomo vero: un uomo che sapesse camminare e parlare, che avesse il sangue nel corpo e il cervello. Il fabbro prese il ferro ma non sapeva da dove cominciare e nessuno era in grado di consigliarlo. Incontrò un suo vecchio amico, ora divenuto folle, e costui seppe indicargli la via da seguire. Il fabbro andò dal re e, come gli aveva suggerito l’amico, domandò al re di ordinare al suo popolo di raparsi e di bruciare i capelli per ricavarne mille staia di carbone per lavorare il ferro e poi mettere insieme cento pentole d’acqua di lacrime per smorzare l’intensità del fuoco. Il re diede l’ordine ma si rese ben presto conto che il materiale richiesto non poteva essere procurato. Walukaga dimostrò così al re l’impossibilità di realizzare quanto richiesto. E tutti coloro che avevano assistito al fatto risero e sentenziarono che il fabbro aveva detto la verità. (Fiaba ugandese) 

E’ impossibile arrivare ad un risultato se i presupposti sono errati. È questo ciò che vuole spiegare il Griot, il cantastorie africano.
Dopo aver affrontato nell’articolo precedente il tema del credere e/o non credere, ovvero del senso o non-senso per l’uomo di aprirsi ad una dimensione trascendente personale, si intende ora affrontare il tema delle relazioni in senso orizzontale, vale a dire tra uomini.
Ma volendo occuparci di fenomenologia delle relazioni umane, è necessario chiarire innanzitutto quali sono gli strumenti di cui l’uomo dispone per interfacciarsi con l’altro-da-sé. In modo un po’ schematico se ne possono enumerare tre: il corpo, gli affetti e la mente; in altri termini la dimensione fisica, la dimensione sentimentale e quella intellettiva, dove per intelletto si intende sia la ragione che l’intuizione, ossia la razionalità e l’a-razionalità. Chiaramente le tre sfere non sono tra loro indipendenti, anzi sono sovrapposte e amalgamate in modo differente e fluido in ciascuno di noi; in qualcuno, soprattutto in determinate situazioni, predomina quella fisica, in altri quella sentimentale o intellettiva, ma in tutti si realizza sempre una combinazione delle tre.
Walukaga non riesce a fabbricare un uomo in carne e ossa partendo dal ferro. Naturale: le leggi chimiche e fisiche non lo permettono. Ma è solo questo l’ostacolo? In quanti altri racconti si è narrato il tentativo dell’uomo di divenire creatore di se stesso? Frankenstein è emblematico, e lì si partiva da tessuti umani. Tralasciando la fantascienza, si possono accennare gli studi scientifici attuali che partendo dalle cellule staminali arrivano, per qualcuno, fino all’ipotesi della clonazione umana. E quand’anche non si tratti di creazione di esseri umani veri e propri, quanti scienziati e informatici hanno sognato e sognano di realizzare un robot con un cervello pari o superiore a quello umano? 
In tutti questi esempi, pur con le debite differenze, c’è un elemento comune, o meglio un’assenza comune: l’animus, come lo identificavano gli antichi, ovvero lo spirito. Lo spirito è dimensione fondamentale dell’essere umano e, nello stesso tempo, è assolutamente inspiegabile dall’uomo. Anche il materialista più coerente difficilmente potrà negare la presenza dello spirito nell’uomo: ridurre la dimensione spirituale a semplici sprazzi di energia meccanica nella materia non è sufficiente a spiegare alcuni moti d’animo assolutamente gratuiti e imprevedibili che caratterizzano l’essere umano. Dunque in tutti gli esempi accennati ciò che rende impossibile la creazione dell’uomo è l’impossibilità di metter mano alla sua radice più profonda: lo spirito.
Le religioni rivelate parlano di spirito riferendosi all’insieme delle sfere affettiva e intellettiva, un tempo separando nettamente la dimensione spirituale da quella fisica. Per contro, le religioni orientali e quelle tradizionali-animiste vivono queste tre dimensioni come «sfere bucate», ossia ciascuna con le proprie caratteristiche ma nello stesso tempo assolutamente comunicanti e interdipendenti; in linea di principio questo permette di vivere ciascuna in modo integrale, ossia con tutta la propria persona, senza rischi di instaurare rapporti artificiosi con l’esterno. Per loro lo spirito è ovunque, nella materia inanimata come nelle piante e negli animali e, naturalmente, nell’uomo. Lo spirito non si contrappone alla materia, al corpo; l’anima non è imprigionata nel corpo da cui anela a liberarsi, bensì è energia vitale, è vibrazione della materia. 
L’economia del presente articolo non ci permette di approfondire questo confronto interreligioso; quel che è certo è che tener presente tali diverse concezioni dell’umano e della realtà permette di essere più flessibili nelle considerazioni che ci apprestiamo a svolgere nell’ambito di una fenomenologia delle relazioni umane. 

Le relazioni umane 

Innanzitutto: perché fare una fenomenologia delle relazioni? L’obiettivo è provare a fornire degli strumenti di lettura dell’uomo e delle complicate situazioni in cui quotidianamente si trova a vivere proprio perché a contatto con altri uomini. È una seconda via per accostarsi al mistero della vita e di ciascuno di noi.
L’uomo è relazione, la propria identità si definisce in un confronto costante con l’altro-da-sé: lo affermano pensatori antichi e moderni.
Aristotele sosteneva che l’uomo è per natura animale sociale. Già il termine persona implica una relazione, in quanto si è persone solo nel riconoscimento da parte degli altri; etimologicamente persona deriva dall’etrusco phersu che significa maschera, la maschera usata nelle rappresentazioni teatrali per modificare il rapporto tra l’attore e il pubblico, in quanto l’attore doveva spogliarsi della propria identità per impersonare, appunto, quella del personaggio dell’opera rappresentata.
Platone, nel Simposio, utilizza l’immagine pittoresca degli uomini palla per spiegar la natura relazionale umana e l’origine della pulsione d’amore: in principio l’uomo era ermafrodito, con quattro braccia e quattro gambe, due facce, doppi organi genitali, la forma arrotondata e si spostava rotolando; aveva una forza prodigiosa e un’arroganza che ben presto urtò la suscettibilità di Zeus, il quale decise di tagliare in due questi esseri umani per punirli e renderli più deboli. «Da tempi remoti, quindi» – si legge nel Simposio – «è innato negli uomini il reciproco amore che li riconduce alle origini e che di due esseri cerca di farne uno solo risanando, così, l’umana natura».
Vito Mancuso, teologo contemporaneo in costante dialogo con l’odierna cultura scientista, afferma che le stesse fibre umane siano costitutivamente relazionali: «Il mio corpo, la mia materia-mater, è in realtà una rete fittissima di relazioni, prima tra organi, poi a un livello sottostante tra cellule, poi tra molecole, poi tra atomi, poi tra onde-particelle subnucleari. Il fondo dell’essere che io sono non è la materia inanimata (che non esiste). Non è neppure il vuoto, come ritiene il Buddhismo. Il fondo del mio essere è il rapporto, la relazione, il legame, è il Logos, il cui vero significato è precisamente quello di rapporto, relazione, legame. […] Il senso dell’essere è la relazione, e l’amore è la relazione perfetta che genera a sua volta l’essere. L’amore non va pensato solo come un sentimento, ma ben più in profondità come la realtà ontologica oggettiva che l’apparire di tale sentimento manifesta».
Edith Stein descrive forse l’estremo volto della natura relazionale degli uomini dicendo che Dio è più intimo a noi stessi di noi stessi; affermazione paradossale che dice una verità profonda: il mistero che ciascun uomo racchiude in sé è insondabile per l’uomo ma non per Dio, che ne è la radice stessa.
Ma cosa differenzia l’uomo dagli altri esseri? Spiega Mancuso: «La materia del nostro corpo non è altro che energia condensata, o meglio energia che continuamente si condensa a causa del vortice dei miliardi di relazioni tra gli elementi fondamentali. Ma, a differenza del sasso, il nostro corpo si muove, è vivo. Perché? Nel primo caso l’energia è tutta condensata nella massa della materia. Nel secondo caso l’energia che scaturisce dal movimento atomico non si racchiude completamente nella configurazione della materia ma presenta un’eccedenza. Tale surplus di energia rispetto alla massa della materia è ciò che rende il corpo vivente, animato».
Ma allora qual è lo specifico dell’uomo rispetto ad altri esseri animati? In cosa si differenziano le sue relazioni da quelle tra gli animali? Mancuso ripropone la classica suddivisione in anima vegetativa (propria delle piante), anima sensitiva (che negli uomini si chiama carattere, temperamento, psiche), anima razionale (la mente che comprende l’intelligenza, l’intelletto, la coscienza, l’autocoscienza e la ragione; in altri termini la possibilità esclusivamente umana di comprendere il mondo in cui l’uomo e le altre creature vivono) e anima spirituale (l’emozione dell’intelligenza, la creatività, il connubio di intelligenza + volontà, in grado non solo di comprendere il mondo ma anche di creare qualcosa nel mondo che prima non c’era). È chiaro quindi che quando si parla di relazioni umane si parla di spirito. Uno spirito che non si può comprendere pienamente, che soffia dove vuole, che dice un’assenza, l’assenza che nutre ciascun sentimento d’amore in quanto permette all’altro-da-me di esistere. Questo è quanto suggerisce anche lo scrittore e poeta francese Christian Bobin, il quale afferma che l’unico obiettivo del suo scrivere è «raggiungere in silenzio l’amore che manca ad ogni amore». 

La relazione dell’amore 

L’uomo dunque è relazione tra le sue diverse dimensioni (corpo, affetti e mente) così come è relazione la radice stessa del suo essere, ovvero lo spirito, l’energia vivificante di ciascuna delle tre. Ma per quanto chiarito il quadro antropologico, è comunque complesso, per non dire impossibile, tentare di analizzare esaustivamente la rosa di rapporti che intercorrono tra gli esseri umani. È per questo motivo che si è pensato di affrontare solo il tema dell’amore, inteso nel senso più ampio del termine, in quanto l’amore è relazione per antonomasia, dono di sé e accoglienza dell’altro. In un secondo momento sarà poi possibile proiettare questa analisi all’interno di un orizzonte di fede per verificare se e in che cosa tale relazione può mutare.
Vivere una relazione d’amore significa vivere un’esperienza per molti aspetti sconvolgente. L’amore tocca le corde più intime del nostro essere: le tre dimensioni umane (corpo, affetti e mente) vengono inevitabilmente coinvolte in un moto di allontanamento da se stessi e di apertura all’altro, il cui effetto è quanto meno disorientante. L’amore è esperienza lacerante tra forze incomponibili: tra le avventure del desiderio e il richiamo della casa, tra il bisogno di trascendenza (costitutivo della natura umana) e il terrore di perdere stabilità. L’amore si nutre di novità, mistero e pericolo, temendo il tempo, la quotidianità e la familiarità; contemporaneamente, e paradossalmente, si nutre anche del tempo, della quotidianità e della familiarità.
Come spiega Galimberti: «Privo di desiderio, l’amore garantisce tenerezza, intimità, sicurezza, ma non prevede l’avventura, la tensione e il senso del rischio che alimentano la passione. Dal canto suo il desiderio senza amore è stimolante, eccitante, vibrante, ma non ha l’intensità e il senso di un’elevata posta in gioco che rendono profonda la relazione. Non ci è dato, se non per brevi attimi, di fare esperienza nello stesso tempo dell’amore e del desiderio verso la stessa persona». Interessante, perché molto attuale soprattutto tra i giovani d’oggi, è la sua annotazione in merito all’amore on line: quando nell’amore si cerca solo sicurezza e stabilità, si tende ad evitare il desiderio o a deviarlo nella finzione dell’immaginario. Indirizzare il proprio desiderio verso una persona virtuale offre la possibilità di esplorare il proibito e il precario da un luogo sicuro, senza mettere a repentaglio le relazioni reali.
Ciò che però risulta maggiormente sconvolgente è scoprire che qualsiasi esperienza umana d’amore, anche la più autentica e matura, si accompagna all’esperienza della solitudine. È aprendosi all’altro che si sperimentano i propri limiti, limiti posti dalla presenza stessa dell’altro.
Più il rapporto si approfondisce più il senso di definizione e di solitudine aumenta: il desiderio di dono pieno, assoluto, eterno non può trovare appagamento in nessuna cosa o persona proprio in quanto costitutivamente limitate e transeunti. La soluzione non sta nel negare il problema, come propone la società occidentale odierna, attraverso il culto del corpo, della salute e attraverso tutti i dispositivi di divertissement (per dirla con Pascal) che distolgono dall’idea della morte e quindi della finitudine umana. Certo nemmeno il cinismo dei disillusi, o dei sedicenti realisti, porta lontano: il cinico anzi afferma di non poter offrire soluzioni (che di fatto non si danno) bensì solo uno sguardo disincantato della realtà. Ma per chi è alla ricerca di un senso – e i ragazzi in genere lo sono – anche questa posizione non è sufficiente. 

Due possibili orizzonti 

Si aprono dunque due orizzonti ultimi: quello di chi crede in una dimensione trascendente personale che garantisce un senso alla finitudine di questo mondo, e quello di chi crede ad un senso terreno delle relazioni umane a prescindere da un rimando ad altro.
Scrive C. S. Lewis: 

«Il sogno, infatti, di trovare il nostro fine, la cosa per cui siamo creati, in un paradiso di affetti puramente umani, non può avverarsi… Noi siamo stati creati per Dio: le persone che abbiamo amato su questa terra hanno risvegliato il nostro affetto solo in quanto avevano qualche elemento di somiglianza con lui. Il nostro errore non è stato quello di amarli troppo, ma di non esserci resi conto di che cosa veramente stavamo amando. Dio ha fatto parte di tutte le nostre innocenti esperienze di amore terreno, creandole, sostenendole e muovendole, istante dopo istante, dall’interno. Tutto ciò che in esse era autentico amore, anche qui sulla terra, è stato più suo che nostro, e nostro soltanto perché suo. In cielo non ci sarà l’angoscia né il dovere di staccarci dalle persone che abbiamo amato sulla terra perché le ritroveremo tutte in lui. Amando lui più di loro, le ameremo più di quanto non facciamo ora». 

D. M. Turoldo gli fa eco dalla cella di un convento: 

«E quando la notte fonda ha già inghiottito uomini e case / una cella mi accoglie esule dal mondo. Gli altri / nulla sanno di questa mia pace, di questi miei appuntamenti. / Allora egli mi attende solo, / a volte seduto sulla sponda del letto, / a volte abbandonato sul parapetto della grande finestra. E iniziamo / ogni notte il lungo colloquio. / Io divorato dagli uomini, da me stesso, a sgranare / ogni notte il rosario della mia disperata leggenda. / Ed egli a narrarmi ogni notte la sua infinita pazienza. / E poi all’indomani io, a correre / a dire il messaggio incredibile, / ed egli fermo al margine della strada / a vivere d’accattonaggio». 

Il secondo orizzonte si esplicita emblematicamente nella visione di Galimberti: la consapevolezza del limite, specificatamente umana, porta necessariamente l’uomo a pensare ad un’ulteriorità, che resta tale a prescindere dal fatto che la si intenda abitata da un Dio Persona o dal nulla. L’amore da un lato si rivela toglimento di morte (a-mors) in quanto supera il limite aprendo ad altro-da-sé.
Dall’altro lato, però, l’amore è anche anticipazione della morte nel corso della vita: «Se l’essere amato diventa la trasparenza del mondo, se ciò che attraverso di lui appare è l’essere pieno, illimitato, che oltrepassa di gran lunga i limiti dell’individualità, è pur vero che tutto ciò è possibile solo nella violazione della sua e della nostra individualità, quindi in un atto che richiama la dissoluzione della morte».
La relazione con l’altro-da-me è sempre una relazione pericolosa che oscilla tra equilibrio e sbilanciamento, abitudine e novità, bisogno di sicurezza e desiderio di avventura verso un oltre. Amore, figlio di Poro (l’abbondanza) e Penia (la povertà), è colui che viene inviato da Zeus agli uomini per curare l’antica ferita dopo avergliela inflitta: mediatore fra gli uomini e gli dei, Amore assurge a simbolo della condizione umana destinata ad un’incessante ricerca di pienezza senza poter distogliere lo sguardo dal proprio taglio. Come conciliare queste due opposte tendenze senza vivere una costante lacerazione?
Basterebbe saper accettare il cambiamento come condizione esistenziale dell’uomo: un cambiamento che riconfigura ogni volta la quotidianità senza distruggerla.
In altre parole, bisognerebbe valorizzare la flessibilità che non è instabilità, il dinamismo che non è irrequietezza, la vitalità che non è puro vitalismo. In questo i giovani hanno molto più da insegnare che non da apprendere dal mondo adulto, spesso incartapecorito perché baratta la felicità con la sicurezza.
Ferma restando la comune condizione esistenziale, la fede può rappresentare un valore aggiunto? Un giovane credente ha da guadagnarci qualcosa? Nulla da un punto di vista strettamente umano, tutto se si considera che la fede proietta ogni discorso su uno sfondo di speranza che concilia gli opposti.
La verità dell’uomo riposa sempre sul crinale tra senso e non-senso, ragione e follia, abitudine e avventura, perché il mistero su cui l’uomo poggia i piedi è infinitamente più grande della sua capacità di comprenderlo.
Krishnamurti insegna: «Non possiamo governare il vento, ma dobbiamo lasciare la finestra aperta». 

PER UNA RIPRESA DI GRUPPO O CLASSE 

• La questione fondamentale dell’articolo è la relazionalità come dimensione autenticamente umana. Spesso nel mondo della coniazione di oggi si confonde la relazione con un superficiale essere-in-contatto che spesso genera solo confusione e disorientamento. La relazione autentica è quella che nasce da una comunione di spirito.

Corpo, affetti e mente sono le tre dimensioni umane su cui si gioca ogni autentica relazione. È importate far capire ai giovani le dinamiche tra queste tre sfere umane, comunque coinvolte in ogni ambito della vita. Altrettanto importante è sottolineare che lo spirito ha a che fare con tutte e tre.

• L’amore come esperienza emblematica di relazione umana.
Suggeriamo alcune attività da poter svolgere con i ragazzi:
– Declinare le diverse forme d’amore che i ragazzi hanno sperimentato nella loro vita. Quali le differenze? Quali le analogie? Sapreste indicare una canzone per ogni tipologia d’amore trovata?
– È possibile spiegare cosa dia l’amore a chi non l’ha mai sperimentato? Che percezione della vita e della propria esistenza possono avere ragazzi che di fatto non sono mai stati amati da nessuno? (bambini abbandonati, bambini di strada, bambini soldato, bambini abusati, ecc.).
– Discutere, in piccoli gruppi (misti o divisi per genere), sulle differenze principali tra la personalità femminile e quella maschile.
– Analizzare il Cantico dei Cantici cercando di individuare differenze e analogie nel modo di guardare all’altro tipicamente femminile e maschile. 

Suggerimenti cinematografici:

– Pane e tulipani
– Casomai
– Il fantastico mondo di Amelie
– Il diario di Bridget Jones
– Amistad
– Jack Frusciante è uscito dal gruppo
– Le chiavi di casa
– Risvegli
– Qualcuno volò sul nido del cuculo 

Suggerimenti bibliografici:

– Bissi Anna, Il colore del grano, San Paolo, Cinisello Balsamo 1997.
– Bissi Anna, Dieci finestre sulla vita – itinerari oltre l’adolescenza, PIMEdit, Milano 2005.
– Bobin Christian, La parte mancante, Servitium, Troina 2007.
– Galimberti Umberto, Le cose dell’amore, Feltrinelli, Milano 2004.
– Mancuso Vito, L’anima e il suo destino, Raffaello Cortina Editore, Milano 2007.

 

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