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Si incontra Dio nello spessore fragile delle «mediazioni»


Riccardo Tonelli

(NPG 1980-10-35)


«Gesù disse: Io sono la via: io sono la verità e la vita. Solo per mezzo di me si va al Padre. Se mi conoscete, conoscerete anche il Padre, anzi, già lo conoscete e lo avete veduto.
Filippo gli chiese: Signore, mostraci il Padre: questo ci basta.
Gesù rispose: Filippo, sono stato con voi per tanto tempo e non mi conosci ancora? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: mostraci il Padre?» (Gv 14,69). Anche noi, come Filippo, vogliamo arrivare «subito» al Padre: la strada lunga e oscura dei segni sacramentali ci rende insicuri. Abbiamo l'impressione di non riuscire mai a toccare Dio mentre ci piacerebbe «parlargli» in un dialogo diretto e immediato, «vederlo» a faccia a faccia.
Questa pretesa ha giustificato, qualche volta, il tentativo di dare un ordine di importanza ai gesti della vita quotidiana, per distinguere tra quelli che mettono in diretto contatto con Dio e quelli che invece producono l'incontro solo a tappe lunghe. Sono nati così, anche nella Chiesa, i primi e i secondi della classe...
L'urgente ritorno ad una radicalità evangelica non potrebbe fare riaffiorare queste discriminazioni o non potrebbe nascondere la pretesa di attivare fili diritti con Dio?
Come reazione, in un folle gioco di estremizzazioni, qualcuno contesta la possibilità di incontrare Dio personalmente e riduce ogni tentativo di trascendere il concreto esperimentabile a alienanti proiezioni o a fantasie infantili.
L'amore all'uomo, il suo servizio e il dialogo interpersonale non solo hanno senso in sé, ma risultano l'unica e conclusiva possibilità aperta all'uomo. Dio resta mistero inaccessibile. Ma, allora, chi è il cristiano? In campo di pastorale giovanile tutto questo è pericoloso.
I giovani, infatti, da una parte hanno bisogno di consolidare nella loro struttura di personalità i tratti dell'incontro con Dio, perché non si riduca a momentaneo e sterile entusiasmo; e questo si realizza appunto attraverso la misura educativa delle mediazioni. D'altra parte, dal clima in cui viviamo, sono stati educati all'immediatezza esasperata, fino a considerare come alienante tutto ciò che richiede gradualità, attesa, lettura in profondità.
Dobbiamo perciò comprendere a fondo cosa significhi, per un credente, vivere in una «logica sacramentale»: incontrare Dio solo nello spessore fragile delle mediazioni.

Cosa significa «logica sacramentale»?

Nell'autocoscienza della comunità ecclesiale attuale è diffusa la consapevolezza che l'incontro con Dio si realizza, sempre e per tutti, non «a faccia a faccia», ma solo passando attraverso qualcosa (lo chiamo: mediazione) che ci conduce misteriosamente ma efficacemente a lui (in modo «sacramentale», appunto).
Certo, L'esistenza «salvata» è l'incontro immediato dell'uomo con Dio, prodotto dalla sua grazia. Questa salvezza e questo incontro che la produce, però, di fatto sono mediati: si realizzano in Gesù Cristo e, per lui, nell'umanità dell'uomo e in quel «germe» di umanità nuova costituito dalla Chiesa.
È importante sottolinearlo: mediazione della salvezza e immediatezza dell'incontro personale con Dio sono due fatti distinti, anche se complementari. L'uno è in funzione dell'altro, perché il secondo non si realizza se non attraverso il primo.
È avvenuto così in Gesù di Nazareth, la manifestazione radicale decisiva di Dio per noi. Egli è Dio con noi e per noi. Ma questa presenza e questo incontro passano sempre attraverso la sua umanità, rivelante e nello stesso tempo nascondente, come ci insegna la storia degli incontri che punteggiano la sua esistenza terrena. La sua umanità manifesta Dio come mediazione che si fa appello ad una decisione di fede, libera e responsabile. Solo nella fede che interpreta e supera la povertà del visibile, possiamo incontrare veramente Gesù il Cristo,
Lo stesso vale per la Chiesa e per la sua prassi sacramentale. La comunità ecclesiale è oggi infatti consapevole di essere solo «sacramento» (anche se universale) in ordine alla salvezza: un segno nel quale l'evento salvifico si comunica (= si manifesta) come appello ad una decisione esistenziale ed invita ad aprirsi alla accettazione della grazia di salvezza in questo segno oggettivamente contenuta.
Per ogni uomo l'incontro con Dio passa dunque attraverso mediazioni. Non ci sono scorciatoie; non si danno vie più dirette.

Le mediazioni tra visibile e mistero

Assodato questo fatto, possiamo confrontarci con un problema successivo, molto importante per le sue conseguenze.
I segni umani che costituiscono le mediazioni, producono l'incontro con Dio perché esiste una convenzione semantica, oppure per una ragione intrinseca che li ha costituiti capaci di questo processo? Il loro essere mediazione è legato ad un processo intenzionale oppure è un dato oggettivo, quasi ontologico?
La risposta, espressa nella fede della comunità ecclesiale, è perentoria: ciò che costituisce le mediazioni capaci di portare all'incontro con Dio, diretto e immediato, e il dono che Dio ha fatto di sé all'uomo. L'auto-comunicazione di Dio è ormai principio concostitutivo dell'esistenza umana.
Questo fatto produce almeno tre conseguenze.

Prima conseguenza. L'incontro salvifico con Dio attraverso le mediazioni non è legato alla consapevolezza che si possiede ne alla intenzione che viene posta, ma è costituito dalla cosa in sé, dalla sua struttura intrinseca. Non dobbiamo dimenticare che la radice della cosa in sé è un dono: è l'auto-comunicazione di Dio. L'umanità dell'uomo Gesù e i germi di questa umanità nuova diffusi in ciascuno di noi, sono luogo di incontro con Dio, perché Dio ha costituito l'uomo, in, Gesù Cristo, capace di questa radicale transignificazione.
A differenza dei segni umani, che sono normalmente costituiti nell'ordine dei segni dalla intenzione dei protagonisti, per la carica di significato di cui sono investiti, le mediazioni umane sono ontologicamente (anche se per dono e non per ragione autonoma) luogo di presenza salvifica di Dio.

Seconda conseguenza. La presenza salvifica di Dio nelle mediazioni è comprensibile pienamente solo nella fede. Solo, quindi, in questa decisione libera e responsabile di giocare tutto di sé in Dio e per Dio, ci si svela la verità più profonda e consistente della nostra esistenza umana. Mettere l'accento sulla fede significa sottolineare l'accoglienza del progetto di Dio e quindi ricentrare tutto sulla consapevolezza. La prospettiva, però, è molto diversa. L'intenzione, la «retta intenzione», non costituisce le mediazioni come luogo di incontro con Dio, perché questo è reso possibile da un intervento costitutivo, quasi strutturale; e non da un fatto intenzionale. L'intenzione però è decisiva per comprendere fino in fondo questa realtà: solo nell'intenzione di fede si comprende ciò che le mediazioni umane sono, nel progetto di Dio, per ogni uomo. Senza questa consapevolezza, espressa nella intenzione, si perde la dimensione di verità della realtà.
Dobbiamo quindi passare dalla intenzione pensata come costitutiva della trascendenza, alla intenzione vissuta come affermazione e svelamento. La «retta intenzione» non serve a dare un senso alle cose, quasi che le cose fossero deprivate di questo senso. L'intenzionalità di fede « riconosce» il senso profondo della realtà, lo afferma contro le visioni riduttive e atee, e lo svela: ci porta alla verità delle cose.

Terza conseguenza. In questa sacramentalità diffusa esiste un rapporto molto stretto tra ciò che si vede, che si incontra, che si manipola (lo chiamo: il visibile) e il significato-realtà che il visibile si porta dentro (lo chiamo: il mistero, nel senso cristiano del termine).
Da una parte, c'è un processo che dal visibile porta al mistero. Ciò che costituisce il visibile è il mistero che esso si porta dentro. La sua ragione di credibilità, di efficacia, di esistenza, è quindi sempre un «dono». Il nostro essere cristiani è fondato prima di tutto sul «riconoscimento».
Dall'altra parte, esiste un processo che va dal mistero al suo visibile, perché il mistero di Dio è incontrabile solo nel visibile che lo veicola. La responsabilità sacramentale di cui il visibile è stato investito spinge verso una sempre maggiore trasparenza, per esprimere meglio (o meno inadeguatamente) il mistero che si porta dentro. La nostra esistenza, costruita sul riconoscimento, porta alla «conversione»: sollecitazione ad una continua «qualificazione professionale», perché la trasparenza si gioca sull'autenticità umana del visibile, nel fatto cioè che l'umano diventa sempre più umanamente qualificato.
Passiamo così dalla dialettica tra immanenza e trascendenza alla categoria della «trasparenza». Le mediazioni sono sempre e restano sempre fatti umani, legati alla immanenza, soggetti a leggi che ripetono l'autonomia riconosciuta all'umano. Questa immanenza, questa «profanità» (l'umano in quanto umano) non è vissuta in contrapposizione alla trascendenza, quasi fosse un velo all'incontro con Dio, ma è esperimentata come il luogo dove incontrare, per trasparenza, il trascendente. Nella fede, L'immanente diventa «trasparente» di trascendenza. Anzi, più è umanamente qualificato, più è trasparente.

L'ambiguità delle mediazioni

Le mediazioni, per il loro intrinseco rapporto di visibile e mistero, sono sempre «ambigue»: rivelano e nascondono.
Se tutte le mediazioni sono ambigue, è indispensabile trovare un criterio di verificazione e di validazione: un principio che ci permetta di superare l'ambiguità misurandoci con qualcosa di rassicurante.
La comunità ecclesiale afferma di possedere in Gesù Cristo (e nella prassi messianica che realizza nel corso della storia il suo progetto salvifico) questo principio di verificazione.
Si incontra autenticamente Dio, solo se lo si incontra in Gesù Cristo. E si incontra autenticamente Gesù Cristo solo se ci si identifica con la sua causa, se si accoglie cioè nella propria esistenza la passione di Gesù per il Regno di Dio. Esiste dunque un criterio decisivo per valutare le mediazioni: le mediazioni sono autentiche se esprimono e concretizzano la passione per la causa di Dio nella passione per la causa dell'uomo, perché l'amore liberatore dell'uomo per l'uomo è il segno più eloquente dell'amore salvifico di Dio per l'uomo. Questo è infatti il Regno di Dio, annunciato e realizzato da Gesù.

Mediazioni celebrative e mediazioni prassiche

Ho affermato in modo generico che l'incontro con Dio si realizza attraverso mediazioni e ho motivato la mia affermazione mettendo l'accento sull'umanità di Gesù e su quella dell'uomo, come luogo dell'auto manifestazione salvifica di Dio.
Questa riflessione non serve solo a giustificare la scelta teologica. Essa indica anche in che cosa consistano globalmente le mediazioni: L'umanità dell'uomo è il visibile che si porta dentro il mistero che ci salva. Quando parlo di mediazioni, penso perciò a tutto l'umano, a tutta la storia personale e collettiva.
Per questo essa è sempre «storia di salvezza», storia dell'accoglienza o del rifiuto del progetto di Dio che la costituisce.
Non tutte le mediazioni sono identiche: non riusciamo a pensare ad una esistenza umana fatta di gesti tutti eguali, tutti programmati, tutti della medesima intensità.
Semplificando un poco le cose e utilizzando parole non molto espressive, posso tentare di riassumere le diverse mediazioni che percorrono l'esistenza cristiana, attorno a due poli di condensazione: le mediazioni celebrative e le mediazioni prassiche.
Le prime esprimono più direttamente la presenza operosa e salvifica di Dio nella storia, perché celebrano questa presenza nel rito liturgico e perché annunciano la radicale alterità e indisponibilità della presenza di Dio e del suo dono, unico principio di salvezza.
Sono le mediazioni che celebrano, nel rito liturgico e sacramentale, la potenza rinnovante di Dio: la comunione ecclesiale, i sacramenti, la Parola.
Le seconde, invece, esprimono più direttamente la responsabilità dell'uomo in questa unica opera di salvezza, perché celebrano la presenza di Dio nella responsabilità storica dell'uomo. Sono costituite dalle diverse prassi operose e liberatrici dell'uomo per l'uomo.
Ambedue sono nell'ordine delle mediazioni, perché realizzano un incontro con Dio attraverso la «porta stretta» dell'umano.
Per questo, ambedue sono «ambigue», come ricordavo. Le mediazioni celebrative possono scadere nel formalismo, nel ritualismo magico e così degenerano tanto che il segno nasconde il mistero. Quelle prassiche possono diventare chiuse e intristite nell'immanenza, accogliendo la logica del secolarismo.
Entrambe hanno bisogno di essere continuamente verificate e misurate sulla passione per il Regno. La distinzione tra mediazioni celebrative e prassiche non propone due modi di vivere a scelta, quasi ci potessero essere i cristiani che celebrano e non fanno nulla, e quelli che fanno e non celebrano. Mediazioni celebrative e prassiche sono egualmente importanti per l'esistenza cristiana. Anzi, penso all'esistenza cristiana come ad un continuo ideale che raccoglie in unita le singole diverse azioni ed esperienze, i cui poli estremi sono rappresentati appunto dalle celebrazioni e dalla prassi operosa. Tagliando i ponti con uno di questi poli, si rinuncia a qualcosa di costitutivo e di qualificante. E quindi si rinuncia a vivere da cristiani.
Di fatto però nelle singole azioni e nell'orientamento generale della vita, possiamo privilegiare il polo delle celebrazioni o scegliere di essere più vicini a quello della prassi. Avviene così anche nel ritmo ordinario della vita: a volte siamo più nel momento celebrativo e a volte più in quello prassico. Una scelta ha la stessa dignità dell'altra: esprime la stessa novità di vita, in cui siamo costituiti per dono, nel codice della diversa sensibilità personale. Chi sceglie, per ragioni personali o collettive, di privilegiare le mediazioni prassiche, deve ripensare quelle celebrative dalla prospettiva prassica.
Chi, privilegia invece le mediazioni celebrative, deve ripensare quelle prassiche da questa prospettiva.
Non si tratta di scegliere celebrazione contro azione. Ma di esprimere concretamente la dimensione non scelta a partire da quella privilegiata, in uno stile di esistenza così umanamente qualificato da esprimere la radicalità dell'Uomo nuovo annunciato nell'Evangelo.
E qui, appunto, sta il difficile, perché riaffiorano, in alcune comunità ecclesiali, le tentazioni ricordate in apertura.

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