Luciano Cian

(NPG 1980-1/2-67)


Se l'animatore oltre che un testimone, è un maestro, un educatore, una persona in grado di rivelare, amplificare, sintetizzare, condurre verso determinate mete la comunità che anima, ha bisogno di confrontarsi, di incontrarsi, di far propri certi contenuti, di apprendere certe metodologie per non dover inventare tutto da zero, fatica senza dubbio da evitare tenendo conto del molto che c'è da fare. In una parola occorre andare a scuola, scegliendo quelle scuole, istituti, corsi che meglio realizzino l'obiettivo: imparare ad essere animatori oggi, nella comunità cristiana che vive le promesse del Concilio Vaticano II e le speranze di una Chiesa animata dal Papa polacco.

QUALE « SCUOLA»?

Queste scuole esistono già. Sono di due tipi: uno a carattere universitario, presso istituti superiori di catechetica o di pastorale o di teologia; un altro a carattere non universitario con tempi più brevi, incontri meno frequenti e temi selezionati in funzione dell'obiettivo specifico: l'animazione nella comunità pastorale, religiosa, ecclesiale o anche civile.
Ci riferiamo soprattutto al secondo tipo perché ci pare sia un'aurora, una possibilità piena di prospettive e di speranza; è anche più facile inventarlo, offrirlo, animarlo e può rispondere meglio alle esigenze flessibili di una città, di un luogo, di poche persone. Anch'esso tuttavia si pone il problema del come sostenere una preparazione soddisfacente e senza dubbio di livello superiore, che non ha tuttavia quel carattere di ufficialità e pubblicità che hanno invece i titoli accademici.
Queste scuole sono ancora poco numerose e bisogna incoraggiarle, moltiplicarle trasformando alcune che già esistono ma che restringono la preparazione immediatamente ad un settore (per es. alcuni corsi per catechisti) per ampliarne le dimensioni e i contenuti. L'animazione infatti è di più che una semplice trasmissione di contenuti. Esse non sr propongono di raggiungere immediatamente la massa, ma curano la qualità di formazione in piccoli gruppi tanto numerosi quanto le possibilità di interazione e di scambi faccia a faccia lo consentono. Non si preoccupano primariamente di riempire le teste di nozioni ma di aiutare la vita degli animatori ad evolvere, utilizzando anche la loro esperienza, la saggezza di vita che hanno già maturato, la riflessione su quanto altri hanno elaborato, per suscitare nuovamente la vita negli altri che sono oggetto/soggetto, destinatari/protagonisti di animazione. Tali istituzioni puntano dunque sull'«essere», molto meno sul «sapere», sul «fare», sul «sapere-fare» non trascurando nulla di quanto può servire a predisporre la pasta alla presenza trasformante del lievito (= le energie di bene già presenti nel cuore di ogni persona insieme ai dinamismi della grazia donati nei sacramenti).
Le scuole di animazione così impostate non diventano facilmente centri di potere, cattedre di «sapere» intellettualistico ed illuministico; curano piuttosto la qualità del servizio e della promozione integrale di coloro che le accostano. Vivono il presupposto che le persone sono «già» tutte salvate e redente, ma che hanno bisogno di saperlo con maggiore chiarezza e completezza perché siano in grado di vivere, in scelte libere e responsabili, l'esperienza di essere «figli nel Figlio », già costruttori attivi della comunità ecclesiale mediante i propri doni e carismi, la cultura, la professione, la vocazione personale perché le persone e le strutture avvicinino il «non ancora» in cui sono immerse al «già» dell'utopia, dell'ideale, del futuro.
Una scuola di animazione ha come obiettivo la preparazione di animatori della comunità cristiana in senso generale; cura perciò la formazione di base del buon animatore tecnicamente preparato e armonico come persona. L'animatore catechista, o capo scout, o dirigente ACR, ADS... ha bisogno di trovare in altri contesti gli elementi «specifici» che gli servono per calarsi in una realtà concretissima e precisa. Possono esistere perciò due tipi di scuole per animatori: una che privilegia l'elemento globale (l'animazione senza ulteriori specificazioni) e un'altra che privilegia l'elemento specifico (catechesi per esempio). È possibile unificare le due prospettive. Non sempre è facile e non sempre risulta utile. È frequente infatti il caso di una scuola per animatori catechisti che trascura quasi del tutto gli aspetti contenutistici-globali per addentrarsi sullo specifico-metodologico anche in modo approfondito e completo. In questo caso è facile pensare che gli organizzatori non si preoccupano molto della formazione globale del catechista-testimone ed educatore, ma soprattutto del catechista-maestro o organizzatore, con relative perdite di entusiasmo e di impegno a breve o lunga scadenza. Il catechista ha anche bisogno di recuperare il senso del suo servizio, di «essere» o vivere ciò che annuncia; lo può raggiungere meglio collocando in un quadro ampio e significativo il suo servizio il quale, proprio perché specifico, preciso, concreto acquista un senso. Per viverlo vale la pena affrontare quanto richiede in tempo, energie, denaro, preparazione.

UN PROGETTO PER FARE IL «PROGRAMMA»

A nostro modo di vedere, una scuola per animatori ruota attorno a due momenti: uno contenutistico ed uno esperienziale.
Il primo si struttura come momento di analisi, di approfondimento teorico-pratico, di ricerca; il secondo come un momento o più momenti di convivenza, di esperienza e di vita. Il metodo di conduzione è vario:
- lezioni come incontro-dialogo programmate ed intenzionali, momenti di un curricolo, di un progetto formativo-cognitivo che prevedono contenuti precisi, proposti da persone competenti, non immutabili ma comunque da conoscere;
- incontri a piccoli gruppi per piccole ricerche, tirocini, esperienze preparate metodologicamente per ricavare occasioni di osservazione, organizzazione di materiale su cui riflettere, cambiamento personale;
- momenti di convivenze per conoscersi, aiutarsi, dialogare, vivere insieme delle precise esperienze guidate e supervisionate da animatori esperti, in grado di offrire un contributo di lettura profonda del proprio vissuto sui nuclei importanti.

Le scienze che entrano nel programma

Lezioni, incontri, esperienze, convivenze devono coprire l'arco delle varie scienze e precisamente tre aree importanti:
- L'area delle scienze descrittivo-analitiche-interpretative. Ad essa si rifanno la psicologia e la sociologia, soprattutto; ne fa parte anche la storia, l'etnologia ed altre meno pertinenti. Queste scienze aiutano a leggere la realtà, ad analizzarla. Non è possibile percorrere tutte le problematiche psicosociologiche, né studiare quanto le due scienze hanno elaborato fin qui; occorrerà fare delle scelte di teorie e analisi più aperte alla verità, meno ideologizzate o radicalizzate, più umaniste.
- L'area delle scienze normative-sintetiche. Essa include qualche elemento di antropologia filosofica (alcuni temi come: l'essere uomo nel rapporto con gli altri, la sua dimensione corporea, il significato della sua azione, della sua libertà, della sua storicità, il problema del male, della morte, la prospettiva della speranza...); la dimensione teologica (privilegiando alcuni temi: Gesù, la fede, la Chiesa, fede e politica...); la dimensione biblica (conoscenza dell'Antico e Nuovo Testamento per temi centrali come quello dell'Alleanza); la dimensione morale (un inquadramento della vita dell'uomo nuovo secondo la legge dell'amore, scegliendo per esempio il tema della sessualità-affettività). Queste scienze sono indispensabili per dare un senso globale e sintetico a quanto l'animatore fa nella comunità e dare spazio alla dimensione contemplativa-spirituale per non rischiare di diventare un «factotum», un manovale dell'animazione ma essere una persona unificata dai «profondi perché» recuperati appunto dalle scienze normative.
- L'area delle scienze metodologico-strategiche. È l'area più vicina al concreto e all'intervento. Ci pare che vi siano degli elementi irrinunciabili perché il testimone sia educatore e maestro: la metodologia pedagogica (per es. approfondire il «sistema preventivo di Don Bosco» per avere un metodo che serva di confronto con eventuali altri stili); la metodologia didattica (come insegnare ad esempio mediante la strutturazione del materiale in un progetto a dimensione curricolare: con analisi della situazione di partenza, contenuti, obiettivi finali ed intermedi, metodi e mezzi da utilizzare, momenti di verifica e di ridefinizione dell'intero curricolo); la dinamica di gruppo (essa si colloca come scienza nell'area psicosociologica, analitica; ma può essere qui collocata per quanto di tecnico essa esprime, aiutando a leggere la realtà interpersonale per modificarla promuovendo le persone).

I tempi forti per la maturazione della personalità

Un particolare cenno meritano le convivenze (dai 3 ai 6 giorni). Sono momenti di lavoro che utilizzano soltanto una metodologia di tipo induttivo e sono finalizzati alla maturazione della personalità degli animatori in alcune direzioni precise, scoperte come preminenti nella prospettiva di cui ci occupiamo nel presente elaborato.
L'animatore ha bisogno di rinnovarsi e cambiare. Ma per farlo si deve conoscere veramente, entrare dentro di sé ed elaborare il proprio vissuto senza paura, per conto suo o in gruppo, privatamente o accompagnato in un dialogo a tu per tu. Ha bisogno di avere davanti a sé la mappa della sua vita, i dinamismi che funzionano in lui e che altri, nell'educazione, hanno strutturato e che stanno per determinarsi a sua insaputa. Ha bisogno di prendere coscienza di se per fare poi opera di discernimento e di cambiamento profondo. Le zone che proponiamo sono un quadro di possibili convivenze nelle quali si affrontano i seguenti settori della personalità:
- Chi sono io? È la messa in chiaro della propria identità da riscoprire, ridefinire, coscientizzare profondamente a partire da ciò che sono.
- Come vivo il mio ruolo sessuale ed affettivo? L'affettività ha una parte preponderante nella vita di ogni persona. Molti credono di amare ma in realtà vivono le conseguenze del non-amore o le dinamiche di un amore troppo emotivo-sensibile o troppo razionale-cerebrale-volontaristico. Una qualità di amore è essenziale all'animatore perché realizzi efficacemente il suo servizio.
- La mia capacità di relazione d'aiuto. L'animatore vive il rapporto a tu per tu, personalizzato in molte occasioni soprattutto se favorito da un piccolo gruppo, il quale lascia spazio sufficiente per interessarsi di tutti singolarmente. Ma come i singoli vengono accostati? Il colloquio come si svolge? Che atteggiamenti intrattiene l'animatore? È autoritario, manipolativo, investigativo, direttivo, permissivo, empatico? Come occorre porsi di fronte ad una persona che cerca in me aiuto, appoggio, consiglio?
- Il mio modo di vivere la relazione dl gruppo. Si tratta di prendere coscienza del come ciascuno vive nel momento collettivo. Ci sono dinamiche inconsce da rivelare e coscientizzare, delle attenzioni da favorire per promuovere il progresso del gruppo, dei freni o blocchi da rimuovere per farlo vivere, delle tensioni e conflitti da superare, dei condizionamenti e ruoli da far evolvere. Come l'animatore deve fare con ciò che è e sa?
- La mia relazione con Dio e la qualità del mio cammino spirituale. La presenza dell'animatore nel gruppo interpreta, rivela, annuncia, amplifica, sintetizza un'altra Presenza, quella del Padre e del suo amore. È importante che prenda in mano se stesso, che riveda la posizione del suo cammino spirituale in una visione globale, che colga i punti-chiave di esso, le tappe che deve percorrere per vivere Dio (i miei principi, la legge morale, gli intermediari di Dio, l'ascesi, la personalizzazione del rapporto con Dio nella preghiera, la parte dell'uomo e la parte di Dio in una sequenza di crescita spirituale).
Queste esperienze fatte in gruppo hanno come oggetto la vita dei partecipanti, i dinamismi che vivono, con cui entrano in relazione, le leggi che già regolano il loro cammino affettivo, spirituale, psichico verso la vita e la pienezza d'essere. Questi incontri non sono interessati alle idee sulla vita di gruppo, sul rapporto interpersonale, sull'affettività in astratto: si possono per questo leggere dei libri ed aggiornarsi rapidamente; non sono nemmeno un'occasione per ricercare una filosofia particolare su un dato argomento. Sono un aiuto per capire ciò che ognuno vive e come lo vive nel momento educativo, nelle relazioni che giornalmente costruisce per verificarne la portata promozionale ed eventualmente mutare direzione.

Obiettivo: il cambiamento

L'obiettivo è appunto il cambiamento; anzi questo è il «test» vero e proprio che assicurerà, a tempi lunghi, la validità del lavoro portato avanti così: l'animatore vivrà meglio, i vicini utilizzeranno senza saperlo della sua maturità, costateranno che la sua personalità è attraente, solida ed armonica anche se non sapranno qualificare il perché.
Le convivenze così impostate diventano un piccolo laboratorio di ricerca che aiuta a liberare da alienazioni e paure mediante la presa di coscienza di ciò che si è e si vive; con una preoccupazione pedagogica di fondo: autoeducarsi mediante la saggezza di vita che tutti hanno, opportunamente ridestata e rivissuta, rintracciata e ridefinita con l'aiuto del gruppo. Questo metodo è assai più efficace di un corso di aggiornamento perché la possibilità di prendersi in mano, di dirsi, di ascoltare senza pregiudizi e con totale accogliente serenità allarga i propri orizzonti, risveglia la propria vita profonda, ci si lascia provocare e così emergono realtà mai percepite prima di allora.