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Come nel «catechismo dei giovani», evangelizzare Gesù Cristo «narrando» una storia interpellante


Riccardo Tonelli

(NPG 1980-6-3)


Nel precedente articolo sui «Criteri per un corretto annuncio di Cristo ai giovani» (1980/4), l'autore aveva suggerito la categoria biblica del «narrare», come modello particolarmente significativo di evangelizzazione.
Anche il «Catechismo dei giovani» ha fatto questa scelta. La parte centrale, infatti, che contiene l'annuncio di Gesù Cristo, rappresenta un interessante esempio di «annuncio narrato». Nell'annuncio si intrecciano la storia di Gesù, la storia del popolo che lo ha atteso e quella della comunità apostolica che lo ha testimoniato, i problemi e la fede dell'attuale comunità ecclesiale, in un 'unica storia provocante e interpellante.
Questo orientamento non rappresenta solo una istanza viva nell'attuale riflessione teologica, ma possiede una consonanza particolarmente alta con la sensibilità dei giovani d'oggi.
In un tempo di crisi culturale, molti movimenti, anche ecclesiali, stanno ora riscoprendo il gusto della narrazione. Raccontano le loro esperienze, narrano le loro storie di conversione, ripetono i racconti biblici. Siamo di fronte ad una pericolosa regressione o si sta scoprendo qualcosa che nel cristianesimo era stato troppo represso? In questo articolo, riprendiamo le indicazioni di principio per riformularle in suggerimenti metodologici.
Ne nasce una importante prospettiva di pastorale giovanile, almeno a grandi linee, che risulta capace di coniugare bene evangelizzazione e promozione umana, fede e vita.
Certo, per diventare concretamente operativa la proposta richiede un lavoro ulteriore. Per il momento lo affidiamo alla sensibilità degli operatori, con la speranza di ritornarci presto a livello di rivista, anche mediante l'offerta di strumenti pastorali. Il «Catechismo dei giovani», del resto, è già un autorevole esemplare.

 

La fede comporta il confronto e l'accettazione di un messaggio rivelato. Ma questo si compie in Gesù Cristo e diventa comprensibile solo nella fede in Gesù Cristo. «Il segno di Dio nel mondo, che solo rende univoci e certi tutti gli altri segni, per i cristiani è Gesù Cristo. È il segno e il testimone della fede. Da lui dunque deve partire ogni fondazione della fede. Con lui sta o cade la fede cristiana».[1]
L'incontro con Gesù Cristo è perciò l'obiettivo costitutivo di ogni azione pastorale e, nello stesso tempo, condizione indispensabile per il raggiungimento di quella reale integrazione tra fede e vita che è la misura dell'autenticità della vita cristiana
Integrazione tra fede e vita e incontro personale con Gesù Cristo si richiamano reciprocamente.
Gesù Cristo non è la punta più profonda delle domande che il giovane si pone sul senso della propria vita; non è l'esito assicurato a chi percorre fino in fondo il processo di approfondimento della propria esperienza. Tra gli interrogativi umani autentici è l'annuncio di Gesù Cristo c'è continuità di significato, perché Gesù Cristo è la risposta di Dio a questa domande. Ma c'è contemporaneamente un salto radicale, perché egli è fondamentalmente dono gratuito, proposta interpellante. Non basta quindi comprendere a fondo la propria esistenza quotidiana, per incontrare Gesù Cristo.
È necessario sempre un annuncio. Solo annunciando questo evento che ci interpella, possiamo parlare di Gesù Cristo.
Come realizzare questo annuncio? Il «Catechismo dei giovani» ha fatto una scelta molto interessante, che corrisponde ad un orientamento diffuso nell'attuale produzione teologica: L'evangelizzazione come «narrazione» di una storia interpellante.
Approfondiamo questa prospettiva, con prevalente attenzione metodologica.

EVANGELIZZARE È «NARRARE» UNA STORIA

«Il cristianesimo, in prima istanza, non è una comunità che argomenta e interpreta, bensì proprio una comunità che narra».[2]
Esso infatti annuncia esperienze salvifiche che trascendono gli schemi della logica umana. Restano normalmente indicibili, se non vengono formulate in una struttura linguistica di tipo narrativo.
Pensiamo all'evento della morte e resurrezione di Gesù Cristo, per fare l'esempio nodale: riusciamo più facilmente a raccontarlo che ad esprimerlo adeguatamente nelle categorie logico-argomentative.
Certo, la Bibbia contiene anche testi che non presentano un carattere narrativo; i testi più importanti, quelli più significativi dal punto di vista religioso, sono però chiaramente delle narrazioni. «Gesù di Nazareth ci si presenta prevalentemente come una persona narrata, spesso anche come narratore narrato, e i discepoli compaiono in veste di persone che ascoltano questi racconti, che a loro volta tramandano quanto hanno ascoltato e lo ripetono per via orale o per iscritto. Queste narrazioni sono così giunte fino a noi».[3]
Purtroppo, a contatto con il mondo ellenistico, il cristianesimo perse presto la sua innocenza narrativa. La narrazione passa oggi come un'occupazione poco seria e, soprattutto, poco scientifica. Si ritiene processo maturo e convincente solo quello che si trasforma in argomentazione logico-critica.
In un tempo di crisi culturale, molti movimenti, anche ecclesiali, stanno ora riscoprendo il gusto della narrazione. Raccontano le loro esperienze, narrano le loro storie di conversione, ripetono i racconti biblici.
Siamo di fronte ad una pericolosa regressione o si sta riscoprendo qualcosa che nel cristianesimo era stato troppo represso?
La forte capacità di presa che questi movimenti hanno nel mondo giovanile, sembra mettere sotto giudizio un modello pastorale troppo diffuso. Ci fa toccare con mano che «la nostra predicazione e la nostra pastorale non sono in crisi perché si narrerebbe troppo, bensì proprio perché non si narra più correttamente, perché non siamo in grado di narrare con degli effetti pratico-critici, con una intenzione pericolosa-liberante».[4]

Ecco cosa significa concretamente «narrare»

Cosa significa «narrare»? Cosa qualifica la narrazione rispetto alla argomentazione?
La risposta la troviamo in un racconto.
«Il racconto è lo stesso avvenimento, ha l'unzione di un atto sacro. (...) Sai pregò un rabbi, il cui nonno era stato alla scuola di Baalschem, di raccontare una storia. "Una storia, egli disse, la si deve narrare in modo tale che possa essere d'aiuto". E raccontò: "Mio nonno era paralitico. Un giorno gli si chiese di narrare una storia del suo maestro. Ed allora prese a raccontare come il santo Baalschem, quando pregava, saltellasse e ballasse. Mio nonno si alzò in piedi e raccontò. Ma la storia lo trasportava talmente che doveva anche mostrare come il maestro facesse, saltando e ballando pure lui. E così, dopo un'ora, era guarito. È questo il modo di raccontare le storie».[5]
Questo testo ci aiuta a comprendere che cosa è, in fondo, «narrazione». E, con un minimo di trasposizione, ci suggerisce quali sono le caratteristiche che deve possedere una narrazione per diventare evento di salvezza, momento di evangelizzazione, senza banalizzarsi a vuota fabulazione o senza fare del racconto un semplice «esempio», che serve solo a conquistare l'attenzione, per poter poi ritornare ai ragionamenti astratti.
In primo luogo, il racconto esige la comunicazione pratica della esperienza che esprime. Così il narratore e gli ascoltatori sono coinvolti nell'esperienza narrata. Ciò che il narratore racconta, lo ricava dall'esperienza che narra. E lo rende di nuovo esperienza per coloro che ascoltano la sua storia.
In secondo luogo, come conseguenza logica, il racconto si caratterizza per l'intenzione performativa e non semplicemente informativa. La sua struttura linguistica, infatti, non è finalizzata a dare delle informazioni, ma a sollecitare ad una decisione di vita. Sono storie che spingono alla sequela.[6]
In terzo luogo, il racconto deve possedere, in qualche misura, la capacità di produrre ciò che significa, per essere segno salvifico. Non si tratta di ricavare dalla memoria di un calcolatore una serie di informazioni fredde e impersonali, ma di liberare la forza critica racchiusa nel racconto. Il racconto si snoda con un coinvolgimento interpersonale così intenso da vivere nell'oggi quello di cui si fa memoria. Così la storia diventa racconto di speranza.
La quarta annotazione riprende e sintetizza quelle precedenti: il racconto è nello stesso tempo memoria e fede: ripresa di un evento della storia e espressione della fede appassionata del narratore. Nel racconto si intrecciano molte storie: quella narrata, quella del narratore e quella degli ascoltatori.
Ripetere un racconto non significa riprodurre un evento sempre con le stesse parole, ma riesprimere la storia raccontata dentro la propria esperienza e la propria fede. Lo testimonia anche la prassi della comunità apostolica nella redazione dei Vangeli.
Si pensi, per fare l'esempio più evidente, alle narrazioni dell'ultima Cena. Lo stesso evento è narrato in modo diverso dai Sinottici, da Giovanni (che a prima vista sembra non riportare questo episodio) e da Paolo.
Questa diversità è originata dalla necessita di rispondere a problemi esistenziali molto differenti: la catechesi sul mistero nei Sinottici, L'invito a riprendere il gesto di diaconia totale di Gesù per dare verità all'Eucaristia in Giovanni, la piena condivisione che supera ogni discriminazione in Paolo.
Come si vede, il racconto evangelico coinvolge nella sua struttura lo stesso evento narrato, la vita e la fede della comunità narrante, i problemi di coloro a cui il racconto si indirizza.
Questo coinvolgimento assicura la funzione performativa della narrazione. Se essa volesse prima di tutto dare informazioni corrette, si richiederebbe la ripetizione delle stesse parole e la riproduzione dei medesimi particolari. Se, invece, il racconto ci chiede una decisione di vita, è più importante suscitare una forte esperienza evocativa e collegare il racconto alla concreta esistenza. Parole e particolari possono variare, quando è assicurata la radicale fedeltà all'evento narrato, in cui sta la ragione decisiva della forza salvifica della narrazione. «Alla sequela di Cristo, del narratore narrato di Nazareth, ci si può dunque raffigurare un cristianesimo simile ad una catena senza fine di racconti che si tramandano di generazione in generazione: fides ex auditu».[7]

LA COMUNITÀ ECCLESIALE NARRA LA STORIA DEL SUO SIGNORE

Abbiamo suggerito una precisa e impegnativa scelta di metodo: L'evangelizzazione per essere significativa e salvifica per i giovani d'oggi, deve diventare racconto di una storia provocante e interpellante. Questa scelta comporta l'abbandono di ogni falsa pretesa oggettivistica e richiede il coraggio di piegare anche l'irrinunciabile dimensione dottrinale e morale ad una intensa esperienza globale, capace di coinvolgere l'evento di Dio, la fede di chi annuncia e la speranza di chi ascolta.
Dobbiamo approfondire e precisare queste esigenze. E lo facciamo sviluppando alcune riflessioni, in successione logica.

Soggetto è la comunità ecclesiale

Soggetto di questa narrazione è la comunità ecclesiale: L'insieme dei credenti, che confessano che Gesù è il Signore. È un soggetto totale, anche se differenziato per responsabilità e funzioni. La ragione è semplice; purtroppo la pratica pastorale è invece più complessa. «Costatiamo un fatto: comunque ci si collochi, ci sono dei cristiani, ci sono cioè delle persone che si rifanno a Gesù, che lo confessano, che lo celebrano come il Cristo. Qui e non altrove c'è il punto di partenza effettivo di ogni domanda che porta a Gesù Cristo - intendiamoci bene: sia su Gesù che su Gesù Cristo. In altre parole, bisogna considerare che la questione di Gesù Cristo va sempre posta a partire da ciò che di fatto la pone: il fatto cristiano stesso, nel contesto storico attuale. A coloro che si interrogavano attorno a questo soggetto, Gesù già rispondeva con queste sole parole: "Venite e vedete" (Gv 1,39). Non ci sembra esista alcun motivo per cambiare metodo. La responsabilità della fede in Gesù Cristo incombe su coloro che credono in lui. Tocca a loro invitare coloro che si interrogano ancora su questo problema, a fare, come loro e con loro, la conoscenza e l'esperienza del fatto cristiano: "Venite, vedete, decidete"».[8]
L'Evangelii nuntiandi afferma la stessa esigenza anche se con parole diverse, quando afferma che l'evangelizzazione «è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare.[9]
Quando l'accento è posto sulla comunità che narra, si tocca con mano la funzione dell'adulto e del testimone della fede nei confronti dei giovani.
Oggi costatiamo una grave crisi di memoria nella condizione giovanile; molti giovani infatti si sentono senza padre e senza passato e c'è uno scollamento profondo con il mondo degli adulti. Questo sradicamento è fonte di disperazione esistenziale: chi è senza passato e anche privo di prospettive.
È urgente aiutare questi giovani a ritrovarsi dentro una storia, gomito a gomito con gli adulti, per fare assieme un futuro più umano.
La comunità ecclesiale può diventare luogo di contatto e di confronto e allargare questa esperienza alla convivenza sociale.
Se pretende di insegnare in modo distaccato e autoritario, lo scarto generazionale si approfondisce invece di colmarsi. Se narra della sua storia, ritornando al suo passato provocata dalle domande che emergono nel presente (chi è Gesù Cristo? dal momento che esistono persone che credono in lui e vivono in modo interpellante), L'adulto (e il ministero presbiterale e magisteriale) ritrova il suo posto di testimone e di animatore della comune crescita.

Un racconto tra fede e storia

L'annuncio di Gesù Cristo, realizzato dalla comunità ecclesiale, è il racconto, espresso nell'entusiasmo e nella passione della fede, dell'esperienza che essa ha fatto del suo Signore.
La comunità ecclesiale non pretende di dire la parola unica e definitiva su Gesù Cristo. Sa di poter parlare di lui solo all'interno della sua esperienza storica, utilizzando le parole umane delle sue vicende quotidiane, anche se è consapevole di offrire una parola certa, efficace, che può suscitare altre decisioni di vita e nuove esperienze di fede, perché continuamente animata dallo Spirito del suo Signore.
Racconta la storia del suo Signore non per fare proseliti [10] né per convincere sul filo dei ragionamenti e delle logiche umane, ma per dare le ragioni della speranza che la pervade e per interpretare i segni di speranza che in essa lo Spirito continuamente compie. Nel suo racconto evangelizzatore, la comunità ecclesiale intreccia gli eventi della storia di Gesù che riprende dalla sua memoria, la sua fede in lui, i gesti del suo passato che riconosce come luogo privilegiato del farsi concreto della storia di salvezza, i problemi che il quotidiano le lancia e le attese e i bisogni dei giovani. Per questo intreccio di fede e storia, essa evangelizza rispondendo a domande. Ma non riduce mai la sua missione a dare risposte solo quando è interrogata esplicitamente, perché è consapevole che, raccontando la storia provocante di Gesù Cristo, essa sollecita e educa anche la domanda giovanile nei suoi confronti.
Come si vede, in questa riflessione partiamo da una constatazione e formuliamo una esigenza.
La costatazione è quella sottolineata spesso dalla sensibilità ermeneutica: la parola di Dio per poter essere parola per l'uomo si esprime nelle parole dell'uomo. Noi abbiamo detto: L'evento di Dio, che è nel cuore della storia, si manifesta attraverso la parola di fede della comunità ecclesiale.
L'esigenza ci riporta sul terreno metodologico: per risultare salvifica nei confronti dei giovani d'oggi, L'evangelizzazione realizzata dalla comunità ecclesiale deve incarnarsi nelle loro attese (anche se in modo critico: accogliendo e superando, rispondendo e provocando).
Quando l'evangelizzazione si costruisce come «narrazione», è più facile possedere e rispettare questa coscienza ermeneutica, perché ogni racconto è sempre tra fede e storia. [11]

La storia di Gesù il Cristo

L'oggetto del racconto salvifico della comunità ecclesiale è la storia di Gesù il Vivente.
Alle domande religiose che emergono dalle esperienze quotidiane quando sono comprese nella loro profondità, la risposta della fede è la persona di Gesù Cristo. In Gesù conosciamo il Padre e lo Spirito; nella sua persona incontriamo i contenuti della nostra fede. Per questo, oggetto della nostra fede è Gesù Cristo e solo in lui, unificati e vivificati nella sua persona, la comunità ecclesiale evangelizza le dimensioni dottrinali e morali della esistenza cristiana.
Come presentare Gesù Cristo, perché l'incontro con lui sia veramente confessione dell'evento di salvezza che il Padre ci dona?
La riflessione cristologica attuale offre risposte non sempre omogenee a questa domanda cruciale. Noi preferiamo seguire l'approccio offerto da RdC, per il suo esplicito riferimento pastorale. Lo ricordiamo attraverso alcune citazioni, che indicano una metodologia coerente con tutto il nostro progetto.
Il confronto e l'incontro avviene normalmente nel fascino che promana da Gesù di Nazareth, «L'Uomo perfetto, che ha lavorato con mani d'uomo, ha pensato con mente d'uomo, ha agito con volontà d'uomo, ha amato con cuore d'uomo. "Nessun uomo ha mai parlato come parla costui", con autorità, con libertà e dolcezza, indicando le vie dell'amore, della giustizia, della sincerità. Nessuno ha parlato del mistero di Dio, come lui, rendendo possibile un'alta esperienza del Padre, che è nel segreto e vede nel segreto, che è pronto alla misericordia».[12]
Contro ogni riduzionismo, si afferma il nesso inscindibile tra il Gesù terreno, il Gesù risorto e il Gesù testimoniato dalla comunità dei credenti.
L'incontro con l'umanità storica di Gesù, con la sua persona ricca ed affascinante può avvenire in molti modi. È importante mettere «particolarmente in luce i lineamenti della personalità di Gesù Cristo, che meglio lo rivelano all'uomo del nostro tempo: la sua squisita attenzione alla sofferenza umana, la povertà della sua vita, il suo amore per i poveri, i malati, i peccatori, la sua capacità di scrutare i cuori, la sua lotta contro la doppiezza farisaica, il suo fascino di capo e di amico. la potenza sconvolgitrice del suo messaggio, la sua professione di pace e di servizio, la sua obbedienza alla volontà del Padre, il carattere profondamente spirituale della sua religiosità».[13]
L'incontro con l'uomo Gesù di Nazareth deve però condurre a professare che questo Gesù è il Signore per «far entrare nella pienezza della sua divinità».[14] Si incontra con verità Gesù solo quando, nella fede, si confessa che egli è il Cristo, il Figlio di Dio. «Questo Gesù, infatti, Dio lo ha costituito Signore. Egli stesso si è proclamato Figlio di Dio e si è appropriato il nome di Dio. È il "Figlio proprio" di Dio l'immagine del Dio invisibile, inabita in lui corporalmente tutta la pienezza della divinità. È il Verbo di Dio che si è fatto carne e che abitò tra noi; è il Dio unigenito che ci ha fatto conoscere il Padre».[15] «Gesù Cristo ci introduce nel mistero di Dio, Padre e Figlio e Spirito Santo. Rivelandosi come il Messia, il Figlio di Dio, Egli ha rivelato, nello stesso tempo, il Padre e lo Spirito Santo».[16] Quest'ultima citazione ricorda una dimensione importante della confessione di Gesù Cristo: in Gesù abbiamo conosciuto il Padre, egli è la rivelazione di Dio.
Il Dio di Gesù distrugge spesso l'immagine deturpata che noi ci facciamo di Dio: una immagine che è la proiezione dei nostri sogni e delle nostre paure. Confessare che Gesù è il Signore significa perciò adorare il vero volto di Dio che Gesù ci ha rivelato, rifiutando le immagini idolatriche di Dio.[17]
L'evento di salvezza che è Gesù Cristo è mistero presente nella Chiesa, oggi.[18] L'incontro con Gesù avviene oggi attraverso le mediazioni storiche: la comunità ecclesiale, soprattutto nella celebrazione eucaristica, gli avvenimenti della storia, il fratello, il povero e l'emarginato...
Si confessa che Gesù è il Signore quando si interpretano queste mediazioni in una lettura di fede, riconoscendo in esse - e soprattutto nella celebrazione eucaristica, «il momento più importante» di questo incontro [19] - che il Signore Gesù, vivente nella storia, «è sempre presente e sempre il medesimo, ieri, oggi e in eterno».[20]

NARRARE LA STORIA DI GESÙ PRODUCENDO OGGI «COSE MERAVIGLIOSE»

Il racconto della storia di Gesù Cristo è sempre un evento salvifico. Per questo deve riprodurre. almeno come parziale anticipazione. Le cose meravigliose di cui fa memoria e verso cui sollecita la speranza. La comunità ecclesiale è consapevole di queste esigenze. Può essere formulata, in un tono un poco teorico, nella ricerca relativa al rapporto tra evangelizzazione e promozione umana. O può essere espressa nei termini più concreti dell'Evangelii nuntiandi, che definisce l'evangelizzazione come un processo composto di testimonianza e di annuncio: la comunità ecclesiale evangelizza ponendo i gesti concreti della speranza (testimonianza) e interpretandoli nella parola che ne dà le ragioni (annuncio).[21]
Il rapporto tra testimonianza e annuncio si riconduce alla storia dello zoppo del villaggio, ricordata dagli Atti degli Apostoli (At 3 e 4). Pietro annuncia allo zoppo che Gesù è il grande salvatore, restituendogli la capacità di camminare. E fa questo gesto di promozione umana (la guarigione), narrandogli la storia di Gesù di Nazareth, che ha guarito molti zoppi. Lo zoppo scopre che si tratta di una storia interessante, tanto da decidersi profondamente per questo Gesù, proprio mentre sente ritornare l'energia vitale nelle sue gambe rattrappite.
Come si nota, si intrecciano gli elementi costitutivi della narrazione: la storia narrata, la fede del narratore e quella suscitata nell'ascoltatore, L'efficacia sacramentale del racconto, che produce cose meravigliose come anticipazione di quello che promette.
Approfondiamo ancora queste considerazioni, importanti per il nostro progetto metodologico.
Non si può raccontare da estranei, da spettatori disinteressati. La comunità ecclesiale, raccontando di Gesù che salva e libera, si sente coinvolta nella sua passione liberatrice e si immerge nelle situazioni che invocano liberazione. Il ricordo di Gesù Cristo è per essa «memoria» che spinge alla prassi di liberazione totale.[22]
Troppe volte, però, le situazioni di alienazione restano nella loro tragicità, perché solo alla fine dei tempi la salvezza di Gesù Cristo esploderà in tutta la sua luminosità liberatrice. Bisogna perciò parlare con concretezza e rispetto della sofferenza dell'uomo, altrimenti il nostro annuncio di salvezza si riduce a pura retorica o, peggio, può suonare insulto a chi si dibatte nelle difficoltà quotidiane.
Il racconto di Gesù Cristo, a differenza della argomentazione, «opera in modo poco appariscente e senza pretese. Non possiede la chiave dialettica né la deriva dalle mani di Dio, una chiave che consentirebbe di mettere in luce tutti i processi oscuri della storia, senza averli prima percorsi e superati».[23]
Il Dio della ragione logico-argomentativa, il dio dei filosofi, può muoversi tranquillamente sopra le teste di uomini piegati, fiaccati e distrutti dalla storia delle loro sofferenze. Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio narrato, ci costringe a dare una precisa e concreta storicità all'annuncio di salvezza. E ci coinvolge, perché narriamo una storia che è intersecata dalla storia di Gesù e dalla nostra.
E così la comunità ecclesiale, che narra di colui che ha dato la vista ai ciechi e ha fatto camminare gli storpi, fa i conti con la quotidiana fatica di sanare i ciechi e gli storpi di oggi. Anche se annuncia una liberazione definitiva solo nella casa del Padre, tenta di anticipare i segni nella provvisorietà dell'oggi. Come lo scriba evangelico, dalla sua fede nel Signore la comunità ecclesiale saprà trovare la parola giusta, la parola di salvezza, per ogni concreta situazione. Ai giovani attanagliati dall'angoscia, essa racconterà una storia che produce speranza e gioia di vivere; ai giovani sicuri nella potenza infernale del consumo, della ideologia immanente, del denaro, del sesso, della violenza, essa racconterà la storia provocante di Gesù che genera la vita dalla sua morte; ai poveri che cercano il pane del lavoro, della sicurezza sociale, dell'incontro, la comunità ecclesiale racconterà del suo Signore che imbandisce la tavola con impensata abbondanza, in una festa dove il posto privilegiato è riservato a quelli che non contano. La comunità evangelizza Gesù Cristo narrando, in modo efficace, queste diverse concrete storie.

UNA STORIA INTERPELLANTE

Abbiamo già ricordato che il modello narrativo si caratterizza per una precisa intenzione performativa.
La comunità ecclesiale sa che l'esito della sua evangelizzazione è sempre imprevedibile. Può spalancare l'esistenza dei giovani ad una confessione entusiasmante per Gesù il Signore o può produrre un rifiuto radicale nei suoi confronti. Essa, infatti, è consapevole di essere solo mediazione sacramentale, sempre povera e lacerata, per quel misterioso gioco tra l'amore di Dio e la libertà dell'uomo nel cui intreccio si attua il processo di salvezza.
Narra però la storia di Gesù non in modo rassegnato né distaccato, quasi le bastasse aver assolto la sua missione, «programmando l'imprevedibile».[24]
L'indifferenza la tormenta. Vuole una scelta di vita: per Gesù il Cristo o per la decisione, folle e suicida, di salvarsi senza di lui.
Per questo evangelizza narrando. E narra, anticipando le cose meravigliose di cui narra, per interpellare meglio, per coinvolgere più intensamente In un tempo in cui il pluralismo è diventato motivo di rassegnazione e di indifferentismo e in cui la crisi diffusa allontana la capacità di decisioni, la comunità ecclesiale narra la storia di Gesù Cristo, consapevole che essa è autentica, solo quando viene avvertita come una storia interpellante. E moltiplica incessantemente le occasioni che sollecitano a questa precisa opzione di campo.


NOTE

[1] Kasper W., Introduzione alla fede (Brescia 1972) 51.
[2] Metz J.B., Breve apologia del narrare, in Concilium 9 (1973) 87.
[3] Weinrich H., Teologia narrativa, in Concilium 9 (1973) 69-70.
[4] Metz J.B., Breve apologia 87.
[5] L'esempio è ripreso da Schillebeeckx E., Gesù. La storia di un vivente (Brescia 1976) 9 e 714, 71-74. Per l'esigenza di realizzare l'evangelizzazione «raccontando», si veda Della Torre L., Per una catechesi narrativa, in Come dire la fede. Quale linguaggio nella catechesi (Roma 1979) 51-59 (contiene bibliografia).
[6] Cosa intendiamo per linguaggio informativo? Intendiamo un corpo di proposizioni con le quali chi parla o scrive vuole comunicare ad un altro un fatto, vuole informarlo mediante la sua parola su di una realtà presente passata o futura. Il linguaggio in tal caso comunica, informa. Che cosa è invece un linguaggio performativo? E una parola che non punta a dare informazioni su qualcosa che esiste o esisterà, ma che vuole indurre a porre in esistenza un fatto nuovo, vuole far creare qualcosa che non c'è ancora o dare consistenza maggiore a ciò che esiste, che vuole "performare", ossia porre in chi ascolta la responsabilità di una decisione creativa» (Gozzelino G., L'inferno eterno: una realtà incompresa e contestata, in Quarello E. (ed.), Il mistero dell'aldilà, Roma 1980, 76).
[7] Weinrich H., Teologia narrativa, 71.
[8] Dorè J., L'accès à Jésus-Christ, in Cathéchèse 76 (juillet 1979) 22.
[9] EN 14.
[10] Mt 23,15
[11] Sarebbe cosa grave far passare in modo fondamentalistico come Parola di Dio ciò che è solo parola umana che la esprime. Per questo, qualcuno parla di «sospetto ermeneutico». «Il filosofo contemporaneo incontra Freud nello stesso campo di interessi di Nietzsche e Marx; tutt'e tre stanno davanti a lui come i protagonisti del sospetto, i penetratori degli infingimenti. Nasce con loro un problema nuovo, quello della menzogna della coscienza e della coscienza della menzogna. E un problema che non possiamo permetterci di considerare come uno fra i tanti, perché quello che è messo in discussione in maniera globale e radicale e ciò che appare a noi - noi buoni fenomenologi - come il campo, il fondamento, L'origine stessa di ogni possibilità di significazione, cioè la coscienza» (Ricoeur P., Il conflitto delle interpretazioni, Milano 1977, 115).
[12] RdC 59.
[13] RdC 60.
[14] RdC 60.
[15] RdC 62.
[16] RdC 82.
[17] Duquoc Ch., Un Dio diverso. Saggio sulla simbolica trinitaria (Brescia 1978).
[18] RdC 71.
[19] RdC 72.
[20] RdC 58.
[21] EN 21-22.
[22] Metz J.B., Breve apologia 89-91. Si veda anche Id., La fede, nella storia e nella società (Brescia 1978).
[23] Ivi 93.
[24] Come si nota, sono critico nei confronti di alcune prospettive pastorali che risultano troppo rassegnate, all'insegna della spontaneità e di una riduttiva concezione della responsabilità personale. Le decisioni di fede devono restare sempre libere, personali e responsabili. Ma vanno aiutate e sostenute anche da un corretto modo di realizzare l'annuncio. Si veda, per esempio: Moitel P., D'hier à aujourd 'hui en France: qu'est-ce qui change en catéchèse, in Lumen vitae 33 (1978) 421-440.

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