Michelina Secco

(NPG 1979-05-03)


Abbiamo già ricordato che per capire il sistema educativo di Don Bosco dobbiamo rifarci alla sua prassi: il «sistema preventivo» è so­prattutto Don Bosco stesso.
Questo articolo, che si pone quasi come continuazione logica di quel­lo di T. Bosco (NPG 1979/2), racconta (dalla prospettiva storica e con un confronto continuo con i «documenti») l'esperienza della pri­ma comunità educativa costruita attorno a Don Bosco e, analizzan­do un documento fondamentale del «sistema preventivo» (la lettera- sogno del 1884), evidenzia quello che Don Bosco aveva progettato per le sue istituzioni educative.
L'articolo non ci dice espressamente quello che dobbiamo fare oggi. È tanta la ricchezza pedagogica che emerge però da questi dati stori­ci, che il passaggio alla nostra prassi è immediato ed evidente. Il confronto con il «passato» può diventare così un criterio valutativo e propositivo per il nostro presente, per definire meglio la nuova «re­lazione educativa» e per collocare ogni processo formativo «dentro» una reale struttura familiare.


Don Bosco, nell'incontro del 4 febbraio 1876 con i suoi Direttori, in­segnava che «la vita di famiglia fra i Soci è la migliore disposizione per saperla mantenere con i giovani» (Ceria, Annali, I, 731).
Per essere fedeli allo stile che caratterizza la missione di Don Bosco, dobbiamo dire che questo spirito di famiglia fu da lui «vissuto» pri­ma ancora di essere «ideato», se, per ideato, intendiamo una proget­tazione che, stimolata da una finalità precisa, si organizza e si teoriz­za con un chiaro ordine razionale. Don Bosco non fu un teorizzato- re. Le sue «idee» sullo spirito di famiglia, che deve costituire lo stile particolare della comunità educativa salesiana, ce le ha trasmesse nella sua maturità, attraverso il racconto di un sogno che, comune­mente, va sotto il nome di lettera da Roma del 10 maggio 1884. Nel 1884 egli poteva raccogliere i frutti e fissare l'esperienza di oltre quarant'anni di attività educativa-pastorale. Del resto, il sogno si am­bienta, inizialmente, in un luogo e in un tempo precisi: all'Oratorio di S. Francesco di Sales in Valdocco, prima del 1870.

COME DON BOSCO ATTUÒ LA SUA FAMIGLIA EDUCATIVA IN VALDOCCO

Questo «prima» (del 1870) abbraccia un periodo un po' ampio, perché tutti sappiamo che don Bosco iniziò la sua missione nel 1841. Per la documentazione che ci interessa ci rifaremo, soprattutto, ai primi tempi dell'Ospizio, quelli che videro il suo il suo evolversi dinamico fra il 1847 e il 1862, quando gli ospiti della Casi Pinardi annessa all'Oratorio, da due iniziali, erano saliti, nel giro di quindici anni, ad oltre settecento.

La prima comunità educativa salesiana

Una famiglia grande, troppo grande diremmo noi oggi, quella di Valdocco dopo il 1860. Eppure, in una buona notte del 1864, Don Bosco assicura i suoi ragazzi che in quella grande «Casa» si può produrre il miele dell'allegrezza, della pietà e dello stu­dio, perché
«l'essere molti insieme accresce l'allegria delle vostre ricreazioni, toglie la melanconia [...1; l'essere molti serve di incoraggiamento a sopportare le fatiche dello studio; serve di stimolo nel vedere il profitto degli altri; uno comunica all'altro le proprie cognizioni, le proprie idee [...]. L'essere fra molti che fanno il bene ci anima senza avvedercene» (MB 7, 602).
Un quadro solo ideale? No, era proprio reale. Don Bosco, con quella buona notte, stimolava i ragazzi a scoprire i vantaggi del vivere insieme che, certo, non poteva mancare di inconvenienti e disagi; ma, vantaggi e disagi erano in funzione di quella crescita umana che una equilibrata compresenza di ben-essere e mal-essere favori­scono.
Quando Don Bosco, intorno al 1873, si accingerà a scrivere le «Memorie dell'Orato­rio» (citerò MO), lo farà soprattutto perché vuole che la storia dei primi tempi (ivi compresa la preistoria: 1815-1841) «diventi norma a superare le difficoltà future», anche le attuali (cf MO 5).
Queste norme sono lezioni di vita: la vita dell'Oratorio di S. Francesco di Sales dal 1841 al 1855.
Le Memorie dell'Oratorio ci svelano, con tanta semplice efficacia, l'«innovazione» apportata da Don Bosco alla storia dell'educazione. Scrive il suo primo biografo:
«Fare dell'ambiente educativo un ambiente familiare, dove i giovani possano trovare le stesse cure, lo stesso affetto, la stessa assistenza che avrebbero in famiglie veramente cristiane; af­fratellarsi con loro, con intima dedizione, per vivere della loro vita; amare ciò che essi amano, per guadagnarne la mente e il cuore allo scopo di piegarli dolcemente e fortemente al bene: questa fu la paziente e felice innovazione apportata da Don Bosco al sistema educativo» (Le­moyne, Vita di S. G. Bosco, II, 302).
Negli «Appunti di pedagogia» che Don Barberis stese per la scuola di pedagogia sa­cra, voluta da Don Bosco per gli «iscritti» fin dal 1874, nella parte introduttiva si leg­ge: il Collegio che educa meglio «è quello nel quale il giovane non è oppresso, bensì aiutato a svolgere la sua attività, quello cioè che ha più rassomiglianza ad una ordi­nata famiglia, perché il metodo di famiglia è creato da natura» (p. 27; cf anche Divini illius Magistra).
Questa «ordinata famiglia» - di cui il Barberis aveva esperienza diretta - è così strutturata a Valdocco intorno al 1844: vi è un padre, e c'è una turba di ragazzi, i figli, la cui età media va dai dodici ai diciotto anni. Impresa difficile tenere in mano quella «moltitudine» (il termine ricorre spesso nelle MO), per farne una 0 ordinata fa­miglia».
Che cosa faceva questo padre? Un po' di tutto quello che ci si aspetta da un padre naturale, responsabile...
Don Bonetti, nei suoi «Cinque lustri di storia dell'Oratorio salesiano usciti fin dal 1892, mette in bocca ad una guardia civica, mandata a sorprendere le mosse sovver­sive di quello strano prete, queste rivelazioni... strettamente (o largamente?) politi­che:
«Da quanto potei rilevare parmi che la politica di Don Bosco consista nell'istruire i suoi gio­vanetti da buoni cristiani; insegnar loro a leggere, scrivere e far di conto; assisterli che non di­cano e non facciano del male in ricreazione; collocarli al lavoro presso ad onesti padroni; vi­sitarli lungo la settimana e dar loro buoni consigli; fare insomma quello che dovrebbero fare i loro parenti e non fanno» (p. 96).
Siamo nel tempo degli inizi, ma se la brava guardia avesse scrutato in seguito le atti­vità dell'Ospizio, che nella Casa annessa all'Oratorio ospiterà, col 1847, anche gio­vanetti interni, avrebbe dovuto aggiungere che Don Bosco, oltre al divertimento, al­l'istruzione di base, al lavoro, all'assistenza fisica e morale, procurava a quei ragazzi un piatto di minestra ed anche un saccone per dormire; procurava, soprattutto, una «presenza» paterna (ed anche materna, quella di mamma Margherita fino al 1856).

Don Bosco, un educatore-padre

Don Caviglia, un Salesiano della seconda generazione, che scrisse di Don Bosco con cuore di figlio ed acutezza di studioso, assicura che
«chi non ha visto Lui tra i suoi giovani all'Oratorio (ed io lo vidi), non si farà mai un'idea ade­guata di quel che fosse la sua presenza e la compenetrazione del suo spirito con quello dei suoi figliuoli. Dire ch'era il Padre sembra già molto, ma nel mondo dello spirito non giunge a dir tutto. Bisogna pensare ad una quasi fascinazione amorosa ed amorevole d'un cuore com­prensivo e compreso, che ha per sé tutta la virtù che gli viene dai doni superiori della santità. Non era venerazione trepida in presenza del sacro misterioso: c'era una inconscia sintonia di anime che, senza spiegarsi, s'intendevano, in un linguaggio che la parola non è capace di tra­durre. Qualche cosa come l'istintivo legame del bimbo colla madre: tra loro si comprendono, si sentono, e con lei egli è tranquillo e lieto, e la sente anche se non la vede, ma non la pensa lontana» (Studio sulla vita del Besucco, in Opere e Scritti VI 159).
Di quale padre si è potuto scrivere altrettanto?
Come riusciva quel padre, da solo, a tenere a bada una famiglia cosi straripante? Un po' come fanno i padri e le madri di famiglie numerose: affidano ai più grandi ed esperti gli ultimi arrivati, anche se questi «grandi» hanno solo 8-10 anni di età. Così Don Bosco si cerca i primi collaboratori «domestici» tra giovanetti di buona condotta e più istruiti «per avere qualche fondamento su cui basare la disciplina e la moralità». E così precisa: «Essi mi aiutavano a conservare l'ordine ed anche a legge­re e cantare laudi sacre» (MO 85). Questo avveniva fin dal 1842. Quando poi l'orga­nizzazione delle scuole domenicali e serali gli pone il problema del reperimento di «tanti maestri», Don Bosco ci informa di essersi «messo a fare scuola a un certo nu­mero di giovanetti della città. Somministrava loro l'insegnamento gratuito d'italiano, di latino, di francese, di aritmetica, ma coll'obbligo di venirmi ad aiutare ad insegna­re il catechismo e fare scuola domenicale e serale» (MO 122).
Nelle MB il Lemoyne completa la notizia scrivendo che
«l'Oratorio era al giovedì il convegno di molti studenti dei collegi di Torino, i quali venivano per intrattenersi con Don Bosco e per farvi un'allegra ricreazione che durava tutto il dopo­pranzo fino a tarda sera, essendo messi a loro disposizione tutti i giuochi e gli attrezzi di gin­nastica. Don Bosco stava sempre in mezzo a loro, e colle stesse sante industrie colle quali traeva al Signore i figli del popolo, conduceva al bene i giovanetti delle famiglie borghesi, e legavali a sé con uguale affezione» (MB 3, 175).
Ma, come abbiamo già accennato, col 1847 avanza timidamente anche l'Ospizio, dove ha un suo posto di rilievo la presenza di mamma Margherita.
Dobbiamo pur dire che la struttura e. soprattutto, il tono di famiglia che Don Bosco volle e seppe dare alle sue Case è anche espressione e frutto della sua felice esperien­za familiare. Una famiglia, la sua, dove «benessere» e «malessere» si trovavano sem­pre ben dosati e sapientemente utilizzati. in funzione educativa, da una madre ecce­zionale.

Verso la famiglia educativa

Come per soccorrere all'urgente bisogno di «maestrini» per le scuole serali dell'Ora­torio, Don Bosco si era provveduto la collaborazione di ragazzi studenti, così per mandare avanti la sempre crescente famiglia degli «interni» va cercando fra loro stessi i più vicini collaboratori.
Nelle MO ci informa che cominciò a circuire benevolmente alcuni ragazzi sui quali andava formulando progetti singolari... Egli, con un dono particolare di attrattiva, possiede una singolare capacità di penetrazione. Vivendo intensamente e continuamente con i ragazzi ha modo di studiarli, di conoscerli e di incominciare a «scegliere alcuni individui che avessero propensione alla vita comune e riceverli - ci informa lui stesso - meco in casa» (MO 139).
A un gruppetto di questi - quattordici - chiede, nel primo sabato di giugno 1852 (stava per offrire alla pietà dei suoi ragazzi la prima Chiesa proprio sua, S. France­sco di Sales), di recitare ogni domenica, per circa un anno, le sette Allegrezze di Ma­ria SS. Lo scopo di quella preghiera perseverante c'è, ma Don Bosco non la esplicita. Di quel gruppo faceva parte il quindicenne Michele Rua, che fissò la memoria della circostanza su un foglietto, in calce al quale, sotto il nome dei quattordici, scrisse questa invocazione: «O Gesù e Maria, fate tutti santi coloro che sono scritti su que­sto piccolo foglio» (Cena, Annuali I 14).
Non era ancora il tempo di Domenico Savio, ma col Caviglia possiamo dire che la Casa di Don Bosco, con il tipico clima familiare, favoriva pure un clima da santi.

Il Regolamento della Casa

In una certa circostanza, a persona che, posando uno sguardo certamente un po' su­perficiale sulla sua attività, non aveva saputo coglierne l'elemento connettivo, Don Bosco assicurava, non senza una certa arguzia, che le sue case nascevano quasi sem­pre nel disordine per rientrare a poco a poco nell'ordine (cf Cronistoria II 48). L'esigenza dell'ordine è di natura razionale; secondandola, come è normale, si arriva ad istituzionalizzare e quindi a strutturare una funzione.
Don Bosco aveva accettato il disordine di ragazzi che raccoglieva dalle strade, dalle carceri, dal mondo del lavoro... Era stato un obbligato punto di partenza. Don Bo­sco sa di dover tener conto della concreta situazione esistenziale di ciascun ragazzo ed anche dei suoi precedenti ambientali. Ma aveva pure tenuto sempre presente, co­me bussola assicurante il preciso orientamento, lo scopo della sua missione: la libera­zione totale del ragazzo, la sua salvezza, la sua integrale personalizzazione. Mentre viene formandosi dei primi piccoli collaboratori va elaborando il suo Regolamento, per l'Oratorio prima, per le Case della Società successivamente. Lo scopo di questo Regolamento, che Don Bosco riterrà sempre la struttura regolamentare primigenia della Pia Società Salesiana, era quello di «contribuire a conservare l'unità di spirito, di disciplina e di amministrazione». Una casa e una famiglia quella di Don Bosco, ma ordinata, almeno in tensione; un ambiente rispecchiante l'esigenza della sua fun­zione primaria: l'educazione del giovane.
«Il vantaggio di questo Regolamento - ci informa Don Bosco nelle MO - fu assai notabile, perché ognuno sapeva quello che aveva da fare e siccome io soleva lasciare ciascuno responsabile del suo uffizio, cosi ognuno si dava sollecitudine per conoscere e compiere la parte sua» (MO 131).
Riaffiora la tonalità, lo stile familiare della istituzione anche nel suo normale proces­so di regolamentazione.
Quei ragazzi, quali Rua, Buzzetti, Francesia, Cagliero, per fare solo nomi di quelli che qualche anno dopo saranno fra i primi chierici tutti suoi, Don Bosco
«li radunava frequentemente e teneva loro conferenze alla buona. [...l Siccome parecchi era­no maestri o assistenti nell'ospizio e altri andavano ai tre Oratori festivi, insegnava loro come bisognasse comportarsi coi giovani, insinuando le sapienti norme di quella pedagogia, di cui ci lasciò luminosi esempi [...]. Erano trattenimenti avvivati da molta piacevolezza e resi gradi­ti dall'intimità con cui egli comunicava i segreti del suo apostolato e talora anche i lumi che riceveva dall'alto. [...] Di tutte queste riunioni profittava per legarli fraternamente fra loro e stringerli filialmente a sé. Siffatti vincoli cordiali di famiglia costituivano la miglior prepara­zione per il giorno in cui egli avrebbe dichiarato esplicitamente il suo proposito di formare una Congregazione religiosa» (Celia, Annali, I 29s).
Questa la prima comunità educativa salesiana, riunita intorno ad un padre, certa­mente eccezionale, che seppe, di ragazzi, in genere non eccezionali, ma normali, grezzi anzi, fare degli educatori-pastori secondo il suo stile, per non dire - e sarebbe il vero - secondo il suo cuore.
Lo sottolinea anche Don Bonetti, scrivendo che «alla condotta e savia educazione dei giovani lavoravano pure in ricreazione altri ausiliari di Don Bosco; e questi erano i chierici, i maestri, i capi d'arte, gli assistenti e non pochi allievi che battevano le or­me di Domenico Savio...» (Cinque lustri 232).
La comunità educativa sprigionava dal suo seno gli educatori: al calore della fiducia riposta in essi da Don Bosco, forgiati dalle sue belle maniere, stimolati dai suoi ideali, maturati alla scuola di una pietà semplice e soda, quella del buon cristiano, erano passati, quasi con moto spontaneo, dal ruolo di educandi a quello di educatori.

PERCHÉ DON BOSCO VOLLE UNA COMUNITÀ EDUCATIVA DI STILE FAMILIARE

Ci resta ora da completare lo studio del rapporto educatore-educando, attuato in sti­le di famiglia, con l'esame di quel documento scritto che il Braido definisce «il poema dell'amore educativo»; il poema quindi dell'ambiente educativo familiare, che in Don Bosco trova la sua giustificazione di fondo nel legame dell'amore umano autentico, che è, insieme, amore spirituale e affettivo. Intendiamo riferirci alla lettera-sogno scritta da Roma il 10 maggio 1884.
Lo Schephens, a proposito di questo documento, tanto importante quanto singolare nella sua forma, scrive che in esso
«Don Bosco cerca di far capire, rifacendosi alla propria esperienza, che l'amore di volontà il quale si impegna interamente per l'educando è certamente cosa apprezzabile, ma insufficiente e senza risultati pedagogici, se i giovani non "sentono" l'amore, e se esso non diventa lin­guaggio e segno che sboccia in comunanza e in cordialità. L'educatore che si dona intera­mente ai giovani, ma non riesce a far "sentire", nella relazione educativa, che ciò che a lui in­teressa è la persona del giovane, non avrà risultati pedagogici. La prima cosa nell'amore non è l'azione, ma l'attenzione alla persona come tale, l'incontro gratuito che "non serve" a nulla, ma che ha significato in se stesso e che dà valore a tutti gli altri valori».

Precedenti storici della lettera e sue conseguenze all'Oratorio di Valdocco

Non è difficile, leggendo la lettera-sogno, desumere che nel 1884 le cose all'Oratorio non andavano troppo bene. Ciò preoccupava Don Bosco. Quella «Casa» lui la senti­va sua in modo tutto particolare, ed è facile capirlo. Nel suo pensiero era chiamata ad essere il «luogo» dove lo spirito salesiano doveva continuare a incarnarsi nella sua forma più genuina. A questo «luogo» i suoi figli, anche lontani nel tempo, avreb­bero dovuto specchiarsi per riconoscersi autentici Salesiani di Don Bosco.
La Casa dell'Oratorio, fin dal 1844, era stata posta sotto la esplicita protezione di S. Francesco di Sales «affinché - lo scrive Don Bosco - ottenesse da Dio la grazia di poterlo imitare nella sua straordinaria mansuetudine e nel guadagno delle anime» (MO 93).
Dall'aprile di quel 1884 Don Bosco è a Roma per due faccende di notevole impor­tanza: trovare il modo di fronteggiare i debiti accumulati nella fabbrica della chiesa del S. Cuore; venire a capo del decennale lavoro per la concessione dei «privilegi» ai quali la giovane Società, ormai lanciata nel mondo, sentiva il bisogno di appoggiarsi. Sommerso da una ressa di occupazioni e preoccupazioni, ciò che colpisce, e che il suo segretario, Don Lemoyne, sottolinea nelle lettere inviate ai Salesiani di Valdocco, è il fatto che Don Bosco ha il pensiero costantemente orientato verso quella sua Ca­sa, della quale viene ricordando particolari di persone e di circostanze ormai molto lontane nel tempo. Riandava al periodo d'oro del suo «Oratorio», quel periodo che aveva fissato un clima, uno stile: la famiglia appunto, una famiglia veramente educa­tiva. Lo angustiava, per contrasto, il fatto che quel clima familiare di piena armonia tra educatori ed educandi, non fosse quello del suo Oratorio 1884.
Questi particolari possono anche spiegare, in qualche modo, il fatto che Don Bosco, una sera, prima di coricarsi, venisse preso da una «distrazione», come la chiama al­l'inizio della lettera. Una distrazione abbastanza singolare e prolungata, che alla fine risulta essere un sogno. La sua precisa narrazione parte come lettera per Torino con la data che conosciamo; ma il fatto era avvenuto qualche sera prima. A Torino Don Bosco rientrerà il 17 maggio.
La lettera risulta scritta per intero dal Lemoyne, e denuncia il suo stile; ma essa ven­ne «raccontata» da Don Bosco, che incaricò il suo segretario di stendere la narrazio­ne sotto forma di lettera da mandare ai suoi «carissimi figliuoli in G.C.» dell'Orato­rio di Valdocco. Prima di sottoscriverla, Don Bosco la legge e corregge. Il contenuto risulta fedelmente suo. Per il suo contenuto lo Stella ritiene questo documento «uno dei più efficaci e dei più ricchi» dal punto di vista pedagogico (Stella, Don Bosco II 469). Lo stesso scrive che, tra tutti i sogni di Don Bosco, questo «può essere conside­rato come la più efficace esegesi dell'assistenza amorevole e preventiva» (Ivi, 467). Lo studioso che più si è fermato su questo documento è certamente il Braido. Egli non esita a dichiarare che in esso
«si trova la quintessenza del sistema preventivo pratico, in quanto generale metodologia edu­cativa, opera di ragione e di religione, attuata nel clima della carità o, meglio, dell'amore, an­cor meglio, dell'"amorevolezza", lo stile della pedagogia di Don Bosco: pedagogia della pre­senza, della paternità e dell'amicizia profonda, della dedizione e del servizio agli interessi to­tali dei giovani, da comprendere, da penetrare con crescente finezza, da affrontare a tu per tu e nell'ambiente globale, con tutti i mezzi: la "familiarità", la partecipazione ai loro gusti, lo sport, il gioco, l'allegria e l'aderenza ai loro problemi» (Don Bosco educatore oggi, 81).
Dobbiamo completare la cornice del quadro ricordando che Don Bosco, ritornato da Roma, ebbe il suo da fare per ricevere i giovani che, in seguito alla lettura di un estratto della lettera fatta durante una buona notte da Don Rua, sentirono il bisogno di avvicinarlo per conoscere la loro personale situazione nel quadro dell'Oratorio il­lustrato dal sogno.
Lasciata poi passare la festa di Maria Ausiliatrice, Don Bosco ebbe dei contatti con i suoi più diretti collaboratori e con i responsabili della Casa. Suscitò uno studio sulla situazione, una ricerca di cause, uno slancio di iniziative per ridare a quella sua Casa il volto desiderato, quello che lui aveva sempre inteso darle, perché divenisse il «luo­go» emblematico, esemplare, carismatico per tutti i Salesiani.
Istituita una commissione per studiare i provvedimenti da prendere, Don Bonetti venne incaricato di raccogliere privatamente i pareri dei Salesiani interessati e di dar­ne relazione. Ciò che avvenne.

La lettera-sogno

Il racconto può essere facilmente suddiviso in tre nuclei, che fanno seguito alla bellis­sima introduzione.
Il primo nucleo presenta due quadri distinti e successivi: l'Oratorio prima del 1870, e l'Oratorio attuale, 1884.
Le scene, descritte con vivacità e stringatezza, pur nella profusione di sostantivi, ver­bi e avverbi, sono riprese dal vivo della ricreazione nel cortile. Che cosa rappresenti la vita del cortile nella pedagogia di Don Bosco, dobbiamo cercare di conoscerlo so­prattutto attraverso quello che ne scrive con acutezza ed affetto il Caviglia, uno dei ragazzi - come abbiamo già ricordato - presenti in quel cortile dell'Oratorio 1884.

La ricreazione

Al primo quadro: «tutta vita, tutto moto, tutta allegria», fa riscontro il secondo, do­ve, al posto della vita, del moto, dell'allegria, dominano la «noia», la «spossatezza», la «musoneria», la «diffidenza», la «svogliatezza», il «disgusto» (cf in Scritti 318s). Alla prima scena Don Bosco era rimasto incantato; la seconda lo impressiona forte­mente e dolorosamente. Valfrè, un «antico» giovane dell'Oratorio, aveva sottolineato l'impressione suscitata dal primo gioioso spettacolo, osservando con soddisfazione:
«Veda, la familiarità porta l'affetto e l'affetto porta confidenza. Ciò è che apre i cuori e i gio­vani palesano tutto senza timore ai maestri, agli assistenti ed ai superiori. Diventano schietti in confessione e fuori di confessione e si prestano docili a tutto ciò che vuol comandare colui dal quale sono certi di essere amati» (Ivi, 318).
Nel secondo quadro, Giuseppe Buzzetti, un allievo «antico» e coadiutore salesiano vivente in quel 1884, fa una riflessione di contrasto: «Quanto sono differenti [i ragaz­zi del 1884] da quelli che eravamo noi una volta!» (Ivi, 319).
Che cosa fare allora per rianimare questi cari giovani? è la domanda di Don Bosco. «Amandoli!» («Colla carità»).

Carità manifesta, in funzione della crescita totale del ragazzo

La pronta, precisa e recisa risposta del Buzzetti sorprende Don Bosco, che cerca di difendersi e di difendere i suoi Salesiani. «I miei giovani non sono amati abbastan­za?». Ed enumera le espressioni dell'amore che dovrebbero essere chiare e convin­centi.
«Non basta - dice l'inflessibile Buzzetti - ci manca il meglio».
«Che i giovani non solo siano amati, ma che essi stessi conoscano di essere amati» (Ivi, 320).
Il dialogo incalza con vivacità. Prima di proseguire potrà essere interessante notare come gli insegnamenti, espressi con una forza che non appartiene al consueto stile pacato e amorevole di Don Bosco, sono sempre posti in bocca al Buzzetti. Si direbbe un espediente suggerito da una psicologia educativa molto accorta. Eppure noi ci ri­troviamo, leggendo, nella disposizione di chi accoglie questi richiami e questi inse­gnamenti dalla voce diretta del Padre.
Il Buzzetti ha detto una cosa essenziale alla metodologia educativa salesiana. Don Bosco però è sicuro che questo, di amare i giovani in modo che ne siano consapevoli, i Salesiani lo fanno. Eppure, ciò non basta ancora.
Quella che segue è, a mio parere, l'espressione-chiave non solo di questo documento pedagogico, ma di tutta la nostra metodologia educativa.
Spiega il Buzzetti:
«[Ci vuole ancora questo], che essendo amati in quelle cose che loro piacciono, col partecipa­re alle loro inclinazioni infantili [leggi: giovanili] imparino a vedere l'amore in quelle cose che naturalmente loro piacciono poco, quali sono la disciplina, lo studio, la mortificazione di se stessi; e queste cose imparino a far con slancio e amore» (Ivi, 320).
Tre insegnamenti possiamo far emergere da queste poche righe:
- la presenza di un amore che dispone ad accogliere l'altro così com'è, e a parteci­pare alla sua vita e ai suoi interessi. Ecco l'amorevole familiarità;
- la esigente presenza dei valori, che l'educatore conosce e possiede (diversamente non sarebbe educatore), e ai quali orienta naturalmente ma decisamente il ragazzo, attraverso il coinvolgimento, la partecipazione alla vita di famiglia, di una famiglia ordinata;
- infine la gioia, frutto di questo clima e delle faticose ma entusiasmanti conquiste dei valori autentici. L'amore che ha creato il clima educante, diviene amore che per­mea la vita del ragazzo e gli dona slancio anche nelle cose ardue. Lo costituisce per­sona capace di «realizzare con una certa facilità, con soddisfazione, senza grandi dissidi interiori e senza ansie, le finalità autenticamente umane contenute nel proprio progetto di vita» (Groppo, Educazione cristiana e catechesi, 89).

Familiarità per la confidenza

Potremmo anche fermarci qui, tralasciando di esaminare con Don Bosco il quadro sconfortante dei Salesiani che in quella scena della «ricreazione 1884» dimostrano di non essere «suoi imitatori».
Ma invece è bene proseguire per cogliere, come fa acutamente e spietatamente il Buzzetti, le cause del cambiamento lamentato e costatato nell'Oratorio. La radice del male sta qui: nel difetto di confidenza. Come acquistarla o riacquistarla questa confidenza? domanda Don Bosco.
«Familiarità coi giovani specialmente in ricreazione. Senza familiarità non si dimostra l'affet­to e senza questa dimostrazione non vi può essere confidenza. Chi vuole essere amato biso­gna che faccia vedere che ama» (Ivi, 322).
È la tipica amorevolezza salesiana che, fondata sulla carità soprannaturale («Gesù Cristo, ecco il modello della familiarità!»), si esprime in «quell'umile sentimento umano che si chiama il buon cuore» (Caviglia, Besucco [studio] 116); perché lo spi­rito di famiglia è fatto di cuore, cuore illuminato dalla fede, reso attento e sacrificato dalla fede, ma sempre cuore.
Perciò, se il cuore è così salesianamente ed educativamente interessato, il maestro non si fermerà al rapporto cattedratico ma, andando in ricreazione con i giovani, sarà sempre come un fratello (cf 1. cit.). La parola detta in ricreazione, sul tipo di quelle straordinarie affettuose e stimolanti parole che Don Bosco raccomanda di dire ai giovani - e che erano sua specialità! - sarà «un gran segreto» per diventare «pa­drone del loro cuore» (cf Ricordi confidenziali ai Direttori, in Scritti, 286).
«Chi sa di essere amato ama - incalza il Buzzetti - e chi è amato ottiene tutto specialmente dai giovani» (Ivi, 322).
Nella vita nostra di ogni giorno - perché è con questa che ci dobbiamo misurare - non è facile «sapere qual è il momento in cui l'amore consiglia di cedere, di concede­re, e il momento in cui non si deve cedere, perché la nostra causa è giusta» (Guitton, Dialoghi con Paolo VI, 207). Ma chi ama intensamente e convive abitualmente con i giovani, riesce a trovare più facilmente il momento e il tocco opportuni per un dialo­go ed un intervento costruttivi.
L'antico allievo ricorda che Don Bosco «stava sempre in mezzo ai giovani e special­mente in tempo di ricreazione», e così «noi per lei non avevamo segreti, perché l'af­fetto ci serviva di regola»! (Ivi, 321).
Dopo aver nuovamente indicato in Gesù il modello della vera familiarità, l'antico al­lievo stimola Don Bosco ad osservare al vivo la tipologia sconfortante dello pseudo- educatore che, per ciò stesso, non può dirsi salesiano. C'è il geloso e il sussurrone, l'affettivamente debole, il comodista e chi si appoggia alle maniere forti, non manca neppure chi tace per rispetto umano.
Se si vuole che l'Oratorio del 1884 «ritorni all'antica felicità» si rimetta in vigore lo spirito primitivo, e «il Superiore [ogni educatore] sia tutto a tutti»: «tutto occhio per sorvegliare paternamente» i giovani, «tutto cuore per cercare il [loro] bene spirituale e temporale» (Ivi, 323).
Finalmente, dopo una requisitoria accalorata che si sviluppa senza interruzioni per oltre una pagina (60 righe!), Don Bosco riesce ad inserire una domanda per conosce­re «quale mezzo precipuo» deve venire usato dai suoi Salesiani «perché trionfi simile familiarità e simile amore e confidenza».
La risposta del Buzzetti è stupefacente: «L'osservanza esatta delle regole della casa!».
Null'altro; solo una precisazione sullo stile: «piatto» particolare in questa mensa di famiglia deve essere sempre «la buona cera» (Ivi, 324).

CONCLUSIONE

Si è scritto - e giustamente, mi pare - che a farci educatori «non è tanto il contatto diretto con la gioventù, quanto l'atteggiamento interiore di offerta per la gioventù» (Bianco M.P., La comunità educativa «interna», 32).
Il Salesiano educatore «porta nel suo lavoro quella ricchezza di formazione umano- cristiana e religiosa che va costruendo ogni giorno in Comunità» (Ivi, 33). Una co­munità che deve farsi attenta alle concrete esigenze emerse dall'ambiente sociale in cui opera, ed insieme impegnata a riattivare gli elementi del suo particolare metodo educativo.
Per realizzarsi come soggetto-via di educazione (la terminologia usata è intuitiva ed impegnativa), deve presentarsi come una comunità talmente «viva di se stessa», cosi autenticamente se stessa, da essere continuamente disposta a costruire la sua frater­nità anzitutto come un dono di Dio e una risposta a Dio.
Questo segno, mantenendosi nella linea dello spirito trasmessoci da Don Bosco e dalla prima tradizione salesiana, è caratterizzato, come abbiamo cercato di docu­mentare, non tanto e non solo da una struttura di tipo familiare, ma soprattutto da una «tonalità», da uno «stile» schiettamente familiari.
Per Don Bosco, nell'Oratorio di Valdocco si è trattato di una prassi costante; per i Salesiani, suoi figli di ieri e di oggi, si tratta di un impegno di fedeltà creativa, ma sempre fedeltà. Fedeli a Don Bosco e fedeli ai giovani, come si e fedeli a Dio e agli uomini che gli appartengono, e che dobbiamo aiutare nell'impegno imprescindibile di realizzarsi secondo il progetto di Dio.
Impegnarsi a fare delle nostre comunità educative ambienti familiari, vuol dire rico­noscere non solo che l'ambiente - qualsiasi ambiente - nel quale il giovane vive, ha sempre una forte valenza educativa, ma che essa diviene tanto più efficace e valida quanto meglio l'ambiente riflette la vita di una famiglia media ben ordinata.
Se l'adulto può anche scegliersi il suo ambiente o adattarselo, il bambino e il giovane «dipendono» dall'ambiente: non sono, evidentemente, in grado di sceglierlo e di a­dattarselo.
Il processo di personalizzazione che l'educazione cerca di promuovere, deve portare il giovane a decidere da sé quali circostanze esterne e in qual modo queste circostan­ze devono assumere per lui carattere di ambiente, cioè di «luogo» ideale-concreto della sua crescita umana.