Giuseppe Sovernigo

(NPG 1979-9-53)


L'adolescenza è l'età caratterizzata da alcuni processi centrali direttamente riferiti alla coscienza morale. In questo periodo infatti, in modo più o meno notevole, il soggetto abbandona l'equilibrio relativo, raggiunto in età precedente. Ricerca un nuovo rapporto tra se stesso, così come si va sperimentando, la realtà sociale e ambientale in cui è inserito e il proprio avvenire immediato e lontano.
Ricerca una nuova identità di sé conforme al bisogno profondo di essere se stesso che lo risospinge da dentro e alle sollecitudini e attese sociali.
Questa ricerca di una propria nuova identità è sostenuta da questi processi evolutivi centrali:
- l'elaborazione e la scelta di un proprio progetto di vita, sostenute dalla maturazione intellettiva e dal bisogno di senso per la propria vita.
- La ricerca di una libertà personale conforme al bisogno di essere se stesso e di situarsi socialmente con un proprio volto e contributo originali.
- Il distacco dalla famiglia e dalle istituzioni primarie (scuola, chiesa) e la ricerca di un rapporto nuovo in un gruppo di amici alla pari.
- La maturazione sessuale ed affettiva orientata alla realizzazione della propria identità sessuale e alla capacità di un rapporto interpersonale positivo ed adeguato, così da integrare la sessualità nella affettività.
- La revisione critica della propria religiosità infantile e preadolescenziale, tesa alla riconquista di una religiosità più personale oppure all'abbandono.
- La maturazione di una coscienza morale autonoma che consenta un riferimento ad una propria scala di valori interiorizzata e delle scelte personali di cui ci si sente responsabili.

FORMAZIONE DELLA COSCIENZA MORALE AUTONOMA E EVOLUZIONE DELLA COLPEVOLEZZA

È soprattutto all'interno della formazione della coscienza morale autonoma che si situa il problema dell'evoluzione positiva della colpevolezza durante l'adolescenza. Il soggetto ora è gradualmente sempre più capace di percepire globalmente la sua vita nel suo passato, nel presente e nel suo avvenire e di fare delle scelte sempre più dipendenti dal proprio io. Comincia a percepire l'errore e la colpa come scelte totalizzanti cioè scelte in cui ci si impegna a fondo, in cui esprime l'orientamento di base della sua vita.
Si rende ora possibile il peccato mortale, inteso come scelta che manifesta il proprio orientamento in quella concreta situazione. Per valutare se ci sia stato o meno questo impegno globale di sé in quella concreta scelta, occorre sempre porsi dal punto di vista del soggetto, dell'orientamento globale della sua vita.
La consapevolezza, presente in modo accentuato negli adolescenti, è un qualcosa di prevalentemente psichico, ancora lontano dal senso del peccato. Essa li fa sentire pieni di vergogna. Spesso li fa tenere lontano dai sacramenti. «Non sono così e così... quindi mi sento in colpa verso me stesso.
Gli adolescenti divengono facilmente accusatori di se stessi, o a livello proiettivo, degli altri. Essi fanno l'esperienza della ricaduta nelle stesse colpe, cozzano contro gli stessi limiti. A volte rifuggono dal dialogo con un educatore amico, talora con la stessa comunità religiosa, per non doversi confrontare con se stessi, poiché si sentono in colpa. Di fronte a chi propone certi modelli spesso essi rifiutano tutto o quasi per non doversi sentir in colpa rispetto a quei modelli.
In vista di una positiva educazione del senso di colpa degli adolescenti in linea generale si può affermare che occorre inserirsi nei dinamismi dell'età, stare ai ritmi di crescita per far maturare i fattori già all'opera.
Sviluppo queste esigenze, suggerendo una serie di indicazioni pedagogiche concrete.

PER UNA PEDAGOGIA DELLA COLPEVOLEZZA

NON IDENTIFICARE LA RELIGIONE E LA MORALE

Indubbiamente la religione richiede dei comportamenti morali, ma questi non sono automaticamente la garanzia di un atteggiamento religioso autentico, né esauriscono la religiosità di una persona.
Certamente la religione richiede, come esigenza ed espressione della carità, dei comportamenti morali sempre più perfetti. Sono il segno della serietà con cui si vive la propria religiosità, una comprova di una religione vissuta. Tuttavia lo slancio religioso non va commisurato unicamente con i comportamenti morali.
Uno potrebbe osservare costantemente i comandamenti con uno spirito di autosufficienza morale, tuttavia con una aspirazione religiosa molto debole. Ad esempio il fariseo e il pubblicano.
Un altro, al contrario, profondamente umiliato per le frequenti cadute, contro le quali non cessa di lottare, potrebbe trovare in questa situazione morale imperfetta l'alimento del suo slancio verso Dio.
Legarsi a Dio in un sentimento di debolezza e nella precarietà di una vita peccatrice è altrettanto importante che legarsi nel sentimento di dipendenza proveniente dall'essere creatura. Sono due le sorgenti dello slancio religioso verso Dio in questo contesto: il senso autentico del peccato e il senso creaturale.
La mentalità di fede comporta sempre una certa coscienza del peccato, la consapevolezza di essere peccatori, bisognosi di salvezza. «È al Dio salvatore che io credo. La profondità del peccato mi è nota attraverso la chiamata divina, la sua parola che rivela o.
La colpevolezza psichica e morale durante l'adolescenza, come pure in ogni età in un contesto moralistico, tende ad invadere il campo e a ridurre la religione ad uno strumento a servizio del proprio sforzo morale.
Perciò è necessario, in vista di una educazione al senso del peccato, far cogliere dal vivo dell'esperienza la dimensione religiosa e la dimensione morale di ogni comportamento umano. Bisogna che se ne capiscano i collegamenti come pure l'autonomia, la caratterizzazione, il superamento della morale che ogni vera religione costituisce. Nel contesto cristiano la morale cristiana nasce dalla religione, non viceversa. Viene prima la salvezza accolta nella iniziativa di Dio, poi la propria risposta lungo la strada del discepolato, la sequela di Gesù Cristo.
Ogni inversione di termini, e quindi della realtà, si risolve sempre in una mutilazione e contrapposizione della vera ed autentica religiosità.
Spesso l'adolescente, raggiunto un suo equilibrio ed una sua maturità emozionale, abbandonerà una religione che non serve, come vorrebbe, per il suo sforzo morale, individuale e collettivo. Si può vivere moralmente a livello di umanesimo senza riferimento al trascendente, anche senza una religione esplicita.

AMPLIARE L'AREA DELLA COLPEVOLEZZA SANA

Ci sono alcune aree del comportamento morale sostenute da uno spontaneo senso di colpa: l'area sessuale e l'area della autostima. Altre aree sono come sguarnite, come ad esempio quella della giustizia sociale, dei doveri civici, dell'impegno professionale, della propria religiosità.
In vista di una adeguata crescita morale è necessario allargare e orientare il senso psichico di colpa, come pure quello morale, verso ogni settore del comportamento umano. Il dinamismo del senso di colpa, vissuto in modo positivo e sano costituisce un grande aiuto per il proprio impegno morale. Questo ampliamento dell'area della colpevolezza comporta tutta una educazione e sensibilizzazione morale nei settori in cui la coscienza si rivela più atona. In particolare si esige una educazione:
- alla simpatia e all'apertura verso gli altri,
- al senso di giustizia,
- alla sana allegria,
- alle esigenze socio-ambientali.

SAPER DISTINGUERE ESISTENZIALMENTE IL BUON PROPOSITO DALLA PREVISIONE DELLA CADUTA

L'impegno a far del proprio meglio per essere sinceramente fedeli e la previsione che probabilmente si cadrà ancora sono due atteggiamenti che possono coesistere poiché tutto questo fa parte della natura umana, due dimensioni dell'uomo che è e resterà sempre «buon grano e zizzania».
Il proponimento non consiste nella certezza che non si cadrà più. Una tale sicurezza non sfuggirebbe all'illusione del volontarismo.
L'esperienza delle cadute passate e la previsione delle colpe future non impediscono da sole l'esistenza di un proponimento leale e sincero.
Il proponimento cristiano consiste in una preghiera sincera, ripetuta, con cui domandiamo umilmente, ma con la volontà di essere esauditi, la grazia di essere capaci di non più ricadere.
Non si chiede la perfezione. Questa di fatto non è possibile né è d'altra parte richiesta. Per il credente ciò che conta è l'essere stato salvato, precedentemente a qualunque propria opera. Viene successivamente, come risposta, il proprio impegno morale. Questo impegno morale sarà sempre tipico di una persona concretamente fallibile. Fa parte dell'educazione della consapevolezza questo essere capaci di riconoscersi peccatori e di accettarsi bisognosi di salvezza.
Il baricentro non sta nell'uomo e nel suo impegno, ma nella relazione dell'uomo con i valori, con il sommo valore che è Dio. È sempre un rapporto articolato e dialettico. Il proponimento cristiano è inseparabile dalla virtù della speranza.
Per se stessa la paura della mancanza, troppo spesso considerata un sentimento cristiano e confusa con il «timor di Dio», contribuisce a decentrare la vita morale dal suo vero dinamismo e dal suo vero senso.
La paura della mancanza per se stessa porta al disinteresse per il significato globale dell'esistenza. È la dimenticanza della dimensione essenzialmente relazionale ed oblativa dell'esistenza. L'esperienza dimostra, osserva Oraison, che molto spesso in quelle che si è convenuto chiamare «abitudini di peccato», qualunque esse siano, l'«angoscia reiteratrice svolge un ruolo importante. E alcuni modi negativi di concepire e di insegnare la morale non fanno che aggravarlo».

INTEGRARE LA SESSUALITÀ NELL'AFFETTIVITÀ

Durante l'adolescenza l'area più spontaneamente sensibilizzata dalla colpevolezza è quella sessuale. La sessualità un po' per se stessa, un po' per un fatto socio-ambientale molto spesso è accompagnata da una colpevolezza eccessiva che ne complica l'evoluzione. Certe forme di tabù o di antitabù attanagliano il dinamismo della sessualità, bloccandolo in se stesso o riducendone la forza espansiva o inducendo «circuiti colpevolizzanti o.
È necessario perciò fin dalla infanzia, in particolare durante l'adolescenza e la giovinezza, un'azione educativa che faciliti il vivere positivamente ed equilibratamente la propria e l'altrui sessualità. Questo fatto costituisce un modo evolutivo centrale. Per questo occorre stimolare il soggetto ad accertare positivamente la propria realtà sessuale, con tutto quello che essa comporta, e ad integrarla nell'affettività. La sessualità infatti costituisce il dinamismo più forte dell'apertura all'altro/a e agli altri. Essa favorisce un armonico sviluppo quando entra in modo adeguato nell'affettività. Costituisce un fattore di disturbo, talora di deviazione, quando agisce nel soggetto come una forza a sé stante, un impulso che richiede imperiosamente una soddisfazione. Presentiamo alcuni passaggi della «sequenza psichica della integrazione della sessualità nell'affettività». Ogni momento va sostanzialmente vissuto, pena la carenza di qualcosa di essenziale. Le forzature possono provenire da vari fattori esterni o interni al soggetto.
Ciascuno di noi è per natura un essere sessuato. Deve accettare e vivere personalmente e socialmente questo fatto come un bene. L'accettazione della sessualità non significa licenza o qualunquismo, ma riconoscimento del reale, previamente a qualunque giudizio di valore morale.
All'accettazione vera, profonda e cordiale della sessualità, nei suoi vari aspetti, segue una preoccupazione di autodisciplina e di preparazione dell'avvenire, cominciando dall'oggi. Ciò che conta ed è indispensabile è giungere ad un autocontrollo che consenta una assunzione progressiva della sessualità, senza volervi giungere di colpo. In particolare durante l'adolescenza e la giovinezza è necessario prendere coscienza nei suoi termini reali e diretti e assumere, come una dimensione costitutiva della persona, «l'attrattiva carnale» verso l'altro sesso. Si tratta di un'attrazione a vari livelli verso il sesso opposto; livello sessuale, erotico, sentimentale, affettivo, genitale... In ogni persona uno di questi livelli è più accentuato rispetto agli altri.
Di fronte all'«attrattiva carnale» e alla sessualità in generale bisogna a poco a poco assumere un giusto atteggiamento così che la colpevolezza faciliti la maturazione sessuale.

Sequenza dell'integrazione della sessualità nell'affettività

Questi i momenti e gli elementi principali e indispensabili:
- Non reprimere, né rimuovere, ciò che si riferisce alla sessualità.
Bisogna non bloccare le energie sessuali con moralismi e inibizioni inutili, spesso dannose. Si resterebbe immaturi, prigionieri di una colpevolezza causa ed effetto ad un tempo di un rifiuto di se stessi. Ciò poco o tanto fa restare immaturi, incapaci di stabilire un rapporto umano autentico e valido.
«Si domina male ciò che si teme. La sessualità, osservava lo psicologo Le Moal, più è temuta e disprezzata, più si fa esigente e dominante». La repressione della sessualità, o di alcuni suoi aspetti, a livello conscio o inconscio, comporta sempre conseguenze negative, differenziate a seconda della storia evolutiva della singola persona.
- Non ignorare con idealismi e con angelismi.
Ciò si concretizza in un «non voler sentire...», «un considerarsi al di sopra», «un vietarsi di provare certe sensazioni e percepire date attrazioni».
Consciamente o inconsciamente, prima o dopo, si va alla ricerca di compensazioni e di surrogati di vario genere, dietro etichette apparentemente insospettabili: teologiche, filosofiche, socio-ambientali.
La concezione angelica della sessualità è una anomalia psichica che consiste nel rifiuto, spesso inconscio, della realtà sessuale. L'angelismo è una porta aperta a molte deviazioni sessuali, tra cui l'omosessualità latente o manifesta.
- Non lasciare le energie sessuali allo stato brado, sbrigliate.
Ogni impulso viene seguito perché si è guidati spontaneisticamente dal principio del piacere. In questo caso si rischia poco o tanto di venir giocati da queste forze. Se ne resta schiavi a livello del regno della necessità «stimolo bisogno risposta», «stimolo bisogno soddisfazione», oppure si vive come ossessionati, fortissimamente influenzati, fino quasi alla necessità, dai riflessi condizionati indotti dai massmedia, strumentalizzati dalla società dei consumi, con una affettività e sessualità dissociate, con un dono di sé instabile, superficiale ed insicuro.
- Riconoscere e accettare la realtà della sessualità come una realtà positiva.
Ciò si concretizza nella accettazione del proprio sesso specifico: «essere uomo essere donna» con tutto ciò che questo comporta. A volte c'è una specie di disagio nei confronti del proprio sesso, a livello più o meno inconscio, per vari motivi: a livello fisico e psicosessuale l'interessato teme che gli manchi qualcosa di essenziale così da sentirsi inferiore, talora colpevole verso se stesso e verso le persone significative. Oppure a livello socio-ambientale un sesso è massimalizzato rispetto all'altro in tutti i movimenti femministi o maschilisti, nelle varie discriminazioni. L'interessato ne riceve una svalutazione di sé o una ipervalutazione compensatoria. Entrambi queste posizioni spiazzano il soggetto rispetto al proprio sesso, mettono in difficoltà la propria evoluzione sessuale.
Accettare serenamente e responsabilmente la realtà sessuale e genitale è possibile solo se la si riconosce come una «realtà intrinsecamente positiva», come un dono per la vita. Perché ciò si realizzi, bisogna chiamare con il suo nome ogni realtà, pur nell'ambivalenza presente.
- Incanalare queste energie sessuali nella direzione che si segue.
La sessualità è come l'acqua di un fiume verso l'invaso di una centrale elettrica. Tale acqua diverrà energia per la vita a condizione di venir incanalata. Ed è possibile incanalare le energie sessuali mediante l'autocontrollo e la disciplina. Questa è una condizione indispensabile, pena la non integrazione della sessualità nell'affettività.
- Infine investire queste energie sessuali, come un talento, nell'elaborazione e realizzazione di un progetto di vita vivo e realistico.
Questo è possibile mediante un'azione educativa fatta di autodisciplina, di attesa paziente e attiva, di preparazione della «linea affettiva preferenziale». Ciò apre verso un ideale di vita veramente costruttivo e promovente
- la vita come servizio;
- saper amare;
- divenire liberi;
- formare una vera famiglia;
- divenire «testimoni del regno dei cieli»;
- continuare la missione di Gesù Cristo «come gli apostoli».

DISTINGUERE L'ASPETTO AFFETTIVO-EMOZIONALE DA QUELLO VOLITIVO E COSCIENTE CIOÈ IL LIBERO CONSENSO

Ogni atto umano comporta una pluralità di componenti diverse tra loro per natura e incidenza, unificate dalla stessa personalità che le vive in unità. Questi i principali aspetti:
- aspetto intellettivo, immaginativo, sensitivo, conoscitivo in genere, - emozionale, morale, sentimentale, appetitivo, affettivo in genere,
- volitivo, tendenziale, intenzionale, operazionale in genere.
Questi aspetti si rifanno alla pluralità delle dimensioni, ai tratti che compongono ogni personalità adeguatamente sviluppata: psicomotorio, intellettivo, volitivo, affettivo, sociale, morale, religioso, vocazionale.
La distinzione tra fenomeno psichico e fenomeno morale, osserva lo psicologo Charles Odier, è una distinzione faticosamente conquistata dalla psicologia contemporanea. Ciò consente e richiede che il discorso morale sia molto più articolato.
Di qui la necessità di educarsi e di educare a saper distinguere nei propri comportamenti e nella relativa relazione personale l'aspetto affettivo-emozionale da quello volitivo e cosciente.
Questi ultimi formano il «libero consenso». Ed è questo ad essere determinante nella valutazione morale, in base alla sua consistenza e incidenza. Occorre abituarsi pian piano a coglierlo nella sua portata, ad individuarne la funzione all'interno delle scelte umane. Va sottolineato tuttavia che distinzione non significa separazione. Libero consenso e risonanza affettivo-emozionale non esistono separatamente. Nel vissuto del soggetto essi sono intimamente mescolati e interagenti. Ciò che è necessario fare, in vista di una sana valutazione morale, è cogliere la prevalenza e l'entità delle componenti. È la presenza prevalente ad essere determinante.
Tra le risonanze emotivo-affettive più forti va posta la colpevolezza. Essa è come un'eco, spesso a ripetizione multipla, che informa il soggetto sulla portata personale e sociale delle sue scelte, una risposta-ritorno che gli consente ed esige di tener conto dell'«altro».
Se questa risonanza emotivo-affettiva a base di colpevolezza, è così forte, sproporzionata rispetto alla consistenza oggettiva della scelta, da spingere il soggetto a rinchiudersi in un circuito a ripetizione, allora il senso di colpa costituisce un problema. Ciò avviene in particolare durante l'adolescenza e nei tempi e situazioni di vita vissuti in modo adolescenziale. In queste situazioni tende ad instaurarsi il circuito obbligante della masturbazione fisica o mentale, della ansietà generata dalla colpevolezza psichica, dei riti espiatori, liberatori o dimenticatori di vario genere, come certe «febbri da sabato sera». Oppure tende ad insediarsi il circuito necessitante della colpevolezza da scacco. Un insuccesso in piano individuale e sociale viene vissuto in modo così inferiorizzante da instaurare questo circuito della colpevolezza.
La stessa consistenza oggettiva delle varie scelte viene spesso alterata da questa risonanza emotivo-affettiva.
È necessario aiutare il soggetto:
- a distinguere le principali componenti di ogni atto umano, ad accettare come una realtà quasi indipendente da lui la risonanza emotivo-affettiva, così come si accetta che l'acqua sia umida;
- ad individuare, potenziare ed assumere la responsabilità del libero consenso. È questo che qualifica le varie scelte. Ciò comporta l'educazione del libero consenso e il non ritenere come peccato ciò che in realtà è solo eco emotivo-affettiva.

DISTINGUERE L'IO DALLE SUE SCELTE

Per superare la colpevolezza eccessiva e bloccante è necessario maturare la capacità da parte del soggetto di saper distinguere l'io, l'intenzione, dai suoi prodotti, gli atti, le scelte.
L'uomo adulto guarda ed accetta tutto il suo passato ed il presente.
L'adolescente invece non vuol saperne del suo passato. Lo rifiuta perché si sente proiettato verso l'avvenire e non tollera limiti. È l'atteggiamento interiore che dice se uno è peccatore o no in qualunque settore; se no sarebbe solo comportamentismo. Bisogna vedere sempre la componente interiore di ogni comportamento buono e cattivo. Di qui si capisce con maggior forza che Dio solo può giudicare.
La capacità di distinguere l'io, il proprio valore, rispetto alle proprie scelte è un grande passo avanti nel cammino della maturazione personale e una sicura sorgente di gioia, di serenità e creatività.
Ma come giungere a saper distinguere in modo esistenziale la persona dalle sue scelte? Come distinguere l'errante dall'errore?
Questa distinzione esistenziale e vivificante è possibile nella misura in cui ci si autoaccetta incondizionatamente, ci si autorapporta in modo adeguato. Allora si diviene capaci di una lettura «positiva e dinamica» della realtà personale e socio-ambientale.
Perché questa lettura positiva e dinamica di sé e della realtà sia possibile è necessario aver posto il baricentro di se stessi a livello dell'«io attuale» con tutte le sue resistenze e ambivalenze.
L'io di ciascuno di noi è una realtà psichica costituita da vari livelli o dimensioni. Questi i principali:
- super-io, - io ideale, - io attuale, - io pulsionale. La prevalenza di questo o di quel livello caratterizza questo o quel tipo di personalità. C'è infatti una costante psichica che regola il nostro rapporto con la realtà delle cose, delle persone e delle situazioni. Ciascuno di noi stabilisce un rapporto prevalentemente ad un livello dell'io.
Perciò per una positiva costruzione di sé, per maturare un concetto positivo di sé è necessario che il baricentro del sé sia posto a livello dell'io attuale dinamicizzato dall'io ideale, arricchito dall'io inconscio, liberato dal super-io. Solo allora a poco a poco si fa quella distinzione esistenziale tra la persona e le sue scelte.
La colpevolezza eccessiva, causa ed effetto ad un tempo, comunque si manifesti, è sempre sintomo di un rapporto con la propria realtà inadeguato.

EDUCARE LA COSCIENZA MORALE

In vista di una educazione della colpevolezza è necessario educarsi ed educare la coscienza morale. Per vivere da adulti sia psichicamente che moralmente e religiosamente è necessario giungere ad essere capaci di un giudizio morale autonomo vero circa le proprie scelte. Autonomo cioè fatto dalla coscienza del soggetto stesso che possiede in proprio i criteri di riferimento ed è capace di fatto di valutare. Vero: cioè i valori cui il soggetto si riferisce sono quelli veri, autenticamente promoventi la persona e la società. È in base a questa capacità di giudizio morale autonomo e vero che nasce la auto ed etero-responsabilità di fronte a ciò che si fa oppure avviene.
Questa formazione del giudizio morale comporta in particolare insegnare e imparare a valutare il grado del proprio consenso nelle varie componenti materialmente colpevoli, soprattutto quando si tratta dei «peccati di pensiero» e in generale di fronte alle proprie scelte. O meglio ancora è necessario insegnare a valutare il proprio consenso all'interno degli atteggiamenti della persona. Si tratta cioè di non fermarsi solo o prevalentemente all'aspetto esterno della condotta umana, quello comportamentale, ma di risalire al modo di essere, abbastanza stabile e abbastanza fluido ad un tempo, costituito appunto dagli atteggiamenti. Sono questi che rivelano la direzione di marcia della propria vita nelle componenti cognitive, affettive e volitive.

EDUCARE AL SACRAMENTO DELLA RICONCILIAZIONE, UN CAMMINO NELLA SPERANZA

Il sacramento della riconciliazione è anzitutto un incontro misterioso, e per sé non sensibile, con il perdono di Dio; non principalmente un conforto umano ricercato in una presenza sacerdotale o come sollievo psichico per un senso di colpa. Il giusto senso del peccato consiste non tanto nella trasgressione di una norma, o di un ordine rigido, né in uno scacco alla propria personalità, ma in una misconoscenza, nella rottura, di un rapporto di amicizia, di amore tra due partners.
L'accusa nella confessione è stata troppe volte posta al centro del sacramento della penitenza. L'accusa diviene allora molto e spesso un meccanismo di cui l'individuo si serve per allontanare la propria angoscia, il senso di morte, la paura della castrazione.
Educare al sacramento della riconciliazione significa insegnare a «camminare nella speranza».
In particolare bisogna far scoprire al giovane e all'adulto il valore della fedeltà nel vivere da peccatori perché è duro vivere con la coscienza da peccatori.
La norma resta la come un punto d'arrivo, un segno di maturità proposta a tutti. È errato pensare: «Non posso essere cristiano perché non riesco a praticare la morale che il Cristianesimo propone in questo o quel punto».
La Chiesa è fatta di peccatori, e il Cristianesimo non è una morale, ma una proposta di salvezza già iniziata.
Ci sono certe cadute nella vita di adulti legate a precisi limiti psichici insuperabili, nonostante la buona e sincera volontà personale. Sono situazioni che possono far aprire la propria vita al Dio che salva.
La misericordia di Dio infatti va posta prima di tutto il resto. Fornisce il criterio per valutare i peccati, e non viceversa, secondo un antropomorfismo troppo frequente. È esatto dire: «La grandezza dei miei peccati mi rivela la grandezza di Dio». Tra la carità e la moralità regna una relazione discendente, non viceversa.
È la carità che esige una moralità che le sia conforme. Va sempre sottolineato che non c'è proporzione tra la mia risposta morale e l'offerta di salvezza da parte di Dio. Occorre insistere sulla gratuità della salvezza. Se no si ha un grande impoverimento morale e religioso.
Per educare ed educarsi al sacramento della riconciliazione è opportuno tener conto di tre fasi che contrassegnano il cammino spirituale di ogni credente.

Prima fase: l'adolescenza

C'è nel soggetto un interesse diretto a liberarsi dal senso di colpa, normalmente molto accentuato in questa età. È presente un forte senso del decalogo. I peccati sono percepiti come realtà aventi una propria consistenza, spessore e precisione a causa dell'accentuato senso della legge e della colpevolezza.

Seconda fase: un tempo intermedio

In un secondo momento si problematizza la confessione: «A che serve confessarsi? Alla fin fine che cosa sono i peccati?».
Spesso tutto e niente diventa peccato. Si riesce ad eliminare da soli il senso di colpa poiché si è maturati razionalmente ed emotivamente. Oppure si rifiutano positivamente le mediazioni a causa di un esasperato soggettivismo. Si presume di rapportarsi direttamente ed esclusivamente con Dio.
Le confessioni sacramentali si rarificano o dispariscono. Il senso del peccato sta vanificandosi, con un notevole impoverimento personale.

Terza fase: il cristiano adulto

Emerge e si colloca al centro della propria vita morale il confronto tra se stessi, il proprio peccato e Dio, la proposta del Vangelo. Esse si coagulano in modo organico nelle esigenze del discepolato, del seguire Cristo. «Mi confronto con Dio e mi scopro peccatore». È la salvezza e il perdono che vengono prima.
Il punto di riferimento a poco a poco è costituito dalle beatitudini. È con queste che ci si confronta. Ne emerge un costante appello in avanti.

CONCLUSIONE

Il ruolo svolto dal senso di colpa nell'evoluzione morale e religiosa di ogni persona è centrale e decisivo in senso sia positivo che negativo. Esso risente in modo determinante dello sviluppo affettivo della personalità e del tipo di educazione ricevuta più in generale. Il senso del peccato poi affonda le sue radici, in quanto esperienza umana, nella fase arcaica dello sviluppo personale, nell'esperienza della colpevolezza, un'esperienza primigenia che accompagna in modo diversificato tutta l'evoluzione.
Ogni individuo avverte l'emergere di questa o quella principale sorgente di sensi di colpa, appunto a seconda dell'educazione ricevuta, del suo sforzo personale di maturazione e del superamento dei residui dell'angoscia infantile. Ogni storia personale è una realtà monografica.
All'inizio il senso di colpa si presenta come un tratto unico, come una nebulosa che contiene in sé tutti i possibili sviluppi avvenire. A poco a poco emergono le varie dimensioni della colpevolezza, collegate con le relative sorgenti proprie di ogni stadio evolutivo. Nella misura in cui permangono delle sacche consistenti di immaturità, permane pure una colpevolezza di tipo psichico, infantile, un peso e un freno per la crescita.
In vista di una positiva evoluzione del senso di colpa e di una formazione del senso del peccato è necessaria un'azione educativa caratterizzata da un amore autentico, da una disciplina coerente, da una proposta e riproposta della gratuità della salvezza religiosa. Allora la religione può svolgere la sua «azione ulteriorizzante» di promozione della persona e di formazione di una fraternità in vista di una comunione con quel Dio che, mentre si rivela, permane sempre Altro e Oltre. L'uomo allora, individualmente e collettivamente, persevererà nella sua ricerca e nel suo impegno nell'avventura della vita mai conclusa.