Guido Gatti

(NPG 1979-9-44)


I TERMINI DEL PROBLEMA

Il complesso dinamismo della coscienza è capo di emergenza di problemi e di contraddizioni che interessano non soltanto il teologo ma anche l'educatore e il pastore di anime.
Vediamone alcuni.
Da una parte si parla sempre più insistentemente di educazione della coscienza, la si suppone quindi educabile e si sottolineano; pesanti condizionamenti sociologici e culturali che presiedono alla sua formazione e fanno di essa il riflesso di una coscienza collettiva non sempre condividibile e il prodotto di una manipolazione non sempre illuminata.
Per altro verso una certa apologetica, senza distinguere i vari livelli di cui parleremo più avanti, continua a vedere nella coscienza solamente qualcosa di innato, quindi di universale, immutabile e insopprimibile, un'orma della presenza di Dio.
E sorge quindi la domanda: fino a che punto la coscienza è il prodotto di un'educazione e fino a che punto invece è una specie di registrazione fedele della volontà di Dio incisa nel cuore umano? All'interno del processo educativo poi, l'educazione dovrebbe tendere a dare all'educando la capacita di un giudizio morale autonomo e personale, pronto a rispondere alle situazioni e ai problemi sempre nuovi della vita.
Ma quando a rivendicare questa autonomia è l'educando stesso, a un certo momento del processo educativo, l'educatore è portato a vedere in questa rivendicazione un ostacolo al suo compito educativo (pensiamo al caso così frequente del giovane che in nome della sua coscienza si rivendica certe libertà nel campo dell'etica sessuale).
Cosi mentre effettivamente la coscienza corre il rischio di essere utilizzata come alibi del disimpegno morale da parte del giovane, l'educatore, preoccupato dell'oggettività dell'ordine morale, non riesce a essere coerente con le sue enunciazioni di principio sul valore della coscienza (anche se incolpevolmente erronea) ed è tentato di esercitare forme non tanto occulte di controllo e di violenza morale.
Cosi la coscienza diventa materia di contesa tra l'educatore e l'educando, tra i giovani e l'operatore pastorale.

LA COSCIENZA COME SUPREMO PRINCIPIO DEL SAPERE MORALE

Il fatto è che la coscienza è una realtà dinamica e complessa. Con uno stesso termine si indicano spesso strati e momenti diversi della vita morale.
Con il nome di coscienza si intende a volte ciò che S. Tommaso chiamava con un nome un po' curioso, sinderesi è ciò che qualche teologo tedesco chiama «coscienza originaria» o «fontale» (Urgewissen). A questo livello la coscienza è un'istanza morale costitutiva della stessa personalità umana, così come il desiderio insopprimibile del bene in generale è costitutivo della libertà.
Si tratta di un senso morale o di un imperativo morale generalissimo (fa il bene, evita il male) che è il punto di partenza di un itinerario di ricerca e chiarificazione che conduce fino al giudizio ultimo sulla bontà o negatività morale di una situazione concreta. La sinderesi è la forza che sta alla base di questo giudizio: è essa che da carattere di comando incondizionato alla voce della coscienza nella situazione concreta.
C'è nella coscienza qualcosa di originario, di insopprimibile e di non manipolabile; anche se la sua voce subisce l'influsso delle decisioni di fondo della persona che fanno da amplificatore o da coibente al suo richiamo. Resta tuttavia vero che, a questo livello, la coscienza più che qualcosa da educare è l'aggancio a cui deve attaccarsi qualsiasi educazione morale per essere efficace.

LA COSCIENZA COME CONOSCENZA DELLE NORME E DEI VALORI

A un secondo livello si chiama a volte con il termine coscienza il sapere morale generico di una persona o di una collettività.
Per quanto abbiano radice in ciò che l'uomo è ed è chiamato a essere, cioè nella natura umana, queste conoscenze morali (di valori o di norme) non sono in nessun modo innate: sono il prodotto di un apprendimento uguale a qualsiasi altro: i ragazzi spartani potevano credere in tutta buona coscienza che rubare agli iloti fosse una sacrosanta «buona azione»: l'avevano appreso attraverso l'educazione e l'avevano normalmente interiorizzato, fatto proprio.
Educare la coscienza, a questo livello, significa informarla, trasmetterle delle nozioni. L'educazione morale è sempre anche una istruzione morale. Essa comunica un sapere morale elaborato da una tradizione in cui l'educando è chiamato ad inserirsi, usufruendo, sia pure in maniera creativa, di dati che altri hanno preparato anche per lui con una lunga ricerca che non può essere ricominciata da capo ad ogni generazione (anche se deve essere sempre nuovamente rivista e verificata).
La coscienza personale è quindi sempre il riflesso di una coscienza collettiva; ma è un riflesso vivo, assimilato in maniera personale, perennemente riformulato e non uno stampo ricevuto passivamente. È inoltre un riflesso che non esime dalla propria personale responsabilità.
Questo vale anche per il credente nei confronti di quella forma di coscienza collettiva che è la tradizione religiosa e l'insegnamento della chiesa. Essa non è un deposito ricevuto e ritrasmesso di peso, ma una sapienza che si rinnova e si allarga continuamente attraverso la ricerca dei singoli e della collettività, che si misurano, guidati dallo Spirito, con i segni dei tempi nella storia.

LA COSCIENZA COME GIUDIZIO

Il giudizio morale nella situazione concreta

C'è infine il livello più vicino alla situazione concreta: è la coscienza nel senso più preciso del termine, in quanto giudizio ultimo della ragione pratica sulla bontà o negatività morale di una possibile scelta concreta. L'indicativo morale generale (es.: rubare è male), diventa indicativo concreto e attuale passando attraverso una specie di sillogismo applicativo alla situazione particolare (es.: prendere questa cosa, qui e ora è male). La «maior» di questo sillogismo è la norma generale, la «minor» è la situazione stessa, il «consequens» è il giudizio finale della coscienza.
Può sembrare riduttivo concepire il dinamismo della coscienza con gli schemi un po' meccanici della logica formale; ed è certamente una semplificazione; ma, per quanto ostico alla nostra cultura, lo schema del sillogismo esprime pur sempre una categoria fondamentale del pensiero umano, cui non è ingiustificato riconoscere un ruolo anche nella formazione del giudizio morale.

Educare a giudicare da sé

Educare la coscienza a questo livello (che è il suo in modo specifico) è educare la capacita del giudizio pratico; una capacità non sempre automaticamente assicurata dal possesso di una buona dottrina morale generale.
Giudicare in concreto significa assumersi i rischi e le responsabilità di una decisione in una situazione in cui spesso valori e principi morali si trovano intrecciati in modo inestricabile o addirittura in conflitto gli uni contro gli altri (è il cosiddetto dei doveri»; quello ad es. cui si appellano molte coppie, per quanto riguarda il problema della contraccezione: il dovere di una paternità responsabile sembra opporsi a quello di mantenere vivo l'amore con atti coniugali che lo esprimono e lo approfondiscono).
Giudicare in concreto presuppone una visione realistica della complessità e della irriducibile singolarità della situazione e inoltre una attenzione alla sua componente soggettiva (se il caso di coscienza è qualcosa di oggettivo, nella situazione il soggetto è implicato personalmente).
La capacità di giudicare comprende il coraggio virile di decidere da sé. L'emotività ha in essa un suo ruolo accanto all'intelligenza. L'irresoluto e l'incerto non sono necessariamente delle persone ignoranti o poco acute. Non sarà un supplemento di informazione a dar loro la capacità di decidere.
Come si educa a giudicare?
Prima di tutto facendo giudicare, e aiutando a giudicare da sé. L'adolescenza è momento importante di questa personalizzazione del giudizio morale; anche se le prime basi vanno messe assai prima. Già nella prima infanzia il credente deve essere stimolato a giudicare del bene e del male dall'interno della sua esperienza e non soltanto attraverso un confronto meccanico con formulari e schemi per quanto ben fatti.
Se lo si attua a sentirsi giudicato da formulari, lo si condiziona a delegare ad altri il giudizio morale.
Non bisogna avere paura di permettere errori materiali rispetto all'ordine morale oggettivo. Gli errori si possono correggere gradualmente; l'iniziativa personale del senso morale invece, se non scatta a tempo resta atrofizzata per sempre; essa quindi ha diritto di precedenza come meta educativa. Accettare che il ragazzo sbagli, pur aiutandolo a correggere i suoi giudizi è lo stesso che inculcargli l'idea che della coscienza egli risponderà solo a Dio e che è la coscienza, prima che la materialità delle azioni, a farlo buono o cattivo «dentro».
Oggi cominciamo a renderci conto che la coscienza dell'adulto va considerata una cosa sacra, nonostante eventuali errori, e che va corretta non con l'imposizione della verità ma facendo appello alla sua capacità di verifica.
Ma questo è ancora più vero per il periodo formativo, quando l'eventuale imposizione non provoca solo il rifiuto dell'autorità educativa (ed è già abbastanza grave) ma può addirittura schiacciare, sopprimere per sempre la capacità di giudicare da sé, può educare alla remissività e al conformismo morale, alla delega delle proprie responsabilità a chi sta in alto; tutti limiti deprecabili, anche se spesso possono sembrare qualità positive all'educatore autoritario o ansioso.

CARATTERE INVENTIVO E PROGETTUALE DELLA COSCIENZA

Abbiamo paragonato la coscienza a un sillogismo applicativo, a un giudice che giudica, come dice la formula tecnica della giurisprudenza «non de lege sed secundum legem». Ma la cosa non è così semplice, né questo aspetto, pure reale, della coscienza esaurisce il suo campo d'azione.
La situazione è sempre qualcosa di unico, mai totalmente compreso nella norma generale.
Alla coscienza non sono chieste quindi solo, capacità deduttive ed applicative ma anche vere e proprie capacità creative e progettuali.
L'idea di un progetto che si traduce in atto sembra incompatibile con quella di una legge generale che si applica deduttivamente al caso particolare.
La progettazione domanda inventiva, l'applicazione fedeltà e precisione.
Si dice, e giustamente, che, se la coscienza è norma prossima, la legge morale oggettiva è norma remota normante la stessa coscienza, la quale non è in nessun modo legislatrice di se stessa.
Al dovere che ognuno ha di ubbidire alla coscienza sincera, è correlativo il dovere che ha la coscienza di ubbidire alla forza di una verità che la trascende.
È quello che il Roqueplo in una pagina molto bella chiama «la liturgia pasquale del culto del vero bene» (Ph. Roqueplo, Esperienza del mondo, esperienza di Dio?, Torino Leumann 1972, pag. 161).
L'accettazione radicale da parte della coscienza del principio che il bene oggettivo si impone, obbliga, si traduce in una forma di «riconoscimento». Si tratta di riconoscere alla verità un diritto sul nostro amore e sulla nostra libertà.
È in questo senso che l'impegno morale in quanto radicale si dell'uomo al bene che lo trascende è una categoria per la comprensione dello stesso atto di fede soprannaturale: il sì della coscienza alla verità morale è della stessa natura del si della fede alla parola di Dio.
Senza questa dimensione obbedienziale, un impegno morale che pretendesse di farsi legislatore assoluto di se stesso sarebbe solo illusorio: esso finirebbe per chiamare arbitrariamente bene tutto ciò che decidesse di fare.
Ma il problema è appunto: come comporre questa dimensione di riconoscimento con quella della creatività per una coscienza chiamata a progettare e a inventare oltre che a scoprire il bene concreto? Come evitare di ridurre l'uomo a una «copia conforme» di un modello interamente prefabbricato?
Si deve affermare con forza che la legge generale non contiene la totalità delle indicazioni morali concrete che si riferiscono alla persona in situazione. Sapere che la guerra è un male che, almeno nelle attuali condizioni storiche, nessun valore può giustificare, non vuol dire ancora sapere che cosa si deve fare in concreto per progettare e realizzare la pace in una data situazione.
Occorre ricuperare il discorso tomistico sulla prudenza come facoltà non puramente riconoscitiva-applicativa, ma anche inventiva-architettonica.
La legge rappresenta una indicazione spesso di tipo puramente negativo, a volte minimale (non uccidere!); a volte invece non può essere altro per l'uomo in situazione che l'indicazione di una meta lontana (= non immediatamente raggiungibile), di un itinerario di crescita (si pensi ad esempio all'impegno di una totale sublimazione delle tendenze sessuali anomale per un omosessuale o un pervertito).
Si tratta comunque di indicazioni che rispetto alla situazione concreta sono generiche e non univoche. Non si può certo ignorarle, ma non basta applicarle materialmente per decidere in situazione e fare della vita la realizzazione di un progetto etico.
Anche questa fantasia creatrice va educata così come l'onestà nel riconoscimento della verità oggettiva.
Bisogna favorire nel ragazzo la scelta di soluzioni originali, promuovere la sua individualità anche in campo morale, evitare di approvare in lui comportamenti gregari e conformisti, anche se oggettivamente passabili.
Naturalmente anche qui bisogna mettere in preventivo smarginature ed errori. Se stronco la sua fantasia creatrice in campo etico perché essa sbaglia i suoi primi passi, la spengo per sempre.
Certo dovrò preoccuparmi di affinare la sua sensibilità per il vero bene, ma affiancandomi ad essa in una verifica, di cui essa deve restare protagonista.
Il giovane, almeno sul piano delle tensioni velleitarie (non è ancora capace di costanza e di vera coerenza) è spesso un perfezionista morale, ingenuo e idealista. Occorre aiutare anche il suo senso critico, promuovere in lui un maggior realismo, senza con questo incanalarlo su una mediocrità, contenta delle strade sicure, ma pigra e infingarda.

LA COSCIENZA È UN DINAMISMO DELLA LIBERTÀ

Appare chiaro allora che educare la coscienza non è educare una facoltà particolare o un compartimento stagno della persona, è educare la persona come tale nel cuore della sua disponibilità ai valori.
Bisogna sfatare a questo proposito diversi equivoci.
Si è portati a volte, soprattutto da parte dei giovani, a confondere la coscienza con quello che è invece una specie di primo istinto morale, la prima risposta intuitiva ed emotiva che nasce dentro di fronte a una situazione e al suo appello.
Anche questo primo istinto ha un suo valore orientativo ma non è ancora il giudizio senza appello della coscienza.
Quello della coscienza è invece il giudizio ultimo della ragione pratica di fronte al problema della scelta morale.
Ultimo significa che è preceduto da una ricerca, da un confronto di posizioni, da una ponderazione degli argomenti pro o contro; il giudizio ultimo è il risultato sintetico e conclusivo di tutta questa ricerca. La ragione pratica poi è quella che si assume la responsabilità dell'azione e ne accetta le conseguenze.
In questa ricerca sono veramente sincero solo se cerco di liberarmi dal peso, spesso sviante, dell'emotività, e pondero spassionatamente tutti i suggerimenti che incontro sulla mia strada (ad esempio l'insegnamento della Chiesa), valutando lealmente le ragioni in gioco.
Educare la coscienza è quindi educare alla riflessività e all'oggettività del giudicare, anche quando si è in questione come persone.
Altre volte si pensa alla coscienza come a qualcosa di impersonale, una specie di ambasciatore che non porta pena, che opera al di fuori del nostro controllo e della nostra responsabilità.
Secondo questa concezione il bene e il male comincerebbero solo da dove la coscienza ha parlato: faccio bene se le ubbidisco (erronea o esatta che sia), faccio male se trasgredisco le sue intimazioni. C'è parecchio di vero in questo: per quanto il giudizio della coscienza possa essere errato (per difetto di sapere morale o di conoscenza della situazione) esso resta in certo senso infallibile, almeno nella misura in cui esso ubbidisce all'imperativo della sinderesi (fa il bene!) di cui è una concretizzazione.
«In quanto la sinderesi confluisce nel giudizio di coscienza, lo iudicium conscientiae è infallibile; l'uomo in ogni concreta decisione di coscienza sa che deve amare e fare il bene» (A. Guenthoer).
Alla ricerca sinceramente protesa alla verità si deve la stessa obbedienza che si deve all'imperativo della sinderesi. Per il credente in particolare, la relativa infallibilità della coscienza è legata al fatto che essa è l'unico appello che Dio può rivolgere all'uomo in situazione; la coscienza diventa quindi la sua voce; al di là degli stessi errori che incolpevolmente contiene, essa mi porta la sua volontà: anche dal punto di vista di Dio, a rendere buone le mie azioni non è prima di tutto la loro aderenza o meno a un ordine morale oggettivo e impersonale, ma il fatto che, attraverso l'ubbidienza a una coscienza sincera, esse esprimano un amore autentico e una ricerca disinteressata del bene.
Tutto ciò vale però appunto solo nella misura in cui la coscienza sia mossa davvero da questa sincera ricerca della verità. E ciò è tutt'altro che garantito.
Appunto perché la coscienza è in certo senso tutto l'uomo, essa porta con sé il peso oscurante della storia morale della persona, delle sue abitudini negative, dei suoi pregiudizi, delle sue scelte di peccato.
La conoscenza dei valori ha infatti un carattere particolare: la perfetta oggettività delle scienze esatte è impossibile in un campo in cui l'oggetto della ricerca è lo stesso soggetto e la ricerca coinvolge le sue scelte di vita.
A questo livello, l'intelligenza e la volontà non sono facoltà indipendenti. La conoscenza è il risultato di un dinamismo complesso in cui è in gioco la libertà oltre che l'intelligenza.
Decisivo risulta quindi l'influsso di quegli atteggiamenti interiori della volontà che la scolastica chiamava «habitus» e in particolare di quello che in certo senso li riassume tutti e che dà alla persona la sua concreta fisionomia morale e il suo orientamento di vita: l'opzione fondamentale.
L'uomo non è mai nudo o neutrale davanti alla verità morale: l'abitudine del volere comanda l'attitudine del conoscere: «La verità trova davanti a sé, nelle anime, delle facilità e delle resistenze, delle vie d'accesso più o meno ostruite, degli sbocchi o dei punti di contatto più o meno netti; da qui la sua mancanza di presa, la sua penetrazione difficile e, più ancora, la sua deformazione spontanea e incosciente» (J. Mouroux).
Il bene e il male morale cominciano quindi molto prima di quando la coscienza ha parlato, si estendono alla stessa elaborazione del suo giudizio.
Essa non è un procedimento meccanico ma un dinamismo della volontà che coinvolge la mia responsabilità.
Per chi ama veramente il bene, ubbidire alla coscienza è concludere una ricerca piena di amore, che aveva già un suo valore positivo morale.
Per chi invece ha scelto previamente il disimpegno morale o l'egoismo di fondo, il lavoro della coscienza diventa l'occulta (e magari inconscia) copertura di questa volontà negativa e quindi una razionalizzazione più o meno colpevole, già in se stessa.
Ubbidire alla coscienza in questo secondo caso è ingannare se stessi, sfuggire alla verità del proprio essere e quindi alla possibilità di un vero incontro con Dio.
Si può così dire paradossalmente che educare la coscienza è anche educare a una certa inquietudine di fondo che anima tutta le vita morale e la spinge a una incessante revisione e verifica che si inserisce nella dimensione penitenziale di tutta la vita cristiana.

LA COSCIENZA DUBITANTE

Pedagogia della coscienza dubitante

Il dubbio di coscienza è una conseguenza ineliminabile nei limiti della condizione umana, ma è anche stimolo alla ricerca e strumento per arrivare a una verità più piena. Bisogna quindi distinguere tra dubbio e dubbio.
C'è un dubbio che potremmo chiamare categoriale; è il dubbio che verte sulla bontà o meno di una scelta concreta (debbo o non debbo fare questa cosa?).
Esso può dipendere dalla obiettiva difficoltà della valutazione oppure da problemi di natura emotiva (questo secondo caso è quello del dubbio o dell'ansietà dello scrupoloso; una malattia della psiche che deve essere curata come tale).
Il dubbio categoriale ha attirato finora l'attenzione prevalente della teologia morale. I cosiddetti. «Sistemi morali» (il probabilismo, il tuziorismo, il probabiliorismo, ecc.) con i loro «principi riflessi» (ad es. «in dubio libertas», oppure «lex non satis promulgata non obligat») e la casuistica che li applicava a situazioni immaginarie o ipotetiche, avevano il lodevole intento di aiutare a risolvere questo genere di dubbi.
Riflettevano un'istanza di ragionevole buon senso spicciolo e di prudenza pastorale che non ha perso il suo valore, anche se deve essere liberato dal contesto legalistico che li imprigionava: la legge morale non può infatti essere pensata e interpretata secondo le categorie della giurisprudenza civile: essa si riassume nell'amore e trova nell'amore il suo vero principio ermeneutico.
D'altra parte il dubbio categoriale paralizza la coscienza e la sua funzione propulsiva nella vita morale e deve essere superato: giudicare da sé include la capacità di decidere anche in situazioni in cui le certezze possono essere solo relative.
E i principi riflessi possono aiutare a trovare la necessaria risolutezza soprattutto quando sono in gioco norme di tipo positivo (leggi umane) inevitabilmente affette da una certa tara di arbitrarietà.
Nella misura poi in cui il dubbio è più una malattia della psiche che un fatto puramente intellettuale, esso potrà essere rimosso più che con le terapie sintomatiche di una educazione autoritaria (non è vero che gli scrupoli si guariscono ubbidendo!), con la rimozione terapeutica dei blocchi emotivi che le sostengono.

Il dubbio trascendentale

Se il privilegiamento della problematica teologica relativa al dubbio trascendentale è relativamente recente (si ricollega all'affermazione, progressiva dal '600 in poi, di una concezione legalistica della norma morale), la realtà della coscienza dubitante è sempre stata presente alla riflessione di fede del passato sotto la forma prevalente del dubbio trascendentale.
Chiamiamo così per intenderci (e per analogia con altri usi simili di questo aggettivo, divulgato dalla filosofia tedesca) quel dubbio che non riguarda questa o quella scelta concreta ma la bontà di fondo della vita nel suo complesso e soprattutto la qualità e la sincerità della propria coscienza nella ricerca della verità morale.
È l'atteggiamento tipicamente cristiano dell'insicurezza radicale dell'uomo di fronte alle esigenze infinite della santità di Dio. È una consapevolezza familiare alla riflessione dei Padri: S. Agostino diceva: «Forse tu non trovi nulla nella tua coscienza; ma trova qualcosa colui che vede meglio di te, la cui luce divina penetra ogni profondità». È non altro che una parafrasi di S. Paolo: «Ma io non giudico me stesso; certo la mia coscienza non mi rimprovera nulla; ma non per questo mi ritengo giustificato; chi mi giudica è Dio» (1 Cor 4,35).
Del resto è tipica di tutta la predicazione di Cristo l'idea che il giudizio divino sull'uomo sorprende e sovverte le aspettative umane, distrugge la perenne tentazione dell'uomo di trovare, di fronte alle esigenze della santità trascendente di Dio, un riparo nella cauta contabilità della propria coscienza.
Alla luce della fede, questa insicurezza affonda le sue radici nel peccato, in quanto perversione della verità e sorgente di autoinganno, menzogna oggettivata nella vita che appesantisce la mente nella ricerca della verità morale.
Come la fiducia illusoria nella legge, così la fiducia altrettanto illusoria nella propria coscienza, in quanto simbolo della pretesa di autosufficienza dell'uomo, che prescinde dall'amore preveniente di Dio, è incapace di salvare.
Un certo discorso equivoco oggi corrente, sulla coscienza, è curiosamente parallelo alla fiducia farisaica nella legge. Ma come non basta a salvare la legge, così non salva da sé sola la coscienza: «Non in hoc iustificatus sum». La nostra giustizia è Dio e la sua misericordia cui ci si apre nel Sì di una ubbidienza incondizionata e in un abbandono, che è rinuncia definitiva a ogni sicurezza umana e a ogni difesa nei confronti delle esigenze di una santità, che non può essere racchiusa in nessuna legge ma neppure addomesticata da nessuna coscienza. L'insicurezza è quindi una delle leggi del credere: è l'inquietudine di chi sa di non poter mettere le mani su Dio, di non poter stare alla pari con le esigenze della sua santità, non commensurabile con le possibilità di autogiustificazione umana.
Ma l'inquietudine della fede non è ansietà o angoscia patologica: sa di poter contare sulla misericordia e sull'amore gratuito di Dio, un amore esigente ma alla fine capace di salvarmi se mi abbandono alla sua inquietudine trasformante.
La penitenza interiore, come dimensione, permanente della vita cristiana include questa inquietudine, si fonda su questa insicurezza di sé che alimenta la fiducia in Dio e rende disponibili al suo richiamo ad una conversione continua.
Educare la coscienza è anche educare al paradosso di questa insicurezza piena di fiducia in Dio; non si dovrebbe aver paura di seminare nelle anime l'inquietudine stimolante della fede. Nessuno autorizza il pastore a confermare l'educando in una sicurezza fondata sul testimonio di una coscienza tanto facilmente interessata ed illusoria, così poco capace di garantirci davanti alle esigenze sempre imprevedibili della giustizia di Dio.
Anche la coscienza ha la funzione pedagogica che Paolo attribuiva alla Legge: essa non ci giustifica né ci rassicura ma, dandoci la consapevolezza della nostra insufficienza, rimanda alla sufficienza di Dio.