Suggerimenti metodologici per una educazione alla spiritualità

Inserito in NPG annata 1979.


Giovanni Villata

(NPG 1979-7-54)


ALCUNE PREMESSE

Prima di addentrarci nello sviluppo del tema sono necessarie alcune premesse.

Cosa intendiamo per spiritualità

Riferendoci allo studio di Riccardo Tonelli pubblicato in questo stesso numero della rivista, ne assumiamo la descrizione, per cui, spiritualità è per noi «il tentativo di inventare una immagine di giovane cristiano, proponibile oggi a quei giovani che se la sentono di giocare la propria vita per Gesù Cristo, nella sua Chiesa e che, a partire da questa decisione radicale, si interrogano sul proprio quotidiano esistere come uomini».
Intendiamo dunque una spiritualità che da un lato porti il giovane alla riscoperta continua, originale e progressiva del Cristo (senza ripetere modelli stereotipati) e dall'altro lo stimoli a tradurre nella vita quotidiana questo incontro, qualificandone i momenti e le esperienze.

Un corretto rapporto fra metodologia e contenuti

L'esperienza conferma che l'incidenza dei contenuti che un gruppo o un movimento propongono è molte volte legata alle metodologie utilizzate.
Spesso, proprio a causa di un metodo inadeguato, lontano dalle attese e sensibilità dei giovani, vengono rifiutati i contenuti.
Cercheremo di offrire nel corso di queste riflessioni alcuni spunti perché il progetto di spiritualità giovanile non venga tradito da un metodo inadeguato.
Questo è il nostro impegno. Siamo ben consci che le dimensioni metodologiche presentate non sono ne le uniche, né le migliori.
La creatività di ciascuno potrà arricchire le nostre o inventarne altre. Il campo è aperto. L'importante, lo sottolineiamo ancora, è che il rapporto fra contenuti e metodologia sia corretto.

Identità cristiana e spiritualità

Accenniamo un istante a questo argomento non per svolgerlo dal punto di vista contenutistico ma per precisare una linea. Non si Può scindere il discorso della identità cristiana dalla spiritualità cristiana, per cui i tratti che useremo nel caratterizzare la nostra proposta metodologica avranno riferimento chiaro a quelli che determinano l'identità stessa del cristiano.

Lo sviluppo del tema

La domanda fondamentale che ci poniamo è: quali suggerimenti metodologici si possono offrire per una educazione alla spiritualità cristiana per i giovani d'oggi?
Nel tentare una risposta, non l'unica, lo ribadiamo, ma coerente con i contenuti proposti, faremo questo percorso: esamineremo dapprima due proposte di spiritualità che ci paiono inadeguate. Le valuteremo nella loro negatività e positività e cercheremo di individuare quale spiritualità emerga da ciascuna.
In un secondo tempo illustreremo la «nostra proposta», mettendone a fuoco le dimensioni portanti.
Concluderemo con l'esplicitazione di alcuni «punti fermi», che sono la struttura portante della proposta.

DUE MODELLI INADEGUATI Dl SPIRITUALITÀ

Una corretta metodologia esige che si parta dall'analisi dei dati che la realtà ci fornisce per poter, in seguito, dedurne una proposta, in fedeltà ai contenuti espressi.
Letteratura e prassi pastorale ci presentano innumerevoli modelli, alcuni più consistenti e significativi, altri meno, ma tutti stimolanti.
Ne sceglieremo due, che a nostro avviso oggi, sembrano essere più caratterizzanti. Sono modelli che, come si è accennato nelle premesse, offrono ciascuno un tipo di identità cristiana dalla quale emerge una particolare spiritualità.

Primo modello: il deduttivismo

Nasce da una riflessione teologica, la quale mette fortemente l'accento sulla iniziativa di Dio, sul progetto di salvezza e sulla sua importanza per la realizzazione personale di ogni uomo.
Ne consegue che l'individuo sarà personalmente e socialmente realizzato come cristiano solamente nella accettazione del dono di Dio nella sua oggettività.
La preoccupazione più importante di questo modello, sembra essere quella di affermare l'esistenza di un nucleo ben consolidato di verità di fede da trasmettere ai giovani.
Qualcuno allarga al massimo l'ambito di questi contenuti, altri invece, si preoccupano di restringere ed essenzializzare, fino ad inventare dei nuclei brevi» della fede.
Questi dati, pochi o molti che siano, vanno fatti assimilare attraverso una costante opera di indottrinamento, di adattamento e di iniziazione, altrimenti non si dà crescita nell'esperienza cristiana.
Per completare, seppure sommariamente la descrizione, non si può dimenticare la collocazione dei sacramenti e della preghiera. Se ne sottolinea molto l'efficacia intrinseca, meno la dimensione umana-educativa, fino ad esercitare una notevole pressione per una ampia pratica.
In sintesi: l'individuo sarà tanto più cristiano, quanto maggiormente conoscerà la verità della fede e, per mezzo di una frequente pratica sacramentale, le tradurrà in comportamenti oggettivamente corretti.
La domanda che ci si pone ora è come fare ad incarnare queste opzioni. Si perseguono fondamentalmente due linee, quella della razionalità e quella della pressione di conformità.
- La razionalità: per motivare gli orientamenti e dimostrare la oggettività del piano di salvezza che viene «dedotto», è necessario fondare l'educazione alla fede su prove e dimostrazioni scientificamente ineccepibili, rigorose, simili a quelle che si possono ottenere con gli esperimenti scientifici. Quindi: catechesi sistematica, analisi ed esegesi di testi sacri, corsi di teologia, ecc...
- La pressione di conformità: è conoscenza comune come il gruppo eserciti nei confronti dei membri una spinta, stimolo, «pressione» perché ciascuno si uniformi totalmente alle norme ed ai valori che circolano all'interno e che ne costituiscono la carta d'identità.
Una certa «pressione di conformità», è necessaria per la coesione, per il morale e l'efficienza, la funzionalità di un gruppo. Quando questa tende ad essere così insistente e forte da non rispettare i ritmi di interiorizzazione degli individui od a creare un clima di consenso «a tutti i costi», allora non è più funzionale alla crescita autentica delle persone, ne uccide creatività e capacità, rendendole anonime, acritiche e impersonali.
All'interno di questo modello circola insistente la tentazione di usare la «pressione di conformità», per mascherare la volontà determinante di creare un ampio e ben caratterizzato consenso sul dato oggettivo della rivelazione.
Si stimolano i rapporti «faccia a faccia», in un intenso clima affettivo, si creano suggestioni, si cerca una ampia omogeneità, attraverso il controllo sul dissenso interno e lo stimolo alla contrapposizione con l'esterno, si fanno circolare modelli di comportamento e informazioni tali da creare una forte e intensa esperienza di gruppo ed un alto livello di conformismo sui contenuti che il gruppo considera normativi.
Il singolo, appare convinto di essere lui, a prendere decisioni personali; di fatto però agisce determinato da una sottile manipolazione del gruppo ad opera di «specialisti», il cui interesse non è di «far fare una autentica esperienza di gruppo» o di stimolare la creatività dalla base, ma piuttosto di «rendere» interessante il gruppo per assicurare l'identificazione dei membri con i valori educativi proposti, e di produrre ricettività nella base.

Secondo modello: la «riformulazione selvaggia»

Nasce da una teologia che accetta di confrontarsi con gli innumerevoli stimoli provenienti dal processo di secolarizzazione in atto, per prendere coscienza di un fatto largamente diffuso: per molti giovani la fede dice soggettivamente poco, è una realtà tutto sommato più o meno marginale per la loro vita.
I giovani sono molto sensibili alla personale realizzazione. I problemi che emergono nella loro vita a cui è necessario rispondere sono quelli di fondo: che ci sto a fare su questa terra? che senso ha la mia esistenza oggi? per quale motivo vivere? come decidermi o no per un tipo di vita o per un'altra?
La fede, prima ancora di essere un discorso vero o falso, la maggior parte delle volte viene percepita come una proposta «priva di senso», dunque inutile, da emarginare. Ne consegue allora che in questo secondo modello si giocano tutte le carte sulla fedeltà al giovane concreto e quindi sulla risposta al suo bisogno di senso.
L'esperienza del ragazzo o della ragazza in quella particolare situazione, diventano determinanti la misura e il tipo di contenuti da trasmettere, o meglio ancora, si giunge a rifiutare l'esistenza di qualche cosa da trasmettere per affermare l'urgenza prioritaria di interpretare e di illuminare l'esperienza concreta quotidiana.
È l'esperienza (non più i contenuti come nel primo modello) che viene collocata al centro di un processo educativo, e che ne discrimina le scelte.
In questa scelta, il nucleo della fede, quei contenuti assolutamente necessari da trasmettere, pena il non costruire un credente, vengono «riformulati» in modo selvaggio, sia perché selvaggia è l'esperienza alla quale vengono piegati, una esperienza a volte interpretata con schemi troppo contingenti, rassegnati e non privi di forti connotazioni ideologiche, sia perché selvaggio è il processo con cui questi contenuti vengono legati all'esperienza, in modo unilaterale e senza la preoccupazione che la fede assuma il suo compito specifico di elemento critico e giudizio ultimo sull'esperienza.

PER UNA VALUTAZIONE DEI DUE MODELLI

Abbiamo descritto i due modelli esagerando un pochino la presentazione dei punti che li caratterizzano, con lo scopo di evidenziare le tendenze e coglierne meglio le contrapposizioni.
Non è tutto negativo. Ci sono aspetti positivi che vanno senz'altro evidenziati e che emergono nella prassi di movimenti o gruppi legati più decisamente all'uno o all'altro.
Pensiamo in modo particolare all'istanza precisa di non vanificare o ridurre il contenuto irrinunciabile della fede e quindi alla necessità di educare i giovani ad accogliere gioiosamente un dono che li supera e che li radica profondamente nel Cristo, evento che li responsabilizza e li fa crescere in unita. Questo per il primo modello.
D'altra parte non si può dimenticare come stimolo largamente positivo, che proviene dalla scelta del secondo modello, l'imperativo a parlare il linguaggio reale dei giovani, a muovere dalla loro vita, a ricostruire la fede dentro la loro esperienza, altrimenti il dialogo si interrompe e il dono della fede non incontra la «carne» in cui rendersi visibile.
Dentro a queste positività e ad altre che qui non si può esplicitare, ma che nei confronti delle precedenti sono senz'altro marginali, si notano tuttavia forti accentuazioni negative che determinano anche il nostro giudizio.
Noi fondamentalmente non siamo d'accordo ne con il primo né con il secondo dei modelli presentati, e ne prospettiamo le motivazioni, non con l'intento di chi vuole distruggere ma con la volontà di chi si propone di capire meglio per poter servire meglio. Vediamo dunque le loro carenze.

Manifestano carenze dal punto di vista educativo e teologico

Il primo modello, chiedendo accoglienza incondizionata al dato di fatto, privilegia l'iniziativa di autocomunicazione da parte di Dio, fino a trascurare troppo la responsabilità umana e storica della persona.
Realizza una pedagogia del «consenso», la quale se troppo rigida e schematica svuota di significato e di presa soggettiva i valori che si voleva salvare, per cui l'individuo non si sente coinvolto ma esecutore.
Più grave ancora: l'immagine di uomo che ne deriva non è l'uomo libero e responsabile del Vangelo e della Chiesa; il modello ha in sé la capacita di distruggere ciò che vorrebbe creare.
Il secondo giustifica in maniera veramente paradossale lo spontaneismo ed una creatività folle, facendo coincidere bisogni immediati con bisogni profondi, domande emergenti con domande esistenziali. Insomma in nome della esperienzialità personale fa di ogni erba un fascio, rischiando di produrre, per opposto, la stessa pedagogia del consenso che intende combattere.
Più grave ancora: il facile slittamento verso il soggettivismo (è vero e giusto ciò che va bene per me o mi soddisfa), per cui non esistono più valori oggettivi ed assoluti. Di qui ad escludere la funzione normativa della fede il passo è breve; questo però significa svuotare la fede della propria specificità.

Offrono scarse capacita di presa sulla condizione giovanile

Ci troviamo oggi a dover impostare un'azione pastorale con giovani i quali, in genere, hanno distrutto troppo facilmente e quindi smarrito il passato ed ora sono incapaci anche di accumulare le proprie energie in vista di un domani migliore da costruire, anche perché trovano poco sostegno nelle attuali strutture comunitarie. Dimenticare questa realtà è correre gravi rischi.
Nel primo modello, l'accento è posto tutto sulla interiorizzazione, sul far propri i contenuti di una fede e sull'appartenenza ad una comunità, entrambi collocate in una cultura diversa da quella giovanile.
Si vuole educare alla fede parlando in una lingua diversa e lontana da quella dei giovani. L'impossibilità a dialogare è evidente. L'uno non capisce il linguaggio dell'altro. Nel secondo modello, il dialogo sembra corretto, perché viene utilizzato il linguaggio dei giovani, purtroppo però questo avviene a scapito del linguaggio oggettivo della fede.
Anche qui, in fondo, uno dei due protagonisti parla una lingua diversa. Non si educa alla fede ed alla fede «della Chiesa», ma si costruisce una a nuova fede», «una nuova Chiesa».
Il tutto senza passato e quindi povero di futuro.

Non facilitano l'integrazione fede e vita nell'attuale situazione culturale giovanile

Nel primo modello le esperienze restano troppo lontane dai contenuti della fede, mentre, invece, ciò che conquista l'attenzione dei giovani è la propria e personale esperienza concreta. Si mira di più a costruire un insieme di nozioni da sviluppare in termini di crescita quantitativa, che a preoccuparsi di immetterle nella quotidiana esperienza.
Nel secondo modello l'esperienza personale trova nella fede una sua interpretazione. Si tratta però di una fede che normalmente è troppo soggettivizzata, disarticolata ed ideologizzata, incapace quindi di orientare in modo totale e globale l'esperienza.
L'attenzione ai contenuti della fede è vivace solo in merito a quei problemi che l'individuo immediatamente vive.
Il nucleo centrale della fede però è troppo «ricco», troppo interpellante l'uomo, per poter essere ridotto a singole, concilianti risposte.

QUALE SPIRITUALITÀ EMERGE DAI DUE MODELLI?

Porre questa domanda equivale a chiederci: qual è l'immagine del giovane cristiano che viene offerta da ciascuno dei due modelli presentati? E questa immagine è presentabile al giovane che oggi intenda giocare la propria vita, nella quotidianità, in adesione radicale alla proposta, altrettanto radicale, di Cristo?
Nel primo modello l'immagine di giovane cristiano che emerge è quella di una persona preoccupata di conservare l'integrità del messaggio, più che liberarne la potenzialità nella vita quotidiana, lasciandosi interpellare e mettere in crisi. Si tratta di conservare inalterato il deposito, più che incarnarlo.
Questa immagine, non pare presentabile al giovane d'oggi come modello di spiritualità, perché troppo staccata dalla sua vita, non ne coglie gli appelli e la dimensione di segno, non stimola alla autorealizzazione creativa in una visione di fede, è più preoccupata di un discorso sacramentale, fatto di fedeltà alle pratiche, che di cogliere la sacramentalità del quotidiano e stimolarne la celebrazione nella gioia della vita.
Nel secondo modello l'immagine di giovane cristiano che balza subito agli occhi è quella della persona impegnata nella vita e che in essa vuole raggiungere la sua realizzazione.
La fede per lui, sembra essere un'esperienza che non deve in alcun modo modificare o determinare, chiudendola, la propria personalità.
Sente l'esigenza di Dio, e che questo Dio dia veramente un senso alla propria esistenza, ma vi si accosta quando ne sente il bisogno, stimolato dalle domande immediate. Con le idee poco chiare finisce di accostarsi alla fede cercando di chiuderla nei limiti troppo ristretti della propria esperienza, a volte di vestirla della ideologia che guida la propria prassi, di fare la «sua» esperienza cristiana o da solo o in comunità a «sua» misura, piuttosto che coglierne l'oggettività.
Possiamo presentare al giovane d'oggi questa immagine come modello di spiritualità?
Ci sembra di dover rispondere ancora una volta di no.
Fortemente impegnato nella esperienza, molto incarnato nella realtà, ha un tessuto spirituale debole, frammentario, fragile, non unificante e ben articolato.

LA PROPOSTA: UN PROGETTO UNITARIO, ARTICOLATO, DA COSTRUIRE INSIEME

A questo punto il discorso potrebbe apparire facile e scontato. Abbiamo presentato i due modelli. La soluzione? È semplice! Non «contenuti o esperienza», ma «contenuti e esperienza».
A livello teorico il gioco sembra fatto. Tra due opposti, la soluzione è normalmente quella intermedia.
Eppure basta immergersi nella pratica per scoprire che la realtà è diversa.
Di fatto sotto l'urgenza delle cose da fare e delle scelte da operare, capita spesso che si sia più preoccupati dei contenuti, che delle esperienze e viceversa.
Non intendiamo offrire ricette «pronte all'uso», ma delineare una proposta metodologica. Prima di caratterizzarla è indispensabile richiamare l'attenzione su tre istanze il cui accoglimento ne costituisce la struttura portante.
La situazione giovanile: i giovani hanno bisogno di una spiritualità meno dottrinale, più esperienziale, tesa a costruire un modo nuovo di esistere, più profetico, più umano, più determinato verso un mondo a misura d'uomo, contestandone ogni alienazione.
I contenuti della fede diventano così concreta esperienza di salvezza.
I contenuti della fede: sono e rimarranno sempre la irrinunciabile chiave di lettura, di giudizio e di selezione della autenticità delle esperienze di spiritualità.
La Chiesa: è «il luogo» per eccellenza (non l'unico) della fede. Ha quindi il compito di giudicarne tutte le espressioni che determinano le varie spiritualità, quindi anche quella giovanile, per aiutarle a conservarsi «credenti ed ecclesiali».
Parleremo dunque di una proposta progressiva, da costruire insieme, unitaria ed articolata.

Una proposta progressiva

Non ci si può presentare ai giovani con un progetto in tutto e per tutto definito perfettamente razionale, ben armonizzato, completo in ogni dettaglio, e metterglielo davanti dicendo: questo è tutto: eseguisci.
Non troverebbe rispondenza. Sia perché la lunghezza d'onda su cui si trasmette non è in sintonia con le possibilità recettive dei giovani d'oggi. In un clima assai diffuso di disorientamento e incertezza, di nuova ricerca di senso, nessuno accetta più prodotti prefabbricati ma se mai intende mettersi assieme ad altri e costruire qualche cosa.
Sia perché nulla può essere proposto come educativamente valido se non coinvolge l'esperienza del soggetto e non viene costruito dentro la medesima.
Infatti per elaborare un progetto di spiritualità non si può che partire da ciò che quel giovane concreto è o fa e dal suo «qui» e «ora», muoversi in sintonia con la sua crescita, seguirne i ritmi, cercarne la significatività e poco per volta, ma in costante progressione, stimolarlo a scoprire sempre più profondamente i contenuti, camminando così fino all'ascolto e all'accettazione vitale dell'intera proposta.
È necessario dare al giovane il tempi materiale e l'opportunità di riflettere, di selezionare i comportamenti e vagliarne l'importanza che hanno per lui. Non importa se subito non gli sarà tutto chiaro o non accetterà tutto. L'importante è che esperimenti che dentro alla esperienza si possono far nascere domande e cercare risposte che determinino le tappe del cammino.

Una proposta da costruire insieme

Costruire insieme non vuole necessariamente dire che l'educatore, come interprete della missione della Chiesa di giudicare e discernere, non debba avere in testa un progetto chiaro, anche se aperto e sempre segnato dalla relatività, da proporre ai giovani.
Se noi proponiamo qualche cosa di strutturato in modo conclusivo a gente che invece crede soprattutto alla creatività ed alla spontaneità, facciamo un discorso tra sordi.
Si attiverebbe un processo di rifiuto. Infatti i giovani oggi sono privi di prospettive a tempo lungo, sono incapaci di elaborare un progetto totalizzante, vogliono provare, cambiare, inventare.
La proposta salta perché il metodo con cui è fatta è scorretto. Certo, molti giovani, oggi, possono essere contenti e accettare una proposta ben strutturata e carica di fascino. È la strada battuta da diversi movimenti giovanili.
Non vogliamo entrare nel merito del discorso.
Ci pare invece importante sottolineare che se si vuole elaborare un progetto di spiritualità per «tutti i giovani», come ci è suggerito saggiamente dalle scelte di fondo della rivista, dobbiamo parlare un linguaggio che sia il loro, quello degli «ultimi», dei più poveri di interessi, slanci, sensibilità, prospettive.
Si tratta allora di costruire insieme, su un terreno che ci permette di comunicare, quello cioè delle «esperienze», in un discorso interlocutorio.

Una proposta unitaria ed articolata

Non siamo più nell'epoca in cui gli orientamenti teologici e pastorali erano omogenei e ben strutturati, per cui anche la proposta di spiritualità veniva ad essere fondamentalmente unica, molto precisa e determinata.
Oggi i sistemi teologici sono diversi. Di conseguenza non possono che essere diversi anche i progetti pastorali e in particolare quelli riguardanti la spiritualità.
Si tratta però di stare molto attenti a superare la tentazione di prendere qua e là, senza tentare di armonizzare e di verificare i presupposti che sostengono una linea o l'altra.
Questo motivo da un lato, e dall'altro il continuo riferimento alla condizione giovanile, ci stimolano ad optare per un progetto unitario e articolato, qualunque esso sia in concreto.
Unitario, significa organico, ben strutturato. Che possieda cioè un orientamento teologico pastorale di fondo, capace di costituire il punto di riferimento chiave per tutte le dimensioni che caratterizzano l'esperienza cristiana.
Articolato, significa duttile, modificabile, ristrutturabile concretamente sulla lunghezza d'onda dei destinatari, i giovani, con cui si dialoga.
Si eviterà così di offrire dei modelli di spiritualità che portino alla formazione di personalità cristiane «disintegrate», cioè che hanno una sensibilità fortissima in una direzione e sono carenti totalmente nell'altra, tradendo così lo sforzo unificante e armonizzante che viene dai contenuti della fede.
Non è difficile infatti incontrare gruppi i cui componenti vivano, ad esempio, l'Eucaristia con una forte carica comunitaria, con largo spazio alla creatività ed alla partecipazione, e il sacramento della Penitenza invece in modo individualistico e intimistico, legato ad una concezione formale di peccato e di salvezza, oppure abbondino in celebrazioni in cui il rapporto pasquale chiesa-mondo risulti assente.
Gli esempi si possono moltiplicare anche a proposito della «morale», della «preghiera» e della «ascetica».

LA TRADUZIONE METODOLOGICA DELLA PROPOSTA

Abbiamo esaminato due modelli e li abbiamo giudicati metodologicamente inadatti a proporre una spiritualità per i giovani oggi.
Ne è nata una proposta che dal punto di vista metodologico, a noi pare corretta. Rimane ora una domanda: come fare per tradurre in concreto la proposta?
È dunque il momento di offrire alcuni spunti operativi.
Lo faremo enunciando prima una premessa che a noi pare qualificante per ogni tipo di educazione e quindi anche per l'educazione alla spiritualità.

Abilitare ad atteggiamenti

Il fine di ogni educazione cristiana è quello di integrare fede e vita. Una fede vissuta e una vita creduta.
L'impegno imprescindibile di ogni educatore sarà dunque quello di abilitare alla fede, speranza e carità, atteggiamenti fondamentali dell'esistenza cristiana.
Portiamo l'attenzione su due termini. Abilitare ed atteggiamenti.
Abilitare: si può parlare di abilita quando una persona possiede alcune doti di stile in rapporto ai gesti concreti. Queste doti sono: l'autonomia, la costanza, la tempestività.
Si dice che una persona ha uno «stile», pressappoco quando decide facendo riferimento alle proprie convinzioni interiori e non alle pressioni esterne, e le decisioni che prende sono coerenti, stabili e non troppo variabili. Inoltre, non si consuma in lunghe riflessioni che molte volte portano a fare niente, ma decide in breve e senza troppi «stress» interiori.
Avere uno stile è come avere degli atteggiamenti.
Atteggiamenti, sono la tendenza abituale che ogni uomo ha di reagire in un determinato stile anche davanti a situazioni nuove o impreviste. Educare è educare agli atteggiamenti.
Gli atteggiamenti sono dunque la misura che ci permette di verificare se una proposta è stata interiorizzata o no.
Un progetto di spiritualità giovanile si struttura metodologicamente in una serie di atteggiamenti importanti a cui abilitare.
Ne elenchiamo alcuni: sono l'immagine di un giovane cristiano spiritualmente maturo.
- Capacità di fondare la propria vita sulle sicurezze fondamentali, accettando contemporaneamente la provvisorietà e la relatività.
- Capacità di dialogo e di confronto sulla stessa fede, anche con persone che abbiano operato scelte culturali diverse.
- Forte capacità interpretativa, per abituarsi a leggere in chiave di fede ogni situazione.
- Preghiera e confronto con la Parola di Dio in un corretto rapporto fede-storia.
- Senso della gioia, della festa, della speranza: sì alla vita.
- Capacità di condividere le sofferenze che non sono eliminabili e forte impegno per eliminare invece quelle che dipendono da responsabilità concrete.
- Corretto e maturo senso della comunità.
- Consolidamento della propria identità cristiana in un tempo di largo pluralismo. - Capacita di integrazione fede-vita: di unificazione della propria vita umana e cristiana, superando le dicotomie e le false contrapposizioni (presenti anche in alcuni modelli di spiritualità).
- Capacità di coniugare in modo armonico la creatività e la responsabilità personale con l'oggettività e la normatività della fede e dell'esperienza cristiana.

Umanizzare le esperienze

Ogni fatto o avvenimento umano presenta sempre due volti. Uno più spicciolo, «visibile», materialmente registrabile. Uno più profondo, più intimo, meno visibile, ma concretissimo.
Il compito dell'educatore è precisamente quello di «svelare» questo volto intimo, il mistero che è in ogni fatto, scoprirne le dimensioni e le domande che appellano ad una vita più responsabile.
Ci si accosta così alle radici dell'uomo, al mistero dell'umano e ben presto ci si accorge quanto questo mistero sia carico di una radicale sete di felicità, di fede, di infinito.
Umanizzare le esperienze, vuol dire incamminarsi, educando la domanda, verso un itinerario di approfondimento (prendere seria e non solo superficiale conoscenza delle necessità, dei bisogni, degli appelli insiti nell'esperienza, i quali pongono domande ed esigono risposte) e di concentrazione (riscoprire le aspirazioni profonde, centrali, promotrici di tutti gli impulsi e unificanti tutte le esperienze).
Si tratta in ultima analisi di aiutare il giovane d'oggi ad essere seriamente consapevole (ed è già una prima umanizzazione dell'esperienza) che la vita ha un senso nella sua dimensione di «profondità», che gli interrogativi: donde vengo? dove vado? che cosa devo fare? come devo dare un volto alla mia vita nel breve spazio fra nascita e morte? esigono risposta (ed è un'altra umanizzazione dell'esperienza). Questa risposta esige un faticoso cammino di ricerca, è necessario organizzarsi, promuoversi come uomo.
Più questa risposta è pienamente umana e più si scopre impellente la necessita di un incontro faccia a faccia con un Tu trascendente che dia senso pieno alla esperienza nella sua negatività e positività (è l'umanizzazione più alta perché sfocia nella domanda religiosa).

Un itinerario educativo dalla «domanda» alla «risposta»

Vorremmo a questo proposito, presentare a grandi linee un itinerario metodologico di autoeducazione ad una «consapevolezza» più viva della profondità della domanda umana o religiosa insita nell'esperienza e ad «organizzare» la risposta, in modo vitale.
L'itinerario prevede la formazione di questi cinque atteggiamenti:
I - Recepire: cioè percepire la realtà, le situazioni, i messaggi carichi di valore, prendendo in seria considerazione ogni aspetto utile a produrre un giudizio critico, di valore e non solo di piacere o di utilità.
II - Reagire: apprezzare e tenere in conto gli aspetti di bene recepiti, tentare una prima organizzazione della risposta con creatività e libertà senza cedere agli impulsi istintivi o alle pressioni d'ambiente, confusioni e incoerenze.
III - Impegnarsi: aprire la propria vita cioè dare spazio in essa alla realizzazione concreta della risposta, con opzioni ben precise e motivate. Fare concreti gesti che ne visibilizzino le scelte e impegnino nelle realtà.
IV - Organizzarsi: la risposta va sviluppata in modo graduale, progressivo ed armonico nei confronti dei valori sui quali si intende impostare l'esistenza e in rapporto ad altri progetti o impegni, altre espressioni della vita e della socialità con cui si è a contatto, evitando disintegrazioni, ambivalenze confuse e pericolose.
V - Vivere: tradurre in azioni ciò che si è deciso e operare perché la propria consapevolezza a contatto con altre, si ridimensioni e si arricchisca di verità.
Questi atteggiamenti, presentati in modo schematico, per esigenza di esposizione, in realtà sono reciprocamente interdipendenti e si cercano l'un l'altro continuamente.
Altri itinerari largamente in uso e più conosciuti, come il metodo della Revisione di vita (vedere - giudicare - agire) oppure quello di Pierre Babin impostato sul trinomio continuità superamento rottura, ripropongono la umanizzazione delle esperienze e la riscoperta in esse dell'appello divino, partendo dalle medesime.
Questa non è l'unica strada. C'è chi parte dalla Bibbia per giungere alla esperienza e rileggerla con gli stimoli provenienti dal progetto divino. A noi pare che in questo caso si corra il rischio dell'astrattezza e della disincarnazione, e che abbia meno presa sui giovani meno sensibili, i più poveri.

Fare proposte facendo fare esperienza

Il cristianesimo è «Buona Novella», cioè annuncio di una proposta: il grande progetto di Dio sull'uomo e sulla storia, realizzato in Cristo Gesù.
Non si può incontrare l'evento di salvezza, se non nell'annuncio, nella proposta. Il problema è: come fare proposte e farle bene? Ancora una volta è necessario trovare una corretta metodologia.
I contenuti passano «mediati» da esperienze che ne traducono gli appelli. Non esiste proposta cristiana di salvezza se non «facendo esperienza» del significato e di che cosa in concreto la salvezza sia.
Si tratta anzitutto di prevedere degli itinerari in cui il giovane venga immerso in situazione (gruppo, piccole comunità) e in esse cominci ad esternare i propri bisogni, acquisire risposte dal comportamento degli altri, vedendoli in azione e agendo con loro.
Stupirsi, forse non condividere, ma accettare di continuare a percorrere un cammino concreto stimolato da modelli fino a vederci più chiaro sempre facendo esperienza. «Stai con noi, condividi la nostra esperienza, con disponibilità aperta e intelligente, ma senza selezionare capricciosamente ciò che ti garba e ciò che non ti garba» è l'invito che alcuni movimenti fanno ai giovani e che ha indubbia efficacia propositiva. Si tratta in secondo luogo di portare i giovani a contatto diretto con persone che hanno vissuto e vivono una intensa esperienza di spiritualità.
Si moltiplicano oggi i luoghi in cui è possibile realizzare questo incontro. Conventi aperti, contatti con gruppi a forte spiritualità e persone dall'esperienza significativa, convivenza particolarmente intense, sono un altro modo di far proposte di salvezza facendo fare esperienza di salvezza.
In questo contesto, non basta il turismo spirituale o l'incontro frettoloso e curioso con le esperienze. Si richiede un impegnativo lavoro di riflessione per catturarne gli stimoli e farli diventare propri.
E infine bisogna ricordarsi di razionalizzare le esperienze.
Nell'incontro con una esperienza particolarmente forte, si esce normalmente emotivamente carichi, pieni di entusiasmo e fervore, affascinati, salvo poi, presi dall'incalzare quotidiano, cancellare velocemente ogni cosa sotto la spinta di emozioni nuove. È il caso dapprima di riequilibrare l'entusiasmo iniziale facendo vedere gli aspetti negativi, non per buttare acqua sul fuoco, ma per essere il più possibile obiettivi, e, in seguito, quando già il fuoco sembra essere solo più brace che cova sotto la cenere, bisogna far rivivere l'avvenimento in termini capaci di ricreare l'entusiasmo e ricercare quei significati e valori che possono stimolare atteggiamenti impegnativi (comuni e pubblici).
In modo particolare, nel prendere in esame i tratti «negativi», che in ogni esperienza indubbiamente ci sono, è determinante attivare un processo di «motivazione», più che di «rimozione».
Ci spieghiamo. La rimozione è quel processo psicologico che spinge a dimenticare le cose spiacevoli, facendo pressione sull'emotività. La «motivazione» invece coglie nel centro gli aspetti spiacevoli, facendo lavorare la razionalità.
Molte impostazioni di spiritualità che giocano tutto sulle emozioni, diventano disincarnate, fortemente conflittuali e integriste.

Educare alla sacramentalità del quotidiano

Ci muoviamo nell'ambito di una spiritualità e prima ancora di una teologia, che pone al centro la «prassi», come luogo in cui la libera iniziativa di Dio raggiunge l'uomo e in cui l'uomo risponde alla provocazione di Dio.
Il concreto quotidiano diventa allora segno e sacramento della presenza di Dio.
È importante dunque educare il giovane ad una spiritualità che sappia cogliere, «contemplare» questi segni e sappia celebrare nella liturgia con sguardo di fede il quotidiano, come luogo di «salvezza».

Divenire «contemplativi» nel quotidiano

È educare alla preghiera, la quale prima di essere una serie di gesti o di atti, è un atteggiamento che deve abbracciare tutta la vita. Atteggiamento di consapevolezza della presenza e dell'azione di Dio nella storia e di gioia perché nel quotidiano si costruisce (tra il «già» e il «non ancora») il Regno di Dio.
A questo atteggiamento, si arriva abilitando atteggiamenti intermedi. Accenniamo ad alcuni:
- mettere la propria vita a servizio del Regno, in uno stile sempre più evangelico, fatto di povertà, mitezza, pazienza, lotta a fianco dei poveri...
- sapersi «compromettere» nelle piccole scelte di ogni giorno, accettando i propri limiti, senza cercare gratificazione per ciò che si fa, ma agendo con la gioia di chi accetta la vita come dono che responsabilizza. Una grande «disponibilità»
- scendere in profondità, dentro le proprie ed altrui esperienze, per vedere la mano di Dio che accompagna i vari momenti della vita, provocando una umanizzazione sempre più autentica
- stabilire dei rapporti con gli altri, godendo di tutto il bene che emerge e condividendone le sofferenze come appello di liberazione e di speranza
- lasciarsi coinvolgere, con tutta la persona, intelligenza, emotività, corporeità, sensazioni, dagli appelli di Dio che emergono dal quotidiano, rispondendovi in qualsiasi momento a luogo: in tram o a passeggio, in una riunione, in fabbrica o a scuola, in uno sciopero o in una manifestazione, in una festa con gli amici o immersi in una folla anonima...

Celebrare nella liturgia, con sguardo di fede il quotidiano

La liturgia è azione gradita a Dio, non principalmente per i sentimenti, le sensazioni o le profonde riflessioni che si riescono a fare nel momento in cui si celebra, ma per la qualità e la ricchezza del quotidiano di cui quei sentimenti e quelle riflessioni sono espressione e segno.
È il quotidiano stesso, se vissuto come contemplazione, che si apre dal di dentro alla celebrazione festosa comunitaria.
Da un punto di vista metodologico, si tratta di stimolare e educare i giovani:
- a portare nella liturgia quelle esperienze spirituali che hanno avuto nel quotidiano, dando spazio alla comunicazione delle personali e collettive esperienze
- a scoprire che la liturgia arricchisce la vita, perché permette di trovare il senso profondo delle cose, di generare forze nuove, per uno sguardo più vero di fede nel quotidiano. Sarà opportuno allora offrire momenti di ascolto, meditazione, con al centro la Parola di Dio, punto imprescindibile di verifica di verità dell'esistenza
- a creare un clima di festa, cioè un ambiente di accoglienza: il luogo, i contatti, la disposizione delle persone, un sacerdote animatore della liturgia (e non solo preciso esecutore di un rituale), la scelta dei canti, il modo di eseguirli, ecc.

UNA SPIRITUALITÀ DA MATURARE IN GRUPPO

Oggi, il gruppo sembra essere la mediazione più valida ed accettata dai giovani per una autentica esperienza cristiana e quindi un elemento da non trascurare per una educazione alla spiritualità.
Si delineano subito due problemi: quale gruppo? che rapporti fra persona e comunità?

Quale gruppo?

Risponderemo alla domanda proponendo tre «criteri» per valutare la maturità di un gruppo. Sono interdipendenti reciprocamente.

Primo criterio: il rapporto tra efficienza e gratificazione

Efficienza: ciò che il gruppo fa per il sistema di cui è parte. Le più varie realizzazioni concrete che si operano in un gruppo determinano la propria capacità di fare, di agire.
Una raccolta di carta, un recital, un documento, una preghiera in comune, qualunque tipo di iniziativa insomma.
Gratificazione: ciò che il gruppo riesce a produrre per soddisfare i bisogni affettivi, psicologici, di socialità, ecc..., dei propri membri.
Se in un gruppo, i membri riescono a stabilire rapporti interpersonali, soddisfare il loro desiderio di essere capiti, di condividere, se acquistano più sicurezza, più serenità, se sviluppano la partecipazione... allora il gruppo è gratificante.
Insomma un gruppo può misurare la propria maturità quando riesce a fare delle cose e ciò rende felici, soddisfatti i membri e viceversa.

Secondo criterio: il rapporto fra appartenenza e partecipazione

Appartenenza: è determinata dalla presenza fisica alle attività del gruppo. La persona, nel gruppo, partecipa alle attività, è solitamente presente, lavora, fa tutto ciò che il gruppo si propone, ha un alto livello di appartenenza.
Partecipazione: la partecipazione è caratterizzata dallo spazio che viene lasciato a ciascun membro per esprimere l'inventiva personale, la creatività, la possibilità di confronto e di discussione della propria idea, la partecipazione alle programmazioni, la scelta dei metodi e mezzi di lavoro, ecc...
Si comprende facilmente come un gruppo maturo debba offrire ai propri appartenenti la possibilità di cose da fare e nel contempo non debba schiacciare la personalità, ma favorire la più ampia corresponsabilità, solo così si attuerà all'interno il cambio necessario per poter continuare e crescere.

Terzo criterio: il rapporto fra identità e funzionalità

Identità: è la risposta al: chi siamo noi? Quell'insieme di connotazioni per cui un gruppo si definisce nel tal modo e nell'altro (gruppo politico, religioso, ecc...). È l'insieme di note, valori, norme in cui i componenti si riconoscono.
Funzionalità: si determina in base alle risposte che il gruppo dà alla realtà storica che lo circonda.
Per fare un esempio, il gruppo ha una identità funzionale solo quando non ignora i problemi che la più ampia vita quotidiana pone ai suoi membri, anzi li fa propri e cerca di dare risposte immergendosi nella realtà, senza perdere la consistenza del proprio volto.
Un gruppo i cui membri impieghino tutto o quasi il loro tempo a guardarsi in faccia, oppure siano preoccupati a tal punto di produrre risposte da non avere più la «carta d'identità» chiara e accettata, non si qualifica come maturo.
Da questi semplici accenni si comprende come un gruppo non diventi maturo all'improvviso o ci siano formule magiche, applicate le quali, tutto funziona.
Il gruppo ha una propria vita i cui dinamismi di crescita vanno rispettati.
La proposta di una spiritualità cristiana è tanto più compresa e accettata dai giovani, quanto più essi ne faranno l'esperienza in un gruppo che tenda seriamente alla propria maturità.

Quale rapporto fra individuo e comunità (o gruppo)?

La Chiesa è fondamentalmente comunità. Fare esperienza cristiana è fare esperienza di comunità. Sostanzialmente anche la salvezza arriva al singolo attraverso la comunità e nella comunità. In che rapporto, allora, stanno individuo e comunità?
È la persona nella propria irripetibile e irrinunciabile individualità che è chiamata a decidersi o no per la salvezza, a convertirsi, ad incontrare Dio, come solo individualmente si può tentare di sottrarsi a questo incontro. Ma, secondo la concezione cristiana, tutte queste azioni possono avvenire normalmente solo nel grembo materno della comunità cristiana, e comunque in un certo senso possono compiersi solo attraverso essa.
La comunità è il luogo in cui il cristiano sente l'appello ed è sostenuto nella risposta, è il luogo in cui si incontrano i segni di salvezza, (sacramenti, Parola di Dio, stimoli al bene, ecc...).
L'esperienza della comunità passa normalmente, almeno per i giovani d'oggi, tramite l'esperienza del gruppo ecclesiale di appartenenza o riferimento.
Il grembo materno allora è il gruppo, il quale diventa il luogo in cui l'appello viene colto, sostenuto, reso significativo e in cui si stimola la risposta.
Questo va affermato contro ogni schema individualistico (i singoli incontrano il loro Signore, celebrano la loro messa, ricevono il loro sacramento della penitenza...) o organologico (la comunità o il gruppo ecclesiale sono un organismo in cui pulsa una vita che arriva a tutti i membri per il solo fatto di appartenervi, poiché c'è un capo, delle membra, qualcuno che ha la funzione di dare la salvezza, ecc.).

LA SPIRITUALITÀ DEI GIOVANI, UN CARISMA PER LA CHIESA

Abbiamo parlato spesso di «educatori», di «progetto». Vorremmo ora chiaramente affermare che è la comunità ecclesiale che educa il soggetto alla ricerca di una spiritualità giovanile. Nulla si può fare di veramente cristiano se non in essa.
È la comunità che ha il compito, come abbiamo accennato nel determinare la nostra proposta, di giudicare l'autenticità delle varie espressioni di spiritualità e aiutarle a conservarsi «credenti ed ecclesiali».
D'altra parte è però importante che la comunità lasci uno spazio reale alla espressione giovanile, ad una loro tipica spiritualità.
I giovani hanno qualche cosa da dire e devono poterlo manifestare. La comunità, per troppi giovani, è un'astrazione, qualche cosa di indefinito, di inafferrabile. Si tratta allora di creare luoghi di aggregazione, dove si faccia veramente esperienza di essere nella Chiesa e dove si definisca, sperimentandola, la spiritualità giovanile.
Il gruppo ecclesiale si prospetta allora come irrinunciabile mediazione. È in questa dimensione che gli educatori sono chiamati ad agire, a stimolare quel processo lento e faticoso in cui i giovani nella comunità si sentano a casa e protagonisti, e la comunità diventi sempre più mediazione di salvezza «comprensibile» ai giovani.
Ciascuno con il proprio dono (carisma), «diverso», ma nella Chiesa, per la maturazione di tutti.