Giuseppe Angelini

(NPG 1979-5-36)


LA RICERCA GIOVANILE DAVANTI ALLA PROPOSTA CRISTIANA

La malattia del cristianesimo nella nostra epoca si manifesta frequentemente con i tratti dello spaesamento della vita immediata, così com'essa si dischiude giorno per giorno alla coscienza sospettosa del singolo, rispetto alle parole del catechismo. Queste parole relativamente ben ordinate e connesse tra di loro, rischiano di apparire al singolo quasi come una pellicola superficiale, solo estrinsecamente adagiata sulla realtà della vita immediata. Il singolo va alla ricerca di «esperienze», e cioè di rapporti umani, di avvenimenti, di sentimenti, di parole anche, ma che siano capaci di dare forme e significato a quello che egli vive. In questa ricerca spesso si smarrisce; l'«esperienza» si frantuma in mille attimi, gioiosi oppure oscuri e tristi, promettenti oppure deludenti ma in ogni caso attimi sconnessi. Ma pure l'edificio obiettivo della verità cristiana, l'immagine dell'uomo plasmata dalla testimonianza biblica, l'immagine sintetica del Figlio di Dio fatto uomo paziente e risorto, non riesce a diventare per lui una casa accogliente, capace di raccogliere in unità gli attimi sconnessi e dispersi della vita immediata. Quell'edificio rischia di apparire fragile costruzione di carta, di parole troppo leggere, con troppe leggerezze ripetute, che non riescono ad affondare nella vita.
Insistente è la tentazione di restituire «vivacità», concretezza, forza suggestiva alle parole bibliche e cristiane, confondendole con l'una o l'altra delle «esperienze» immediate che appaiono più convincenti e promettenti. In tal modo insieme se ne mortifica il senso, se ne riduce in termini un po' sentimentali la portata se ne svuota la durezza, che chiama l'uomo a conversione, e non semplicemente lo conforta o lo consola nella sua vita immediata. Sembra molto spesso che il cristiano, il prete, il catechista contemporaneo procedano come se fosse l'esperienza umana a salvare la parola di Dio dall'insignificanza, anziché essere quella parola a riscattare la vita umana dalla disperazione, dall'avvilimento, dalla disperazione.
La malattia delle parole cristiane tradizionali, quella malattia per cui esse rischiano di svanire in puri nomi senza radice nella vita, appare più clamorosamente evidente nella catechesi ai giovani. I giovani infatti, per il radicalismo coraggioso o forse incosciente - non è sempre facile distinguere le due cose - che li contraddistingue, non esitano a proclamare ad alta voce: non capisco, non mi dice niente, non ci credo, non mi interessa.

QUALE «CATECHISMO» PER I GIOVANI?

Se questa - molto sommariamente schizzata - è la situazione complessiva del cristianesimo nel nostro tempo, si capisce come produrre un «catechismo», un libro della fede per i giovani, sia impresa complessa.
Un catechismo dovrebbe infatti ricostituire agli occhi dei giovani i tratti obiettivi e sintetici della verità cristiana, rimediando alla dispersione delle molte immagini parziali ed «esperienzialistiche» che più facilmente al giovane vengono proposte. Ma deve insieme preoccuparsi di integrare in questa verità cristiana l'esperienza o le «esperienze» del giovane, in modo da suggerire almeno a lui come il vangelo di Gesù Cristo di lui appunto parli, e non di un uomo in generale che per il giovane non è affatto «prossimo». Detto in altri termini, un catechismo dovrebbe tentare una declinazione pastorale, un'articolazione pedagogica ed edificante, della parola cristiana; ma a partire da una teologia, che risolva obiettivamente i motivi di estraneità del catechismo tradizionale rispetto all'uomo contemporaneo legati al mutamento culturale.
L'inconveniente di tanta parte della letteratura cristiana per i giovani (o anche per tutti) è spesso quello di «pedagogizzare» senza «aggiornare» culturalmente; di eludere, con le risorse dell'adattamento psicologico o semplicemente retorico, un compito di ripensamento critico della tradizione cristiana, che sarebbe proprio dei teologi, ma che i teologi non paiono aver assolto in maniera soddisfacente o che comunque con hanno assolto in maniera percepibile ai catechisti e agli operatori pastorali in genere.
Il Catechismo dei giovani ha tentato questa impresa complessa: s'è proposto di esprimere nelle sue linee essenziali la verità cristiana, senza eludere i compiti critici che quest'operazione comporta nell'attuale contesto culturale; ma s'è insieme proposto anche di orientare esistenzialmente la concreta strutturazione dell'esperienza di fede del giovane.
È facile prevedere che molti riconosceranno più facilmente la presenza nel testo della prima preoccupazione piuttosto che della seconda, e forse si sentiranno delusi da un catechismo giudicato troppo «intellettuale», troppo severo e impegnativo sotto il profilo culturale.
Certamente si deve riconoscere che per molti giovani l'approccio al catechismo esigerà la mediazione dell'operatore pastorale, del gruppo di riflessione dialogica. E tuttavia ci preme mettere in evidenza come nel catechismo sia presente anche la preoccupazione di orientare un concreto stile di vita, di suggerire gli atteggiamenti di fondo nei quali si esprime e si articola la fede, quindi la speranza e la carità del cristiano, di tratteggiare anche nelle sue determinazioni psicologiche più essenziali la forma dell'esistenza cristiana.

GESÙ CRISTO, IL MODELLO DELLA SPIRITUALITÀ

Lo stile di vita cristiano evidentemente ha un modello imprescindibile a cui riferirsi: è il modello costituito dall'uomo esemplare, il Figlio di Dio fatto uomo, Gesù Cristo.
E tuttavia la figura di Gesù Cristo non definisce ancora per se stesso uno stile di vita, nel senso più concreto in cui qui noi ne parliamo.
Più radicalmente possiamo dire: noi non conosciamo neppure Gesù da vicino, con tale concretezza di tratti umani e psicologici, da poter affermare: questo fu il suo stile di vita o la sua spiritualità.
Si potrebbe pensare: non lo conosciamo così a motivo della distanza storica e culturale, del difetto di informazione storica e psicologica di cui i vangeli ci fanno soffrire. E questo è vero. Certamente l'uomo di oggi, qualora fosse per impossibile ipotesi contemporaneo di Gesù Cristo e credente, ci parlerebbe di lui in modo diverso da come i credenti e le comunità del primo secolo ce ne hanno parlato.
La diversità andrebbe esattamente nel senso di una più spiccata attenzione all'«esperienza» di Gesù, ai suoi tratti umani, alla sua «interiorità». E tuttavia non sono queste le considerazioni decisive che spiegano il perché dell'aliquale «ieraticità» dell'immagine di Gesù a noi accessibile. «Ieratica» è quell'immagine fondamentale a motivo del fatto che egli fu effettivamente il «santo» (hieròs): e cioè, colui del quale non si viene a capo mediante la penetrazione psicologica, colui che non può essere ricondotto alla misura dell'umano, così come l'umano e a noi esperienzialmente accessibile; colui che è sfuggente e più grande di ogni nostra misura; colui che è mistero. Colui al quale si accede e con il quale si comunica mediante le fede, e non mediante mimica.
La sequela di Cristo è appunto la fede in lui e la conversione al suo Vangelo. Non è invece la riproduzione del suo stile di vita assimilato per amicizia, per familiarità di rapporto, per intimità psicologica. Un progetto di questo genere sarebbe esattamente il contrario della fede: sarebbe blasfema caricatura di Gesù inteso come eroe, come altro noi stessi, anziché riconoscimento di lui come il santo, il Signore, il Salvatore.
Dunque, Gesù è modello dello stile di vita cristiano (di ogni stile, perché molti sono questi stili, quasi a conferma dell'inesauribilità del modello in ciascuno di noi); ma non nel senso che egli debba essere umanisticamente imitato, quanto piuttosto nel senso che dalla sua vita e dalle sue parole emerge un appello capace di polarizzare ogni esistenza umana, di convertirla e unificarla, inverandola e non violentandola, approfondendola e non sostituendola nella sua irripetibile unicità.

DUE DIFFICOLTÀ CHE IMPEDISCONO L'ACCESSO AL MODELLO

In tal senso, l'educazione spirituale del giovane ci pare oggi esposta a una duplice difficoltà.
Per un verso il giovane non riesce a riconoscere in Gesù un uomo «concreto», e cioè immaginabile, rappresentabile, suscettibile di essere definito con sufficiente chiarezza e univocità all'interno del repertorio di esperienze umane che il giovane stesso conosce. Questo fatto lo scoraggia, tanto egli è abituato alla via dell'esperienza per conoscere e decidere; egli se ne sente spesso - o quasi sempre - lontano, quasi ineluttabilmente separato.
Così come se ne sentiva lontano Zaccheo: ammiratore di Gesù, ma da lontano, in qualità di spettatore, posto su di un sicomoro, su un punto di osservazione fuori campo. È per questo che appunto Zaccheo è stato scelto come cifra per presentare il catechismo: l'introduzione intende suscitare nel giovane il sospetto che anche a lui possa accadere quello che accadde a Zaccheo, e cioè di sentirsi personalmente interpellato dal Maestro, e non condannato a una sterile ammirazione da lontano.
Questa è dunque la prima difficoltà: la reale distanza dell'uomo Gesù dal giovane.
La seconda difficoltà è quella costituita dalla tentazione di ricorrere a un rimedio molto attraente, ma falso, alla prima difficoltà. Il rimedio è quello di ridurre appunto Gesù alla statura dell'eroe attraente, della figura umana plausibile, del compagno certo più grande ma pur sempre compagno. Di fare di Gesù un'ennesima mitica figura «seducente» anziché «convincente». Figura «seducente» chiamiamo quella che pretende di offrire al singolo un modello esistenziale già fatto, dispensandolo dal laborioso compito di ripresa e ricomposizione della propria esistenza dissipata e confusa.
È un rimedio frequentemente usato, e non solo nella pastorale giovanile. Molta parte della ricerca «moderna» sui vangeli mira più o meno dichiaratamente - a questo obiettivo: restituire vivacità e concretezza, e dunque valore esemplare alla figura di Gesù, interpretandola in chiave umanistica o addirittura psicologistica.
Questi tentativi, oltre che teologicamente non pertinenti, sono in generale anche abbastanza goffi e psicologicamente poco convincenti. Di fatto quel supplemento di credibilità che ad essi manca è prestato dal «mediatore» (sacerdote, educatore, animatore o magari gruppo), che viene così ad assumere un rilievo di vita determinante nello stile cristiano giovanile - sicché la scelta cristiana appare poco «adulta», poco autonoma, poco solida in definitiva, tale piuttosto da perpetuare una dipendenza psicologica adolescenziale.

GESÙ CRISTO NEL CATECHISMO

Il catechismo cerca di evitare la duplice difficoltà. Mette Gesù al centro. E quando si dice Gesù, si intende innanzitutto l'uomo di Nazaret, vissuto tanti secoli fa e diviso da noi dalla laconicità dei Vangeli, da una storia tanto intricata oltre che tanto lunga.
Quasi la metà del catechismo è dedicata alla ricognizione dei Vangeli, nell'intento di scoprire che cosa esattamente noi sappiamo di Gesù, e di verificare se quello che sappiamo possa ancora comportare una interpellazione della nostra esistenza, provochi ancora a una decisione, a una scelta, a una ricomposizione della nostra esistenza in frammenti.
La ricognizione dei Vangeli è relativamente severa: nel senso che non si opera una cernita preventiva dei fatti e delle parole di Gesù «più interessanti» per il giovane, non si esonera il giovane da un coinvolgimento nelle questioni di critica storica, e comunque da un accostamento personale al testo dei Vangeli.
E tuttavia non si tratta di una ricognizione classificabile nel genere «lettura storico-critica dei Vangeli»; essa intende essere una lettura cristiana, e prima ancora una lettura dalla quale emerga sempre con evidenza che «de te fabula narratur»; non la favola, ma la storia specialissima di cui il Vangelo dà testimonianza e storia che legge nel tuo cuore, che lo giudica, che discerne, promette e rimprovera, che ti costringe a una decisione compromettente.
In tal senso la sezione centrale del catechismo non ci sembra debba venire intesa semplicemente come fondazione apologetica della fede in Gesù Cristo; ma più generalmente come scuola di meditazione esistenziale del Vangelo. Scuola di quella «imitazione di Cristo» che - come si diceva - non è mimica dello stile esistenziale di Gesù, ma è piuttosto esercizio di ricomprensione, di «edificazione», di integrazione della nostra esperienza, nella luce delle parole, dei paradigmi, delle parabole, dei gesti di Gesù.
La fede in lui appare - questo almeno nell'intento dei redattori - non come una scarnificata e intellettualistica scelta tra il credere e il non credere che egli è il Figlio di Dio. Ma prende corpo attraverso l'accumularsi di quella che potremmo anche chiamare una progressiva familiarità esistenziale con lui - a patto di non intendere in senso sentimentalistico o psicologistico l'espressione. Indichiamo qualche esempio di tale preoccupazione di coinvolgimento esistenziale del giovane nella comprensione dei vangeli. Il fatto che Gesù parli poco esplicitamente di se stesso, e riveli la coscienza che ha di sé assai più attraverso il suo modo di riferirsi a Dio e di rapportarsi agli uomini, è posto in connessione con un'esperienza umana a tutti accessibile: le parole rischiano spesso di suonare vuote e inadeguate, quando si tratta di esprimere realtà più profonde e sfuggenti, che toccano la radice del nostro essere. In questi casi occorre spesso che la parola sia lasciata sottintesa, sia suscitata nell'altro attraverso modi di esprimersi più pudichi ed indiretti. Nulla è tanto controproducente - ad esempio - quanto protestare con le parole sentimenti che dovrebbero per se stessi apparire evidenti dal complesso dei rapporti. Così, la confessione di Gesù come Messia deve sbocciare sulla bocca di Pietro, senza necessita che Gesù si proclami tale, ma solo perché il suo agire e la sua predicazione nel loro complesso lo rivelano come il Messia.
I Vangeli danno ripetuti documenti di come Gesù sfuggisse alla pubblicità, ad una popolarità sospetta, alimentata più dalla curiosità per ciò che di clamoroso e di insolito si vede in lui, che dall'attesa e dalla fiducia in Dio. Questo fatto diventa occasione nel catechismo per una riflessione nei rapporti tra fede e pubblicità, Chiesa e comunicazioni di massa; per una riflessione che aiuti ad intendere perché il rapporto ecclesiale non possa essere - nel suo nucleo più essenziale - un rapporto vissuto a livello di opinione pubblica, ma debba realizzarsi attraverso il coinvolgimento responsabile, la presenza «fisica» del cristiano all'altro cristiano; debba realizzarsi assai più nella forma della comunità locale centrata nell'eucaristia, che nella forma del movimento o della corrente di opinione.
La riflessione sul racconto evangelico della passione e morte del Signore Gesù è introdotta da un richiamo dei molti motivi di diffidenza che, nei confronti della croce, sollevano le culture contemporanee e il modo di sentire e di valutare caratteristico della società del benessere. In questo sfondo è possibile leggere quei racconti avvertendo quanto vi sia in essi di amore per la vita autentica; avvertendo come la croce nella prospettiva di Gesù sia il volto di una speranza troppo grande, e non la rassegnazione ad una vita troppo angusta.
Ogni capitolo della parte centrale del catechismo ha almeno un paragrafo dedicato allo svolgimento di una meditazione esistenziale ed attualizzante dei fatti evangelici.
Questa impostazione della sezione centrale del Catechismo mi sembra comporti anche un orientamento preciso della «spiritualità» del giovane: la consuetudine con il Vangelo deve strutturare tale «spiritualità», prima e più che il possesso di una sintesi dottrinale o di una serie di principi morali. Verranno anche questi elementi - nel catechismo essi sono abbozzati per linee fondamentali nella terza parte - ma non da, essi comincia il cristianesimo, e non a partire da essi può essere espressa una decisione di fede.

GLI ATTEGGIAMENTI ESISTENZIALI PREVI

Percorrere l'itinerario di incontro con il Signore Gesù attraverso la lettura dei Vangeli proposta dalla parte centrale del Catechismo - già lo abbiamo detto - è impresa abbastanza seria e impegnativa per la media dei giovani d'oggi.
Prevedibilissime sono le obiezioni: «troppo difficile», «solo per studenti», o simili.
Ma in realtà penso che le difficoltà più grosse non siano quelle di ordine intellettuale, quanto piuttosto quelle costituite dagli atteggiamenti esistenziali diffusi presso le giovani generazioni. Diffuso se non universale è l'atteggiamento di insicurezza nei confronti del cristianesimo: non devono in tal senso ingannare né le dichiarazioni verbali di esplicito ateismo, né quelle di segno esattamente opposto. Le une e le altre appaiono spesso largamente indotte da un contesto socioculturale dal quale esse derivano al singolo per contagio, assai più che attraverso una meditata scelta personale e una interiorizzata strutturazione complessiva della vita.
La meditata scelta personale manca, non solo perché difficilmente le circostanze ne offrano al giovane singolo gli strumenti (pensiamo in particolare a quanto rara sia oggi l'eventualità che tali strumenti vengano offerti al giovane italiano in ordine a una scelta cristiana). Ma anche e soprattutto perché frequentemente il giovane di oggi ha perso la fiducia nella possibilità di decidere consapevolmente: meditando i motivi della propria scelta, ancor prima di cominciare a cercare.
È questa sfiducia - spesso non teorizzata ma solo inconsapevolmente operante - che paralizza pregiudizialmente la ricerca di un senso per la propria vita da parte dei giovani. Essi attendono una «rivelazione», ma non quella di Dio. Una «rivelazione» che abbia i tratti dell'esperienza immediatamente capace di giustificarsi per se stessa, ben definita, conclusa, circoscritta, gratificante, rappacificante.
Naturalmente stentano a trovarla. Quando la trovano, essa ha necessariamente il respiro corto, appare transitoria e presto conclusa, incontrollabile, affidata ad elementi aleatori e di fragile consistenza. Di qui lo spiccato senso di precarietà, di insicurezza, di instabilità che caratterizza la gran parte dei giovani d'oggi. Essi vivono frequentemente di «esperimenti» o di «esperienze», spremute fino al loro esaurimento, per essere poi accantonate in fretta con lo spiacevole sentimento di aver perso tempo, di aver vissuto inutilmente, senza poter raccogliere da ciò che si è vissuto niente di definitivo e di utile alla costruzione di una vita di più lungo respiro.
La sfiducia nella verità, il logorante passaggio attraverso una rapida serie di esperienze prima attraenti e poi deludenti, sono atteggiamenti esistenziali che non hanno la loro origine unicamente o principalmente nelle disposizioni etiche dei giovani, quanto piuttosto in obiettivi aspetti della condizione giovanile nella società odierna.
E tuttavia poco serve all'edificazione di una «spiritualità» o di una esperienza esistenziale cristiana il rendere consapevoli i giovani dei torti che essi subiscono da parte della società. Occorre naturalmente fare anche questo, ma non è questo che può significativamente concorrere all'edificazione in essi di uno stile di vita cristiano. Al contrario, quando si faccia solo questo si concorre obiettivamente a edificare uno stile di vita dominato dal risentimento, dalla reazione, dallo scetticismo, dalla mediocrità che cerca di giustificare se stessa avvilendo tutto quello che incontra.
Il Catechismo - proprio perché «catechismo», perché tentativo di articolare nuovamente l'«evangelo» rivolto ai poveri, e dunque anche ai giovani, che sotto un certo profilo appartengono ai «poveri» della nostra società - non si arrende di fronte all'evidenza dei motivi obiettivi che concorrono a rendere insicura e aggrappata al particolare la coscienza diffusa dei giovani stessi. Cerca al contrario di scavare anche all'interno di essa una praticabile strada, la quale conduca fino agli interrogativi ultimi, fino alle questioni esistenziali, di fronte alle quali la concreta condizione socioculturale cessa di apparire un destino fatale e infelice. Una strada che conduca a quelle domande che accomunano il giovane e l'adulto, l'uomo di oggi e quello di ieri, e tutti rendono capaci di intendere la «contemporaneità» e l'attualità del Vangelo di Gesù Cristo.

LA PREDISPOSIZIONE ALLA RICERCA

In questa ottica va intesa in particolare la prima e la più breve delle tre parti, intitolata «Alla ricerca».
Essa vorrebbe essere una rimotivazione della ricerca religiosa: ma di una ricerca con i tratti che abbiamo sopra suggerito. Non dunque la ricerca dell'esperienza interessante, ma la paziente, laboriosa, seria ricerca intesa a raggiungere chiarezza circa la questione posta dalla persona di Gesù agli uomini di tutti i tempi.
La citazione di San Bernardo posta in testa a quella parte mi sembra descriva bene il tipo di atteggiamento che il Catechismo prevede nel suo destinatario e al quale intende reagire:
«Forse ti senti nauseato, se ancora una volta incominciamo a chiederci: Chi è Dio? Già troppe volte è sorta questa domanda e ormai dubiti che si possa trovare una risposta. Eppure io ti dico: Dio è il solo che mai può essere cercato inutilmente, neppure quando appare impossibile trovarlo».
I temi trattati sono quelli del coraggio, della verità, della presunta fine della religione nella nostra epoca, del rapporto tra le cose concrete di cui soprattutto parla l'uomo contemporaneo e i beni di cui va in cerca l'uomo nella sua vita. Soprattutto quest'ultimo tema è sviluppato, nella forma di una meditazione sulla speranza quale alimento imprescindibile dell'esistenza umana, ma insieme sfuggente nei suoi contenuti e continuamente esposta a rivelarsi semplice illusione.
Dalle piccole e più banali esperienze di ogni giorno, fino alle scelte più gravi ed (impegnative della vita, la speranza appare come il pane quotidiano di cui l'uomo ha bisogno per vivere. Ma cos'è la speranza? Molti sembrano confermare questa tesi amara, proposta da alcuni interpreti della vicenda umana: la speranza è il nome solenne che nasconde l'inganno dell'illusione. Tutto in noi si ribella a questa conclusione: la volontà di vivere, risorge al di là di ogni illusione dissolta. La scelta di vivere, anziché di abbandonarsi alle forze della morte, testimonia la certezza, forse inconsapevole, che il cammino dell'uomo ha una meta, che il suo desiderio inquieto conoscerà alla fine un esaudimento.
In questo quadro acquista senso parlare di Dio come di Colui che è più grande dell'uomo, che supera la misura di ogni realtà che ci è data sotto il sole, e ha lasciato una traccia di sé nel nostro cuore. La speranza inspiegabile di cui l'uomo vive, attraverso i suoi mille volti, più veri e più distorti, manifesta questa nostalgia dell'Assoluto. Ora si comprende meglio: l'uomo vive «di ogni parola che esce dalla bocca di Dio».
I concreti riferimenti svolti dalla meditazione sulle speranze e l'illusione sono tratti da sfere di esperienza particolarmente vicina alla sensibilità giovanile, sicché questi paragrafi assumono - seppure in forma indiretta, discreta e non esplicita - la forma di un invito a prendere coscienza della precarietà delle illusioni delle quali troppo spesso il giovane giorno per giorno vive; ma a prendere insieme coscienza di come in quelle illusioni si annunci l'attesa, il desiderio, la speranza di beni più grandi, dei quali non sappiamo pronunciare con chiarezza il nome.
In questa parte preliminare si esprime con più evidenza una preoccupazione che - come dicevo - sottende tutto il Catechismo: quella di correggere alcuni atteggiamenti esistenziali facilmente diffusi presso i giovani (sfiducia nei confronti della verità, percezione della realtà religiosa come realtà ormai vecchia e sepolta: attaccamento un po' miope alle «esperienze» interessanti continuamente sostituite all'orizzonte della propria vita).
In tal modo il cammino della fede non si prospetta come «trasloco» del proprio impegno di vita dai suoi attuali interessi in un altro campo, forse più interessante è promettente; ma si prospetta subito dall'inizio come impegno a ritrovare coerenza, trasparenza interiore, a scavare la propria vita in profondità, per renderla capace di distendersi in tempi più lunghi, su orizzonti più vasti di quelli costituiti dall'happening quotidiano.

RICONQUISTA DELL'UNITÀ Dl VITA

Questa preoccupazione vale da sé a definire lo stile del Catechismo e insieme lo stile della vita cristiana alla quale esso intende orientare.
Per quanto attiene allo stile del Catechismo, esso si impone un uso controllato delle formule suggestive, dello slogan eclatante, della suasione retorica. In tal senso può anche essere qualificato come «serio», meditativo più che prescrittivo, discorsivo più che commovente. Se esso verrà valutato come «intellettualistico», ciò potrà dipendere in parte dal fallimento da parte degli estensori degli intendimenti che essi si erano proposti. Ma potrà forse in parte anche dipendere dal fraintendimento del lettore frettoloso, che si accosta al testo con attese distorte, siano esse quelle immediate di molti giovani, oppure quelle alimentate da molta parte della letteratura religiosa per giovani oggi corrente.
Per quanto attiene allo stile di vita o alla «spiritualità» giovanile che il Catechismo mira a suscitare, esso - occorre espressamente dichiararlo - è molto ambizioso e sociologicamente improbabile. È uno stile di onestà intellettuale, di riflessione paziente, di costruzione laboriosa, di fedeltà prolungata, di distacco disciplinato dall'immediatezza delle esperienze facili. È uno stile che esige dal giovane la riconquista della memoria, che vuole risuscitare la tensione alla totalità, che cerca di restituire il senso dell'unita della vita, la fiducia nella possibilità di disporre mediante la libera scelta della fede di tutti se stessi, e non solo delle ore e dei giorni di oggi e di domani.
È un intendimento ambizioso. Ma ci si deve chiedere se rinunciare a questo intendimento non significhi semplicemente rinunciare al Vangelo; esso annuncia la salvezza di tutta la vita, e non della giornata di oggi; chiama a vendere tutto per una cosa sola, promette una via stretta e impegnativa, non un viale nel quale si possa entrare rispondendo semplicemente alle sollecitazioni della folla che ci accompagna.
A questa impostazione corrispondono anche le indicazioni più esplicite che il Catechismo offre in ordine a una «spiritualità» cristiana. Intendiamo riferirci ai paragrafi che il capitolo 17 dedica alla preghiera personale, e più precisamente all'esercizio del silenzio, della solitudine, dell'umiltà e dell'ascolto della Parola di Dio (cf paragrafo 5): sono queste le primissime indicazioni pratiche che il Catechismo offre nella sua terza parte, subito dopo aver parlato delle tre virtù teologali, che costituiscono il fondamento de «la vita nuova». Quei paragrafi riprendono in positivo, alla luce della raggiunta scelta di fede, gli orientamenti già in qualche modo prospettati nella prima parte in modo negativo, ossia nella forma di una critica agli atteggiamenti opposti che sono quelli più comunemente diffusi e più facili, per il giovane come per l'adulto.

LA SPERANZA COME LEITMOTIV

Abbiamo ricordato lo spazio privilegiato accordato alla meditazione sulla speranza in senso esistenziale e non ancora teologale, nella prima parte del Catechismo, intesa a risuscitare la ricerca religiosa. Anche per questo aspetto quella prima parte appare programmatica in rapporto a tutto il Catechismo. In esso il tema della speranza, o diciamo più esplicitamente, l'analisi del desiderio umano, della sua complessità, delle sue ambivalenze, dei suoi ripiegamenti meschini e delle sue aperture inesplorate, appare più volte ripresa, con la preoccupazione di orientare una strutturazione cristiana, e dunque secondo lo Spirito, del medesimo desiderio.
Se ne parla in rapporto ai miracoli di Gesù, in rapporto alla festa di Gesù con i peccatori, in rapporto dunque ali Regno che sta al centro del Vangelo di Gesù. Se ne parla per dire la corrispondenza del Regno ali desiderio dell'uomo, non a questo o a quel desiderio, ma al desiderio più essenziale che inquieta l'uomo, senza che lui ne conosca il nome. Se ne parla con la preoccupazione di confutare l'atteggiamento esistenziale che pone la salvezza dell'uomo nella realizzazione pratica del desiderio. Si cerca di suggerire un'attualizzazione psicologicamente plausibile del racconto simbolico di Adamo ed Eva: essi attendono appunto dall'esperimento che cerca la realizzazione pratica del loro desiderio («conoscere il bene e il male») la rivelazione salvifica e deificante; scoprono invece di essere nudi e mortali. Il desiderio, ridotto alla misura mortificante di ciò che l'uomo sa pensare e progettare, una volta realizzato suscita delusione e perdizione, non salvezza.

LA DIMENSIONE MATURA DEL DESIDERIO

Dalla riflessione sul Vangelo e sul messaggio biblico in generale è fatta emergere la figura di un diverso atteggiamento esistenziale nei confronti del desiderio. Esso, nella molteplicità e finitezza delle sue espressioni concrete, è inteso come cifra del Bene ultimo e innominabile a cui aspira l'esistenza dell'uomo. La trasparenza della cifra, rispetto alla realtà misteriosa che intende rivelare, viene meno quando il desiderio è «materializzato», è trasformato in obiettivo pratico da perseguire attivisticamente. Allora il desiderio dell'uomo per un lato mostra il suo volto illusorio e quindi deludente; per un altro lato i desideri molteplici entrano in conflitto reciproco,, diventano bisogni dissociati la cui realizzazione appare continuamente minacciata, e frantumano l'esistenza. Non solo frantumano l'esistenza del singolo, ma suscitano il conflitto tra l'uomo e l'altro uomo, tra l'uomo e la donna, tra il genitore e il figlio.
Quando, viceversa, al desiderio umano e mantenuta la sua qualità di cifra della speranza, allora l'agire secondo il desiderio perde la rigidità pretenziosa dell'agire di Adamo; non diventa impossibile pretesa di essere come Dio, conoscitori del bene e del male. L'agire umano assume piuttosto la figura dell'obbedienza e della fede, dell'agire cioè che non è giustificato in se stesso, ma è giustificato solo dalla promessa di Dio e dall'obbedienza al suo comandamento. Il desiderio non è più affermazione dell'io, ma dono di sé nella ricerca del bene dell'uomo; di ogni uomo come mio prossimo, come mio fratello. Il desiderio accetta anche la propria morte, la consapevolezza del carattere precario e preliminare di ogni sua concreta espressione, senza vedere in questo carattere una confutazione, una falsificazione del desiderio stesso. In questa luce è ripetutamente proposta l'immagine bonhoefferiana dei «beni penultimi». Essi sono imprescindibili criteri dell'agire etico dell'uomo nel rapporto con l'altro uomo, ma non costituiscono la risposta ultima a quella domanda di senso e di salvezza che emerge dall'intera esistenza umana. La salvezza dell'uomo non viene dalle opere - o dalla prassi - , cercarla in questa direzione è la sorgente ultima di ogni angoscia, di ogni inclinazione allo scetticismo e ultimamente alla disperazione; quando la superficialità e la dissipazione della vita non ce ne difendano. La salvezza dell'uomo viene dalla fede e dalla speranza, le quali soltanto appaiono capaci di suscitare nell'uomo un amore generoso, incondizionato, fedele alla «terra», ma senza attaccamenti gelosi e superstizioni.
Questa articolazione delle virtù teologali con la riflessione esistenziale circa il desiderio umano - che qui evidentemente è stato evocato soltanto in termini assai laconici e «cifrati» - costituisce uno degli assi portanti dello stile di vita cristiano proposto dal Catechismo.
Oltre che obiettivamente fedele al Vangelo - nella formulazione e nella testimonianza che Gesù ne dà con tutta la sua vita, così nella sintesi più «astratta» di Paolo - questa tematica ci appariva particolarmente meritevole di attenzione alla luce della concreta condizione spirituale del giovane d'oggi. Egli appare spesso minacciato dalla disperazione o almeno dalla rassegnazione alla mediocrità, tanto acuta è per lui la percezione della fragilità di ogni impegno e di ogni scelta. Ma appare anche insieme fortemente tentato dal fanatismo, da atteggiamenti esistenziali volontaristici o prassistici, che chiedono alla forza della volontà e alla finzione arbitrariamente e artificiosamente imposta quello che l'evidenza fa mancare.

CONCLUSIONE

Un testo catechistico non può rispondere a tutte le esigenze del giovane che cerchi di chiarire e costruire la propria scelta di vita cristiana. Tanto meno può rispondere a tutte le esigenze dell'edificazione di uno stile di vita cristiano. Essenziale rimarrà la mediazione realizzata dall'educatore, dal gruppo e soprattutto dal giovane stesso. A lui il Catechismo non offre un modello di vita da realizzare, ma piuttosto indica un compito, la traccia di un cammino, che essendo il suo cammino, non può essere concretamente realizzato altro che da lui.
Per quanto riguarda la funzione degli operatori pastorali, accenniamo una previsione: il Catechismo li deluderà se tenteranno di utilizzarlo come repertorio di trattazioni monografiche, di temi, di spunti suscettibili di essere impiegati all'interno di un qualsiasi quadro complessivo di discorso (o addirittura senza nessun quadro di questo genere). Non dico che non li deluderà, ma oso sperare che li deluderà molto meno o addirittura apparirà loro interessante, se accetteranno di prendere pazientemente visione della sua complessiva e piuttosto compatta struttura architettonica d'insieme.