Educare alla Costituzione /8

Raffaele Mantegazza

(NPG 2011-08-46)


In un nostro viaggio di ricerca in Giappone, patria del toyotismo e della nuova idea di fabbrica, di azienda, di produzione e di organizzazione del lavoro, abbiamo potuto constatare gli effetti «pedagogici»: di tale organizzazione: nei ristoranti – carissimi– osserviamo frotte di impiegati che insieme mangiano nella pausa lavoro. Non a mezzogiorno, ma alle 19: poi tornano al lavoro, tutti insieme, fino a mezzanotte e oltre. Le donne giapponesi si lamentano se i mariti sono troppo presenti in casa, perché così non fanno carriera. I lavoratori sembrano avere con l’azienda un rapporto di amore-odio, un rapporto che si crederebbe tipico degli affetti personali e non di una dimensione professionale. I figli dei bambini hanno zainetti firmati dall’azienda, giocano in squadre di calcio finanziate dall’azienda, vanno al mare nella colonia dell’azienda.
Si tratta insomma di una pedagogia aziendalista compiuta, che provoca il più alto tasso al mondo di consumo di psicofarmaci tra i bambini al di sotto dei quindici anni, uno dei più alti tassi di suicidi dell’Occidente. Inoltre la pressione che una organizzazione del lavoro di questo tipo produce sui giovani e sui giovanissimi è tale da provocare il fenomeno degli hikikomori,[1] i giovani giapponesi che si ritirano nelle loro camere da letto e non vogliono più uscire: i genitori li interrogano dall’esterno, prima allarmati, poi angosciati, alla fine disperatamente rassegnati, ma non c’è modo di sottrarre questi ragazzi e queste ragazze alla dannazione dell’isolamento totale scelto e messo in atto con tremenda razionalità. Padri e madri lasciano il cibo fuori dalla porta di questi giovani, poi ritirano i piatti e i panni sporchi; e tutto questo va avanti per anni.
Per sottolineare l’importanza del lavoro e dei diritti ad esso connessi ma anche per contrapporsi a queste deviazioni, occorre allora pensare a una nuova educazione al lavoro come parte fondamentale del diritto al lavoro; una educazione e una formazione che non ricalchi il verbo aziendalista della flessibilità a tutti i costi, ma che ricordi soprattutto ai giovani e alle giovani che comunque il rapporto di lavoro è frutto di una contrattazione tra differenti, e prevede sempre una conflittualità: che ovviamente non si risolve necessariamente nella rottura o nello sciopero, ma che deve prevedere la necessaria alterità delle figure che si confrontano: lavoratore, datore di lavoro. I sindacati gialli, ossia aziendali, sono gli unici ammessi nella nuova configurazione dei rapporti di lavoro previsti dal toyotismo o dal postfordismo.
Ci sembra che una educazione al lavoro come spazio di gestione della conflittualità sia utilissima, anche perché nella lettera della Costituzione questa concezione del lavoro è prevista e gli articoli che ne parlano ne sono impregnati.

Una parte della vita

La prima cosa che occorre ribadire è che il lavoro è una parte della vita; per quanto importante, si tratta di una sua parte, non di tutta la vita; e dunque una concezione del lavoro che inglobi in sé tutta la dimensione vitale, che si comporti da cannibale nei confronti di tutte le altre dimensioni esistenziali è letteralmente antidemocratica. Questa consapevolezza si può sviluppare anche a partire da un esempio dalla Costituzione: l’art. 36 recita: «Il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionale alla quantità e alla qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge. Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuale retribuite e non può rinunciarvi».
Facciamo notare come questo articolo introduca il concetto di diritto-dovere a proposito delle ferie e del riposo settimanale. Perché il riposo è obbligatorio? Perché un lavoratore o una lavoratrice non possono rinunciarvi? E se una persona ha assolutamente bisogno di lavorare, perché dovrebbe andare in ferie? Evidentemente i Padri Costituenti avevano ben in mente il carattere onnivoro di una certa concezione del lavoro e la necessità di tutelare la vita privata di ogni lavoratore e lavoratrice. È ancora così, in una società nella quale i ritmi e i tempi di lavoro ghermiscono la vita privata dei lavoratori come dei clienti (basta ricordare l’indecente invasione quotidiana delle telefonate da parte dei call-center)?
È oggi impossibile pensare a una educazione al diritto al lavoro che non tratti il tema del precariato. Non sono molte le ricerche pedagogiche specifiche sull’impatto del precariato sulla coscienza e sull’auto-rappresentazione dei giovani, ma quello che è certo, almeno a livello fenomenologico, è che essi si trovano nell’impossibilità di progettare una vita autonoma, una vita di coppia, una vita famigliare, anche solamente una vita da single emancipato dai genitori: il che significa impossibilità di pensarsi realmente adulto e dunque il rappresentarsi eternamente dipendente da altri. Il precariato è la vera legittimazione della gerontocrazia: lascia il giovane e la giovane per anni nel limbo dell’adolescenza protratta e prolungata perché quel limbo è la terra della dipendenza, e abbandonarlo significherebbe essere adulti compiuti e dunque poter scalzare la generazione precedente dai posti e dai ruoli di potere.
Si parla a questo proposito di «adolescenza interminabile», una locuzione di chiaro richiamo freudiano che si riferisce alla difficoltà, o all’impossibilità, per l’adolescente di elaborare la perdita della condizione infantile per potersi avventurare verso la conquista di una identità adulta compiuta e sufficientemente autonoma. Riteniamo che troppe analisi della condizione giovanile attribuiscano l’angoscia giovanile a motivazioni intrapsichiche o estetiche e non approfondiscono invece il vero dramma epocale e generazionale costituito dall’attuale congiuntura (ma ormai con tratti che la rendono strutturale) del mercato del lavoro.
L’educazione alla sicurezza sul lavoro costituisce un’altra opzione irrinunciabile per una educazione al lavoro che segua il dettato e lo spirito della Costituzione. Anche se in leggero calo nell’ultimo biennio, la piaga degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali costituisce una pagina nerissima nel nostro Paese:
«L’anno 2008 si è chiuso con 874.940 infortuni sul lavoro e 1.120 casi mortali. Dividendo gli incidenti denunciati per appartenenza ai rami di attività registriamo che il 90,3% dei casi avviene nel settore Industria e Servizi, il 6,1% nell’Agricoltura e il 3,6% fra i dipendenti dello Stato. Per quanto riguarda gli infortuni mortali, nell’Industria si sono verificati 554 casi (-9,3%), in Agricoltura 121 (+15,2% rispetto al 2007) e nei Servizi 445 (-9,4%)».[2]
C’è da dire che gli infortuni colpiscono maggiormente i lavoratori e le lavoratrici di origine straniera, spesso privi delle necessarie tutele:
«143mila gli infortuni che colpiscono i nati all’estero, per lo più giovani, con un incremento complessivo del 15,1% rispetto al 2005; 189 i casi mortali nel 2008, in lieve aumento».[3]
Altra piaga che purtroppo non accenna a risolversi è quella delle malattie professionali:
«Anno record (il 2009) per le malattie professionali, con 34.646 denunce complessive (il valore più alto degli ultimi 15 anni): un aumento del 15,7% rispetto ai 30mila casi del 2008 e di circa il 30% in 5 anni (8mila denunce in più rispetto alle quasi 27mila del 2005). In particolare, nell’Agricoltura in un solo anno le segnalazioni sono più che raddoppiate e triplicate nell’ultimo quinquennio. Le patologie più diffuse – con quasi 18mila casi denunciati (+36% rispetto al 2008) – sono quelle relative all’apparato muscolo-scheletrico (tendiniti, affezioni dei dischi intervertebrali, sindrome del tunnel carpale, ecc.), dovute a sovraccarico biomeccanico».[4]

Una mappa del rischio

Al di là della necessità di un controllo severissimo sul comportamento delle imprese, uno strumento educativo per formare i giovani alla sicurezza è costituito dalla mappa di rischio.
Una mappa di rischio è la descrizione di tutti i pericoli per la salute (rischi) esistenti nell’ambiente di lavoro. Tale descrizione di solito è il risultato di una analisi condotta in collaborazione dai lavoratori e dai tecnici.
Una volta realizzata la mappa di rischio, occorre passare all’intervento: ovvero, una volta che sono stati individuati i fattori di rischio all’interno dell’ambiente lavorativo i lavoratori possono intervenire per un miglioramento delle condizioni, premendo sul datore di lavoro per ottenere le modifiche necessarie.
Sono stati individuati quattro gruppi di fattori di rischio che possono condizionare la salute del lavoratore all’interno dell’ambiente di lavoro.
Il primo gruppo è costituito dai seguenti fattori: luce, rumore, temperatura, umidità, spazio, vibrazioni. Nel gruppo in questione sono compresi in prevalenza i fattori presenti nell’ambiente in cui il lavoratore si trova ad operare. Il presupposto di questo raggruppamento è che le condizioni ottimali per un ambiente lavorativo (come del resto per ogni ambiente in cui ci si trova a vivere) sono determinate da un equilibrio di tutti i fattori ambientali essenziali.
Il secondo gruppo comprende i seguenti fattori: polveri, gas, fumi, vapori, radiazioni. Tutti questi fattori, al verificarsi di certe condizioni, possono diventare molto pericolosi per l’organismo. Il grado di concentrazione esistente in ogni ambiente dovrebbe essere tendenzialmente uguale a zero. È importante ricordare che in questi ultimi anni il numero delle sostanze nocive presenti negli ambienti di lavoro è aumentato a dismisura e tende ad aumentare a ritmo crescente. Una grande quantità di nuovi prodotti si è aggiunta alle sostanze nocive tradizionali. È dunque necessario conoscere sia le singole sostanze utilizzate, sia le possibili combinazioni tra di esse.
Nel terzo gruppo è compreso un solo fattore: attività muscolare o lavoro fisico. Il lavoro comporta fatica, che entro certi limiti si può considerare normale; infatti il riposo notturno è sufficiente a compensare la fatica del giorno precedente. Al di là di questi limiti la fatica diviene anormale.
Il quarto gruppo infine comprende tutte quelle condizioni che possono determinare effetti stancanti: monotonia, ripetitività, posizioni disagevoli, ritmi eccessivi, ansia, eccessiva responsabilità o deresponsabilizzazione, autoritarismo: questi fattori nascono con la diffusione della cosiddetta organizzazione scientifica del lavoro che costringe il lavoratore ad una determinata posizione sul posto di lavoro, e a compiere gesti meccanici e ripetitivi.
Questo modo di organizzare il lavoro, se è funzionale alle esigenze produttive della azienda, è anche in contrasto con il comportamento spontaneo di un individuo, e provoca un affaticamento di natura psicologia, difficilmente recuperabile, detto fatica industriale.
Se il lavoro è un diritto, non può essere una gabbia, un rischio, un datore di morte. Quando pensavano al lavoro i Padri Costituenti avevano in mente la sua possibile azione nobilitatrice sull’uomo e sulla donna. È a questa idea che occorre educare i giovani e le giovani, presentando loro il lavoro (che deve essere dignitoso, non umiliante, non disumano) come una tra le possibilità di realizzare parti importanti di sé: non l’unica e, forse, non la più importante.


NOTE

[1] Cf Carla Ricci, Hikikomori. Adolescenti in volontaria reclusione, Milano, Angeli, 2008; Michael Zielenzinger, Non voglio più vivere alla luce del sole, Eliot, 2008.
[2]http://www.inail.it/Portale/appmanager/portale/desktop?_nfpb=true&;_pageLabel=PAGE_SALASTAMPA&nextPage=Dati/index.jsp
[3]http://www.inail.it/repository/ContentManagement/node/N670420288/Dati%20Inail%20N.1-2010.pdf).
[4] http://www.lavoro.gov.it/NR/rdonlyres/3C0B2E63-5CF9-45CE-9FAA-92D6DB4A5A91/0/Infortunisullavoro emalattieprofessionali2009.pdf