I temi negati dell’educazione /6

Mario Pollo

(NPG 2011-07-71)


Il consumo delle droghe tra i giovani non provoca più quell’allarme sociale che ha contrassegnato questo fenomeno negli anni settanta/ottanta. Ciò accade perché questo consumo, pur essendo considerato un grave problema, si pensa che riguardi i singoli individui più che la società e la sua cultura. In altre parole, il consumo delle sostanze stupefacenti e psicotrope si è trasformato da problema sociale in individuale. Si tratta di una vera e propria negazione della dimensione sociale e culturale della tossicomania che è strettamente correlata con i processi di individualizzazione che segnano la cultura della nostra società in questa fase storica. Processi che affermano l’esclusiva responsabilità dell’individuo nei percorsi di crescita e, conseguentemente, nel loro successo o nel loro fallimento. Ogni persona è sola di fronte del proprio destino e non può invocare, come attenuante della propria responsabilità personale, né l’appartenenza a una data condizione sociale, familiare, economica, ecc., né alcune nefaste influenze della cultura sociale che tesse il suo mondo.

Da problema sociale a problema individuale

Questa negazione, funzionale alla dissoluzione dei legami comunitari e all’affermazione di un individualismo affetto nelle sue radici più profonde dal narcisismo, è una vera e propria falsificazione della realtà perché nasconde che il consumo epidemico aut distruttivo delle droghe è un fenomeno culturale prodotto dalla modernità. Infatti, sino all’avvento della società industriale l’uomo ha convissuto per millenni, sin dalla preistoria, con le droghe, il cui uso era confinato nella stragrande maggioranza dei casi nel recinto del sacro e/o in quello contiguo del sanitario. Anche laddove il consumo delle droghe avveniva a scopi ludici, esso era sempre ritualizzato e socialmente controllato.
I casi di dipendenza patologica da queste sostanze erano assai rari e quindi tali da non giustificare un allarme sociale.
Nella modernità la droga ha abbandonato da subito il recinto del sacro mentre per un periodo rilevante di tempo ha continuato ad abitare all’interno del recinto della cura sanitaria. Infatti, alcune droghe ancora oggi continuano a popolare il territorio delimitato da questo recinto.
Abbandonato il recinto del sacro, il consumo della droga si è trasferito direttamente nella vita quotidiana. Prima in quella delle élite intellettuali, artistiche e sociali e in seguito, e a volte in parallelo, in quella degli altri strati sociali.

UNA BREVE STORIA SOCIALE

Ad esempio, nel seicento il medico inglese Thomas Sydenham preparò una tintura alcolica di oppio, il laudano, dotata di una potente azione antispastica e antidolorifica.[1] Questa tintura, in Inghilterra, è stata protagonista di un uso massiccio in tutte le classi sociali, essendo venduta liberamente nelle farmacie ad un prezzo sino a dieci volte inferiore a quello dell’alcol e della birra. Questo fece si, ad esempio, che il laudano fosse utilizzato dal proletariato per sopportare le miserabili e disumane condizioni della vita nelle fabbriche.
Nettamente diverso fu l’uso che di questa sostanza fecero gli intellettuali, come ad esempio Coleridge e De Quincey, che rappresentarono il primo, o perlomeno più noto, caso di quel consumo di droga distruttivo che segna profondamente alcune vite maledette.
Il permanere delle droghe per un certo periodo all’interno del recinto del sanitario, paradossalmente, ha favorito la loro successiva diffusione epidemica. L’esempio più eclatante è costituito dall’eroina, la droga flagello del Novecento e dei nostri giorni. Essa fu sintetizzata alla fine dell’Ottocento e messa in commercio dalla Bayer con il nome di heroisch che sottolineava le sue presunte energiche virtù. Infatti, il prospetto informativo con cui veniva venduta recitava: «1) al contrario della morfina, questa sostanza produce un aumento di attività; 2) calma ogni sentimento e timore; 3) anche dosi minime fa sparire ogni tipo di tosse, perfino nei malati di tubercolosi; 4) i morfinomani trattati con questa sostanza hanno perso immediatamente ogni attenzione per la morfina».[2]
In seguito alla massiccia campagna pubblicitaria l’eroina arrivò nelle farmacie di tutti i continenti, dove continuò a essere venduta liberamente anche dopo che l’oppio e la morfina furono sottoposti a controlli. Ancora nel 1906 i medici prescrivevano questo farmaco perché rispetto alla morfina produceva la stessa azione analgesica con dosi molto minori e perché procurava un’euforia più intensa e duratura. L’eroina era ritenuta un anodino leggero e un efficace rimedio per combattere la dipendenza da morfina.
Non appena però si scoprirono gli effetti stupefacenti dell’eroina essa, da un lato, fu bandita dalle farmacie e la sua somministrazione proibita anche sotto controllo medico, dall’altro lato, essa si affermò rapidamente come l’oppiaceo preferito dai tossicomani.
Una cosa analoga accadde alla cocaina. Basti pensare che alla metà dell’ottocento un fisiologo italiano, Paolo Mantegazza pubblicò un libro, che avrà un notevole successo presso i medici europei, intitolato Sulle virtù igieniche della coca e degli altri alimenti nervosi in genere. Questo libro contribuirà alla trasformazione della curiosità verso una sostanza esotica in un ritrovato medico. Infatti, per quasi trent’anni la cocaina fu ritenuta dai medici una sorta di panacea. Basti dire che nel 1876 il Dictionnaire encyclopédique des sciences médicale di Bordier consigliava l’uso del farmaco nelle fabbriche e nell’esercito per la sua capacità di non far sentire la fatica e di aumentare la vigilanza e l’energia3. Pochi anni dopo nel 1880 la Therapeutic Gazzette consigliava l’uso della cocaina per la cura della depressione e dell’alcolismo, mentre nel 1882 essa entrava a far parte ufficialmente della farmacopea statunitense. Non è un caso perciò se gli USA divennero in poco tempo il paese con il maggior numero di cocainomani.[3]
È interessante, infine, osservare come questa fiducia nel farmaco cocaina decada in pochissimo tempo e che nel 1886 il New York Medical Journal, che solo un anno prima aveva pubblicato diversi articoli sul potere curativo della cocaina, pubblichi un editoriale in cui mette in guardia contro i gravi rischi di questo farmaco. Un medico viennese, Albrecht Erlenmeyer, nello stesso anno definì la cocaina il terzo flagello dell’umanità.
Tra l’altro, questa sostanza era utilizzata anche come anestetico nelle operazioni chirurgiche, dove provocò la morte di molti pazienti durante gli interventi. Tra i medici che resistettero più a lungo nel difendere il valore e l’efficacia terapeutica della cocaina ci fu anche Sigmund Freud, che nel 1884 aveva pubblicato il saggio Über Coca e che, come lui stesso raccontava, aveva cominciato a usare la cocaina nel 1864 per combattere la timidezza, la melanconia e alcuni disturbi fisici dovuti probabilmente a una intossicazione da nicotina. 

Esempi analoghi si potrebbero fare per altri tipi di droghe ma a questo punto è sufficiente osservare che nella modernità le droghe, espulse dai recinti del sacro e del sanitario, hanno trovato ospitalità in luoghi della vita quotidiana. Questi luoghi sono molteplici e vanno da quelli dello svago a quelli del lavoro, passando per quelli più prettamente individuali in cui le droghe soddisfano bisogni e desideri soggettivi. 

LE ASPETTATIVE DEI GIOVANI NEI CONFRONTI DELLE DROGHE

Per prima cosa è necessario ricordare gli effetti delle sostanze psicoattive, aut droghe: al contrario degli effetti degli antibiotici, dei diuretici e di molti altri tipi di agenti farmacologici, sono determinati in parte dalla loro composizione chimica e in parte dalle aspettative di coloro che le consumano. Sono proprio queste aspettative – specialmente in relazione con la sostanza verso cui sono dirette, a seconda cioè che si tratti di alcol, di marijuana, di oppio o di cocaina – che variano da cultura a cultura e da momento a momento.[4]
Questo significa che le aspettative nei confronti della droga non sono solo individuali ma anche sociali e culturali, e il loro potere di attrazione deriva direttamente da esse. Queste aspettative possono essere raggruppate in sette classi.

Il bisogno di modificare e di espandere gli stati di coscienza

Quando si affronta l’analisi dei motivi per cui le persone usano le droghe, si parte di solito dalla constatazione della condizione di dipendenza che hanno sviluppato in seguito al loro uso e, quindi, da tutti gli effetti negativi e distruttivi connessi a tale condizione. Sembra quasi che uno sia diventato consumatore di droghe per perseguire la dipendenza da esse e la distruzione di se stesso.
Questo approccio, molto popolare, è profondamente sbagliato, perché le persone che usano le droghe lo fanno perché queste danno risposte positive alle loro attese e i loro effetti, almeno per un certo periodo di tempo, sono piacevoli. Non si capisce infatti perché le persone dovrebbero utilizzare le droghe se queste offrissero loro esclusivamente effetti negativi e spiacevoli. Uno degli effetti ricercati nelle droghe è indubbiamente quello della ricerca di stati alterati di coscienza. Se nelle culture arcaiche questa ricerca era inscritta in rituali o comunque in un orizzonte simbolico di tipo religioso e, sovente, era riservata a degli iniziati come gli sciamani o i curanderos, nella modernità questa ricerca ricade interamente nell’orizzonte del corpo, ovvero nel soggetto.
Infatti mentre per l’homo religiosus la droga era vissuta come la scala del cielo, la via di accesso al mondo del sacro, del divino, per l’uomo moderno essa è esclusivamente la via di accesso al mondo dell’inconscio,[5] o della ricerca di uno sviluppo psichico personale. Questa ricerca non sarebbe che una risposta a un bisogno umano innato.[6]
Vi è anche chi pensa che la ricerca dello stato alterato di coscienza prodotto dalle droghe sia la strada che l’uomo può percorrere per sottrarsi all’omologazione, alla massificazione della società moderna, divenendo consapevole delle sue enormi potenzialità creative e delle costrizioni che ad esse sono poste dalla normalità sociale. Non è un caso che i primi ricercatori degli stati di coscienza alterati attraverso l’uso delle droghe siano stati nell’epoca moderna degli intellettuali che con la droga perseguivano non più il contatto con il divino a servizio delle persone della propria comunità – per guarirle, rispondere a loro interrogativi su persone care lontane e in genere per risolvere i loro problemi personali o comunitari – ma solo per sviluppare la propria percezione del mondo, la propria creatività e allargare il dominio della propria coscienza. Per essi la via della trascendenza è diventata la via dell’immanenza, da scala del cielo si è ridotta esclusivamente a scala degli inferi, intesi come inconscio.
In questo caso la droga avrebbe dovuto aiutare l’uomo moderno a salire al cielo della propria creatività e a incontrare le energie nascoste tra i demoni dell’inconscio. E tutto questo al fine di costruire la pienezza del proprio Sé. Questo viaggio, tuttavia, non ha mai condotto alla conquista del Sé, ma solo alla perdita di se stessi nella distruttività, come dimostrano le storie degli scrittori e degli artisti «maledetti» e molte storie, più banali, di tossicomani contemporanei. Nella modernità questi viaggi non sono più compiuti nella compagnia dell’angelo ma degli angeli decaduti, dei demoni.
Purtroppo questa ricerca ha sedotto e continua a sedurre alcuni giovani, magari spinti da cattivi maestri, che scoprono, quando oramai è troppo tardi, che la scala del cielo che avevano creduto di imboccare era una scala degli inferi.

La ricerca di sensazioni forti, dell’eccesso

Nell’adolescenza e nella giovinezza non è raro che le persone sperimentino comportamenti rischiosi e/o trasgressivi al fine di ampliare il loro spazio vitale, per superare i limiti, cioè le norme e le regole in vigore nella vita sociale.
Infatti, la propensione dei giovani al rischio e ad alcune forme di eccesso nasce dal fatto che essi percepiscono, spesso confusamente, che il rischio svolge nella vita sociale e personale alcune funzioni importanti.
La prima funzione che essi percepiscono è quella dell’eccesso come agente di cambiamento che consente di superare il vecchio limite e di scoprirne uno nuovo, ridefinendo i comportamenti personali o quelli collettivi, conquistando, limitatamente o radicalmente, un nuovo modo di essere. Questo cambiamento è però sempre aperto, sia in senso evolutivo sia in senso regressivo, e rappresenta comunque un rischio, contenuto però dal fatto che, secondo i giovani che lo sperimentano, nella situazione di eccesso riemergerebbero i limiti costituiti dai valori e dalle regole assimilate nei processi socializzanti ed educativi.
Una seconda funzione dell’eccesso che i giovani avvertono è quella che esso sarebbe la via che consente l’introduzione di nuove regole o la riaffermazione delle vecchie nella vita quotidiana della società.
L’ultima funzione dell’eccesso che i giovani attribuiscono all’eccesso è quella liberatoria, perché non sarebbe altro che un rito attraverso cui raggiungere la liberazione da una situazione vissuta come costrittiva e/o oppressiva.
Non è un caso perciò che la maggioranza assoluta dei giovani italiani, secondo i dati della ricerca Iard,[7] dichiari di aver sperimentato comportamenti rischiosi che potevano mettere in pericolo la loro integrità psichica e fisica.
In questa esplorazione dei confini di se stessi e della propria vita attraverso il rischio e l’eccesso, la tentazione dell’uso della droga diventa molto forte perché è sia illegale che pericolosa, e questo spiegherebbe il consumo odierno da parte di un numero non residuale di giovani delle droghe.
Solitamente nel linguaggio giovanile la ricerca del rischio e dell’eccesso attraverso le droghe e, quindi, delle sensazioni forti che questa ricerca comporta, è indicata come ricerca dello «sballo» che appare una componente forte di alcune forme del divertimento giovanile.
Spesso la ricerca di uno stato elevato di eccitazione è legata ai modelli culturali e alla socialità.
Infatti, secondo Norbert Elias vi sono delle attività di loisir, che egli differenza da quelle generiche del tempo libero, che si caratterizzano per un elevato investimento emotivo e, quindi, in cui vi è un allentamento del controllo delle emozioni, che si congiunge con la fuga dalla routine quotidiana. In queste attività le persone non cercano di rilassarsi e di riposarsi, ma di sperimentare emozioni e sensazioni da cui normalmente rifuggono nella vita quotidiana. La cultura sociale attuale offre varie forme di loisir in cui è possibile raggiungere un elevato livello di eccitamento: dagli sport estremi all’alcol e alle altre droghe passando magari per il gioco d’azzardo.
Il bere alcolici in compagnia, come sempre più spesso fanno gli adolescenti e i giovani nelle situazioni di svago, non svolge certamente una funzione di ricerca di benessere, di rilassamento, ma quella del sostegno di una socialità più disinibita e contrassegnata da una forte tonalità emotiva, da un forte eccitamento. Lo stesso fanno le altre droghe che vengono utilizzate nei contesti di socializzazione.

La ricerca di un legame fusionale con gli altri

Le difficoltà da parte di adolescenti e giovani di stabilire relazioni autentiche con gli altri, di superare i limiti che tendono a isolare la persona nella propria soggettività e che sono prodotti dalle norme sociali, dai modelli culturali, dal linguaggio e dalle capacità comunicative personali, dalle ansie primarie, dagli stereotipi e dai pregiudizi, trovano in alcune droghe una via facile, immediata di superamento. Le sostanze che attualmente sono utilizzate a questo scopo sono l’alcol, la marijuana, l’hashish, la cocaina e l’ecstasy. Quest’ultima svolge questa funzione spesso in associazione con la musica, in particolare con quella techno e hard core. In questo caso le droghe consentono l’esperienza fusionale di appartenenza al tutto.
Saunders che ha assunto a scopo di ricerca l’ecstasy in diverse occasioni esprime in modo molto vivo e dettagliato questa esperienza fusionale:
«Iniziai a ballare molto imbarazzato come mio solito, tenendo un occhio su quello che faceva il resto della gente, ben cosciente del fatto che avevo trent’anni di più della maggioranza. Poi impercettibilmente mi rilassai gradualmente, mi sciolsi e seppi di far parte del tutto. Non c’era bisogno di essere imbarazzati, non avevo alcun dubbio sull’essere accettato; nulla che potevo fare sarebbe stato stridente perché tutti cercano di essere se stessi, come se stessero glorificando le loro libertà fuori dai limiti e dalle nevrosi della società. Nonostante tutti celebrassero il loro rituale separatamente nei propri spazi, quando mi guardavo attorno potevo facilmente creare un contatto visivo accorgendomi che nessuno si nascondeva dietro una maschera. Non c’era virtualmente alcuna conversazione o contatto fisico, eccezion fatta per il breve abbraccio occasionale, ma sperimentavo un senso di appartenenza al gruppo, una specie di esperienza religiosa trascendente di unità […] era come se tutti appartenessimo a una tribù esclusiva legata da un qualche sentimento in comune […] Non tutti ne facevano parte, qualcuno sembrava fuori posto, tentando di mescolarsi o ballando con stile ma senza spontaneità. Immaginai che non avesse preso l’ecstasy».[8]
Il senso di esclusione dalla tribù di chi ha assunto l’ecstasy è percepito chiaramente da chi è sobrio come emerge in questo frammento tratto dall’intervista di un giovane frequentatore degli after hour:
«Io ci sono stato senza mangiare (assumere droga), ma quando tu vedi che sono tutti fuori, anche tu vuoi essere fuori, hai capito? [...] ma perché tu vedi tutti fuori, e tu dici: c.! Sei un po’ strano tu. Cioè tu nei loro confronti sei qualcosa di meno di loro, sembra che si divertano di più di te, poi magari vedi passare quello che è fuori, che non c’è la fa neanche a stare in piedi, tu lo guardi e ridi, c., però... ci pensi... vorrei essere fuori come lui, io ... capito? Quando lui passa ti batte una mano sulla spalla, fa aaaaaa ... e anche tu fai aaaaaa ... ma quando va via lui continua a fare aaaaaa ... ma tu non lo fai più ... capito?». [9]
L’uso dell’ecstasy unitamente alla musica techno come strumento fusionale fa parte di una sorta di ideologia, in voga tra i frequentatori dei rave, secondo cui questi due forme di estasi servirebbero a ridurre le differenze individuali, a favorire sentimenti di amore collettivo e la coesione del gruppo contrastando l’individualismo della cultura sociale dominante.[10]
In questi ultimi anni nelle discoteche e in altri luoghi come pub, party tra amici, ecc., anche la cocaina è utilizzata per scopi socializzanti-fusionali, pur se il suo impiego maggiore è rimane quello finalizzato all’espressività e al miglioramento delle prestazioni sociali.

Valorizzare, migliorare o mutare l’immagine di sé

Nella cultura contemporanea alcune droghe, tra cui in particolare la cocaina e le anfetamine, vengono assunte per sostenere le prestazioni professionali e quelle del loisir e consentire alla persona di fornire prestazioni congruenti con un’immagine di sé aderente ai modelli e agli stereotipi socialmente dominanti. Per lo stesso motivo, una persona può ricorrere ai tranquillanti per affrontare situazioni relazionali gravide di tensioni e fornire in quel contesto una prestazione di elevata qualità.
L’alcol, invece, è spesso utilizzato per inibire i sentimenti negativi provenienti da insuccessi e frustrazioni professionali e sociali. In questo modo la persona difende la propria immagine di sé. Vi è anche chi ricorre all’alcol o a altre droghe per poter attribuire a queste sostanze le proprie cattive prestazioni sociali. In questo modo può attribuire ad esse il fallimento invece che alle proprie incapacità.
Si tratta indubbiamente di una fuga dalla responsabilità alquanto banale, ma ritenuta comunque efficace, tanto e vero che alcune persone arrivano a preferire di sprofondare nella tossicodipendenza pur di non confrontarsi con la propria debolezza e con i fallimenti del proprio agire sociale e professionale.
In alcune situazioni di loisir, come quella della discoteca, le droghe sono utilizzate per sostenere un’immagine di sé, un’identità artificiale, virtuale assai diversa da quella reale che la persona vive nella sua vita quotidiana.
Nella ricerca, prima citata, sul rapporto dei giovani con la notte la maggioranza degli intervistati affermava che questo cambiamento di identità avviene perché la notte in discoteca offre un palcoscenico in cui è possibile spogliarsi dal proprio ruolo sociale diurno, vestirsi in un modo diverso e comportarsi in un modo differente da come ci si comporta nella scena diurna. Qui di seguito è riportato un piccolo florilegio di testimonianze di questo mutamento di identità nel loisir della notte.[11]
Ma, secondo me molta gente, cioè penso tutti si tolgono un attimo i vestiti che hanno durante il giorno, cioè i vestiti in senso teorico... Gli avvocati, magari, non so le commesse, le casalinghe se ci sono così vanno poi tutti in discoteca e sono poi tutti uguali e bon.
Per me è uno stacco dal giorno alla notte, cioè la notte si trasforma molto, cioè tu sei anche capace di vedere ... che so... un rappresentante.... un agente di commercio... che lo vedi durante il giorno in giacca e cravatta, modi fini... lo vedi la notte e non sembra più neanche lui.... sbracato, scamiciato ... e per me è proprio uno staccare dalla vita normale, di tutti i giorni, con la tua solita routine, per arrivare alla notte che cambi mondo.
Sì, vabbè c’è sempre ... magari di notte c’è un’Arianna un po’ più piccola, cioè mi lascio un po’ più andare, però per questo non mi trasformo nella trasgressione, così...
E dopo ne capita di tutti i colori alla festa, perché c’è da bere, magari un po’ da fumare, così ... e quindi è bello perché magari vedi la gente che conosci che fa quelle cose che non te le sogneresti mai ... e poi comunque la gente ha meno ... specialmente se si dorme tutti assieme in una stessa casa, da qualche parte, arrivi ad un certo momento che tra il sonno, tra che hai bevuto, un po’ di qua e un po’ di là, arrivi ad un certo momento che non sei ... sei diverso da come puoi essere durante il giorno, magari non tutti, io cerco di essere sempre me, la sera, però tanta gente durante la notte è più ... è anche più piacevole.
C’è addirittura chi di notte questa trasformazione la vive in modo così profondo che cambia nella propria recita sociale notturna il proprio nome.
La pluralità delle identità caratteristica della vita delle persone nella complessità sociale raggiunge per alcuni giovani, e non solo, la sua espressione più compiuta nella notte.
Poi, vabbè, conosco gente che riesce proprio a trasformarsi in tutt’altra persona, cioè non la riconosci, da non riconoscerla. Prendono e lasciano, lasciano tutto fuori entrano in discoteca e si trasformano, cambiano addirittura nome, non so, si trasformano totalmente.

La droga come viaggio iniziatico

Nella cultura delle società moderne complesse i riti di iniziazione e passaggio sono stati progressivamente aboliti o, comunque, fortemente depotenziati. In particolare sono praticamente scomparsi i riti di passaggio dall’età della dipendenza infantile a quella dell’autonomia adulta, che nelle società non complesse avvenivano nella o al termine dell’adolescenza.
È necessario ricordare che questo particolare rito di passaggio sottoponeva chi lo compiva ad un’esperienza che comportava la separazione dalla comunità, la solitudine nell’affrontare una prova che comportava un rischio serio e, quindi, sperimentare la paura e l’angoscia. Per superare la prova l’adolescente doveva utilizzare le conoscenze e le abilità che erano state oggetto della sua formazione. Nel rito di passaggio l’adolescente/giovane entrava in esso in possesso di uno status sociale e ne usciva con un altro.
Oggi, in assenza di significativi riti di passaggio, alcuni adolescenti e giovani ricercano la separazione dalla dipendenza dai genitori e la conquista dell’autonomia attraverso l’uso di droghe che assumono la funzione di succedaneo del rito di passaggio, in quanto il loro uso, essendo connotato dalla proibizione e dal rischio produce, proprio perché gesto trasgressivo, una presa di distanza dal mondo dei genitori.
Come ricorda Zoja «l’uomo della nostra società, sperduto, passivo, capace solo di compiere gesti compiuti da milioni di altri uomini, sogna segretamente una trasformazione che lo faccia adulto, inconfondibile, protagonista e creatore e non solo consumatore».[12]
La droga si rivela però un succedaneo pericoloso e non assolutamente in grado di garantire il passaggio e l’iniziazione all’adolescente, perché l’esperienza del suo consumo avviene senza il contenimento, e quindi la protezione, del rito sociale, senza il quadro di senso simbolico assicurato dalla cultura sociale all’esperienza iniziatica. Il risultato è che invece di svolgere una funzione emancipatoria, il consumo della droga ne svolge una distruttiva e implosiva.
Nella cultura sociale della modernità la droga è una promessa mendace di un viaggio iniziatico verso il mondo dell’identità adulta, che però si conclude quasi sempre sugli scogli dell’autodistruttività e, quindi, con un naufragio. Questo perché la droga offre, al di fuori del contesto dell’iniziazione sacra, solo la discesa agli inferi e mai la salita al cielo, né tanto meno l’esplorazione della terra che è resa abitale dal centro sacro del mondo.

Il consumo di droga come accidente

Oggi si assiste da parte di una quota non irrilevante di consumatori di droghe a un accesso a questo consumo del tutto a-causale, nel senso che non vi sono motivazioni e problemi personali particolari a monte di esso, ma solo la pressione di conformità di un gruppo: di pari età per gli adolescenti e di appartenenza significativa per gli adulti.
Vi sono dei gruppi in cui il consumo di droga costituisce una norma positiva, l’adesione alla quale rappresenta una condizione necessaria se si desidera essere accettati pienamente del gruppo.
Questo fenomeno, molto visibile in gruppi di adolescenti, è vissuto anche da molti consumatori adulti di droghe come, ad esempio, la cocaina. A questo proposito Bieleman osserva che il consumo di droga «notifica accorpamenti e differenziazioni, distingue tra iniziati e non iniziati, fornisce status di appartenenza, dà forma a stili di vita, è insomma cultura: la cultura della droga».[13]
Questo significa che le persone che cominciano a consumare droghe in gruppo, divenendo anche tossicodipendenti, se nel loro percorso esistenziale avessero incontrato gruppi diversi non sarebbero divenute tossicomani.
C’è da dire però che l’adesione al gruppo che ha svolto la funzione di mediatore verso le esperienze di tossicomania normalmente è il frutto di una vera e propria autoselezione. Questo vuol dire che essa è avvenuta proprio perché il gruppo è stato percepito dotato di norme interne devianti e trasgressive.
In altre parole questo significa che il gruppo è stato scelto, più o meno consciamente, perché trasgressivo o deviante nelle sue norme rispetto al consumo di droga.
In questo caso il gruppo appare principalmente come un facilitatore dell’accesso al consumo di droga, in quanto le cause che spingono la persona verso la droga sono da ricercare a monte in altre dimensioni della sua vita.
La funzione del gruppo appare così essenzialmente espressiva, consentendo alla persona di esprimere nel comportamento ciò che prima esisteva in lei solo allo stato latente.
Tuttavia è lecito pensare che se la persona avesse incontrato un gruppo normale o, meglio ancora, propositivo di valori facilitatori della realizzazione personale e sociale, probabilmente, nonostante i suoi problemi, questa persona non avrebbe compiuto il transito verso la tossicomania.

Il bisogno di ridurre gli stati di disagio

In molte situazioni la droga è utilizzata come farmaco che la persona assume per superare stati di disagio psicologico in cui si manifestano ansia, angoscia, incertezza , tensione, depressione, sentimenti di bassa autostima o per riuscire a fronteggiare le richieste dell’ambiente sociale in cui è inserita14.
Questo tipo di utilizzo delle droghe, anche se maggiormente presente tra gli adolescenti, non è estraneo al mondo degli adulti.
La droga in questi casi non sostiene la ricerca di stati particolari di coscienza o di attivazione individuale e sociale perché, di fatto, essa svolge una funzione anestetizzante. Quest’uso è congruente con la cultura sociale dominante che propone alle persone la fuga dal dolore attraverso l’anestesia e che non offre, quindi, percorsi di ricerca del significato di cui lo stesso dolore è rivelatore. Infatti, è solo andando alle sue radici, che si scopre l’unico luogo dove il dolore può essere affrontato, e qualche volta vinto, in modo maturo.
Al polo opposto vi può essere un consumo di droga prodotto dalla noia esistenziale, dall’essere imprigionati in una vita routinaria priva di qualsivoglia stimolo o avventura. La droga in questo caso è una fuga dalla noia e dall’oppressione di un non senso che grava sulla propria vita.

(Nel prossimo numero: Per un intervento educativo)


NOTE

[1] Milanese R., L’eroina e gli oppioidi, in A. Salvini e L. Zanellato, Psicologia clinica delle tossicodipendenze, Lombardo, Roma, 1998, p. 59.
[2] A. Eschotado, Piccola storia delle droghe. Dall’antichità ai giorni nostri, Donzelli Editore, Roma 1997, p. 98.
[3] A. Salvini e E. Faccio, La cocaina e le anfetamine, in: Salvini A., Testoni I., Zamperini A. (a cura di), Droghe: tossicofilie e tossicodipendenza, Torino, Utet, pp. 105-138, 2002, p. 106.
[4] T. S. Szasz, Il mito della droga, Feltrinelli, Milano 1974.
[5] L. Zoja, Nascere non basta, iniziazione e tossicodipendenza, Cortina Milano, 1985.
[6] A. Weil., The Natural Mind, Houghton Mifflin, Boston 1986.
[7] C. Buzzi, A. Cavalli, A. De Lillo, Giovani del nuovo secolo, Il Mulino, Bologna 2007.
[8] N. Saunders, E come ecstasy, Feltrinelli, Milano 1996, pp. 24-25.
[9] M. Pollo, I giovani e la notte, Milella, Lecce 2000, p. 212.
[10] M. Ravenna, Psicologia delle tossicodipendenze, cit., p. 124.
[11] M. Pollo, I giovani e la notte, cit., pp. 170-172.
[12] L. Zoja, Nascere non basta. Iniziazione e tossicodipendenza, Raffaello Cortina, Milano 1985, pp. 7-8.
[13] B. Bieleman, A. Diaz, G. Merlo, C.D. Kaplan, Lines across Europe. Nature and extent of cocaine use in Barcellona, Rotterdam and Turin, Swets & Zeitlinger, Amsterdam, 1993, p. 64.