La giustizia /2

Inserito in NPG annata 2011.

 

Le virtù /10

Gli ambiti operativi

Paolo Carlotti

(NPG 2011-06-67)


È una classica e tradizionale articolazione della virtù della giustizia, quella che la suddivide in commutativa, legale o generale e distributiva. La prima regola i rapporti tra soggetti privati, la seconda quelli dei soggetti privati con la comunità, e la terza quelli della comunità con i soggetti privati. Inoltre, mentre la prima è regolata da un’uguaglianza aritmetica, per cui ciò che si deve è determinato in modo strettamente quantitativo, le altre da un’uguaglianza geometrica o di proporzionalità, per cui ciò che è dovuto non è materialmente uguale per tutti e – per riprendere un modo di dire abbastanza diffuso – si cerca quindi di distribuire secondo i bisogni di ciascuno e di ottenere secondo le sue possibilità.
Questo semplice pro-memoria ci permette di attivare una serie di considerazioni molto rilevanti per il tempo di oggi, che insieme viviamo. Tra queste considerazioni ne seleziono alcune, le seguenti.

Il necessario, il conveniente e il superfluo

Innanzitutto può essere facilmente ritenuto per vero e quindi avvallato il fatto che la giustizia debba assicurare per tutti le stesse risorse, le stesse opportunità, gli stessi beni, ecc., essere cioè materialmente identica per tutti. Questo, a bene vedere, sarebbe il colmo dell’ingiustizia, non della giustizia. È ovvio che il presidente della repubblica ha bisogno di cose di cui non abbisogna ogni cittadino. Un contadino necessita di disporre di una buona superficie di terreno per poter coltivare i prodotti della terra, terreno che non è necessario ad un pittore, a cui serve però uno studio per dipingere. Dare a tutti un vasto terreno è impraticabile, prima ancora che ingiusto, perché non soddisfa le necessità di tutti, ma solo dei contadini, e trattare tutti come se fossero tutti contadini è un palese non-senso e una palese irrazionalità e quindi una palese ingiustizia: del resto la prima caratteristica del male è la sua palese irrazionalità.
È però certo che vi sono dei beni, materiali, personali e relazionali, come per esempio il cibo o la sanità e l’educazione di base, che sono dovuti a tutti indistintamente, mentre altri solo a chi ne ha effettivo bisogno. La stessa disponibilità del bene è circoscritta al momento del bisogno. Infatti, non serve avere la disponibilità continua o addirittura la proprietà di un ospedale, solo perché se ne ha bisogno quando ci si sente male: è necessario, e anche sufficiente, potervi accedere ed essere ben curati nel tempo della malattia. A tutti, e non solo ad alcuni, è quindi da assicurare la pari opportunità dell’accesso alla salute e, se non è assicurata, viene violata la giustizia. Infatti una società civile non si può ritenere giusta perché solo il suo presidente può curarsi, mentre può considerarsi giusta se solo il suo presidente ha un palazzo di rappresentanza.
Naturalmente i casi, con le loro varianti, si potrebbero moltiplicare all’infinito e i vari soggetti, individuali e non, potrebbero entrare in confusione. All’uopo, offre ancora un certo discernimento una classica distinzione tra ciò che, da un punto di vista materiale e spirituale, è necessario, conveniente oppure superfluo, cioè tra ciò che è indispensabile per la vita e senza cui si muore, tra ciò che è opportuno alla vita e di cui si può fare a meno, e tra ciò che eccede queste due ultime soglie. È triste constatare ancora oggi come, non solo nel cosiddetto Sud del mondo, ma anche nel suo Nord, si rinvengano larghi strati della popolazione che vivono al di sotto della soglia di sussistenza, mancando cioè del necessario, mentre il superfluo è disponibile in abbondanza, fino allo spreco, per fasce ristrette e selezionate. Il possesso e la disponibilità del superfluo è ingiusto in presenza di chi non dispone del necessario, e d’altra parte i beni necessari non sono solo materiali, ma anche quelli personali e relazionali. Esemplificando, possiamo dire che se è indispensabile il cibo, lo è anche la fiducia di base – suscitata dai genitori – e la pace, garantita dalle relazioni internazionali.
Come abbiamo già avuto modo di osservare, i beni possono essere rilevanti perché sono molto urgenti, anche se non sono tra i più importanti, tra i più emergenti: senza il cibo non si vive, ma tra il cibo e l’educazione è più importante la seconda del primo, anche se la seconda può aspettare mentre il primo non molto. Il posizionamento valutativo dei beni rispetto alla vita dell’uomo quindi varia, e il criterio di questa variazione deve poter essere ben individuato e considerato nei suoi specifici risvolti, per esempio, come abbiamo appena fatto, sotto l’aspetto dell’urgenza o dell’emergenza. Questo posizionamento subisce variazioni anche col procedere e col progresso della storia umana, e in modo particolare coll’evoluzione delle «visioni globali dell’uomo e del mondo», cioè con ciò che l’uomo sa, pensa e decide di sé e del mondo. Per esempio, la consapevolezza e quindi il riconoscimento della libertà, in tutte le sue espressioni ivi compresa quella religiosa, pur conoscendo forti involuzioni, possiamo dire che è venuta crescendo col progredire storico dell’uomo e le sue esigenze minimali si sono moltiplicate rispetto al passato.
Il necessario va quindi assicurato a tutti e, se si può, anche il conveniente e in terza istanza anche il superfluo. Naturalmente è lancinante ingiustizia il possesso del superfluo o anche del conveniente, in presenza di chi manca del necessario. Questa piccola tripartizione ci offre un criterio oggettivo, cioè imparziale e quindi attendibile, per giudicare le situazioni individuali e sociali, che ci riguardano direttamente e non. Infatti, c’è sempre il rischio che dovendo giudicare di noi stessi – sia come singoli sia come società del Nord del mondo – noi pieghiamo i criteri secondo la nostra opportunità e il nostro comodo, e finiamo per dirci ciò che ci pare e piace, specialmente quando la giustizia ci richiede qualche sacrificio. H. Jonas da tempo si è domandato se le nostre democrazie occidentali, così esposte al consenso del suffragio universale, sono in grado di richiedere i giusti e necessari sacrifici a chi non li intende accettare e contemporaneamente detiene il potere di rovesciare le maggioranze parlamentari.
Vi è poi un criterio infallibile per giudicare con verità se quello che si ha è il necessario, il conveniente o il superfluo: quello di metterci nei panni dei più poveri, che è la versione popolare e sapienziale di un principio filosofico-morale augusto, quello kantiano di universabilizzazione. Ve n’è un altro, connesso con questo, e verifica il fatto se facciamo, a riguardo del necessario, preferenze di persone – talora anche oggi e anche in italiano riprodotta nell’espressione latina acceptio personarum –, per cui garantiamo beni, comportamenti e atteggiamenti ad alcuni, ma non ad altri, se abbiamo cioè dei pregiudizi e se operiamo esclusioni ingiustificate, secondo il sesso o l’orientamento sessuale, la religione o l’appartenenza culturale, l’etnia o la condizione sociale o secondo altre discriminanti.
Si può anche agire per simpatia e antipatia oppure per stretta logica di potere, cosicché – come si suol dire – la legge è sì uguale per tutti, ma si finisce per applicarla inesorabilmente per i «nemici» e per interpretarla benevolmente per gli «amici». Non c’è chi non veda che in questo modo la legge è asservita e diventa strumento di ulteriore oppressione e non certo di giustizia, anche se questo dovesse essere – come si suol dire – il sistema vigente. Soprattutto quando è presente come sistema, o come direbbe Giovanni Paolo II come struttura di peccato, il male non sempre può essere impedito se compiuto da altri (potendolo impedire o scoraggiare però lo si deve impedire e scoraggiare), è però sempre possibile impedire che lo compiano col nostro consenso o la nostra connivenza, attiva e passiva.
Per addurre un altro esempio, si può dire che il rispetto della vita è così basilare che vale sia per un povero che per un ricco, sia per un nero che per un bianco, sia per un cristiano che per un mussulmano. Ov­via­mente neanche il povero ha il diritto di uccidere il ricco, anche se la sua povertà è dura e ingiusta. Questo per due motivi: perché è peggio essere cattivi che essere poveri, e perché il bene si fa solo col bene e mai col male. Ma una parola forte viene riservata anche per il ricco che lascia morire affamato il povero: è come lo avesse ucciso (cf Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 69).
Naturalmente abbiamo un vasto repertorio per difenderci dalle considerazioni che ci impegnano, bisogna verificare se esso resiste alla verità morale, soprattutto quella con cui saremmo giudicati da Dio, che ovviamente non è possibile raggirare.

La giustizia tra di noi, o quella commutativa

La giustizia che regola i rapporti tra le singole persone, cioè tra di noi, è detta – con una parola un po’ antiquata ma ancora chiara e precisa – commutativa, cioè potremmo dire in prima battuta vicendevole o interscambiabile. Fa riferimento al fatto che nella relazione interpersonale io debbo un quid – un qualcosa – all’altro e l’altro lo deve a me, per esempio il rispetto della vita di cui sopra si diceva, per cui rispetto la vita di qualsiasi altro e chiedo a chiunque altro di rispettare la mia vita. Ma anche nella comunicazione l’onestà e la veracità richiesta è anche offerta, come pure nella tutela della proprietà privata. La stessa fedeltà, anche coniugale, o è reciproca o viola un elementare tratto della giustizia commutativa.
Non è raro incontrare persone che si lamentano di essere trattati malamente da altri, mentre non si accorgono minimamente del proprio modo di trattare gli altri. Si pretende giustizia, rispetto, buona educazione, ma ci si esime facilmente dalla loro pratica o se ne ha e se ne dà un’interpretazione originale, di modo ché agli altri s’impone la propria visione e i propri gusti anche in modo netto, a tal punto che ci si risente e ci si duole quando e perché si incontrano resistenze e ostacoli. Per evitare queste improprie imposizioni e indecenti soprusi, proprio al livello interpersonale della giustizia, la verità morale richiede di essere veramente oggettiva, cioè tale da poter essere riconosciuta da tutti coloro che ne sono coinvolti. Un accordo tra le parti che non corrisponde in realtà alla verità morale, «ha le gambe corte» – come si suol dire – cioè risolve poco e quindi dura anche poco.
La giustizia commutativa focalizza quindi la dimensione relazionale da singolo a singolo e in questo modo sottolinea la diretta responsabilità personale nel plasmare relazioni giuste. Questo livello e questo coinvolgimento personale è talora – qualche volta astutamente – obliterato, e ascritto e risolto nell’ingiustizia del sistema e della società, per cui i singoli sarebbero scusati in ogni loro comportamento che, anche quando inaccettabile, risulta quello che è, non per volontà del soggetto agente ma perché inevitabile conseguenza di premesse non disponibili stabilite da un’anonima agenzia, che si suol chiamare società. La giustizia commutativa, che potremmo per questo definire una giustizia di base, invece ricorda a ciascuno la sua responsabilità, quale che sia la società in cui vive e opera.
La giustizia di base interviene in tutte le relazioni di base che le persone intrattengono. Nella comunicazione è giusto colui che comunica dicendo la verità, e così facendo tratta l’altro secondo lo stretto diritto che l’altro ha di essere trattato così, non gli fa un regalo non dovuto, ma gli dà il «suo», ciò che gli spetta. Solo la comunicazione vera e non quella menzognera, è comunicazione giusta, cioè degna e decente di persone che intendono rispettarsi come tali. Anche quando sono in gioco delle proprietà materiali, è coinvolta la relazione interpersonale, e ledo la minimale giustizia dovuta all’altro quando lo danneggio sottraendo la disponibilità di beni di cui detiene lecitamente il possesso o l’uso, spesso in modo esclusivo, proprio per potersi sviluppare e crescere come persona. È ugualmente rigoroso dovere di giustizia quello di non uccidere o non ferire l’altro, che non riceve da nessun suo simile l’autorizzazione ad esserci e a vivere. Ugualmente da osservare rigorosamente sono gli impegni che mi sono assunto con l’altro, e la loro violazione lede profondamente il senso di giustizia basilare intercorrente tra le persone. È il caso della parola data, della fedeltà coniugale, del segreto professionale: pacta sunt servanda, i patti vanno mantenuti, dicevano gli antichi, anche prima della venuta di Cristo. Invece oggi gli impegni si prendono e i patti si fanno per vincolare a sé l’altro senza vincolarsi all’altro, usando lo stratagemma di una continua ridefinizione del contenuto o delle condizioni dell’impegno o del patto: è una palese violazione della giustizia minimale, che semina reattività molto radicate e purtroppo talora molto violente, che sfociano pure in crude e continuate vendette, anche lontano nel tempo. Qui si capisce il detto biblico come la pace sia opera della giustizia, che dando a ciascuno ciò che gli spetta gli toglie il motivo dell’aggressività, che sempre sussiste quando è privato del suo necessario. Dando all’altro il giusto che è suo, si pacifica la convivenza civile e sociale.
Questo livello minimale o basilare, che abbiamo appena sopra esemplificato, è dovuto sempre e indistintamente a tutti. Questa obbligazione, se ben si osserva, tende ad assicurare una base di minimale rispetto vicendevole all’interno della quale ricercare il consenso e l’accordo e al contempo scoraggiare la degenerazione dei conflitti.
È da notare ancora che la lesione della giustizia commutativa, proprio perché è minimale e quindi protegge realtà assolutamente necessarie, vincola alla riparazione colui che l’ha violata. Una campagna stampa menzognera atta a privare di autorevolezza morale un titolare politico o amministrativo ha un nome, e si chiama calunnia, e quindi richiede un tempestivo ristabilimento della verità e di ciò che nel frattempo è andato perduto. Diverso è naturalmente il caso in cui non ci si trovi davanti ad una calunnia, allora a tema è la scelta dei modi opportuni di diffusione della verità. L’esempio fatto è purtroppo corrente nei nostri giorni, ma può aver luogo anche in ambiti più ristretti, nel gruppo dei pari, in famiglia, tra colleghi di lavoro. È comunque sofferenza profonda quella arrecata a chi soffre ingiustamente, come lo è chi è accusato falsamente. Talora qualcuno risolve il caso «alla grande», consigliando di riservare ad altri, non necessariamente alle stesse persone, il trattamento che altri «hanno avuto la bontà» di riservare a noi: è però divenire noi stessi ingiusti, è moltiplicare l’ingiustizia. L’ingiustizia invece o non va fatta o va riparata se avvenuta, ma sempre in modo ad essa consono, cioè in modo giusto. La rettifica di false affermazioni, la restituzione della refurtiva, sono gesti che riparano la giustizia e restituiscono fiducia alle relazioni interpersonali che ne sono state private. Non sempre è possibile riparare, come per esempio nel caso della morte ingiusta inflitta ad una persona o della rottura di oggetti preziosi; è però possibile riparare alcuni aspetti, come il mancato guadagno che una famiglia aveva o il mancato valore che il prezioso comportava.
Naturalmente la giustizia a tu per tu si apre all’ulteriore con l’amicizia civile, quando le persone, pur assicurandosi vicendevolmente il rispetto del minimo, volgono verso l’ottimale, e alla dinamica del dovere, della contrattazione e della ricompensa aggiungono quella della gratuità: è qui che la relazione interpersonale singolare vive di una dinamica propria che la promuove e la custodisce in se stessa. Sovente, specialmente nelle nostre società liquide e fluide dove si pensa di poter assicurare la compatibilità dell’incompatibile o la compossibilità dell’impossibile, si ritiene di poter anche assicurare l’ottimale in violazione del minimale, di poter vivere l’amicizia civile violando cioè la giustizia. Inoltre e infine occorre tener ben a mente che i valori sono rispettati e promossi solo nel bene e non nel male: l’intesa nel male è connivenza e non solidarietà, opera sempre male e dura pochissimo.