Strenna 2012

Lectio divina sulla Strenna del Rettor Maggiore

Cesare Bissoli

(NPG 2011-06-48)


Nel cammino che la Strenna ci presenta per il 2012 in preparazione al secondo centenario della nascita di San Giovanni Bosco, il Rettor Maggiore propone la persona di Gesù Cristo Buon Pastore come Parola di Dio ispiratrice. Non è un accostamento estraneo questo rapporto tra Don Bosco e Gesù Buon Pastore. Si radica nel solco di una sicura tradizione salesiana, a partire dal sogno dei nove anni, per cui Don Bosco ha vissuto appassionatamente il carisma di essere il pastore buono dei giovani alla scuola di Gesù.
Meditare quindi Gesù buon pastore secondo Giov 10 significa andare alla sorgente ispirata della Strenna, comprenderla alle radici. È l’intento di questa lectio divina che articoliamo nelle tipiche fasi di esegesi del testo, di attualizzazione o riferimento alla vita, suscitando una condivisione, approdando alla preghiera per poi partire in uno stile di vita secondo Gesù Buon Pastore alla scuola di Don Bosco.
Queste pagine che offriamo non vanno lette in fretta, tanto per sapere, ma approfondite e allargate spinti dalla passione del cuore salesiano: conoscere Cristo Buon Pastore nel vangelo è la via maestra per conoscere in profondità Don Bosco, saperne il segreto interiore, quello che unifica tutto il suo immenso impegno educativo, la fonte della sua santità e della sua pedagogia: insomma toccare Don Bosco al cuore, è veramente conoscerlo.

Vangelo secondo Giovanni: 10, 1-30

1 «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. 2 Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. 3 Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. 4 E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. 5 Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».
6 Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
7 Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. 8 Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. 9 Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 10 Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza.
11 Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. 12 Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; 13 perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. 14 Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, 15 così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. 16 E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. 17 Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. 18 Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio»...
26 «Ma voi non credete perché non fate parte delle mie pecore. 27 Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. 28 Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. 29 Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. 30 Io e il Padre siamo una cosa sola».

Preghiera

O Padre, donaci il tuo Santo Spirito, perché ci conduca alla verità profonda delle parole che ci ha detto tuo Figlio Gesù: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore». Noi per tua grazia, siamo queste «pecore di Cristo», suoi amici e discepoli, lo siamo – per scelta vocazionale – alla scuola di Don Bosco che fin dalla sua giovinezza ha voluto in tutto imitare e far trasparire ai giovani lo stile di Gesù Buon Pastore. Fa’ che non dimentichiamo mai che la carità pastorale è l’eredità che lascia alla grande famiglia salesiana che si prepara a celebrare il secondo centenario della sua nascita. Insegnaci e aiutaci ad essere pastori dei giovani come lui. Per questo attingiamo dalle stesse parole di Gesù nel Vangelo, per conoscerne bene la verità, rivedere la nostra condotta, gustare la gioia di essere portatori del tuo amore ai giovani. Amen.

1. IN ASCOLTO DELLA PAROLA DI DIO
(momento esegetico)

Vi diamo spazio ampio per mettere bene in luce quegli aspetti che una lettura abitudinaria e superficiale rischia di dimenticare.
Proponiamo un itinerario che comprende il contesto biblico cui Gesù si riferisce, la struttura e il filo logico del suo pensiero, i nuclei salienti, il messaggio finale.

IL CONTESTO BIBLICO

Non si possono pienamente comprendere le parole di Gesù in Giov 10 se non entrando in una storia più grande, quella del popolo di Dio Israele, attestata dalla Sacra Scrittura che noi oggi chiamiamo Antico Testamento, ma che per Gesù e gli apostoli era l’unico Testamento o Alleanza.
Ci si può chiedere: come mai questa immagine di pastorizia che oggi appare obsoleta nella nostra cultura industriale-commerciale e insieme suona così poco dignitosa (= essere definiti gregge!) per la nostra sensibilità di persone libere e autonome? La risposta sta nel valore economico e morale che aveva il gregge nella cultura medio-orientale antica (e giunta praticamente fino alla rivoluzione industriale del secolo XIX), da tre punti di vista: come segno consistente di ricchezza e dunque di potere da parte del pastore; per il popolo poi rappresentava una risorsa elementare di vita per il latte, la lana e la carne; e insieme indicava sicura protezione di fronte a ladri e violenti.
Il passaggio a senso simbolico era spontaneo e ricco di implicanze esistenziali. In tutto l’antico Medio Oriente la metafora del pastore e del gregge divenne abituale per esprimere il legame che unisce un sovrano divino e umano con i suoi sudditi, con accenti diversi nei diversi popoli e dunque anche in quello di Israele, diventando linguaggio tradizionale sia nell’AT che nel NT e poi nella Chiesa fino ad oggi.
Si pensi all’uso delle parole pastore, pastorale… nel Concilio e in seguito.
Nella Bibbia, e specificamente nell’AT, sono centinaia le volte in cui compare il termine e la figura di pastore (buono e cattivo), di pecora e gregge (si pensi ai racconti dei Patriarchi). Facendo sintesi, vengono alla luce quattro verità-guida che vediamo direttamente riprese dalle parole di Gesù.[1]
– Dio è pastore e il popolo è suo gregge. Originariamente la metafora è stata impiegata per designare Israele come gregge di Dio [2] condotto con premura mai venuta meno attraverso il deserto,[3] e poi attraverso le vicissitudini della sua storia, verso un ultimo compimento (Is 49,95). Si voglia notare, contro la comprensione di gregge come ammucchiata informe di animali, che nella Bibbia Dio è pastore di un popolo di persone libere, nel suo insieme e di ciascun membro. Così Dio viene con potenza verso Israele deportato a Babilonia: «Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna: porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri» (Is 40,11). A tutti è noto il celebre Salmo 23: «Il Signore è mio pastore non manco di nulla…». Esso resta una delle più belle descrizioni di Dio come pastore del suo popolo.
– Dio affida ad alcuni suoi servi l’incarico di guidare il popolo secondo la sua volontà: Mosè, Giosuè, Giudici, Davide vengono chiamati pastori, e anche Ciro.[4] Il pastore umano è necessario nel popolo di Dio, come sacramento di Dio stesso. Vi è del sacro, del divino nei Pastori che Dio mette a capo e servizio del suo popolo.
– Al tempo dei profeti emerge però un quadro inquietante di pastori infedeli che sfruttano le pecore e lasciano andare in rovina il gregge; contro di essi si infiamma la collera divina: tutti questi pastori egli «li spazzerà via». Ger 23 ed Ez 34 sono le voci critiche più alte cui si rifà espressamente Gesù. Si tratta dell’abuso di quelle qualità del pastore che Dio aveva voluto per sé, diventando malvagi a doppio titolo: verso Dio che non imitano, verso il popolo che sfruttano come custodi mercenari, facendolo deviare dalle «vie del Signore».
– «Io stesso radunerò il resto delle mie pecore» dice Dio (Ger 22,2-3). Si delinea la promessa di un intervento di un misterioso pastore che Dio susciterà secondo il suo cuore, come un nuovo Davide; grazie a lui, Israele «sarà salvato e abiterà nella sicurezza» (Ger 23,5ss). È l’annuncio del Messia come pastore.
Quando Gesù parlerà di pastore e di gregge, in riferimento a Dio e a se stesso, non farà discorsi a sé stanti, totalmente inediti: si avvarrà esplicitamente di una grande eredità portando piuttosto la novità della sua personale rivelazione. I lineamenti maggiori di questa eredità riguardano globalmente e intrinsecamente la relazione tra Dio e il popolo, la classica relazione di alleanza, con una gamma di specificazioni dinamiche: si tratta di una relazione tra l’autorità e il suddito (popolo e singolo), cioè tra il potente e il debole, tra la guida e il viandante, ma anche tra il pastore buono che tiene insieme il gregge e chi lo divide, tra chi difende le pecore e chi le minaccia, tra chi fa comunione e chi opera divisione. In sintesi; la metafora serve disegnare in Dio l’autorevolezza del comando e insieme la sua cura affettuosa, concreta, personalizzata e liberatrice nei confronti del gregge; la continuazione del servizio pastorale attraverso persone designate da Dio stesso; la necessità di un’appartenenza unitaria e visibile a Dio da parte del suo popolo, ma vanno calcolate anche le insidie dei cattivi pastori che disperdono e uccidono.
Veramente il tema del pastore biblico non è proprio così idilliaco, piacevole come lascia trasparire una certa moda, ma è drammatico: si tratta di vita o di morte del gregge, della sua unità feconda o della sua dispersione sterile, e dunque della necessità assoluta di pastori buoni, «secondo il cuore di Dio», pena la rovina certa arrecata dai cattivi pastori secondo una astuta e perversa regia del male, un dramma però a lieto fine perché al gregge di Dio, per opera del Messia e dei suoi collaboratori, è assicurata la vittoria quanto più ostile e subdola è stata la minaccia. Questo accento serio, polemico e insieme assicurante compare a tutto tondo nelle parole di Gesù. Intuiamo l’attualità esistenziale di questa visione.

FILO LOGICO E STRUTTURA DI GIOVANNI 10

Giov 10 è un testo discusso quanto alla sua composizione e struttura. Ma partendo da così come si presenta, si rendono evidenti gli elementi maggiori.
Si rintraccia un chiaro filo logico: Gesù, il Messia inviato dal Padre, è «Pastore», anzi Buon Pastore; i suoi discepoli formano parte del suo «gregge»; il gregge è sotto minaccia di cattivi pastori; ma Cristo Pastore da una parte mostra una cura attenta delle sue «pecore», le conosce, le chiama per nome, le cerca quando si perdono, e dall’altra denuncia e svela le trame dei cattivi pastori.
Tenuto conto dei nuclei del discorso si può avanzare questa struttura:
– 10, 1-6: si apre con una sorta di parabola che racchiude tutti gli elementi della spiegazione che ne dà poi Gesù. È il quadro simbolico di tutto;
– 10, 7-10: «Io sono la porta». È la prima autodefinizione di Gesù. Il gregge racchiuso nell’ovile ha bisogno di uscire nei pascoli, e quando rientra, di trovare la porta custodita e un pastore solerte che fa da guida. «Un buon portinaio è un tesoro per una casa», diceva Don Bosco;
– 10, 11-15; «Io sono il Buon Pastore». È la seconda e centrale autodefinizione di Gesù, con tutte le qualità e gli impegni che ciò comporta;
– 10,16: «Un solo gregge e un solo Pastore». Esprime la visione di un popolo di Dio, senza confini, universale e unito intorno al Signore;
– 10,17-18: Vi è un segreto in questo servizio di Buon Pastore: il dono totale della sua vita;
– 10, 26-30: È un prolungamento del discorso del Buon Pastore, che sottolinea che l’ascolto di Gesù è strettamente legato all’essere membro del suo gregge: chi lo è, ascolta e comprende.
Una trama permanente:
– il discorso di Gesù è solcato da un triplice polo ereditato dal mondo biblico: il polo del pastore buono (il Messia, Gesù), il polo del gregge (popolo di Dio, i discepoli) e il polo dei pastori malvagi (gli increduli ostinati e le guide perverse);
– si noterà che l’intreccio tra pastore buono-gregge-pastori cattivi non finisce con Gesù, ma si prolunga per tutto il NT.[5]

I NUCLEI PORTANTI

«Gesù disse loro questa similitudine» (v. 6)

Questo discorso di Gesù è chiaramente una comunicazione simbolica, «un campo di immagini», espresso nei vv. 1-6. Con essa Gesù rimanda a significati spirituali, profondi, che vanno oltre il senso materiale racchiuso nei termini di pastore, gregge, ovile…
Tre sono i tratti delineati:
– il vero pastore chiama per nome tutte le pecore, cioè le conosce una per una, come sua gelosa proprietà, perciò custodisce la porta dell’ovile e le conduce ai pascoli sicuri (v. 3);
– le pecore seguono solo lui, perché conoscono la voce del vero padrone, si sentono chiamate per nome (v. 4);
– il pastore malvagio è come un ladro e brigante, che si infiltra in modo subdolo, evitando la porta legittima, ma non troverà adesione delle pecore (vv. 1.5).
Però il senso profondo sfugge ai discepoli, che «non compresero». (v. 6). Occorre che il Padre stesso lo riveli tramite Gesù. Solo Gesù è il genuino interprete dell’alleanza tra Dio e gli uomini, relazione così efficacemente evocata dall’immagine del pastore. Ciò avviene nella spiegazione che viene dopo.
Nel suo discorso Gesù parla di se stesso in prima persona (Io sono) con lucidità e autorevolezza, come attesta il solenne: «In verità, in verità io vi dico» (v. 7), rivelando quattro lineamenti centrali della sua identità: egli è porta e custode che garantisce sicurezza e abbondanza di vita; buon pastore che difende fino alla morte le sue pecore; un solo pastore che cerca e riunisce le pecore disperse; il segreto: l’amore del Padre che spinge il Figlio Gesù a fare il dono della vita.

«Io sono la porta» (v. 7)

Nei vv. 7-10, Gesù si sofferma sul duplice polo del buon pastore e del cattivo pastore, coinvolgendo implicitamente il gregge. Il tono si fa esternamente polemico, perché internamente tratta una questione decisiva: chi merita di essere il «guardiano» e guida del popolo di Dio? In che cosa si contraddistingue da altre forme?
Gesù attacca i pastori «ladri e briganti», in quanto rubano le pecore (il popolo) che appartengono a Dio, con maniere violente, che si manifestano nel «rubare, uccidere e distruggere» (v. 10). I pastori malvagi sono quanti non seguono consapevolmente la via tracciata da Gesù, inventando altre strade, altre porte. Si possono identificare nei «giudei» (farisei) che si oppongono rigidamente a Gesù. Più ampiamente Gesù in altri discorsi li chiama «falsi profeti», come nel discorso della montagna (Mt 7, 15-23) e in quello escatologico (Mt 24, 23-25).
Di sé Gesù dice di essere anzitutto «porta» delle pecore, cioè un elemento essenziale per la vita del gregge, senza di cui o si rimane chiusi e prigionieri nel recinto lontani dai pascoli, o si resta fuori esposti ai ladri (v. 9). Quindi Gesù è contemporaneamente il guardiano o custode fedele, sommamente protettivo e la guida sicura.
La porta è dunque simbolo della legittimità di Gesù di essere vero pastore e sicurezza delle pecore. C’è un solo accesso alle pecore ed è occupato da Gesù; c’ è un solo portatore di salvezza che conduce al Padre: è Gesù, Egli è la porta unica di ingresso e di incontro con Dio.
L’esito del «pascolo» di Cristo ha un nome semplice, ma così totale, universale e coinvolgente: la vita, al contrario del pastore «ladro» che uccide e distrugge e quindi produce la morte, una morte eterna. Qui viene una espressione tra le più citate di Gesù: «Sono venuto (= in quanto sono stato mandato dal Padre) perché (le sue pecore) abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza»: ricorda l’immagine della sorgente zampillante che eccede il pozzo contenitore (Giov 4,14), l’immagine del pane di vita che estingue la fame per sempre (Giov 6,35.50.58). È il senso di quel «l’abbiano in abbondanza», più precisamente, in misura sovrabbondante, dove il comparativo vuole indicar la vita al suo livello più alto, una vita salvata (v. 9), in sintesi la vita eterna (v. 28).
L’immagine della «porta» esprime una parola critica che seleziona e giudica l’uditorio, in quanto Gesù è l’unico inviato escatologico di Dio, e la sua pretesa di salvezza non riguarda soltanto il giudaismo, ma ha un validità universale e assoluta. Tale salvezza è vita, vita qualificata, realizzata secondo la misura smisurata di Dio, nel tempo verso l’eterno.

«Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore» (10,11)

Nei vv. 11-15 che ora ci interessano, troviamo il versetto 11, scelto a tema della Strenna, dove viene sinteticamente concentrato il senso dell’essere «buon pastore» da parte di Gesù: è un pastore che non solo presta servizio vigilante alle pecore, ma dà la sua stessa vita per loro. Dovrà essere la caratteristica dei pastori che lo seguiranno nella Chiesa, Don Bosco compreso.
Dal contesto biblico in cui si inserisce, il pensiero di Gesù evidenzia i tre poli bene intrecciati: le qualità del buon pastore, le nefandezze del cattivo pastore, e la collocazione delle pecore sotto la protezione del primo e sotto le insidie del secondo. Però con degli accenti nuovi.
Gesù si presenta con viva coscienza e autorevolezza («Io sono») come «il» Pastore annunciato dai profeti, cui connette non soltanto la qualifica di vero (come la luce, il pane, la vigna), ma quella di «bello», che viene tradotto per «buono». Se nel greco comune i due aggettivi «buono e bello» sono intercambiabili, però con l’uso di «bello» viene rimarcata la qualità di una cosa o di una persona, che risponde cioè pienamente alla sua funzione, di essere quindi pastore ideale, pastore modello. Non va quindi confuso con l’idea di grazioso e di super-tenero come in certa iconografia popolare.
Dunque Gesù è un pastore, una guida eccellente, generosa in quanto capace di dare la sua vita, quindi anche simpatica, attraente, che dona fiducia, che si fa ben volere, si fa ascoltare, seguire con gioia, allegria…

Un pastore che dona la sua vita

– Il pensiero è insistito. Appare nel v. 11, nel v. 15 e poi nei vv. 17-18 e 27-30, diventando la vera differenza dal pastore falso e mercenario. Anzi si propone così un elemento nuovo rispetto al pastore messianico, in quanto Gesù dona la sua vita per le pecore, è disposto a morire per esse, nel senso di «esporre» la propria vita nel caso di un pericolo che le minacci. È chiara l’allusione del sacrificio di Gesù per gli uomini: «Il Figlio dell’uomo è venuto per dar la sua vita in redenzione di molti» (Mc 11,45; cf Giov 12,24).
– Il dono della vita ha un suo primo atto concreto nei vv. 14-15, in termini già apparsi in precedenza (vv. 4-5): «io conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me», una conoscenza che si fa chiamata, chiamata per nome, quindi specifica, singolare, comunicativa. La conoscenza non è solo un sapere astratto di uno dell’altro, come in una lista anagrafica, bensì, come è nel senso biblico, attesta una conoscenza che porta alla comunione personale, apre ad un dialogo reciproco, manifesta la reciproca immanenza per cui Gesù è e rimane nei discepoli, e i discepoli rimangono in Gesù (cf Giov 6,56).
– Gesù in una misura inaspettata dà un fondamento assoluto a questa umanamente incredibile reciprocità esistenziale. La conoscenza intima che lega pastore e pecore, Gesù e i discepoli prolunga la conoscenza/ immanenza di Gesù con il Padre e del Padre con Gesù (v. 15). C’è l’assoluto di Dio nell’esercizio pastorale di Gesù: egli conosce, ama, dà tutto per i suoi discepoli, quindi non può fallire, bensì suscitare coraggio e fiducia illimitate.
Il dono totale di Gesù buon pastore ha un’anima segreta, una radice profonda: «Perché il Padre mi ama, io do la mia vita» (per le pecore) (v. 17). Il Padre, che è il principio di tutta la realtà, e dunque pastore supremo «il più grandi di tutti», ha consegnato la proprietà e la cura delle pecore al Figlio (v. 29). A sua volta Gesù, per fedeltà all’amore del Padre per noi, mette in gioco tutta la sua vita per le pecore. Ma in forza della comunione con il Padre (v. 30), Gesù risorgendo riprende la vita donata (v. 19) e continua tale donazione tramite i pastori suoi vicari nella Chiesa.
Purtroppo i cattivi pastori continuano anche ai tempi di Gesù (e della Chiesa) (vv. 12-13), mostrando un totale disinteresse per le pecore, ma un interesse vorace per se stessi. Sono mercenari che custodiscono per soldi, e quando viene il lupo scappano con la perdita inesorabile delle pecore.
Nel caso di Gesù sono quanti si oppongono al suo insegnamento e lo contraddicono.
La nuova Bibbia CEI annota: «In questa descrizione si intravvede anche la situazione delle prime comunità cristiane, con nemici esterni e interni, simboleggiati dal ladro, dal lupo, dai mercenari». Sono un segnale profetico lungo tutta la storia della Chiesa, di Don Bosco stesso, fino ai nostri giorni.

«Ho altre pecore (che) devo guidare» (v. 16)

È il famoso versetto dove si parla di «un solo gregge, un solo pastore». Il pensiero ha avuto un’interpretazione deformata, quando le parole originali «un solo gregge» sono state tradotte con «un solo ovile», facendo credere che stia al centro l’idea di un solo luogo di raduno, ben visibile, di quanti sono cristiani, luogo identificato con la Chiesa cattolica. Tale pensiero è implicito nelle parole di Gesù, ma qui Egli afferma che gli sono state date dal Padre altre pecore fuori dell’abituale recinto giudaico, oltre Israele. Anche queste deve radunare e salvare. Si ricordi la profezia di Caifa che «profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione, ma non soltanto per la nazione. ma anche per riunire i figli di Dio che erano dispersi» (Giov 11,51-52; cf Efes 2).
Come dice anche il Concilio (LG 6), l’unione delle pecore si realizza anzitutto attorno al pastore Gesù che chiama per nome, generando consenso e sequela.
Appaiono tre fondamentali verità: Gesù vuol essere pastore di tutti i popoli e a tutti rivolge la sua voce (è la vocazione universale alla salvezza); a tutti presta il suo servizio di cura e di protezione donando la sua vita (è la missione necessaria della sua chiesa e lo stile della missione); intorno a questa Voce evangelica si ricompone l’unità nella verità (è la tensione ecumenica in cui l’unità riguarda certamente le diverse confessioni cristiane, ma si estende su tutte le genti e le loro religioni e culture), per tempi che non sono per sé ristretti in questa storia, ma certamente hanno in essa delle manifestazioni, dato che tempo ed eternità con la risurrezione di Gesù sono interdipendenti.

IL MESSAGGIO

La tavolozza dei colori che ritraggono Gesù Buon Pastore è ricca di dati e di sfumature, cogliendo le quali possiamo capire chi è e come deve essere il pastore da cui Cristo Pastore si fa continuare nella Chiesa.
Raduniamo tutto in quattro tratti, lasciando a ciascuno di notare altri accenti.
Gesù è il Pastore buono del popolo di Dio e dell’umanità intera. Lui solo!
Va necessariamente compreso dentro il contesto biblico (AT) e precisamente nel rapporto di alleanza fra Dio (il Pastore) e il suo popolo (il gregge), reso visibile nella mediazione di pastori umani (profeti, sacerdoti, re), notando lo sviluppo drammatico e fallimentare di tale rapporto, ma anche la promessa di un nuovo pastore messianico (v. Ez 34).
Due sono i connotati tipici del pastore secondo il cuore di Dio, tra loro in tensione ed entrambi indispensabili: l’autorità indiscutibile di guidare il popolo e insieme la cura sollecita, attenta, uno per uno, a partire dai piccoli e dai poveri.
– Gesù è il Buono-Bello Pastore, modello esemplare e unico, quindi modello insuperabile, perché egli è all’altezza del compito fino a dare la vita, quindi assolutamente degno di fiducia e obbedienza. Ricordiamo quel «In verità, in verità io vi dico, io sono...» (v. 1 e 7).
– Gesù è pastore del popolo di Dio: quello passato (Israele) e quello futuro (le genti), per fare un solo gregge, superando ogni muro di divisione, perché tutto il mondo diventi comunità dei chiamati per nome, la Chiesa.

Gesù fa esercizio storico, concreto del suo essere pastore

Dalle sue parole raccogliamo: egli conosce le pecore una ad una, chiama ogni pecora per nome e ogni pecora gli risponde docilmente; le difende dai cattivi pastori con la promessa che nessuna andrà perduta (v. 28); le cerca quando si perdono (v. la parabola della pecora smarrita in Lc 15, 4-7); le porta certamente a pascoli buoni che offrono di che vivere, una vita in abbondanza tale che eccede la nostra immaginazione, una vita che è salvezza della vita.
Tale dono di vita scaturisce e manifesta qualcosa di non umanamente concepibile: la cura delle pecore arriva all’offerta della sua vita per loro.
Gesù è dunque un pastore che fa insieme da porta e da custode stabile e permanente, con una cura continua, decisa, personalizzata, che manifesta un rapporto di reciproca, amorosa appartenenza, bene espressa nell’apologo di Natan a Davide in 2 Sam 12, 1-4.
Lo stile di vita di Gesù nei vangeli, nel confronto delle persone, traduce in «storia pastorale» viva, immediata, il suo «discorso pastorale». La storia attesta e verifica!

Gesù buon pastore nella tormenta

Abbiamo più volte ricordato la situazione drammatica in cui opera il Gesù Pastore. È notevolmente insistita nelle parole di Gesù, in questo brano di Giov 10 e altrove nei Vangeli (v. Mt 10; 24-25).
Gesù fa aprire gli occhi a chi lo incontra e vuol stare con Lui. Alla luce della storia del suo popolo ci fa capire che vi sono pastori avversari che tentano di «rubare, uccidere, distruggere» il gregge (v. 10). Sono riconoscibili se evitano la «porta» che è Gesù, concretamente portano un messaggio antievangelico. I profeti hanno denunciato le trame di costoro nei vari peccati di avidità, di ipocrisia, di falso culto, di oppressione dei poveri: in sintesi, persone che non si fanno assolutamente carico delle responsabilità assegnate da Dio, lasciando le pecore in balia dei lupi. La requisitoria del profeta Ezechiele nel c. 34 è il testo più vicino al nostro e che Gesù certamente conosceva.
Di qui l’opposizione di Gesù, veramente frontale, dura, forte, senza compromessi (dal punto di vista delle idee). Ci troviamo di fronte ad uno dei passaggi dove si vede il contrasto tra i più marcati di Gesù nella sua missione. Per questo può dirsi il «Buon» Pastore, perché anzitutto è un Pastore «vero». Caritas in veritate, è il titolo dell’Enciclica di Benedetto XVI: l’amore si compie nella verità.
Ecco allora alcune qualità del servizio pastorale di Gesù: da una parte la denuncia severa (cf Mt 12,3-32; 15, 1-20; 23) e dall’altra il coraggio, la resistenza, la decisione, che rendono più insistente e continua la «cura» delle persone, con tratti di incoraggiamento e conforto perché egli della gente vede le ferite sul piano fisico e spirituale, facendo letteralmente «miracoli» a questo scopo.
È su questo piano di resistenza totale che si comprende anche l’esproprio della sua vita da parte degli avversari. «L’ora delle tenebre», la definì Gesù (Lc 22, 53). Per questo aveva detto ai suoi: «Con la vostra perseveranza salverete le vostre vite» (Lc 21, 19).

Il segreto di Gesù buon pastore: l’amore del Padre

Abitualmente ci si ferma sull’espressione così solenne «Io sono il buon pastore», e si dimenticano le altre fondamentali parole con le quali Gesù connette vitalmente il suo servizio pastorale con l’azione del Padre. Il che nel quarto vangelo è la verità più profonda e basilare! Ne abbiamo accennato sopra. Qui riassumiamo la rilevanza.
«Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio» (v. 18). Possiamo dire che il Padre è il «pastore» di Gesù, colui che ha autorità su di lui e ne ha cura intensa («il Padre mi ama», v. 17) e perciò Gesù diventa pastore degli uomini in quanto riceve le pecore dal Padre (v. 29) e fa quello che il Padre vuole, gli ubbidisce e diviene trasparenza del Padre per noi («Io e il Padre siamo una cosa sola») (v. 30).
Grazie a tale connessione si supera l’incomprensione denunciata da Gesù quando disse la sua similitudine (v. 6): è infatti il Padre che rivela la verità al Figlio, il quale poi può annunciarla a chi vuole (Mt 11,27).
Infine il Padre è «il più grande di tutti» (v. 29), garantisce la vittoria di Cristo pastore, quella di dare la vita e di riaverla diventando il pastore risorto, nostro contemporaneo, pastore per sempre. L’Eucaristia è il memoriale vitale di Cristo pastore del suo gregge.

Cenno bibliografico (per un ulteriore approfondimento)

– Brown R., Giovanni, Cittadella Ed., Assisi 1979 (scientifico).
– Fabris R., Giovanni, Borla, Roma 1992 (alta divulgazione).
– Ghezzi E., Come abbiamo ascoltato Giovanni. Studio esegetico-pastorale sul quarto Vangelo, Digi Graf, Bologna 2006 (una miniera che raccoglie dai migliori commentari).
– Grasso S., Il Vangelo di Giovanni. Commento esegetico e teologico, Città Nuova, Roma 2008 (scientifico).
– Léon-Dufour X., Lettura dell’evangelo secondo Giovanni, 4 vol, Ediz Paoline, Cinisello Balsamo (Mi) 1992 (commentario eccellente, scientifico e spirituale).
– Moloney F.J, Il Vangelo di Giovanni, Elledici, Leumann (To) 2007 (scientifico).
– Panimolle S.A., Lettura pastorale del Vangelo di Giovanni, 3 voll., EDB, Bologna 1978-1984 (alta divulgazione con attenzione pastorale).
– Schnackenburg R., Il vangelo di Giovanni, 4 voll, Paideia, Brescia 1974-1987 (scientifico).
– Segalla G., Giovanni, Edizioni Paoline, Roma 1976 (elementare).
– Zevini G., Vangelo secondo Giovanni, 2 voll, Città Nuova, Roma 2209 (eccellente, divulgativo). 

2. IL RIFERIMENTO ALLA VITA
(momento di attualizzazione)

Lo facciamo a due livelli: come discepoli di Gesù buon Pastore, i quali realizzano la sua chiamata alla scuola di Don Bosco. Resta ampio spazio di attualizzazione che ciascuna persona e gruppo può fare per sé. Dopo ogni affermazione proponiamo un momento di meditazione e di revisione di sé.

DISCEPOLI DI GESÙ BUON PASTORE

Pista di approfondimento

– Si leggano le maggiori citazioni bibliche sul tema del pastore nell’AT (indicate sopra nelle note 2.3.4);
– si faccia lo stesso con le citazioni del NT (v. nota 5);
– in particolare si realizzi un confronto tra Ez 34 e Giov 10, 1-18.
A conclusione della ricerca, notare convergenze e differenze con il testo giovanneo e gli elementi specifici della persona di Cristo Buon Pastore come appare da Gv 10.

«Io sono il buon pastore»

Gesù buon Pastore richiama un tratto essenziale della persona e missione di Gesù e anche della nostra identità credente. Per Lui vuol dire l’esercizio di un’autorità incontestabile e superiore a ogni altra autorità religiosa umana, un’autorità che viene dal Padre; essa ha di mira non la propria celebrazione ma la salvezza dell’uomo, è autorevole per guidare sulla giusta via; l’autorità si sposa con un «I care», cioè «prendo cura attenta e affettuosa di voi uomini, uno ad uno», perché tutti «abbiano la vita in abbondanza», sovrabbondante, che è poi la sua stessa vita di Risorto, vita che nasce nel tempo e si protende nell’eterno.
Di riflesso noi non possiamo pretendere di essere alla altezza di Gesù, con la medesima autorità, di dettargli il ruolino di marcia sulla nostra vita e sulla storia. Siamo chiamati invece ad ascoltare la sua voce, ad avere una fede che ubbidisce, e nello stesso tempo ci troviamo immediatamente beneficiati della sua visione delle cose e gustiamo la nostra appartenenza intima a Lui, ci viene fatta una profezia di vita incomparabile. Ci viene anche detto che siamo buoni pastori e non mercenari se siamo pastori che curano la vita delle persone, con la dignità e pienezza di senso (fisico, morale, spirituale, religioso) che animavano Gesù in Palestina.

«Io do la mia vita per le pecore»

Qui l’autorità di Gesù sembra capovolgersi, sparire. Che valore ha un pastore per quanto buono e caro sconfitto dalla morte, e in questo caso da una morte totalmente ingiusta da cui non ha saputo difendersi? Eppure questo è un dato di fatto che appartiene al servizio pastorale di Gesù, da comprendere come un servire fino in fondo, per amore, solo per amore. È una autorità – la sua – che poggia sull’amore del Padre verso di noi e tale amore attesta radicalmente. Per questo il Buon Pastore è risorto e continua a vivere e operare. L’amore di Dio non muore mai, fa risorgere chi tale amore accoglie e manifesta.
A partire dal Concilio risuona sovente che autorità è servizio. Ma di chi? Dello stesso che lo dice? Un autoservizio? Può avvenire anche nella comunità credente. Gesù insegna invece che il servizio è uno spendersi tale da avere il coraggio di dare la vita. Allora l’autorità diventa credibile e affidabile. «Dimmi che servizio fai e ti dirò che autorità sei od hai»; «Dimmi che autorità dici di essere e ti dirò a quale servizio sei chiamato a fare».

«Egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome… Conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me»

Gesù è un’autorità perché realizza il significato di questo nome: fa «crescere» le persone che incontra. In due direzioni:
– una peculiarità del suo stile di vita è di de-massificare le persone. Egli vede grandi folle (cf Giov 6,8.10), ma le incontra come individui, dove ad uno per uno Egli fa dono del pane e del pesce (cf Giov 6, 1-13). Questo tipo di relazione personalizzata percorre tutti i vangeli, è il suo modo di essere pastore che cura ogni pecora, perché ogni uomo è figlio di Dio ed è ricercato da Gesù per far parte del suo «gregge» unito e unico;
– in secondo luogo tale personalizzazione si manifesta nel dare il nome a ciascuno. Conoscere il nome, per Gesù, non si risolve in un indirizzario delle persone amiche, ma serve per chiamare affabilmente ogni singola persona. Nel chiamare, vi è dentro una vocazione. È quanto avvenuto con i primi discepoli (cf Mc 1,16-20), quanto Gesù tentò di fare con il giovane ricco (cf Mc 10, 21-22), quanto riuscì bene con la Maddalena (cf Giov 20, 16-18): potenzialmente la chiamata avveniva con ognuno che l’ascoltava.
Per lui la chiamata per nome è invito a seguirlo («Le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce»: 10, 4), a diventare suoi discepoli. Ogni credente deve dire: io conto per Gesù. Nel Battesimo Lui mi ha chiamato per nome dicendo: «Tu… Lucia, Marco, Maria, Cesare… riconosci come primo nome quello mio, di cristiano». Ma non cessa qui la chiamata di Gesù pastore, continua lungo la vita fino alla grande chiamata finale. Chiama in particolare chi è giovane a fare con Lui il proprio progetto di vita, e anzi a scoprire – ed è una vera grazia, la più grande – che il Buon Pastore desidera profondamente che si diventi pastori come lui, nella vita presbiterale, nella vita religiosa, ma anche nella vita di famiglia.

«Io sono la porta. Chi non entra dalla porta è un ladro e brigante»

Gesù è un pastore attivo ventiquattro ore su ventiquattro, perché vi sono cattivi pastori che giorno e notte insidiano le pecore. Ai suoi tempi la malvagità aveva i connotati di ogni tempo: «rubare, uccidere, distruggere, lasciare in balia dei lupi» (10,10.12). Gesù si mostra colui che custodisce i suoi, li raccoglie insieme, li nutre, li protegge, li mette in guardia («Vigilate»).
Identificare i cattivi pastori è tanto necessario quanto urgente. Sono quelli che non conoscono le pecore, né le chiamano per nome, che scappano davanti al lupo, insomma tutti coloro che non operano come Gesù o almeno nella sua direzione: quindi dimostrano non amore ma disinteresse, non il dono di sé fino al sacrificio ma la ricerca del proprio vantaggio, non la fedeltà coraggiosa che combatte ciò che è antievangelico ma la connivenza, il compromesso, l’abbandono, la fuga.

ALLA SCUOLA DI DON BOSCO

Partiamo dal richiamo ad un fondamentale circolo ermeneutico che si stabilisce quando si leggono in maniera esistenziale testi significativi per persone che hanno vissuto intensamente – come Don Bosco – la relazione con Gesù: nel nostro caso il Vangelo del buon Pastore: Gesù buon Pastore illumina il senso da dare a Don Bosco pastore; Don Bosco pastore attualizza, penetra, fa capire, concretizza cosa significa Gesù buon Pastore. Gesù fa da radice, Don Bosco ne attesta i frutti. Questo porta ad un compito che interessa specificamente l’obiettivo della Strenna: conoscere Don Bosco a fondo significa conoscerlo primariamente come pastore, la cui carità pastorale qualifica globalmente la sua esistenza e la propone a noi come scuola di vita.
Qui si aprono diverse vie.

Pista documentata

La prima via, più diretta, è di conoscere le citazioni che Don Bosco fa di Gesù buon Pastore.
Invito a consultare il volume di M. Wirth, La Bibbia con Don Bosco. Una lectio divina salesiana II. I quattro Vangeli, LAS, Roma (in corso di stampa).
Don Bosco cita la figura del pastore da tutti i vangeli, quindi anche in Giov 10, che qui ci interessa più direttamente.
Si può notare che l’esegesi corrisponde alla maniera tradizionale del suo tempo, ma ciò che conta è rilevare la sua adesione interiore al motivo di Gesù Buon Pastore, che lo fa citare nei suoi numerosi scritti.
Si caratterizza per una lettura prevalentemente ecclesiologica, a più livelli:
– pastori sono anzitutto i papi e i vescovi: si ricorda che essi hanno Gesù come mandante e modello e che fanno un servizio che li porta spesso a dare la loro vita per le «pecore», i fedeli;
– a livello ecumenico, Don Bosco sottolinea ampiamente il fatto doloroso della divisione nella Chiesa tra cattolici, protestanti, valdesi, per cui diventa centrale il v. di Giov 10,16, cioè la necessità di «un solo gregge, un solo pastore», di un «solo ovile» che è la Chiesa cattolica, guidata dal Papa;
– ma vi è anche un livello pastorale, applicato da Don Bosco a se stesso nel confronto dei giovani in occasione dell’epidemia di colera del 1854. Si legge nelle Memorie Biografiche di Don Bosco:
«Quando si sparse la notizia che il malore cominciava a serpeggiare in città, Don Bosco si mostrò per i figli suoi quale padre amoroso, quale buon pastore. Egli, per non tentare il Signore, usò tutti i mezzi di precauzione possibili, suggerito dall’esperienza e dall’arte (…). Ma Don Bosco non pago dei provvedimenti terreni, s’appigliò di gran cuore a provvedimenti di gran lunga più efficaci, ai provvedimenti celesti. Da persona degna di fede abbiamo saputo che fin dai primi giorni del pericolo, Don Bosco prostrato dinanzi all’altare fece questa preghiera al Signore: Mio Dio percuotete il pastore, ma risparmiate il tenero gregge (cf Mt 26,16). Poscia, rivolgendosi alla Beatissima Vergine disse: Maria, voi siete madre amorosa e potente; deh!, preservatemi questi amati figli, e qualora il Signore volesse una vittima tra noi, eccomi pronto a morire quando e come a Lui piace. Era il buon pastore, che offriva la vita pe’ suoi agnelletti» (MB, V, 80-82).
Così pure alla parabola della pecora smarrita e ricercata dal pastore in Lc 15,4 dona particolare posto nella sua Storia Sacra.

Pista codificata

Nelle Costituzioni dei Salesiani all’articolo 11 si legge che nella «lettura del Vangelo» tra «i lineamenti della figura del Signore» più riscontrabili in Don Bosco vi è il suo «atteggiamento del Buon Pastore che conquista con la mitezza e il dono di sé», per cui «il suo centro e la sua sintesi (di vita e di azione) è la carità pastorale» (n. 10).
È del tutto congruo che nella pagina di apertura delle Costituzioni sia citata una promessa di Dio nel profeta Ezechiele (34,11.23) poi ripresa e attuata da Gesù buon Pastore in Giov 10, e che ora appare in bocca a Don Bosco: «Io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura… Io susciterò per loro un pastore unico… Egli le condurrà al pascolo, sarà il loro pastore».
Così pure all’inizio del c. IV, dedicato alla missione giovanile, pensando a quanto ha realizzato Don Bosco, viene citato Mc 6,34: «Gesù vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore e si mise a insegnare loro molte cose».
Conseguentemente la formazione dei salesiani e membri della famiglia di Don Bosco mira alla «missione di educatori pastori» (c. VIII).

Pista vissuta

È la stessa vita di Don Bosco l’ambito che esprime al meglio la compenetrazione tra Gesù e Don Bosco nella comune figura del buon Pastore. Il campo da esaminare è la sua stessa intera esistenza. Solo così si giunge ad una «vera conoscenza» del nostro santo (secondo il programma dato dal Rettor Maggiore), in cui proprio il motivo del buon pastore ha una funzione fondamentale di riconoscimento. Si apre un’area di esplorazione vasta e complessa da continuare con lo studio di opere serie. Qui in certo modo apriamo la via suscitando un confronto da portare avanti, da soli e meglio ancora in gruppo, proponendo come prima lettura le Memorie dell’oratorio, dove in 180 pagine Don Bosco stesso narra in prima persona il suo servizio di buon pastore negli anni eroici della sua missione giovanile dal 1815 al 1855. Qui dunque proponiamo una traccia da arricchire.
Merita partire dalla lettura attenta del famoso «sogno dei 9 anni» di età di Giovannino Bosco in cui il buon Pastore accompagnato da Maria come buona Pastora gli apre la missione futura di buon pastore lui stesso in mezzo ai giovani.
Successivamente apriamo la strada ad un possibile parallelismo tra Gesù e Don Bosco, ponendo un accostamento tra Giov 10, 1-18 e il santo dei giovani, senza fare forzature.
Proponiamo quattro aspetti consonanti:
– Gesù buon pastore «chiama» le sue pecore, ciascuna per nome, le toglie dall’anonimato del gregge: ha nella sua bocca il mio nome proprio, segno di personalizzazione del rapporto, di una parola che egli mi vuol dire, di una chiamata che ha per me.
Viene subito alla mente il grande affetto di Don Bosco: «Basta che siate giovani perché vi ami assai», la cura per ciascun giovane che conosceva per nome (età, famiglia, origine, bisogni, aspirazioni, risorse…), con una relazione amicale partendo là dove il giovane si trovava, e dunque offrendo gli aiuti necessari, ma anche con proposte vocazionali forti, alla «Domenico Savio», e – tratto suggestivo – va menzionata la sua famosa «parola all’orecchio» così personale, così intima e così efficace.
– Gesù fa «entrare e uscire» le pecore e cammina davanti ad esse, facendo loro da porta sicura.
È una percezione dinamica e aperta della realtà che dimostra di avere colui che fa per primo ciò che chiede agli altri, suscitando insieme impegno e fiducia.
Viene subito in mente la realtà dell’oratorio, percorso da entrate e uscite in piena libertà. Don Bosco fece «uscire» i ragazzi reclusi dal carcere della Generala a Torino in una gita, che voleva dire far gustare una vita diversa nella bontà e nell’allegria.
Ma insieme vi era sicurezza quanto ai valori della vita umana e cristiana, perché alla «porta» stava Don Bosco.
Scrive lui stesso: «Uscito di Chiesa, mi mettevo in mezzo ai giovani e li accompagnavo fuori dell’Oratorio mentre cantavano e schiamazzavano. Facevamo insieme la salita fin al rondò, cantavamo ancora qualche strofa di una lode, poi ci davamo appuntamento per la domenica seguente, ci auguravamo ad alta voce ‘buona sera’, e ognuno se ne andava a casa».
– «Perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza». Per Gesù è lo scopo del suo essere pastore, a differenza dei mercenari che la vita altrui rapiscono e distruggono. Si tratta della vita in tutta la sua ampiezza fisica e spirituale, nel tempo e oltre il tempo, in una vita che non finisce mai e cresce sempre (eterna). È vita esuberante, magnifica, eccedente ogni aspettativa, permanente e bella di cui è capace il «bel» pastore. È in sintesi «la salvezza» di cui ci fa dono. Non dimenticheremo la serietà e solidità di questo dono: esso scaturisce dalla sua stessa vita offerta in obbedienza al Padre.
Don Bosco come Gesù, fece letteralmente dono della sua «vita per i suoi poveri giovani, fino all’ultimo respiro». Lo fece avendo ben presente cosa significa vita secondo il Vangelo, vita concreta quotidiana, che unisce tempo ed eterno. Con molto realismo la certificò mettendo come mezzo indispensabile l’educazione intesa come sistema preventivo e scelse come obiettivo l’educare i giovani ad essere «buoni cristiani e onesti cittadini». Egli – alla scuola del Buon Pastore – voleva la loro salvezza, in senso totale, anima e corpo, mettendo in atto tutte le risorse necessarie della scuola e del lavoro, perciò di ordine culturale, professionale, sociale e politica, ma insieme ampliando e garantendo il senso della vita con una esperienza religiosa intensa e gioiosa, ancorata su «tre colonne»: l’Eucaristia, la Confessione e la devozione a Maria, non temendo di annunciare ai suoi giovani la bellezza della vita in paradiso oltre la morte. In sintesi propose apertamente ai giovani la santità come misura alta e gioiosa della vita. Domenico Savio ne è l’icona.
– «Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere». Abbiamo ampiamente segnalato il contesto drammatico in cui il Buon Pastore esercita il suo servizio. Perciò denuncia senza paura l’insidia devastante dei cattivi pastori, che si servono delle vita delle pecore, non la servono. Gesù aveva presente quanti abusando della loro autorità non dicevano la verità della Parola di Dio, e perciò contraddicevano Lui stesso, Parola di Dio incarnata. Se non vi conversione, l’esito è terribile.
Don Bosco fu un grande combattente per la causa del Vangelo. L’ambiente culturale prevalentemente anticlericale e massonico, la propaganda dei protestanti, la debolezza di questi poveri ragazzi piombati dal paese in città erano fattori di pericolo. Don Bosco vi si oppose in particolare con la penna, le Letture Cattoliche e altre pubblicazioni (le tre Storie: Sacra, della Chiesa, dell’Italia), e con una catechesi permanente. Come il buon Pastore, ebbe nemici, ma lui non fu nemico di nessuno.

3. PER UNA CONDIVISIONE
(momento di comunione e decisione)

È la fase in cui si mettono insieme le proprie impressioni, i punti che maggiormente ci hanno toccato e quelli restati più oscuri; e soprattutto in cui si mira ad una conversione del cuore alle parole di Gesù (e di Don Bosco) Buon Pastore, e a prendere qualche decisione o proposito per continuare la riflessione e perfezionare la condotta di vita.
Avanziamo alcuni punti di attenzione e dialogo.
Cosa dice a me il titolo di Buon Pastore che Gesù riferisce a se stesso?
Comunicare cosa ci ha colpito della spiegazione esegetica di Giov 10; quali domande sono sorte; quale importanza ha questo titolo oggi nella vita e missione della Chiesa.
Oltre le parole consideriamo la prassi «pastorale» di Gesù.
Rileggendo i testi del vangelo, comunichiamoci i tratti che delineano in concreto gli atteggiamenti e le azioni di Gesù Buon Pastore.
Cosa ci dice il titolo di Buon Pastore applicato a Don Bosco?
Provare a riferire perché si fa questa attribuzione al Santo dei giovani; cosa c’è in lui di Gesù Buon Pastore; cosa mettere ancora più in evidenza.
I cristiani ricordano le figure di «pastori buoni» nella storia.
Gregorio Magno, Papa Giovanni, Giovanni Paolo II… E poi Vescovi come Salvatore Romero, Tonino Bello…; sacerdoti come Don Luigi Orione, Don Pino Puglisi…; religiosi come Michele Rua e Madre Teresa; laici come Marilena Tonelli, Alberto Marvelli, Sean Devereux…
Proviamo a raccontare i buoni pastori che abbiamo incontrato sul nostro cammino, uomini e donne, preti e laici, in particolare salesiani, FMA, cooperatori, membri della famiglia salesiana cercando di dire le ragioni di tale riconoscimento.
Vi sono anche falsi pastori che Gesù bolla come mercenari e ladri.
Proviamo a dirci quali sono secondo noi gli ostacoli che maggiormente ci distaccano dal vangelo di Gesù, che fanno deviare diversi giovani, e come rispondere a queste insidie.
Gesù conosce ogni suo discepolo, anzi lo chiama per nome.
Riflettiamo se questa relazione di squisita amicizia che Gesù vuol avere con noi, l’abbiamo provata qualche volta, in quale occasione. Chiediamoci se per noi questa chiamata per nome non è divenuta e non possa divenire vocazione. Rispondiamo francamente alla domanda: perché non accogliere la vocazione ad essere religioso salesiano, o suora FMA, prete, missionario? È ragionevole, anzi testimonianza di fede dire di no o di sì?

4. PREGHIERA CONCLUSIVA
(momento di invocazione e congedo)

Qui sono desiderabili delle invocazioni cui ognuno (ma proprio ciascun membro del gruppo!) si impegna, riflettendo su Gesù Buon Pastore e su Don Bosco suo magnifico discepolo e maestro per noi, che ne condividiamo il carisma. A questo scopo è necessario fare silenzio (quattro-cinque minuti) in modo che ciascuno prepari la sua invocazione.
Proponiamo il Salmo del Buon Pastore a tutti noto, pregandolo possibilmente con un canto, scegliendo una bella melodia fra le tante.
Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.
Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce.
Rinfranca l’anima mia, mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome.
Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza.
Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici.
Ungi di olio il mio capo; il mio calice trabocca.
Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita,
abiterò ancora nella casa del Signore per lunghi giorni.
Considerando quanto il Padre è l’origine e il sostegno di Gesù Buon Pastore, a Lui ci rivolgiamo con la stessa preghiera che il suo Figlio Gesù nostro fratello ci ha insegnato.
Padre Nostro...


NOTE

[1] Léon-Dufour X., Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni, II, ed. Paoline, Cinisello B. (Mi) 1992, 446-448.
[2] Gen 29,24; Ger 13, 17; 23,1s; Ez 34,31; Sal 74,1; 79,13; 80, 2; Mic 7,14.
[3] Sal 78,32s; 77,21; 95,7; cf Am 3,12.
[4] Sal 77,21, Num 27,17; Sal 78,79s; Is 44,28.
[5] Mt 2,6;,36; 25,32; 26,31, Mc 6,24;Lc 15, 4-6; At 20,28;Ef 4, 11; Ebr 13,20: 1Pt 5,2-4; Giuda 12; Apoc 2,27; 7,17; 12,5; 19,15.