In margine agli OP /3

Mario Delpiano 

(NPG 2011-06-4)


Chi opera quotidianamente come educatore, e tanto più come educatore alla fede, nel mondo giovanile attuale, ha registrato ormai da tempo la drammatica situazione della sempre più difficile comunicazione con le nuove generazioni.

Il contesto sfida l’educazione

Vorrei far riferimento a due autorevoli testi, anche se molto diversi.
L’eccellente libro di Umberto Galimberti (L’ospite inquietante) evidenzia, come tanti altri osservatori della cultura occidentale e della condizione giovanile attuale, un nichilismo imperante, come quel buco nero che erode il terreno di condivisione nella comunicazione intergenerazionale, l’analfabetismo delle emozioni e degli affetti dei nuovi adolescenti, e il grande gap tra mondo adulto e nuove generazioni, soprattutto per quanto riguarda la comunicazione dei valori, di ciò che di vitale sta più a cuore al mondo adulto come «debito» verso le nuove generazioni. E questo in un tempo di decomposizione-ricomposizione delle ideologie (non credo proprio che siano morte, stanno solo cangiando pelle) e di improponibilità delle grandi narrazioni.
L’altro indicatore recente proviene dall’interno della comunità ecclesiale. Mi riferisco all’«emergenza educativa» così codificata dal Progetto culturale della Chiesa italiana.
Preferisco parlare di sfida, se si guarda al mondo delle nuove generazioni, mentre accolgo il concetto di emergenza in riferimento alla eclissi del grande compito educativo della comunità degli adulti, sempre più prigioniera di se stessa e dell’idolo costruito con le proprie mani: produzione e consumo per i soli garantiti, cioè gli adulti più che i giovani!
Così sull’altro fronte, quello ecclesiale, ancora più si manifesta l’emergenza in riferimento a comunità ecclesiali che non hanno posto al centro (dopo un decennio di pastorale giovanile CEI centrata attorno all’«Educare alla fede») l’educazione come via ordinaria della comunicazione intergenerazionale e della evangelizzazione.
La grande conversione delle comunità ecclesiali nel divenire e autocomprendersi (dunque anche attrezzarsi e organizzarsi) come «comunità educative» è ancora un obiettivo in gran parte da raggiungere, anzitutto nella consapevolezza di coloro che sono chiamati come animatori al servizio delle comunità.
Abbiamo accolto con grande fiducia il documento «Educare alla vita buona del Vangelo» sul prossimo «decennio dell’educazione»; esso ci stimola alla assunzione diretta delle responsabilità educative, all’interno di una corale sinergia tra tutte le agenzie educative, per camminare verso un patto educativo del territorio, immaginando una città educativa dove la comunità ecclesiale si colloca come anima della passione educativa.
Dunque la situazione attuale, insieme alla crescente consapevolezza della società e al contempo della comunità ecclesiale, pone chiaramente e direttamente al mondo degli adulti la sfida dell’educazione, quale sfida di riscoperta di una comunicazione vitale tra generazioni.
E anche coloro che sono impegnati in prima linea nei processi di evangelizzazione e di educazione si sentono sfidati e chiamati in causa.
L’interrogativo che nasce in un operatore pastorale suona dunque così: «OK educazione, ma fino a che punto debbo prendere sul serio l’educazione nei processi di evangelizzazione che metto in atto?». E poi: «Quale educazione, per quale uomo e per quale società? Quale educazione per quale chiesa e per quale cristiano?».
Vorrei proporre una riflessione e confrontarmi con quanti sono in frontiera e operano nella pastorale giovanile ordinaria a partire da temi e problemi quotidiani.

IL PROBLEMA

Partiamo dai problemi, e non dalle teorie. La pastorale giovanile riflette e approfondisce i problemi che incontra nella sua azione quotidiana. E a partire da essi e dalla loro auto-comprensione, approfondisce, studia e – se necessario – rivede modelli, obiettivi, strategie.
Quali appaiono oggi i problemi della pastorale giovanile, per chi ha scelto di evangelizzare scommettendo nell’educazione e ha trovato nell’educazione la via per annunciare ai giovani il Signore Gesù, come la grande risorsa inaspettata e il grande dono per la loro vita, perché sia davvero vita piena e abbondante?
Ciò che emerge alla ribalta è il fatto che, prendendo sul serio i processi educativi all’interno dei processi di evangelizzazione (dunque «evangelizzare educando»), spesso si dice che non si arriva mai all’annuncio esplicito di Gesù, all’incontro tematizzato con la sua persona e alla accoglienza del suo messaggio e del suo stile di vita. Si denunciano remore, ritardi, tiepidezza, noncuranza in questo passo decisivo dell’educazione alla fede e in quello successivo (o contemporaneo) della condivisione nella comunità di fede dove vivere la sequela. In tal modo non si raggiungerebbe pienamente l’obiettivo della PG con tutti i giovani (che con una formula oggi ritenuta logora e con troppi impliciti, si diceva: di integrazione fede-vita, cioè uno stile di vivere e accogliere la vita in cui Gesù diventi il «determinante» nella propria visione del mondo e delle proprie scelte etiche, e nella promozione della vita in pienezza per tutti).
Si dice spesso che «le mediazioni educative portano all’infinito», come se attraverso di esse si decidesse di scegliere il percorso più lungo per raggiungere la meta, e si indugiasse troppo nei «preliminari» che alla fine non condurrebbero mai al momento kerigmatico, alla celebrazione dei sacramenti, alla decisione consapevole di far parte della sua chiesa, al servizio della vita del mondo come risposta alla sua chiamata.
Si dice anche che la pastorale giovanile che scommette troppo sull’educativo alla fine si perde nei meandri del mero «servizio sociale» o della pre-evangelizzazione (utilizzando parole che richiamano vecchi modelli che ritenevamo storicamente superati!), che è orizzontalista e stenta ad aprirsi in verticale (distinguendo e separando dimensioni e processi). Con altre parole poi si afferma che occorre passare con coraggio dall’implicito all’esplicito, o meglio dal non-detto al detto, anche se più precisamente andrebbe asserito: dal «detto con i gesti» al «detto con le parole».
Dal punto di vista di chi scommette nell’educazione come via per l’evangelizzazione, queste preoccupazioni appaiono spesso come dettate dalla fretta di cercare delle scorciatoie, che tuttavia non si danno in educazione. Le scorciatoie le predispone solo la vita, le impone attraverso eventi che in gran parte non dipendono dalle scelte progettate delle persone, e lungo esse il rischio è maggiore. Certo, esistono anche in educazione le esperienze perturbative e provocanti, da far vivere ai giovani, proprio per destabilizzare la quiete di certe posizioni eccessivamente sicure e autogratificanti, ma questo fa parte delle strategie del metodo stesso dell’educazione che si sceglie.

Riflettendo diversa-mente

Il rilievo è serio e la preoccupazione che lo motiva, sinceramente condivisa, è quella di chi è consapevole dell’importanza che per la piena e autentica felicità dei giovani è necessario l’incontro con Signore Gesù come salvatore, accolto come Colui che dà accesso ad una pienezza di vita (che si traduce anche in pienezza di senso della vita di fronte all’irrompere del non-senso della cultura nichilista) che si rivela a chi lo riconosce e lo accoglie a casa sua.
La mia storia e la mia esperienza mi sollecitano tuttavia ad assumere, di fronte a queste critiche, un punto di vista «altro», e pertanto vedo e vivo le cose «diversa-mente».
Sono consapevole che la più grande soddisfazione, ma prima di tutto il compito assoluto, per chi educa alla fede sulle vie dell’educazione, sia di poter aiutare un giovane a un incontro pieno con Gesù, il Signore della vita, nella comunità dei credenti che lo confessa tale e lo segue con fedeltà.
Ma le cose non sono così semplici, non funzionano secondo la logica del tutto o niente, o secondo i desideri, siano pure quelli sacrosanti degli educatori o secondo la logica dell’assemblaggio delle componenti successive.
Questa gioia e questo senso di pienezza ci è donato oggi anche quando siamo in cammino, quando non abbiamo raggiunto la pienezza della meta, quando ancora non possiamo celebrare con i giovani con i quali camminiamo la pienezza dell’incontro con Lui, nella comunità dei credenti e discepoli.
Nella mia esperienza di operatore pastorale il problema c’è certamente, è centrale e importante da considerare, ma viene vissuto con risonanze, sensibilità, attenzioni «diverse», perché appunto mediate e riflesse «diversamente» dall’educativo e dalle sue logiche illuminate dalla fede.

Una lettura attenta alla condizione giovanile

Un ascolto quotidiano, dal basso, nella compagnia dell’ordinario (al di là dei momenti straordinari che spesso distorcono la percezione e ingigantiscono o assolutizzano espressioni momentanee e codificazioni linguistico-gestuali d’occasione), constata la drammatica situazione dei giovani attuali nell’occidente europeo.
I giovani abitano fondamentalmente un mondo – intendo una cultura – secolarizzato, dove più che altro il senso del mistero e Dio restano assenti, o meglio sullo sfondo (la «religione dello scenario» di F. Garelli), come ipotesi/variabile da non prendere in considerazione nel presente. Provengono da percorsi così scarsi di socializzazione religiosa, che vivono e considerano, di fatto al presente, «in-sensato» per gli attimi della loro vita il riferimento al mistero della vita, e «insignificante» il riferimento a quel mondo religioso della loro fanciullezza, o dell’ambiente di riferimento di quella socializzazione religiosa che si sono lasciati alle spalle a 12-14 anni.
Si può sicuramente affermare che le nuove generazioni di oggi in gran parte non sono evangelizzate, anche se catechizzate. L’annuncio gioioso e invitante di un Dio della vita che, in Gesù il Signore, si fa vicino e compagno di viaggio, non ha raggiunto il cuore della loro identità e del loro sistema vitale di valori in costruzione e verifica continui. Con questo non intendo negare che essi facciano personalmente riferimento, nei loro momenti vitali più coinvolgenti e personali, a figure del religioso e della loro tradizione familiare e infantile, anche della religiosità vissuta nella comunità; ma ciò (perlopiù) indipendentemente e al di fuori di ogni dimensione comunitaria e tanto più ecclesiale.
Sono adolescenti e giovani in parte assetati di vita, che si stanno appassionando alla vita (e l’educazione li accompagna su questo fronte), ma ancora stentano a viverla radicalmente e tanto più faticano a coglierne la verità di dono, la sua dimensione di gratuità, oltre che di fragilità.
Diversi di questi adolescenti e giovani poi sono spesso anche delusi e rinunciatari rispetto alla vita, si direbbe che non se ne sono mai appassionati, oppure che ne sono stati amaramente delusi o disincantati, e per questo sembrano rinunciare alla responsabilità di vivere la loro vita da protagonisti.
La cultura secolarizzata e di superficie in cui sono prigionieri, dell’efficienza, della risposta utilitaristica, della gratificazione immediata, del consumo, del «mordi e getta», non li aiuta in questa apertura ulteriore della vita, anzi contribuisce a mozzare loro le ali e a tarpare i sogni intorno ad essa.
Di qui la sfida e lo spazio dell’educazione per aprire al senso della vita come donata e non dovuta. Di qui la sfida dell’emergenza educativa.

L’emergenza educativa

Ma anche sul fronte della domanda di vita, quel che resta ancora opaco e indistinto è l’accesso al livello di elaborazione della domanda, sia dei significati e dei valori delle esperienze di vita, sia ancor più di senso intorno all’esistenza.
Con l’eccezione di piccole minoranze che a volte i nostri cammini di gruppo ecclesiali sanno intercettare, la maggior parte dei giovani e degli adolescenti non si pongono in forma consapevole e sistematica il problema del senso della loro vita, cioè il problema del progetto, della direzione, del gusto e della pienezza di senso cui essa può condurre.
Ci sono solo momenti, frammenti di esperienze spesso non programmate e programmabili, che improvvisamente permettono loro di affacciarsi al problema e all’orizzonte del senso, ma in forma drammatica e puntuale: guai, certo, come educatori a non cogliere queste occasioni, ma sono eccezioni rispetto alla ordinarietà della vita quotidiana! Sono i cosiddetti momenti straordinari, vissuti in tempi «altri» della vita quotidiana.
L’ordinario dei giovani si articola diversamente, almeno della massa giovanile, quelli che incontri in strada, in piazza, che accogli al centro aperto, che aggreghi magari attraverso i molteplici interessi.
È sempre più raro cogliere la richiesta: «Voglio vedere Gesù, mi piacerebbe incontrarlo!». Sembra una domanda che resta sepolta, senza voce. Anzi, spesso, quando ci si prova a raccontare, a riflettere o a far memoria, appaiono stizziti e reattivi.
Quello che per l’evangelizzatore è il vero incontro con la pienezza della vita in Gesù gli è concesso spesso di viverlo solo nel cuore, o in una piccola cerchia.
Non è solo questione del coraggio di proporre, né di acquisizione di tecniche più raffinate di comunicazione. È invece quotidiana esperienza di sapere e di sperimentare di non ricevere alcuna adesione alla proposta di scavare in profondità il senso dell’esperienza di vita e di poter celebrare nei segni della fede la sorpresa degli incontri vissuti.
La maggior parte dei giovani si volge altrove, e sembra dirti: «Su questo ci sentiremo un’altra volta!».
Non si tratta da parte degli educatori alla fede di scuotere i piedi della polvere del loro terreno giovanile. Si tratta di capire e soprattutto di accettare, senza impazienza e con il cuore aperto di chi semina con fiducia, che i tempi per maturare sono lunghi, e al contempo di ritrovare la capacità di saper gioire per quei piccoli segni di novità che indicano la direzione di crescita.

OLTRE I BINOMI «EDUCARE EVANGELIZZANDO» ED «EVANGELIZZARE EDUCANDO»

Le espressioni «evangelizzare educando» ed «educare evangelizzando» sono state due binomi felici per un tempo, spesso ricorrenti soprattutto nella tradizione educativa pastorale salesiana in cui mi colloco.
Suonano immediatamente come una felice intuizione, un gioco linguistico riuscito, anche se – forse a causa dell’uso superficiale e ricorrente – sta creando più equivocità che convergenza. Condivido l’esigenza a superarne l’inerzia ripetitiva o la pigrizia di formule generiche.
Coniata nel passato, la formula evidenziava la consapevolezza, anche se in modo del tutto intuitivo, dello stretto rapporto tra evangelizzazione ed educazione, tra processi formalmente di evangelizzazione e processi formalmente educativi. Mi esprimo in questo modo, richiamando la distinzione formale tra processi, per riconoscere lo statuto epistemologico delle due discipline distinte, la pastorale e l’educazione, ma anche la distinzione formale tra le due prassi: prassi e teoria della prassi sono in effetti elementi costitutivi di ciascuno dei due processi.
In ogni caso, il riconoscimento della rilevanza dell’educazione nell’evangelizzazione, insieme al riconoscimento del peso della evangelizzazione in ordine alla promozione umana ha favorito la costruzione dei due giochi linguistici.
Dire «educare evangelizzando» significava asserire la rilevanza dell’evangelizzazione anche sui processi educativi di liberazione umana; rivendicare l’«evangelizzare educando» significava invece evidenziare la grande rilevanza dei processi educativi in ordine all’evangelizzazione, cioè in ordine all’apertura al senso dell’esistenza e all’accoglienza di esso.
Entrambi i binomi si legittimavano a vicenda e rivendicavano uno spazio proprio nei processi di evangelizzazione e nell’ambito della pastorale giovanile.
Ma analizziamoli da vicino.

Il senso di «educare evangelizzando»

La formula, indicando l’educazione con il verbo all’infinito e l’evangelizzazione come gerundio, esprime la consapevolezza che chi evangelizza, educa anche l’uomo e offre il proprio contributo peculiare all’educazione. Essa mette soprattutto in evidenza – proprio da parte di coloro che pongono particolare attenzione ai processi di evangelizzazione (sia che si tratti di primo annuncio, che di approfondimento del primo annuncio, di catechesi, di celebrazione della fede in gesti e parole o di comprensione della fede codificata nei documenti accostati dalle comunità di fede) – che colui che è impegnato nell’evangelizzazione offre il suo prezioso contributo all’educare la totalità della persona, perché aiuta l’uomo a costruirsi in pienezza nella verità dell’umano, e a raggiungere la statura dell’uomo perfetto: Gesù, l’uomo fatto a immagine, anzi icona di Dio, e in dialogo con Lui come Figlio verso il Padre.
Il binomio così articolato esprime dunque la consapevolezza di una comunità evangelizzatrice che, attraverso l’azione pastorale messa in atto nei confronti del mondo giovanile, si fa carico di un compito rilevante, anche in ordine ai processi educativi che concorrono alla piena liberazione dell’uomo e alla costruzione dell’uomo nuovo.
Da questo punto di vista, l’intenzionalità è quella di evangelizzare, non primariamente quella di educare, sempre nella consapevolezza che, comunque, se si evangelizza, si educa.
Quello tuttavia cui non si pone troppa attenzione, in questa prospettiva, è spesso l’analisi critica e la verifica di quale mediazione educativa, di quali modelli educativi e culturali di fatto vengono assunti e messi in atto nei processi di evangelizzazione, senza tradire l’evangelizzazione stessa, il suo statuto, ma anche senza comprimere l’educazione; pertanto garantendo la fedeltà – si potrebbe dire – a Dio e all’uomo insieme. Tanto più quando l’evangelizzazione viene sempre più ridotta a catechesi, a primo annuncio e approfondimento di esso, approfondimento della fede, celebrazione di essa, e meno considerata come prassi del regno, costruzione e servizio verso l’uomo, testimonianza e comunicazione della vita a chi cerca e domanda vita.
Per cui l’interrogativo per chi vive la sfida o l’emergenza educativa è: evangelizzazione, certo, ma attraverso quale modello educativo? Un modello che sia capace di camminare con tutti, o un modello che alla fine esclude quanti non stanno al gioco? Un modello capace di continuare a camminare anche quando l’altro non appare ancora sensibile all’ascolto e all’accoglienza del massaggio, ma solo ancora assetato di esperienza di vita? Evangelizzazione senza rinunciare ad offrire vita misurata sulla domanda di vita dell’altro, non solo su ciò che si intende offrire?
La vera sfida dell’evangelizzazione della nuove generazione è oggi la sfida educativa, e per di più la sfida dell’emergenza educativa, cioè di quella situazione storico-culturale in cui appare sempre più interrotto, disturbato, il canale di comunicazione vitale tra le generazioni, e la reciprocità dei processi di comunicazione attivati.
Il nodo critico a me pare la resistenza e la difficoltà degli adolescenti e dei giovani di oggi ad accettare pacificamente di essere inseriti in processi di evangelizzazione, a cogliere che questi processi di comunicazione li aiutano a crescere come uomini e donne del nostro tempo. Di fronte alla condizione giovanile attuale, soprattutto nella cultura europea occidentale, i processi formali di evangelizzazione sono processi lontani ed estranei alla sensibilità e alla cultura giovanile, perlopiù secolarizzata, tanto più quando gli inadeguati modelli di socializzazione religiosa e di evangelizzazione catechistica hanno prodotto la saturazione o la refrattarietà all’approccio religioso.
E dunque educare evangelizzando comunque e ad ogni costo, opportune et importune? L’interrogativo è dunque: quale educazione all’interno dei processi di evangelizzazione?

Il senso di «evangelizzare educando»

La condizione giovanile e culturale attuale mi spinge a riscoprire l’originalità e la densità della seconda formula. Questa formula, del binomio capovolto, non è solo un gioco linguistico speculare rispetto a quello precedente, ma esprime una consapevolezza e una scelta diversa – frutto di discernimento e di scommessa – della comunità ecclesiale, di alcuni carismi ecclesiali nel campo dell’educazione: che attraverso l’educazione si evangelizza, che l’educazione è una via maestra per l’evangelizzazione, anche se quest’ultima non si riduce a soli processi educativi.
Scommettendo nell’educazione, accettando ed elaborando la sfida dell’emergenza educativa, la comunità cristiana si fa «comunità educatrice» in mezzo alle nuove generazioni, per realizzare pienamente il proprio compito di evangelizzazione. Di più, essa, condividendo e camminando con tutti i giovani, nella consapevolezza della propria originalità anche sul campo dell’educazione, scommette nella via dell’educazione quale via prioritaria dell’evangelizzazione, consapevole che la via dell’educazione (pur debole e fragile) è via maestra per educare alla fede, proprio soprattutto nei confronti delle nuove generazioni di oggi, soprattutto i più deboli e i più fragili.
Rileggendo personalmente l’esperienza e la prassi quotidiana condivisa di questi anni, resto sempre più convinto che, proprio per prendere sul serio l’educare evangelizzando, sia importante scegliere coraggiosamente la strada dell’evangelizzare educando.
Educando, come comunità di discepoli, si annuncia, si comunica l’evangelo. Facendo educazione si aiuta il giovane a riconoscere e ad accogliere la propria vita come il grande mistero che si porta dentro una Presenza. La vita di ciascuno amata, accolta rispettata, vissuta e condivisa appassionatamente (la passione per la vita) custodisce e svela progressivamente il Dio della vita che la abita.

UNA SCELTA DI CAMPO OGGI STRATEGICA: LA SCOMMESSA SULL’EDUCARE ALLA FEDE

Evangelizzare educando non significa allora solo e primariamente cogliere la dimensione educativa dell’evangelizzazione, ma affermare, in una prospettiva di fede, la dimensione evangelizzatrice dell’educazione da credenti.
Una comunità educativa animata dalla fede e appassionata alla vita non vive la scissione tra educazione ed evangelizzazione. Neppure l’educatore credente vive questa spaccatura interiore, e per questo si auto-comprende come educatore alla fede.

Collocati criticamente nel pluralismo dei modelli educativi correnti

Certo, non tutti i modelli educativi correnti permettono questo dialogo tra educazione ed evangelizzazione, o innestano un cammino di educazione alla fede.
Per questo, parlando di scommessa nell’educazione, non possiamo non collocarci in maniera critica verso i modelli educativi circolanti in un tempo di pluralismo educativo. Non tutti i modelli educativi offrono il servizio prezioso dell’educazione ai processi di evangelizzazione. Tale consapevolezza critica ci ha portato in questi anni ad orientarci all’interno del pluralismo e a compiere una coraggiosa scelta di campo. «L’animazione culturale» (AC), come modello educativo per educare alla fede, è stato il felice esito di un confronto e di una ricerca appassionata intorno all’educazione oggi e che ci ha offerto un modello, progressivamente elaborato insieme, per dire cosa intendiamo per educazione, e quale educazione sia in grado di dialogare con l’evangelizzazione.
Ci è parso che, attingendo in modo vitale alla tradizione pedagogica salesiana del sistema preventivo, in dialogo con le scienze dell’educazione oggi e con la pastorale, sia dal punto di vista del quadro antropologico e delle sue coordinate culturali, che dal punto di vista del progetto d’obiettivi (la pienezza dell’umano che si intende raggiungere nel qui e ora della cultura), sia infine dal punto di vista delle strategie di metodo, l’AC ci abbia sostenuto e accompagnato in questa ricerca e in questo orientamento nella scelta.
Certo, la scommessa dell’educazione implica – proprio perché credenti – il non considerare in assoluto un modello educativo, ma il riconoscerlo sempre relativo in ordine ad elementi di valutazione che non sono solo intrinseci ad una teoria dell’educazione, e nemmeno solo verificati da una prassi, ma anche guidati, orientati, ispirati dall’evangelo di Gesù che è prassi del regno di Dio in atto.
In particolare scommettiamo in un’educazione – come processo di costruzione dell’uomo nuovo, di una umanità e società rinnovati – che si misura con la prassi del Regno, che è restituire vita in abbondanza a tutti, a partire da chi non ha vita; un’educazione dunque che si apre ad una pienezza dell’umano che solo l’ineffabile della fede coglie e restituisce alla consapevolezza dell’uomo.
Ci riconosciamo in una prassi educativa che non diventa mai assoluta, e non assolutizza strategie, contenuti, strumenti, perché resta aperta all’ulteriore; che non gestisce l’uomo e il processo educativo e comunicativo come processo chiuso, controllato e in tutto verificabile, ma lo assume come processo aperto, dall’esito imprevedibile, non manipolabile, perché ha a che fare con il mistero della libertà delle persone e dell’azione ineffabile dello Spirito del Risorto nella vita di ciascuno e anche in quella delle comunità e delle istituzioni.

L’Incarnazione offre la prospettiva e dilata l’orizzonte

Il riconoscimento dell’educazione come via dell’evangelizzazione è supportato non solo da ragioni collocate in un’ottica educativa. È lo sguardo pastorale, cioè la collocazione in un’ottica di lettura di fede della prassi educativa, che ce ne rivela la valenza e la rilevanza profonda.
È l’Incarnazione come criterio che si fa prospettiva e orizzonte, e dilata lo sguardo fino a cogliere il modo misterioso attraverso cui la salvezza dei giovani si fa in situazione oggi.
Perché il Regno è in azione anche tra loro.
La comunicazione dell’evangelo e dell’evento di salvezza si compie tutta attraverso le mediazioni umane: la prima e grande mediazione è l’umanità di Gesù, la sua storia e l’evento straordinario che attraversa la sua umanità, la sua comunione con il Padre; da qui la centralità dell’incontro con Lui attraverso tutte le mediazioni umane e storiche necessarie.
Ma questa comunicazione si compie attraverso l’umanità di tutti, degli educatori come degli educandi, e in particolare attraverso quella mediazione umana del tutto speciale qual è l’evento che si instaura attraverso la relazione educativa: la comunicazione vitale attivata tra persone nella loro differente storia e identità attorno alla vita, quella propria e quella di tutti.
Allora l’Incarnazione dell’evento salvifico in situazione giovanile continua proprio attraverso le mediazioni educative che si compiono lungo la storia delle persone, del loro incontrarsi e condividere progressivamente vita e ragioni sempre più grandi e profonde per viverla. Questo ci conduce a cogliere l’educazione, e la via dell’educazione, come dimensione simbolica dell’evangelizzazione: l’educazione alla fede.
Da questa prospettiva educare «diventa» educare alla fede.

La dimensione simbolica dell’educativo, ovvero il suo indicare «oltre»

Chi educa da credente per educare alla fede, cioè per collocare l’educazione dentro una prospettiva di umanizzazione più piena, di significato e di senso ancora più ampio, vive la consapevolezza della dimensione simbolica che l’educazione in prospettiva credente dona, cioè la sua apertura oltre.
Ogni gesto umano di relazione con l’altro, per incontrarlo nella verità, al di fuori da ogni manipolazione, quando si misura sulla prassi del Regno, cioè sull’accoglienza incondizionata e fiduciosa dell’altro nelle sue povere e insieme grandi domande di vita, è un gesto simbolico che acquista appunto un «di più di senso» che rilancia «oltre» (simbolico, che rinvia appunto oltre se stesso).
Questo gesto relazionale e comunicativo è già apertura verso il mistero che abita la vita di ciascuno, dove il Salvatore si fa vicino attraverso la mediazione dell’altro (l’icona del samaritano), della comunità educativa che si riscopre come comunità di samaritani.
In questa ottica, ogni parola che aiuta a crescere, che dà coraggio, che alimenta la fiducia in se stessi, negli altri, nella vita, fino ad alimentare la fiducia nel Signore di questa vita; ogni gesto che rende il giovane più aperto, solidale, libero, più appassionato alla vita, aperto ad essa e a quella degli altri, è già gesto e parola che annunciano e sollecitano la consapevolezza di una Presenza, e che fanno trasparire e risignificano la vita entro una prospettiva di fede.
D’altro canto, ogni risposta educativa liberante, che apre almeno uno spiraglio sull’alterità, è già un piccolo sì nella fede, fondato sulla fiducia nella vita.
Dalla prospettiva dell’Incarna­zione, in ogni relazione educativa interpersonale, tanto più se in dimensione comunitaria ed ecclesiale, è presente la dimensione simbolica dell’incontro con l’Altro, c’è già la novità dell’annuncio, è già contenuta quella pienezza di vita che solo a frammenti il giovane o l’adolescente può consapevolmente e progressivamente accogliere. È già vivere nella risposta alla chiamata.

Una prospettiva di spiritualità

Da questo punto di vista, in una prospettiva di spiritualità dell’educazione, non possiamo mai dire di non avere ancora permesso al giovane di incontrare Cristo e il suo dono di salvezza. Quando la vita viene accolta con un gradiente crescente di responsabilità, fosse anche solo al momento la propria vita, è già Cristo che viene accolto; così come la vita, tragicamente e forse solo momentaneamente rifiutata, è già il rifiuto di Cristo in quel frammento temporale limitato della relazione, certamente non definitivo.
Questo senso di profonda trasparenza dell’educazione, per il credente, è il grande tesoro di consapevolezza e di rimotivazione che non scoraggia, non fa gettare la spugna, anche quando l’altro, sia giovane o meno, non coglie ancora in profondità la grandezza e la profondità del senso dell’incontro. Anche quando l’altro non sussurra e meno ancora grida: «Fammi incontrare con Gesù, la persona in nome della quale tu dici di offrirmi vita!».
Tutto questo è ciò che abbiamo chiamato «testimonianza», la testimonianza dell’educativo, la carità pastorale che si dispiega nei gesti, prima che con le parole, l’amore che diventa passione educativa, cioè esperienza di vita offerta che si fa messaggio: l’evangelizzazione secondo la prospettiva aperta dall’Evangelii Nuntiandi.
Pertanto l’esperienza educativa di incontro con l’altro nella relazione diventa essa stessa esperienza parlante che annuncia, esperienza di relazione che si fa messaggio intorno alla vita, anche se poi dovrà essere lavorata con altre parole e con altri racconti.
E qui mi piace ritrovare come icona dell’educatore l’icona del buon samaritano.

 

L’icona del Samaritano

L’incontro con quell’uomo mezzo morto per i pessimisti, e mezzo vivo per chi è ottimista, possiede già tutta la densità dell’incontro simbolico-sacramentale con Gesù il Signore, nella mediazione misericordiosa e compassionevole del Samaritano. Lo sventurato incappato nei briganti diventa il «baciato dalla fortuna» (il beato, nella logica delle beatitudini!) per aver incontrato colui che teneramente e generosamente si prende cura di lui.
In quel gesto c’è già tutta la densità e la ricchezza dell’incontro che salva, in una dimensione simbolica, che apre ad un dono e ad un farsi carico della vita dell’altro, che va oltre tutte le aspettative. Si tratta di un incontro tutto speciale tra persone nel segno della solidarietà di chi non solo cura le ferite e ristabilisce la persona nelle condizioni di riprendere la sua vita (gesto riparativo), ma di un incontro che dischiude esso stesso un futuro progetto di vita segnato del porre l’altro al centro, e dal vivere non più per sé ma per l’altro (farsi a sua volta samaritano). Si tratta davvero di salvezza piena che giunge allo sventurato attraverso il volto dell’altro, di un samaritano qualsiasi, ma essa contiene tutta l’icona del volto di Colui che è misericordia e compassione, Gesù e il Dio di Gesù (ce lo racconta persino l’antica icona bizantina del Codice purpureo – un tesoro del sud – che identifica il samaritano con Gesù il Signore!). Certo il racconto non fa luce sul tipo di risposta del malcapitato fortunato! In questo senso è incompleto.

La domanda di relazione al di là delle forme della domanda di vita

Così vale per il felice incontro di Pietro e Giovanni, che salgono al tempio e, dinanzi alla porta Bella, incontrano lo zoppo: rassegnato fino al punto da non poter immaginare altra forma di vita liberata per sé che non sia quella sostenuta dall’elemosina. Lo zoppo forse aveva smarrito il sogno della vita piena e abbondante, o l’aveva sepolto insieme a tutti i sogni!
Il ritrovarsi a tasche vuote da parte dei due evangelizzatori, o il non accontentarsi di una semplice elemosina dopo essere stati alla scuola di Gesù, si rivela felice occasione per ritrovare una risorsa e un dono di vita che va ben oltre l’aspettativa del destinatario fortunato. Essi offrono la storia di un uomo crocifisso e risorto che faceva camminare gli zoppi; e basta essa stessa a rinvigorire le gambe dello zoppo rattrappite dalla rassegnazione.
In quell’incontro che narra una storia e riproduce nel piccolo quello che la storia offre in grande, c’è tutta racchiusa la dimensione dell’incontro con Colui che salva, mediato dalla relazione liberatrice, accompagnata dalla restituzione di una storia.
Mi piace qui immaginare quello zoppo che non aspetta l’ora di catechesi, che non sta nemmeno un minuto in più ad ascoltare e ad approfondire il senso e la completezza della storia di Gesù, il Nazareno, ma si alza e rintrona tempio, piazze e vicoli di Gerusalemme della storia dell’incontro con coloro che, nel nome di Gesù, gli hanno permesso di sperimentare ciò che lui stesso non si attendeva più davvero.
Questo particolare ci permette di ricuperare un aspetto dell’educativo che, dal punto di vista metodologico, è quanto mai importante: noi l’abbiamo in questi anni espresso attraverso il superamento della logica della responsorialità.
L’educazione, e tanto più l’educazione alla fede, non si gestisce attraverso il semplice gioco della domanda e della risposta, della individuazione di una particolare domanda di vita e nella predisposizione di una risposta che la saturi. Il gergo che tra noi è nato era quello della «logica delle ciliegie»: una tira l’altra. Guardiamo per questo alla domanda di vita del giovane sempre come domanda anche di «altro» rispetto alla sua codificazione. Infatti, domanda di allegria, di gioco, di acquisizione di competenze, di abilità, di esperienze è sempre e anche «domanda di relazione».
La fame non si sazia solo con un panino pre-confezionato; essa è sempre domanda intorno alla certezza che ci sia sempre una mano buona che dona e condivide il pane, o di una presenza che accompagna la fatica di guadagnarlo attraverso il lavoro.
Questa domanda di relazione, di comunicazione di vita, di accoglienza e di compagnia lungo la via, di presenza che sollecita a camminare con le proprie gambe ma a cui ci si può sempre con fiducia rivolgere è, da questa prospettiva, la possibilità di realizzare in ogni momento di incontro col giovane la trasparenza dell’Incontro con una Presenza e una storia che vanno oltre la persona e la presenza dell’educatore.
Nella domanda di relazione e nella creazione della relazione educativa l’educatore e il giovane già instaurano la relazione con il Risorto, presenza assoluta al di là di ogni presenza, presenza di incontro in ogni incontro tra persone.

La paziente attesa delle condizioni per raccontare

Questa consapevolezza accompagna ogni educatore alla fede e lo rasserena dall’ansia di pretendere di voler ad ogni costo parcheggiare una parola, collocare un discorso, infilarvi una catechesi.
Ogni esperienza educativa richiede spesso tempi lunghi, perché l’altro possa elaborarla come «messaggio» compreso in pienezza. Infatti l’altro, il giovane, spesso non giunge ancora a cogliere la vita quotidiana con «lo sguardo di fede» (che è sempre dono imprevedibile e improgrammabile).
L’educatore tuttavia è consapevole che, pur non vissuto nella profondità di una piena consapevolezza, quell’incontro è «già» incontro che salva, in quella che è la dimensione di radicale apertura oltre della vita quotidiana.
Sarà compito dell’educazione alla fede offrire quei momenti di schiarita, di gioiosa scoperta, di approfondimento dell’esperienza di vita (dell’esperienza di relazione), che dischiudano alla consapevolezza dell’incontro con Gesù il Signore, fino ad accoglierlo come la ragione più grande della propria speranza.
Per tanti giovani tuttavia quei momenti di «consapevole» schiarita rimarranno ancora bui, quelle occasioni offerte alla loro libertà saranno lasciate cadere, quella possibilità di un incontro esplicito con il Signore verrà rimandato a tempi che nemmeno il giovane stesso programma, e tanto meno l’educatore. Egli sa che la vita stessa – con tutto il suo mistero, le sue sorprese, le sue dinamiche di chiamata e di risposta, di resistenza e di resa, che sfuggono ad ogni programmazione – prima o poi provvederà.
E in questi momenti sarà sufficiente la consapevolezza di una presenza sempre disponibile all’incontro e all’ascolto.

La gioia di poter restituire la storia del proprio incontro con Gesù il Signore

In questi anni abbiamo anche riscoperto un modo tutto originale e personale di rendere presente dentro la vita dei giovani l’annuncio di Gesù. È stata la riappropriazione della narrazione, all’interno della nuova autocomprensione dell’educazione come scambio e restituzione di storie di vita.
Quale educatore alla fede non arde dal poter raccontare appassionatamente quella storia dell’incontro con Gesù il Signore, che ha trasformato radicalmente la propria vita, l’ha aperta a possibilità inimmaginabili e l’ha dischiusa ad una libertà di relazione e di incontro inaspettati?
La sofferenza più grande che quotidianamente sperimentiamo in tanti educatori alla fede è la impossibilità di giungere al momento narrativo, spesso anche desiderato e programmato, posto però all’interno di condizioni che rendano la narrazione non un flatus vocis, un gridare sui tetti: «Chi sente ascolti, e chi non ascolta, peggio per lui!».
L’educatore ricerca una comunicazione significativa e accolta dentro una relazione fatta di ospitalità reciproca.
È ciò che risulta sempre più faticoso e difficile, con gli adolescenti in particolare, e con i giovani di tutte le condizione ed estrazioni sociali e culturali, anche se non disdegnano del piacere di raccontarsi.
Una narrazione dell’evangelo che divenga buona notizia per la vita del giovane è possibile solo quando vengono assicurate alcune condizioni educative e comunicative. Spesso tali condizioni non si danno e non sono realizzabili immediatamente, ma vanno pazientemente ricostruite.
Esse sono: che ci si offra ospitalità reciproca nella propria vita, che la storia risulti significativa per la ricerca del senso della vita, che il linguaggio utilizzato risulti accessibile e condivisibile, che la storia di Gesù appaia come una storia capace di intrecciarsi con le proprie singole storie.
L’educatore sperimenta quotidianamente la fatica di assicurare queste condizioni, senza le quali davvero non ci può essere annuncio con parole significative.

L’impegno di educare la domanda di vita perché traspaia il mistero

Chi educa è attento ai processi e alle esperienze attraverso i quali prende forma (o viene negata) la vita dell’altro.
Per questo essi vanno lavorati con i linguaggi, perché possano donare tutta la forza di cambiamento, di allargamento del mondo soggettivo che promettono.
Le esperienze da proporre e offrire, da costruire ed elaborare insieme, sono sempre collegate alla domanda di vita. L’educazione della domanda di vita è un grande servizio che l’educazione anche oggi può e deve offrire all’evangelizzazione, nel percorso di educazione alla fede.
Ogni giovane porta in sé, consapevolmente e meno, delle domande di vita, che non sono solamente domande intellettuali, ma bisogni e ricerca di vita, di vita vera, autentica, di vita piena e abbondante, proprio perché ricerca di relazione. All’opposto oggi tutto il sistema del mercato dei bisogni è costruito con una logica diametralmente opposta, «diabolica», nel senso che frantuma l’unità del soggetto, perché ha come assoluto il profitto e l’accaparramento, ed è manipolatore della domanda di vita attraverso la rappresentazione dei falsi bisogni e della loro oggettivazione nelle cose da vendere/consumare.
Pertanto queste sembrano oggi le priorità di educazione della domanda di vita dei giovani:
– l’accoglienza della domanda, da parte dell’educatore alla fede, ma colta in profondità per «autenticarla», oltre la sua codificazione superficiale;
– il cammino al fianco del giovane per sostenerlo e abilitarlo nella elaborazione di risposte adeguate alla domanda di vita;
– l’apertura della domanda oltre se stessa, oltre la consapevolezza di cui dispone il giovane nel presente, verso la profondità che è sempre apertura ad «altro e oltre»;
– l’accompagnamento del percorso di elaborazione della domanda attraverso il livello del «significato» (l’importanza della scienza/tecnologia/cultura), del «senso» (l’essenzialità dei valori riscoperti autenticamente nella sapienza delle culture), verso un «di più di senso» che rilancia la domanda e non la satura. L’uomo invocante è frutto del faticoso cammino dell’educazione alla fede!
L’attenzione a tali priorità serve anche come «denuncia» di una certa fretta e impazienza tra gli operatori pastorali, una certa ansia, oggi, a voler cortocircuitare le domande di vita, bruciando con ciò la possibilità invece di un’apertura al mistero che viene esso stesso incontro all’uomo attraverso la sua vita quotidiana.

Quando l’educazione serve i processi specifici dell’evangelizzazione

Infine la scelta dell’educazione nell’educare alla fede ci aiuta anche a ripensare i processi educativi che servono (e attraversano) le azioni specifiche dell’azione pastorale: abbiamo già accennato alla catechesi attraverso il modello narrativo, ma possiamo pensare a come educare alla preghiera, alla dimensione simbolica e celebrativa, all’offerta dei sacramenti nella vita cristiana, alla risignificazione etica e spirituale della vita quotidiana.
La scelta educativa ci impone attenzione – anche nei cosiddetti interventi formalmente evangelizzatori e pastorali – ai modelli antropologici ed educativi giocati, ai processi di inculturazione da attivare, ai linguaggi e ai codici da privilegiare, ai modelli relazionali e comunicativi da mettere in atto.
Si tratta in effetti di servire l’inculturazione della fede nella cultura giovanile e nell’orizzonte culturale attuale.

Sempre «nella logica del seme»

È diventato un gergo, questo, tra operatori pastorali. Ma è un punto di orgoglio.
Educare è sempre accompagnare questo processo stupendo e misterioso della vita che si intreccia con la storia della Vita; è gioire nel cogliere sorprendentemente come la storia degli uomini, dei giovani e degli educatori del nostro tempo si intreccia con la storia di Dio, con la storia di Gesù di Nazareth; è essere consapevoli che non siamo mai padroni dei processi della vita, ma semplicemente servi e, al contempo, poter gioire nel cogliere il miracolo della vita che sboccia, che fiorisce, che esplode in pienezza, soprattutto nei momenti in cui tutto sembra parlare di morte e di minaccia.
L’educatore alla fede vive come l’agricoltore l’ansia e la fatica del dissodare e della semina, la pazienza dell’attesa durante il lungo inverno, quello che attraversa tante primavere giovanili, la gioia di veder germogliare prima, spesso inaspettatamente e nei tempi che Dio solo conosce, la pianticella, lo stupore dell’esplodere della primavera allorquando il giovane vive la vita con ardore e passione, la sofferenza della potatura, quando occorre scegliere fior da fiore, quali lasciare e quale eliminare, la soddisfazione della mietitura e della raccolta, ma sempre di ciò che altri hanno seminato, arato, coltivato, curato.
Perennemente nella consapevolezza che è Lui, la Vita, la potenza della vita, lo Spirito, che segretamente lievita la vita di ciascuno, che non disdegna di rimanere per tanto tempo ospite silente, seme nascosto sotto la neve, ma garante, come il sacramento del pane, di una Presenza che fa fiorire il mondo e lo trasforma in giardino.
D’altra parte, quale è la ragione profonda di chi educa e di chi evangelizza se non quella di aiutare a vivere affinché possibilmente ogni giovane faccia esperienza di una vita piena e abbondante, che gli viene donata in ogni incontro, anche se a frammenti?