Educare alla Costituzione /5

Raffaele Mantegazza

(NPG 2011-04-61)


La trasmissione televisiva si intitola S.O.S. Tata e va in onda su La7. Ha una specie di gemella, Adolescenti istruzioni per l’uso che però ha avuto meno successo. S.O.S. Tata è invece seguitissima: vi si vedono scene girate all’interno di famiglie con problemi educativi, famiglie nelle quali a un certo punto giunge una specie di patetica Mary Poppins che, dopo avere osservato per due giorni la situazione (scuotendo spesso vigorosamente il capo a favore di telecamera, violando così la primissima regola dell’osservazione partecipata, quella di non fornire mai giudizi nemmeno impliciti), riunisce i genitori disperati per un incontro di valutazione.
E anche nelle situazioni più problematiche, anche laddove si è di fronte a una situazione (o alla recita di una situazione) di gravissime difficoltà relazionali all’interno della coppia e tra genitori e figli, anche di fronte a conclamate patologie della comunicazione, la ricetta magica è sempre la stessa: appendiamo sul frigorifero le Nuove Regole e da domani tutto cambierà. E come sempre accade nel regno del Falso che è l’universo catodico, tutto cambia per davvero, magicamente e definitivamente. In Adolescenti istruzioni per l’uso addirittura i genitori in difficoltà se ne vanno via per una settimana lasciando il figlio adolescente in balia di una sorta di coach che gli fa vivere esperienze limite, sempre ovviamente per insegnargli il rispetto delle regole, e altrettanto magicamente ottiene un ragazzino modello.

Solo un problema pedagogico?

Sembra dunque che il tema delle regole in educazione stia godendo di un inusitato successo; sembra che basti evocare le regole per poter far sì che magicamente esse vengano rispettate: e ciò è strano in un Paese che vanta una delle Carte costituzionali più evolute d’Occidente e non si distingue certo per il rispetto dei suoi dettati.
Del resto, in una serata per genitori basta parlare delle regole o pronunciare una di quelle frasi passe-partout del tipo «I ragazzi devono imparare a rispettare le regole» per vedere l’uditorio annuire vigorosamente: come mai allora molti dei loro figli fanno impazzire gli insegnanti in classe trasgredendo ogni minima regola e trovano anche il genitore a spalleggiarli a casa?
È un po’ come quando in una iniziativa pubblica il relatore dice che «in Italia manca il senso dello Stato» e parte l’applauso convinto anche da parte dell’evasore fiscale o di colui che ha appena lasciato l’auto parcheggiata nel posto riservato ai diversamente abili.
Il problema delle regole e delle sanzioni allora non può essere impostato come problema meramente pedagogico, non lo sarà mai almeno finché vivremo in un Paese che ha fatto del disprezzo delle regole una regola e considera chi le rispetta una specie di sciocco poco furbo.
C’è ancora qualcuno che dice o perlomeno che pensa che pagare le tasse è un dovere politico e morale perché la tassazione sul reddito è una forma di redistribuzione del medesimo, e dunque un modo perché i ricchi si facciano carico dei poveri? Proviamo a fermarci due secondi in più a un semaforo: veniamo investiti dalla cacofonia dei clacson rabbiosi e irati; a soffermarci un minuto di troppo in un bar a bere il cappuccino: ci scacciano in malo modo nemmeno avessimo la lebbra; a chiedere in un bar di scaldare il brodo per la pappa della bambina o di avere un po’ d’acqua per la ciotolina dei cani; proviamo a entrare in un negozio, in un ufficio pubblico, in un ristorante e respiriamo l’aria di maleducazione, di arroganza, di inciviltà che aleggia su questo Paese oramai da anni, come se qualcuno avesse spalmato una mano di pece su questa Italia così bella, calda e ospitale – in altri secoli! «Lo so che è il posto per i disabili, ma dai, solo 5 minuti». «Lo so che il vetro non va nel contenitore dell’umido, ma chi ha voglia di fare le scale?». «Lo so che il biglietto andrebbe timbrato, ma tu vedi il controllore?».
Come allora impostare il discorso sulle regole in ambito educativo?
Anzitutto non lasciando che sia solamente un discorso ma recuperando l’idea che l’adulto è – che lo voglia o no – un modello. Che diritto di pretendere rispetto delle regole ha un genitore che trova ogni scusa per aggirare le norme di convivenza civile? Come può pretendere correttezza dai suoi allievi un docente universitario che svolge il 10% delle lezioni perlopiù arrivando in ritardo di un’ora (su due)?
Occorre poi prestare molta attenzione al vocabolario: quando si parla di regole, occorre anzitutto distinguere tra regole e vincoli: «l’uomo non può volare» è un vincolo – e nessuno potrebbe pensare a una sanzione per chi lo violasse, perché il vincolo, strictu sensu, è inviolabile.[1] «Non si fuma» è una regola: può essere violata e prevede dunque una sanzione. Imporre una regola significa allora proibire una azione desiderata o al contrario imporre una azione non desiderata, ma è da considerare il fatto che una regola senza sanzione non esiste.

Perché le regole?

Ma perché dovrebbero esserci le regole? La domanda, che spesso esce dalle labbra dei ragazzi e delle ragazze, non è di quelle che si lasciano dribblare facilmente; e non è nemmeno corretto rispondere che senza le regole varrebbe unicamente la legge del più forte, prima di tutto perché si ripresenta una immagine hobbesiana dello stato di natura come bellum omnium contra omnes che sottintende l’inaccettabile idea di uomo cattivo per natura; ma anche perché questa risposta ignora la forza di alcune tradizioni che soprattutto in campo educativo insegnano come una certa «assenza di regole», se mediata comunque da una forte idea di comunità e di condivisione, può contribuire allo sviluppo di tutti e di tutte.
Si potrebbe quasi dire, rousseauianamente, che le regole servono a mitigare gli effetti negativi di un determinato modello di convivenza civile, il che significa anche che esse servono soprattutto laddove c’è ingiustizia: un ordine sociale buono non dovrebbe avere bisogno di molte regole, così come un servizio educativo che funziona dovrebbe limitarsi ad esplicitare e far rispettare solo alcune regole fondamentali. Le classi nelle quali fa bella mostra di sé, appeso al muro, il cartellone «Le nostre regole» con una ventina di punti elencati sotto, sono spesso quelle dalle quali è difficile uscire incolumi, ben che vada a livello di timpani.
Ma quello che occorre ribadire con forza è che le regole (poche e chiare) servono a far stare meglio: non necessariamente a far stare meglio me, ora e qui, ma a far stare meglio, insieme a me, gli altri, altrove e domani. Questo significa che le regole servono a farmi capire che cosa significhi davvero «stare bene» e declini questo significato sempre a livello sociale e collettivo.
Stare bene da soli è possibile anche senza regole, anzi addirittura disprezzando l’idea stessa di regola: ma se basiamo la nostra etica sul primato dell’altro, rispettiamo la regola che limita noi stessi perché l’altro possa sopravvivere, e siamo convinti che tutto ciò abbia un effetto di ritorno sul mio star bene.
«Quando sono venuti a prendere gli omosessuali sono stato zitto: io non sono omosessuale; quando sono venuti a prendere gli ebrei sono stato zitto: io non sono ebreo; quando sono venuti a prendere i testimoni di Geova sono stato zitto: io non sono testimone di Geova; quando quando sono venuti a prendere gli zingari sono stato zitto: io non sono zingaro; quando sono venuti a prendere me non c’era più nessuno che potesse dire niente».[2]
Occorre allora capire quale tipo di uomo e di donna abbiamo in mente applicando le regole: e dobbiamo altresì tenere presente il doppio volto della regola, così chiaro nel caso delle Tavole della Legge date a Mosè sul Sinai; le regole vengono date a metà strada: dopo la liberazione, in modo che il legislatore possa essere riconosciuto come «io che ti ho tratto dalla schiavitù d’Egitto» e dunque come colui che ha il diritto di porre regole perché ha dimostrato di essere dalla parte del popolo; e prima dell’arrivo in Canaan, in modo che la regola serva anche come segnale stradale per raggiungere la terra nella quale scorrono latte e miele. Io ti chiedo di rispettare una regola:
1) perché ti conosco, ho fatto qualcosa per te, ti ho fatto crescere (o gli/le insegnanti e gli educatori credono davvero che il primo giorno di scuola i bambini siano pronti a rispettare le regole solo perché un adulto mai visto prima ha detto «io sono la vostra maestra?»);
2) perché ti devo ancora condurre alla Terra Promessa, devo completare il processo di crescita, devo condurti alla felicità insieme a tutti i tuoi compagni (e una regola che non ha sul suo sfondo l’idea che la felicità sia un obiettivo raggiungibile è una regola che non vale niente).
Infine, se la Costituzione è un insieme di norme, prevede anche un insieme di sanzioni: per i Costituenti era chiaro che dire sì a una determinata idea di Stato e di convivenza civile significa anche dire no ad altre alternative. Lavorare educativamente sulle regole significa anche porsi la questione attorno ai «no» educativi. La frustrazione che il «no» porta nel mondo del ragazzo è necessaria: il mondo ci dice dei «no» e l’abitudine ad affrontare i «no» dell’educatore è una vera palestra per le frustrazioni che ci riserverà la vita: l’educatore semmai dirà «no» pensando «sì», proibirà pensando all’identità positiva che attraverso i suoi «no» si vuole stimolare e costruire nel ragazzo.
Ma sarebbe molto educativo se la sanzione e la eventuale punizione fosse comminata senza che entri in gioco in modo prepotente la soggettività dell’educatore, il suo moralismo, il suo latente sadismo. La sanzione dovrebbe essere comminata dall’oggetto: è la partita ad espellere il giocatore, non l’arbitro; è la montagna a decidere l’orario per iniziare la discesa, non uno sherpa un po’ presuntuoso; è l’acquarello a prescrivere l’uso del pennello per poter ottenere un determinato effetto di trasparenza, non il maestro di pittura. Circon­diamo i nostri ragazzi di oggetti pregni di regole e poi stiamo a vedere che cosa accade; saremo stupiti di quanto i giovani sanno sottomettersi alla docile disciplina delle cose, senza bisogno di facce scure e di punizioni; come in uno Stato civile dovrebbe avvenire per l’insieme di regole stabilite dalla Costituzione.


NOTE

[1] Occorre peraltro distinguere sempre tra vincoli naturali e vincoli storici,sociali, economici. «L’Africa non possiede abbastanza acqua» è un vincolo storico ed economico; farlo passare per vincolo naturale è uno dei tranelli preferiti del potere.
[2] Frase attribuita a Martin Niemoller.