Educare alla Costituzione /4

Raffaele Mantegazza

(NPG 2011-03-71)


Come si è «giusti» in una democrazia? Come si fa a sapere se si è o meno dei buoni cittadini e se si agisce secondo la lettera e lo spirito della Costituzione? Basta semplicemente rispettare le leggi oppure occorre qualcosa in più? Crediamo che la stessa domanda si possa porre a proposito dell’educazione, soprattutto a scuola: cosa significa essere «buoni studenti»? Significa solamente fare sempre tutto quello che dice il professore oppure metterci del proprio, andare al di là della lettera, partecipare attivamente alla vita della classe, al limite anche far notare al professore le sue incoerenze? Ogni insegnante degno di questo nome non dovrebbe avere dubbi sulla risposta; e forse che in Italia la partecipazione attiva alla vita politica sia così scarsa è anche imputabile al fatto che troppo spesso nelle scuole ai ragazzi viene chiesto di partecipare attivamente ma non vengono attivati reali momenti di partecipazione, viene umiliato il principio della rappresentanza studentesca negli organi collegiali, viene spenta sul nascere ogni critica agli insegnanti e alla scuola.
«L’obbedienza non è più una virtù» scriveva don Milani; l’obbedienza cieca, la ottusa adeguazione alle norme, non è mai stata una virtù se non per un dominio che ben poco aveva di democratico. Una democrazia non ha bisogno di cittadini obbedienti ma di cittadini consapevoli. Il vero «popolo», quello che sta alla base della democrazia, è altra cosa dall’«opinione pubblica» che è una forma anonima adatta forse alle statistiche. Nel suo Viaggio in America Alexis de Tocqueville sottolineava il rischio della dittatura della maggioranza: «Il dogma politico di questo paese è che la maggioranza ha sempre ragione»[1] e lo collegava all’idolatria nei confronti del «popolo» inteso però come una massa amorfa. Se il popolo è qualcosa di immobile e di passivo, da blandire e da conquistare tramite elezioni, allora siamo ben lontani dalle radici della democrazia: «Il popolo ha sempre ragione, questo è il dogma della repubblica. Il re non sbaglia mai, è il credo degli stati monarchici. È un grosso problema sapere quale dei due è il più falso, ma quello che è certo è che non sono veri né l’uno né l’altro».[2]
Il primo dovere del cittadino in una democrazia è allora essere popolo: nel senso di partecipare attivamente alla costruzione di quella entità politica e sociale che non è presupposta meccanicamente ma semmai è il risultato della democrazia. La democrazia ha bisogno del popolo e il popolo si crea nella democrazia: non si tratta di un circolo vizioso, ma di un circolo virtuoso, perché l’educazione alla democrazia è fondamentale per la costruzione della medesima, e se i ragazzi sperimentano direttamente forme di gestione democratica dei loro spazi e tempi sarà molto più facile assistere alla nascita del «popolo» di cui parla l’art. 1 della nostra Carta. La democrazia è da sempre la difficile arte del chiedere ai cittadini di rinunciare ai propri egoismi di parte in funzione di un bene collettivo e di quella che è la più alta conquista dell’Occidente democratico: la partecipazione. Ma questo fine si ottiene solamente se si è compiuto uno sforzo per rendere appetibili dal punto di vista affettivo democrazia e partecipazione, ovvero se le cittadine e i cittadini sono in grado di identificare questi due aspetti del vivere associato con le loro sfere più intime, con i loro più segreti desideri, con le profondità del loro mondo affettivo.
A questo livello si colloca la questione dei diritti e delle norme. Obbedire a una regola che si è in qualche modo contribuito a definire è ovviamente molto più facile che essere costretti a rispettare norme provenienti dall’esterno.
Nel primo caso ad essere rispettata sarà la ratio della norma, lo spirito della legge, come direbbe Montesquieu, al di qua della lettera.

Quali possono essere gli imperativi etici che stanno al di qua del rispetto formale delle norme, ovvero quale può essere l’anima etica e pedagogica del concetto di dovere nella nostra Costituzione?
Abbiamo provato, parafrasando Kant, ad enucleare alcune formule dell’imperativo categorico che potrebbe sostenere pedagogicamente l’educazione alla Costituzione.
«Agisci sempre pensando di essere membro di una collettività»: ogni azione individuale ha effetti precisi anche se non sempre espliciti e visibili sul resto della comunità nella quale si vive; la tanto abusata parola «socializzazione» non significa «stare insieme» ma considerare i problemi individuali come parte della collettività. Don Milani scriveva: «Il mio problema è uguale al tuo. Uscirne da soli è egoismo. Uscirne insieme è la politica». Occorre aggiungere: il mio problema può anche essere differente dal tuo, ma la radice di entrambi si colloca in una dimensione sociale e politica che solo insieme possiamo cercare di modificare.
«Agisci in modo che la tua azione possa essere universalizzata»:[3] ovvero domandati sempre «che cosa accadrebbe se tutti facessero come me?». Se tutte le azioni sono immediatamente sociali, occorre pensare alla propria azione come potenzialmente universalizzabile, come una possibile azione di altri soggetti, di tutti gli altri soggetti. Cosa accadrebbe se tutti utilizzassero l’auto per spostarsi di 300 metri, se tutti non differenziassero i i rifiuti, se tutti parcheggiassero nel posto riservato ai disabili? Spesso ci si sente impotenti in un mondo dominato dalle grandi organizzazioni, dalle multinazionali, dalla criminalità internazionale: ma il singolo non è impotente, ha il potere dell’azione che compie non solo in quanto azione in sé ma anche e soprattutto in quando modello generalizzabile. Come diceva una vecchia pubblicità progresso: «un gesto di civiltà è un contagio vitale» perché universalizza, una volta tanto, il bene e non il male.
«Agisci in modo che la tua azione sia autonomamente fondata»:[4] il che significa cercare principi morali che siano autonomi, ossia che letteralmente costituiscano delle norme a se stessi, non dipendendo da altro. Nel caso della Costituzione questo significa che le norme in essa contenute devono essere rispettate in quanto entrano a far parte di un principio morale che trova il proprio fondamento in se stesso, che sia autonomo: non si rispettano le norme perché altrimenti si viene puniti ma perché la democrazia sta in piedi solo attraverso questo rispetto e la democrazia è fine a se stessa. In senso stretto, allora, la democrazia deve diventare costume, seconda pelle, abitudine non nel senso di qualcosa di scontato ma al contrario di qualcosa senza il quale letteralmente non si vive una vita degna di essere vissuta.
«Considera sempre l’altro come fine e mai come mezzo»:[5] una massima solo apparentemente morale ma in realtà strettamente politica perché prevede il primato dell’altro, la sua posizione centrale nell’immaginare una convivenza civile. Non occorre esplicitare l’importanza di questo principio per quanto riguarda per esempio l’accoglienza degli stranieri, ma è necessario estendere questa sensibilità ad altre forme viventi; anche il gatto, l’albero, il lago devono essere considerati come fini del comportamento umano e non come mezzi per una sopravvivenza immediata che compromette gli equilibri ecologici e porta perciò alla distruzione delle specie e dei pianeti; ma non solo: rispettare la natura solo perché altrimenti l’uomo rischia di estinguersi è ancora considerare la natura come mezzo; occorre rispettare l’animale e la pianta, la montagna e la luna solamente per rispetto, considerandoli davvero come fini della nostra azione.
«Agisci solo quando puoi prevedere o comunque immaginare una considerevole parte delle conseguenze delle tue azioni». La Costituzione non è un documento filosofico ma un documento di legge che richiede l’attuazione pratica dei suoi principi, richiede risultati: e il buon cittadino e la buona cittadina pretendono i risultati, da se stessi e dagli altri. Se un uomo dona 500 € a una associazione per l’aiuto ai bambini africani e poi questa associazione utilizza questi soldi per finanziare il mercato di organi, l’azione dell’uomo è buona o cattiva? Per un’etica formalistica come quella kantiana la risposta è ovvia; l’azione è abitata da una intenzione buona, è il mondo ad essere cattiva. Un’etica contenutistica o effettuale di tipo hegeliano invece definirà l’azione (non l’attore) come cattiva: siamo convinti che, nonostante il romanticismo presente nell’etica delle intenzioni, una azione buona dia quella che produce effetti buoni («dai loro frutti li riconoscerete»), per cui un’altra formula dell’imperativo morale per un’etica interculturale potrebbe essere: «bracca la tua azione e le sue conseguenze fino all’estremo limite possibile».
Uno straordinario documento morale e un insieme di norme cogenti. Questo doppio volto rende ancora ineludibile il testo della Costituzione, anche e soprattutto laddove si parla della dimensione del dovere.


NOTE

[1] Alexis de Tocqueville, Viaggio in America, Torino, Einaudi, 1990 pag. 51.
[2] In Kant: «Agisci sempre in modo che la massima della tua azione possa considerarsi come principio di una legislazione universale».
[3] In Kant: «Agisci sempre in modo che la massima della tua azione possa considerarsi come principio di una legislazione universale».
[4] In Kant «Agisci in modo che la massima della tua azione possa considerarsi autonomamente fondata».
[5] Così in Kant.