Le parole della fede /10

Giuseppe De Virgilio

(NPG 2011-02-70)


EVOCAZIONE

Tra le esperienze umane che definiscono la storicità delle nostre relazioni troviamo l’attività del ricordare. Ricordare significa riportare alla memoria la realtà che l’uomo ha vissuto e che viene «ripresentata» e «interpretata» in tutta la sua valenza affettiva e progettuale. Nel divenire storico ogni persona esercita la funzione del ricordare e questo processo costituisce un importante «evento di vita» e di speranza.
Il ricordare implica un atto della coscienza e della libertà. A differenza degli atti condizionati e dei meccanismi istintivi propri della specie animale, mediante il ricordo l’uomo è capace di unire il passato al presente e di formulare nella propria memoria una sintesi sempre nuova attraverso la dinamica del tempo.
Lo sviluppo della coscienza umana è sempre collegato alla dialettica tra l’essere e il divenire, tra il passato e il futuro, e in questo processo dialettico il ricordare svolge una funzione essenziale, che rappresenta il fondamento dello sviluppo dell’uomo verso il suo futuro.
L’esperienza quotidiana ci insegna il valore psicologico ed esistenziale dei ricordi che restano scolpiti nella nostra intimità nel bene e nel male. È noto come l’essere umano possegga la capacità di rimuovere i ricordi problematici e valorizzare le esperienze gratificanti. Meccanismi consci e inconsci attraversano la funzione del ricordo e generano conseguenze imprevedibili.
Si ricordano i volti, le presenze di persone significative, i luoghi, le emozioni vissute, le situazioni affrontate, le gioie e i dolori della vita. Nella mente e nel cuore come un «tesoro prezioso» restano particolarmente impresse le persone che ci hanno donato l’amore e le situazioni che ci hanno liberato dall’angoscia. Attraverso questi ricordi ci è permesso di conoscere noi stessi, le nostre potenzialità e fragilità. La memoria storica diventa per l’uomo l’orizzonte di comprensione del suo «essere nel mondo» e del suo divenire sempre di più autenticamente se stesso.
Se la storia è «maestra di vita», perdere la memoria storica da parte del singolo o della comunità significa rischiare di smarrire la propria identità e la capacità di costruire relazioni interpersonali autentiche.
È abbastanza facile constatare come colui che fa fatica ad esercitare la memoria del passato, spesso finisce per costruire un futuro debole e frammentato. È la memoria del proprio passato a chiamare all’oggettività la coscienza del singolo.
Questo processo del ricordare è necessario in vista del compimento della maturità dell’uomo. Senza la tensione della memoria, l’uomo rimane eternamente adolescente e incompiuto.
Una frequente accusa mossa alla cultura occidentale, soprattutto nei riguardi del mondo giovanile, è quella di costruire il presente contrassegnato dall’oblio della storia passata e privo di quella ricchezza sapienziale che ci deriva dalla tradizione dei nostri padri. Nel conflitto generazionale la tensione spesso coinvolge l’atto del ricordare e più in generale la dialettica tra insegnamento del passato e rinnovamento aperto al futuro.
La grande tentazione del nostro tempo segnato da rapidi cambiamenti è quella di relegare nel «dimenticatoio delle nostalgie» la memoria storica e di orientare tutte le energie e le preoccupazioni verso la produttività e l’urgenza del tempo presente. L’atto del ricordare è sempre più raro e viene inteso come una sospensione o un’evasione dal realismo del quotidiano.
Questo fenomeno culturale sortisce conseguenze problematiche nel mondo dei giovani. Il tema tocca tutti gli ambiti della progettualità umana: la vita, la famiglia, la concezione della società e del lavoro, le relazioni affettive, la ricerca e la pratica religiosa. È proprio quest’ultima che richiama l’uomo a ritornare alla «memoria» di Dio, offrendo la possibilità di rileggere il cammino della vita nel quadro della «storia della salvezza».
Il ricordare è parte costitutiva dell’azione religiosa, che culmina nell’incontro tra Dio e l’uomo. Questo incontro descritto nei racconti della Bibbia scopre il suo vertice nel «memoriale liturgico». In esso si trova la sintesi della Parola di Dio rivolta all’uomo e della corrispondenza della comunità che invoca Dio.
È soprattutto nella Sacra Scrittura che la memoria viene evocata nell’invito pressante e ripetuto di Dio al popolo: «Ricorda!». Questo comando è tra le «parole della fede» di ogni tempo.
Volendo riassumere l’indole dell’identità della Bibbia, possiamo affermare che i libri ispirati sono una «memoria vivente di un popolo» che ha fatto esperienza di Dio. È in questa prospettiva che intendiamo approfondire i tratti peculiari del memoriale biblico, declinato attraverso l’impiego del linguaggio e delle narrazioni che coinvolgono l’azione del ricordare.

NARRAZIONE

Le attestazioni bibliche del «ricordare» sono varie e testimoniano l’importanza del tema nei racconti dell’Antico e del Nuovo Testamento. Per designare l’atto di ricordare si impiega il verbo ebraico zakàr (circa 250 ricorrenze) da cui provengono i sostantivi zéker (= ricordo, 22 ricorrenze) e zikkaròn (= memoriale, 23 ricorrenze) e lo stesso nome Zaccharia (= Dio si ricorda di te). Nei testi biblici troviamo anche altre connessioni semantiche che comportano il ricordare come «custodire/vegliare», «conservare nel cuore» e «pregare/celebrare». La radice ebraica di zakàr è resa in greco con una maggiore varietà di verbi: mimnèskō (circa 180 ricorrenze), mnemonèuō (10 ricorrenze) e anamimnèskō (23 ricorrenze). Da questi verbi discendono diversi sostantivi che indicano con sfumature diverse il motivo del ricordo (anàmnesis, mnèia, mnéma, mnemèion, mnéme, mnemòsynon).
Considerando complessivamente l’insieme delle attestazioni bibliche, la dinamica del ricordare corrisponde ad un processo di introversione che richiama un fatto o una persona del passato, perché questi rivivano al presente nella loro vitalità. La memoria biblica non è pura evocazione del passato, come un volgersi indietro mentale e un perdersi in esso. È piuttosto un’attività spirituale molto ampia, che suppone un «passato» che resta collegato con il «presente». Il legame col passato si traduce mediante il ricordo in uno stimolo attuale. Nell’atto di ricordare si realizza una forza operativa che intende trasferire il passato nel presente, nel quale operano i suoi effetti. Per cogliere la ricchezza del tema proponiamo di approfondire l’atto del ricordare nei due Testamenti, seguendo la relazione biunivoca tra Dio e l’uomo.

La memoria nell’Antico Testamento

«Dio si ricorda»

Gli scrittori sacri attribuiscono a Dio la dinamica del ricordare, applicando un’azione umana alla figura divina (antropomorfismo) per significare come l’Onnipotente «entra» nella storia della salvezza.
Fin dai racconti delle origini si afferma che Dio «si ricorda» e interviene in favore dei suoi eletti. Nel contesto del diluvio Dio «si ricordò di Noè» (Gen 8,1-2); nella promessa della discendenza «si ricordò di Abramo e fece scampare Lot dallo stermino» (Gen 19, 29); nella famiglia di Giacobbe «si ricordò anche di Rachele, la esaudì e la rese feconda» (Gen 30,22). In modo particolare l’accentuazione del ricordo si ha nel contesto della schiavitù egiziana dei figli di Israele, dove si legge il noto sommario di Es 2,24-25 articolato da quattro verbi-chiave: «Dio ascoltò il loro lamento, Dio si ricordò della sua alleanza con Abramo, Isacco e Giacobbe. Dio guardò la condizione degli Israeliti, Dio se ne diede pensiero» (cf Es 6,5; 32,13-4; Sal 105,42-44). La memoria di Dio-liberatore si collega con la promessa della salvezza e successivamente alla fedeltà dell’alleanza.
Questa «memoria salvifica» rappresenta la linea di condotta del Dio dell’alleanza, che si confermerà come una caratteristica dell’intera storia della salvezza (cf 1 Cr 16,15; Nm 10,9Sal 118,49). Per tale ragione Mosè intercede a favore del popolo, facendo appello alla fedeltà divina nei momenti critici del cammino dell’esodo: «Ricordati dei tuoi servi Abramo, Isacco e Giacobbe, non guardare alla durezza di questo popolo… essi sono pur sempre il tuo popolo… quelli che tu hai tratto dall’Egitto con la tua grande potenza e con il tuo braccio teso» (Dt 9,27.29). Affidarsi al Signore significa confidare nel suo «ricordo salvifico». Per la sterilità/fecondità di Anna madre di Samuele l’intervento divino viene descritto con una medesima espressione: «Il Signore si ricordò di lei» (1 Sam 1,19). Allo stesso modo quando Ezechia implora la guarigione da una malattia mortale, la sua preghiera si condensa in una commossa implorazione: «Signore, ricordati che ho camminato davanti a te con fedeltà e con cuore integro e ho compiuto ciò che è buono ai tuoi occhi» (2 Re 20, 3; cf Is 38,1-6). Anche in questo caso Dio ascolta e guarisce.
Ritratto nelle vesti del giusto giudice Jhwh è «vindice del sangue» (in ebraico go’él), presentato come colui che protegge il suo popolo e fa giustizia contro i nemici. Soprattutto nei contesti di preghiera il credente si rivolge a Dio con la certezza che Egli «non dimentica il grido degli oppressi» (Sal 9,13; Ab 3,2). La connessione tra giustizia e memoria degli oppressi è ricorrente nella letteratura salmica (cf Sal 105,12-14). L’assemblea di Israele ripete nel momento di umiliazione e del pericolo: «… si è sempre ricordato di noi… e ci ha liberati dai nostri nemici» (Sal 136, 23-24). Le suppliche dei singoli (cf Gdc 16,38;) e della comunità domandano insistentemente l’intervento di Dio contro i persecutori (cf Sal 73,18.22; 88,51; Ne 1,8) e implorano pietà per la debolezza umana (cf Sal 88,48; 102,14). Il ricordo di Dio si traduce in provvidenza verso i poveri (cf Sal 110,5) e in benedizione verso la casa di Israele (cf Sal 114,12). Tra i personaggi che evocano il ricordo del Signore affinché protegga il giusto, si segnalano figure come Neemia (cf Ne 5,19; 9,17; 13,14.33.29.32), Tobia (cf Tb 3,3; 4,4.5.12), Ester (cf Est 4,8.17) e Giobbe (cf Gb 7,7; 10,9; 36,24).
Il profeta Geremia rinvoca spesso Dio perché si ricordi della sua sofferenza (cf Ger 14,21; 15,15; 18,20; Lam 5,1; Bar 3,5.23). Sono suggestive le immagini profetiche di Dio che si ricorda del suo popolo. Israele è il «servo» generato dal suo seno: per questo non sarà mai dimenticato dall’Onnipotente (Is 44,21). In modo particolare l’azione del ricordo è collegata al contesto dell’amore viscerale (raham). In questa ottica leggiamo la dichiarazione di amore condensata in Ger 31,20: «Non è un figlio carissimo per me Efraim, il mio bambino prediletto? Ogni volta che lo minaccio, me ne ricordo sempre con affetto. Per questo il mio cuore si commuove per lui e sento per lui profonda tenerezza». La memoria si coniuga con la tenerezza dello sposo e del padre, raffigurata in Is 49,15: «Può forse una mamma dimenticare il suo bambino, non provare tenerezza per il frutto delle sue viscere?... ebbene: anche se questo potesse succedere, Io non ti dimenticherò mai». L’amore paterno e materno del Signore si colloca nella dinamica del ricordo, come anche l’intervento radicale contro ogni iniquità (cf Ger 14,10; Ez 21,28). Dio non dimentica le colpe, soprattutto la falsità del ritualismo religioso (cf Ger 44,21). In definitiva l’atto del ricordo di Dio implica sempre un intervento salvifico e misericordioso che trasforma radicalmente il cuore del popolo.

«L’uomo si ricorda»

L’esperienza della memoria dell’uomo ritorna nei racconti biblici anzitutto come ripresentazione delle grandi opere di Dio nella storia. Il credente chiamato a «ricordare» e «celebrare» esprime la corrispondenza umana alle iniziative della «misericordia e della fedeltà» del Signore, che sempre si ricorda e mai si dimentica del suo popolo. È nella festa di Pasqua (cf Es 12-13) che si ripete in modo solenne lo zikkarôn: «Questo giorno sarà per voi un memoriale, lo celebrerete come festa in onore del Signore per tutte le vostre generazioni» (Es 12,14). Mosè invita il popolo a fare memoria della liberazione dalla condizione servile (cf Es 13,3) e questo passaggio segna la priorità della fede nell’unico Dio a cui è consacrato il giorno di sabato (cf Es 20,8). Per Israele è il sabato il giorno della memoria!
Il libro del Deuteronomio può essere considerato come il «codice» della memoria teologica di Israele, poiché il verbo «ricorda» vi ritorna in modo insistente (cf Dt 4,10; 5,15; 7,18.19; 8,2.18; 9,7.27; 25,17). Il «ricordarsi di Jhwh» da parte dell’israelita è l’elemento fondativo dell’identità del «popolo eletto». Prima ancora della Legge e dei suoi comandamenti, il binomio ascoltare/ricordare è scolpito nel credo storico della comunità ebraica: «Ascolta, Israele: questi precetti che oggi ti do ti stiano fissi nel cuore… guardati bene dal dimenticare il Signore che ti ha tratto dall’Egitto… ricordati di tutto il cammino che il Signore ti ha fatto compiere… quando avrai mangiato e ti sarai saziato, quando ti sarai costruito le case e le abiterai… non dimenticarti del Signore tuo Dio… ricordati del Signore tuo Dio, perché è lui che ti ha dato forza e potere» (Dt 6, 4-10.12; 8,2.14.18). Un ebreo che avesse smarrito la memoria di Dio-liberatore non sarebbe più un ebreo nel suo cuore! Egli ritornerebbe ad essere schiavo e come tale dovrebbe rifare il cammino dell’esodo per «ritrovare» la memoria di Dio. È significativa la riflessione teologica sulla storia della salvezza riassunta nella preghiera finale di Mosè, che culmina con l’invito: «Ricorda i giorni del tempo antico, medita gli anni lontani. Interroga tuo padre e te lo racconterà, i tuoi vecchi e te lo diranno» (Dt 32,7).
Si tratta di ricordare l’incredibile fedeltà con cui Dio ha continuato a beneficare il suo popolo nonostante tutti i suoi peccati e la sua ingratitudine (cf Dt 9,1.6-8.22-23). Come il ricordarsi del suo popolo da parte di Dio dà origine alla sua esistenza, così questo fare memoria delle proprie origini rimane per sempre il fondamento della stessa sussistenza di Israele: «Se ti dimenticassi del Signore Dio tuo, e andassi dietro ad altri dèi… io testimonio oggi contro di voi con assoluta certezza che perirete!» (Dt 8,19). Da queste parole comprendiamo come l’atto del ricordo non consiste in un’operazione mentale o sentimentale, ma in qualcosa di molto concreto: si tratta di «fare memoria» nel senso di fare qualcosa per Colui che ha fatto tanto per il suo popolo. Come il dimenticarsi del Dio dell’esodo significa andare dietro ad altre divinità e rendere culto ad esse, così il ricordarsi del Dio dell’esodo è rendergli culto. Il ricordare è celebrare la storia guidata da Jhwh e vivere dei suoi comandamenti (cf Dt 15,15; 16, 12; 24, 18.22; 32, 46-47). Il culto in Israele consiste nel fare memoria delle sue grandi opere compiute in Egitto, nel deserto e nella presa di possesso della terra promessa, e nel rendergli lode (cf Sal 50, 7-15). Fede, alleanza, legge, cammino di liberazione fanno parte della dinamica della memoria che rappresenta l’elemento generatore del processo di crescita dell’identità del popolo eletto.
Un medesimo registro tematico si ripete nella tradizione profetica, che denuncia il cultualismo appariscente e ipocrita di coloro che «dimenticano» l’amore divino. Essi onorano Dio solo con le labbra, mentre il loro cuore è lontano da Lui (cf Is 29,13; Sal 50, 7-15.16-21). Il peccato di idolatria denunciato nella predicazione profetica consiste proprio nell’aver mutato la fedeltà verso Jhwh in idolatria verso altre divinità. È paradigmatica la vicenda matrimoniale di Osea che, nel tradimento della moglie, sperimenta le conseguenze della dimenticanza dell’amore autentico (cf Os 2,4-15.19). Lo stesso messaggio ritorna nella metafora nuziale di Ez 16, dove la sposa infedele, immagine del popolo eletto, dimentica l’amore di Dio per unirsi con altri amanti: «Fra tutte le nefandezze e infedeltà non ha ricordato il tempo della sua giovinezza» (Ez 16,22). Nei dolori come nelle gioie della vita il credente non dovrà mai dimenticare la priorità di Dio e il suo ripetuto invito a fare memoria della sua misericordia infinita: «Ricorda sempre la sua alleanza: parola data per mille generazioni!» (Sal 104,8).

La memoria nel Nuovo Testamento

Nel Nuovo Testamento il motivo del «ricordare» si coniuga con il compimento della storia della salvezza da parte di Dio in Cristo Gesù (cf 2 Cor 1,20; Ef 1,10; Eb 1,1-4). Al centro della cammino della memoria troviamo la persona e la missione di Gesù di Nazaret preceduta dal Magnificat della Vergine Maria (Lc 1,46-55) e dal cantico del Benedictus di Zaccaria (Lc 1,68-79). Nelle due preghiere si fa memoria della misericordia e si celebra l’alleanza di Dio. Maria ricorda come l’Onnipotente «ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre» (Lc 1,54-55); con uguale forzza Zaccaria riafferma che Dio «ha concesso misericordia ai nostri padri e si è ricordato della sua santa alleanza» (Lc 1,72).
La misericordia e l’alleanza sono collegati con il «ricordare» in momenti cruciali della missione del Signore. Fin dall’esordio della sua predicazione Gesù annuncia alle folle la misericordia del Padre (cf Mt 9,13; 12,7; 23,23) e invita ad accogliere l’irruzione del Regno e della sua giustizia (cf Mt 5,7.20). Sono soprattutto gli ultimi (cf Mc 5,19), i malati (Mt 9,27; 17,15), le donne (Mc 5,25-34; 7,24-30; Lc 1,58;), i pagani (Mt 15,22), i poveri «senza diritti» (cf Mc 9,22; 10,47; Lc 17,13.18-19) che sperimentano la forza liberante della sua misericordia e ne fanno memoria testimoniale. Un personaggio tipico è Zaccheo (il cui nome significa: «Dio si ricorda»), che ospita il Signore nella sua casa e ne sperimenta la salvezza (cf Lc 19,1-10). Non può sfuggire la struggente invocazione del buon ladrone che nell’ora estrema della croce invoca la misericordia: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno». Egli si sente rispondere: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso» (Lc 23,42-43).
La memoria dell’opera salvifica di Cristo ritorna nei dialoghi con i discepoli (cf Mc 8,14-21; 10,42-45) soprattutto all’indomani della Pasqua (cf Gv 2,22). Nella mattina di Pasqua l’angelo invita le donne a «ricordare come Egli parlò quando era ancora in Galilea» (Lc 24,6); nel cammino verso Emmaus è Gesù in persona che «ricorda» ai due discepoli la rivelazione cristologica delle Sacra Scritture (Lc 24,25-27) e nel contesto che precede l’Ascensione il Risorto apre la mente dei discepoli all’intelligenza delle Scritture (Lc 24,45). Tra i suoi apostoli è Simon Pietro che fa esperienza della memoria nell’ultimo struggente incontro con il Risorto che lo invita a vivere un amore senza riserve (cf Gv 21-15-19).
Il collegamento tra memoria e alleanza, che aveva come matrice narrativa la Pasqua ebraica con il ricordo della liberazione, trova il suo compimento evangelico nell’istituzione dell’Eucaristia durante l’utima Cena (cf Lc 22,14-20; 1Cor 11,23-26). È in questo contesto che la «memoria» diventa evento di una presenza che salva, racchiusa nel mistero dell’Eucaristia. Gesù raduna i suoi apostoli e dona se stesso nel pane e nel calice del vino. Questo dono che anticipa la sua passione, morte e risurrezione costituisce la garanzia della continuità dell’opera salvifica, non più basata sulla Legge sinaitica, ma sull’unico ed eterno sacrificio del Figlio. Nell’Eucaristia si manifesta il segno della nuova ed eterna alleanza, che gli apostoli sono chiamati a rinnovare: «… prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: ‘Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me’. E, dopo aver cenato, fece lo stesso con il calice dicendo: ‘Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi’» (Lc 22,19-20; cf 1Cor 11,25).
L’Eucaristia diventa il vertice della comunità post-pasquale, fonte e culmine dell’’intera vita della Chiesa. Nel sommario di At 2,42-46 la memoria eucaristica è indicata nella «frazione del pane» e in At 20,7 il narratore sottolinea l’importanza della celebrazione nel primo giorno della settimana. La narrazione del libro degli Atti si sviluppa in diversi discorsi-testimonianze che rappresentano un’efficace memoria della fede ecclesiale centrata sull’evento cristologico della salvezza (At 4,12). In tal modo l’esperienza della memoria si traduce in processo di evangelizzazione, in testimonianza di fede, in persecuzione subita, in collaborazioni tra comunità e figure ministeriali. La Parola annunciata rispecchia la sintesi della storia della salvezza che culmina nella Pasqua.
La comunità prende coscienza del fatto che il ricordo efficace non è pura attività psicologica o affettiva, ma è un dono di Dio. Soprattutto nel vangelo secondo Giovanni la memoria attualizzante la parola e i gesti di Gesù è prodotta mediante i dono dello Spirito Santo. Lo Spirito Paraclito (cf Gv 14,16) continuerà nei discepoli l’opera iniziata da Gesù, dimorerà in loro discepoli (14,18) come memoria vivente e stimolante (cf Gv 14,26; 16,12-13).
L’evangelizzazione della comunità cristiana implica il dinamismo del ricordo delle «parole di Gesù». Tale ricordo è affidato agli apostoli (cf Mt 28,19ss; Lc 10,16), guidati dallo Spirito (Gv 14,26). Il loro insegnamento è fedeltà alla parola di Cristo, voluto dall’origine stessa della parola e sostenuto dalla presenza di Cristo, attraverso lo Spirito (Mt 28,20; Gv 14,18ss; At 2,17; 1 Gv 2,27; 1 Tm 4,14; 2 Tm 1,6). Il ricordo delle parole di Cristo è garantito dall’autorità della tradizione apostolica (cf 1 Tm 4,13.16; 5,17; 2 Tm 1,13-14; 3,14-4,5; Tt 1,9ss; 2,1.7), mediante la quale si conserva fedelmente e si trasmette autenticamente il deposito della fede (cf 1 Tm 6,20; 2 Tm 2,13-14; Rm 6,17). Così la parola fissata nella Scrittura resterà ricordo perenne di Cristo, anche in mezzo a tribolazioni e persecuzioni (cf Eb 10,39).
La riflessione paolina è basata soprattutto sulla trasmissione fedele della «vangelo» ricevuto da Cristo e dalla prima comunità apostolica. Così l’apostolo «ricorda» la disponibilità dei cristiani di Corinto ad ascoltarlo e ad ascoltare i suoi collaboratori (cf 2 Cor 7,15; 1 Cor 11,2). Egli nutre un ricordo affettuoso per chi è stato accogliente e fedele (cf 2 Tm 1,4; 2,14; Tt 1,3) e soprattutto invita a ricordarsi delle «sue catene» per condividere in pienezza la testimonianza di Cristo (cf Col 4,18). Una simile rifressione ritorna nell’esperienza di Pietro (cf 2 Pt 1,12-14; 3,2) e nella testimonianza dell’Apocalisse (cf Ap 2.5, 3,3).

PROVOCAZIONE

Fermiamo la nostra attenzione su due pagine bibliche che illuminano l’atto del ricordare. La nostra attenzione cade sulle parole della «memoria dell’esodo» (Dt 8,2-5). In questa pagina anticotestamentaria si invita il popolo a «ricordare» il cammino della liberazione e e «riconoscere» in Jhwh l’unico Dio di Israele. Un secondo testo è collegato alle parole dell’Ultima Cena, che l’apostolo Paolo riporta dall’antichissima tradizione apostolica in 1 Cor 11,23-26.

«Ricordati di tutto il cammino» (Dt 8,2)

«Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore. Il tuo mantello non ti si è logorato addosso e il tuo piede non si è gonfiato durante questi quarant’anni. Riconosci dunque in cuor tuo che, come un uomo corregge il figlio, così il Signore, tuo Dio, corregge te» (Dt 8,2-5).
La pagina di Dt 8,2-5 riassume la vicenda del popolo che è stato chiamato da Dio ad uscire dalla schiavitù per avere in eredità la «terra promessa». Questa chiamata si realizza nella dinamica della memoria e della speranza.
La memoria è la capacità di interpretare la storia passata i cui effetti permangono nel presente. La speranza rappresenta lo sguardo dal presente al futuro del popolo.
Per poter vivere in pienezza questa dinamica, il credente deve accogliere due inviti espressi all’l’imperativo: «ricordati» e «riconosci».
Rileggendo la propria storia il popolo non deve dimenticare il suo rapporto con Jhwh, anche se è stato segnato dal «deserto».
La chiave di lettura è data dalla volontà di far maturare Israele mediante la prova. Israele deve rifare il cammino dell’esodo nel suo cuore per giungere ad una fede matura.
L’umiliazione, la privazione dei beni di sussistenza, la fedeltà ai comandamenti sono modalità che fanno crescere nella misura in cui si scopre l’unicità di Dio, che protegge e guida.
Questa memoria deve portare il popolo a «riconoscere» che il Signore è l’unico (cf Dt 6,4-5) e che la sua misericordia è garanzia di vita e di speranza per ogni credente. Se non si ha la forza di «ricordare» non si ha neppure la capacità di «riconoscere».
Rileggendo questa importante pagina della memoria, rifletti sulla tua storia personale e verifica in che misura la capacità di «ricordare» ti ha aiutato a fare sintesi del tuo cammino personale e ti ha fatto maturare le scelte importanti della vita.

«In memoria di me» (1Cor 11,25)

«Il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: ‘Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me’. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: ‘Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me’. Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga» (1 Cor 11,23-26)
La tradizione eucaristica di 1 Cor 11 è ritenuta la prima testimonianza eucaristica della Chiesa delle origini. L’Apostolo la inserisce nel contesto problematico della Cena del Signore che veniva svolta nella comunità di Corinto. Nel proporre ai cristiani il mistero della presenza di Cristo nella vita dei credenti, Paolo elabora una visione comunitaria che pone al centro la liberazione da ogni forma di divisione e di scandalo.
Vivere l’Eucaristia nella verità significa accogliere l’altro, riconoscere il valore del «corpo ecclesiale», realizzare la piena solidarietà con gli ultimi e i piccoli, imparare ad aspettare il fratello e la sorella per costruire la comunione. «Ricordare» significa vivere la nuova ed eterna alleanza con Dio e con l’uomo. Il ricordo eucaristico diventa compimento dell’amore cristologico e trinitario.
Gli effetti della memoria eucaristica si riflettono non solo all’interno della vita comunitaria, ma attraverso l’annuncio del kerigma di salvezza a tutti gli uomini. Vivendo la memoria eucaristica siamo chiamati ad annunciare la Pasqua del Signore in attesa della sua venuta finale.
Rileggendo questa pagina paolina rifletti sulla centralità dell’Eucaristia e sull’importanza di costruire la comunità cristiana, accogliendo la logica della comunione e della fraternità.
Fare memoria significa vivere la densità del presente con la sapienza del passato e la speranza del futuro. Questa dialettica deve trovare posto nel cuore dei giovani, senza rimpianti né paure.

INVOCAZIONE

Il nostro cammino si compie nell’invocazione del Sal 105,1-9, cadenzato da una gamma di verbi che richiamano il cammino della nostra fede. il testo recita:

Rendete grazie al Signore
e invocate il suo nome,
proclamate fra i popoli
le sue opere.
A lui cantate, a lui inneggiate,
meditate tutte le sue meraviglie.
Gloriatevi del suo santo nome:
gioisca il cuore di chi cerca il Signore.
Cercate il Signore e la sua potenza,
ricercate sempre il suo volto.
Ricordate le meraviglie che ha compiuto,
i suoi prodigi e i giudizi della sua bocca,
voi, stirpe di Abramo, suo servo,
figli di Giacobbe, suo eletto.
È lui il Signore, nostro Dio:
su tutta la terra i suoi giudizi.
Si è sempre ricordato della sua alleanza,
parola data per mille generazioni,
dell'alleanza stabilita con Abramo
e del suo giuramento a Isacco.

L'azione della preghiera si traduce nella memoria di una fede viva. In questa fede c'è il rendimento di grazie, la lode, la preghiera, la ricerca di Dio e del suo volto, il «ricordo della sue meraviglie», la conferma della sua alleanza.
Riscrivi anche tu il ricordo delle «sue meraviglie» nella tua storia, facendoti aiutare dal Sal 105, affinché questo memoriale si traduca in un coraggioso progetto di vita a servizio dell'uomo.