Educare alla Costituzione /1

Raffaele Mantegazza

(NPG 2011-02-53)


La Costituzione ha 62 anni. Sono tanti? Pochi? È giovane? Vecchia? Superata? A volte si sente dire che è difficile entusiasmare i ragazzi parlando di fatti così lontani nel tempo e distanti dalla loro sensibilità: a parte il fatto che abbiamo visto giovanissimi uscire entusiasti dal Museo Egizio, qualcuno oserebbe andare in Francia durante le celebrazioni per il 14 luglio e dire: «Ma cosa state ancora a parlare di cose successe 221 anni fa?», oppure visitare Philadelphia il 4 luglio e stupirsi per l’entusiasmo concernente fatti di 234 anni or sono? Crediamo che il problema non sia pedagogico ma sociale e politico: la Costituzione e la democrazia nel nostro Paese non sono ancora diventate costume, non sono state affettivizzate, i ragazzi non li considerano storia loro, qualcosa che li riguardi da vicino. Esiste un precedente di una Costituzione evolutissima e per certi versi anche in anticipo sui propri tempi, ma che non aveva fatto breccia nel cuore e nelle emozioni dei cittadini: è costituito dalla Repubblica di Weimar, e chi ricordi come sia finita allora la questione forse concorderà sul fatto che un errore del genere non è da ripetere.
Come spesso accade, è la storia a darci la possibilità di rendere interessante e affascinante un oggetto, che diventa invece noioso e poco interessante se viene presentato come statico e cristallizzato nel presente: la storia serve a dinamizzare l’acquisito, a dare spessore al dato, a rendere meno scontato l’ovvio: la storia ci insegna che niente nasce dal nulla, ogni concetto, ogni conquista umana, ogni evento hanno la loro propria storia e dunque il loro proprio futuro.
La Costituzione nasce dalla lotta contro il fascismo: è figlia dell’antifascismo che ha vinto la sua lotta contro un sistema criminale che ha sottratto per vent’anni la libertà al popolo italiano; una lotta così urgente e necessaria che in nome di essa vennero accantonate le pur importanti differenze tra gruppi politici e ideologie: comunisti, popolari, socialisti, liberali, azionisti furono uniti dalla necessità di combattere l’oppressione; ciascuno di questi gruppi vedeva il futuro in modo differente dall’altro, ma la necessità di liberare il presente era troppo forte per perdersi in speculazioni sul carattere del domani. Ce lo ricorda una poesia di Brecht, La parabola del Budda sulla casa in fiamme:

«Non molto tempo fa vidi una casa. Bruciava.
Il tetto era lambito dalle fiamme.
Mi avvicinai e m’avvidi
che c’era ancora gente, là dentro.
Dalla soglia
li chiamai, chè ardeva il tetto,
incitandoli a uscire, e presto. Ma quelli
parevano non aver fretta. Uno mi chiese,
mentre la vampa già gli strinava
le sopracciglia, che tempo facesse,
se non piovesse per caso,
se non tirasse vento, se un’altra casa ci fosse,
e così via. Senza dare risposta
uscii di là. Quella gente, pensai,
deve bruciare prima di smettere
con le domande.
Amici, davvero, a chi sotto i piedi la terra non gli brucia al punto che paia
meglio qualunque cosa piuttosto
che rimanere, a questi
io non ho nulla da dire».[1]

Proprio per questa sua origine la Costituzione – e la democrazia cui essa ha dato vita e conferisce linfa e ossigeno – esclude da sé ogni formazione politica che si richiami al fascismo: non si tratta solo di escludere partiti che esplicitamente si dichiarano fascisti, ma tutti i gruppi che in qualche modo diffondano ideali razzisti, violenti, antidemocratici: questa situazione si verifica «quando un’associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista».[2]
Spesso i ragazzi ci chiedono: «Ma se siete così democratici, perché non volete che i fascisti partecipino alla democrazia?». È una domanda tutt’altro che sciocca alla quale occorre rispondere che i fascisti non vogliono per nulla partecipare alla democrazia, perché il fascismo considera la democrazia qualcosa di opposto alla sua ideologia. Le frasi di Mussolini a proposito dei regimi democratici sono chiare: «La democrazia ha tolto lo ‘stile’ alla vita del popolo»;[3] «Regimi democratici possono essere definiti quelli nei quali, di tanto in tanto, si dà al popolo l’illusione di essere sovrano»;[4] «Noi rappresentiamo la netta, categorica, decisa antitesi a tutto il mondo della democrazia».[5]
Per spiegare ai ragazzi il motivo dell’esclusione di gruppi fascisti o parafascisti è possibile usare una metafora. Come reagiremmo se un nostro amico, su un campo di calcio, ci dicesse: «Voglio giocare a calcio con voi ma non voglio usare i piedi; a me piace usare le mani e non voglio fare il portiere, se non me lo permettete siete antidemocratici»? Il fascismo si caratterizza non tanto e non solo per il mancato rispetto delle regole del gioco democratico, ma per il rifiuto dell’idea stessa di regola democratica. Per questo la Costituzione è inscindibile dall’antifascismo, per questo occorre costruire una siepe protettiva per difendere la democrazia da coloro che vorrebbero distruggerlo.[6]
La Costituzione è poi frutto di un compromesso: spesso questo fatto scandalizza i ragazzi che vedono nell’idea di compromesso qualcosa di negativo: e hanno assolutamente ragione se si intende il compromesso come una strategia di potere che porta unicamente al vantaggio di chi lo stipula; ma esiste un compromesso che porta vantaggi per tutti, nessuno escluso. Purtroppo una malattia tipica della democrazia italiana, certo non presente nel lavoro dei Costituenti, è la difficoltà a sottoscrivere, a destra come a sinistra, posizioni che siano anche solo di un nonnulla differenti dalle proprie; se non si condivide al 100% un documento, una mozione, una proposta, la si snobba del tutto.
Come si fa passare questa idea ai ragazzi e alle ragazze? Lo si può fare certamente non solo durante le lezioni di Storia o di Cittadinanza e Costituzione; lo si deve fare anche al di fuori della scuola; lo si deve fare insegnando loro a discutere, mostrando la superiorità dell’argomentazione su qualunque altra strategia di convincimento del prossimo, soprattutto quelle violente. Imparare a discutere [7] significa avere rispetto per l’oggetto della discussione e soprattutto capire che una discussione finisce non quando il soggetto più forte picchia i pugni sul tavolo, ma quando si è dato fondo alla capacità di mettersi d’accordo per il bene di tutti. In questo modo la decisione della maggioranza diventa reale patrimonio anche della minoranza, che continuerà a non condividerla ma cercherà strade democratiche per modificarla, nel mentre rispettandola.[8]
«Quando apparteniamo alla maggioranza siamo disposti a rispettare interiormente l’opinione della minoranza? Quando apparteniamo alla minoranza siamo disposti a rispettare interiormente l’opinione della maggioranza? Pochi possono rispondere affermativamente alla prima domanda, pochissimi alla seconda».[9] Iniziare, noi adulti, a praticare questo esercizio di democrazia nelle nostre realtà quotidiane, riunioni di condominio, équipe professionali, organi collegiali che siano, è il primo passo per una efficace operazione di educazione alla democrazia e alla Costituzione.


NOTE

[1] Bertolt Brecht, Poesie di Svendborg, Torino, Einaudi, 1979 pag. 105.
[2] Legge 645 del 20 giugno 1952 art. 1.
[3] Benito Mussolini, I discorsi della rivoluzione, Casa editrice del Partito Nazionale Fascista, Imperia, 1923.
[4] Benito Mussolini, La dottrina del fascismo, Hoepli, 1936.
[5] Benito Mussolini, Discorso del 7 aprile 1926.
[6] E ovviamente questo è vero anche per le varie formazioni che negli anno Settanta imbracciarono le armi contro lo Stato, ponendosi al di fuori del patto costituzionale, a destra come all’estrema sinistra.
[7] Cosa che non si fa e non è assolutamente possibile fare su quelle parodie della discussione che sono i blog o i tanto esaltati social forum, nei quali la discussione si sviluppa come una partita a pelota nella quale quello che serve realmente è rimandare indietro la palla all’avversario; non importa come, basta che sia con violenza. Spesso in queste discussioni ad essere in gioco sono due appartenenze quasi di clan: c’è lo stesso livello di approfondimento e di argomentazione che troviamo in una discussione calcistica, nella quale non si vuole dimostrare cifre e statistiche alla mano che l’Inter gioca meglio del Milan, ma solo che i milanisti sono scemi, ladri e puzzolenti (quando non «ebrei», visto che il bavoso insulto antisemita fa sempre presa). La discussione on line scivola quasi automaticamente nelle secche dell’insulto e dello slogan, dello «sfottò» e dell’attacco personale.
[8] Resta sempre ovviamente aperta l’opzione dell’obiezione di coscienza nei confronti di leggi o norme che pur essendo del tutto legittime dal punto di vista formale, vanno contro posizioni etiche e morali del soggetto.
[9] Paolo de Benedetti, La morte di Mosè e altri esempi, Milano, Bompiani, 1979, pag. 97.