Domande inquiete

al Dio non più unico

Sergio Zavoli

L'ultimo libro di Ferruccio Parazzoli, L'eclisse del Dio Unico, ci offre ben più di un pretesto per affrontare un fenomeno culturale e mediatico di proporzioni e tonalità inedite. Solo qualche anno fa un editore francese si era rifiutato di pubblicare un saggio, pur pregevole, con la seguente giustificazione: «Question de Dieu, cela manque d'actualité!». Ciò non impedì che la questione di Dio, l'anno scorso, avesse negli Stati Uniti ben quindici libri in testa alle classifiche dei best-seller; e l'Italia non è da meno, tuttora, nel proporre un'idea di Dio che corrisponda al "bisogno di parlargli".
A forza di "recitarla", e non di rado tradirla, abbiamo indebolito il rapporto con Dio? «Interrogarsi filosoficamente – afferma Massimo Cacciari – non può prescindere dal porre questioni anche di carattere teologico». L'interpellanza più attraente di questo momento, a giudicare dallo spazio che le viene dedicato dalla stampa occidentale, verte sulla "alterità di Dio": da una parte ha il volto di Gesù – visibile, fraterno, sollecito – dall'altra è il Deus absconditus, che si nasconde nella maestosità del suo regno. E addirittura Benedetto XVI, con un linguaggio che non gli è abituale, uscendo cioè dalle sue forme mai eclatanti, ha pronunciato parole gravi, quasi temerarie: «Dio non si rivela più, sembra celarsi nel suo cielo, come colpito dalle azioni dell'umanità».
È l'inquieta interrogazione del credente quando ne avverte l'assenza. Dietro l'eclisse, per il tempo della sua durata, continuerà ad affollarsi un gran numero di domande volte a coinvolgere Dio nel grande, lacerante dissidio tra fede e ragione, con la richiesta di spiegarci la sua presenza nella nostra Storia. Un argomento tra i più drammaticamente evocati è il dolore dei bambini, i suoi prediletti, che in un numero indicibile continuano a essere uccisi dalle malattie, dai fondamentalismi, dalla fame, dalla natura, e violati persino da genitori, addirittura da sacerdoti. Uno scenario che riceve le sue spiegazioni solo dal nostro più desolante, e cinico, realismo; mentre fatichiamo a trovare la nozione della fratellanza e della comunità. Così, ai problemi della finanza, dell'economia e della politica si aggiunge quello del supremo «perché ci lasci ai nostri invincibili errori e alla nostra libertà di ripeterli in continuazione?».
Certo, Dio va cercato con uno spirito fiducioso, ma la fede appartiene a una Grazia che è gratis data, e c'è il rischio, come ne Il Grande Gatsby di Scott Fitzgerald, di scambiare per gli occhi di Dio la pubblicità dell'oculista. Benedetto Croce, seppure laico, rispondeva che «bisogna affidarsi alla Grazia, cioè a una sorta di dono di Dio che irrompe nella Storia, qualsiasi siano le intenzioni che muovono gli esseri umani nelle loro opere». Anche se l'affidarsi alla Grazia, annota Giulio Giorello, filosofo della scienza, «non significa cancellare la nostra responsabilità etica, ma ridefinirla in modo ancora più incisivo e drammatico».
Tutto questo evoca una delle più gelose e dolenti testimonianze di fede che il nostro tempo conosca: l'inattesa e perciò ancora più forte confessione del dubbio, e, in qualche tratto di vita, della solitudine che avevano segnato l'animo di Madre Teresa di Calcutta; in definitiva la conferma del dolore con le sue grida inascoltate – e la necessità di rinnovarle – che la indussero a scriverne segretamente, con il più mistico dei linguaggi, a un amichevole, ma inadempiente interlocutore alla cui disobbedienza dobbiamo la preziosa pubblicazione delle missive. Tutte nel segno della lontananza e della privazione, del silenzio e della sofferenza. Lontana la voce del poeta Paul Claudel quando diceva che «Cristo non è venuto a spiegare il dolore, ma a riempirlo della sua presenza».
Nel grande convegno giovanile di Loreto, fra le tante voci che interpellavano Benedetto XVI, il quesito soverchiante è parso a tutti, forse anche al Papa, il seguente: «Santità, in questo silenzio dov'è Dio?» Non si era mai visto un Papa provocato pubblicamente su un tema così arduo. Certo, vennero le risposte, ma la novità erano le domande. Molte, più o meno confuse, si aggiravano intorno a un Dio provvidente, il Dio personale al quale chiedi di sollevarti da ogni afflizione, il Dio privato che ha con te un patto speciale in nome della tua fede, e che ti guarda, soffrendone, mentre stai peccando. Quel Dio cui può far capo tutta l'umanità è lo stesso che mandò suo Figlio a condividere la nostra storia? Se la nostra salvezza inizia da questa straordinaria "fratellanza", azzardò un ragazzo, quale sorte è toccata a chi è vissuto prima dell'annuncio salvifico di Gesù? Circondati dal mistero, non a tutti fa velo, contro ogni tentazione di voler capire un disegno nientemeno di Dio, lo scrupolo di "non nominarlo invano". Parazzoli, con una trasparenza che gli fa onore anzitutto come credente, ha attraversato i suoi interrogativi seguendo una coerenza presente in ogni momento della sua ricerca.
È passato altro tempo, il materialismo storico si è come sfiancato nel suo tentativo di resistere, e ancora una volta riemerge l'anima nel suo diritto di esistere, in quanto ospite e compagna di un corpo a cui, per chi crede, sopravviverà. Non sarà dovere dei credenti, anziché astrarla, viverla in esso come il più grande dei privilegi offerto all'uomo? E non fu papa Giovanni a dire «Siamo nati per vivere, non per morire?» Il titolo stesso del libro di Parazzoli, L'eclisse del Dio Unico, si offre a un dilemma che Vito Mancuso, in una prefazione tutt'altro che di maniera, accenna a distinguere tra eclisse e tramonto: la prima una realtà provvisoria e fuggevole, il secondo la fine del giorno dentro una notte suggestiva nella sua stessa metafora.
Si finisce per dire: o ci incarniamo tutti nella delusione, andando a provocarla dentro l'intelletto e la storia, oppure, per avere troppo sacrificato allo spirito e ai suoi alibi – e troppo accettato di essere delusi in nome di una naturale debolezza – consentiremo che le certezze siano ancora una volta prodotte al di fuori della nostra capacità di capire, quindi del nostro consenso. Va da sé che non dobbiamo offrire la delusione a nessuno, ma uscirne.
Stento a inoltrarmi in un argomento che dagli anni del nostro primo catechismo ci ha lasciato alle prese con il prodigioso equilibrio dei miliardi di stelle che occupano ciascuno il proprio posto nell'universo, cioè la misteriosa esattezza assegnata ai portentosi, infiniti sistemi cosmici; e dunque eravamo i destinatari di un ordine che con la sua imponderabile maestosità ci avrebbe consegnato anche dubbi e delusioni, negazioni e speranze. E fu dinanzi al cruciale dilemma tra fede e ragione che ci venne data la libertà di azzardare il "grande rischio" evocato da Pascal. Ferruccio Parazzoli pone questo interrogativo quando, di fronte alle geremiadi inconcludenti, invita a guardare in faccia la realtà, non aggiustandosela secondo il comodo; magari indicando in una sorta di paradossale "secolarizzazione" della sua presenza il ritorno alla ricchezza dell'immagine e del ruolo di Dio. Quanti si chiedono: Dio del significato, che vittoria è la tua se la battaglia era già decisa con quel pomo messoci davanti sapendo che lo avremmo colto e mangiato? Se lo avessimo respinto, saremmo stati subito salvi? Perché ci hai abbandonato alla disobbedienza, come la preda alla tagliola? Forse perché un'umanità esente dal peccato non ti avrebbe inseguito con la disperata consapevolezza di non riuscire a cavarsela da sola? Era questa la prova: non cadere nella buca di un flipper? Se "Dio non gioca ai dadi", come affermò Einstein, non è tuttavia vero che il frutto non cade mai lontano dall'albero? Perché, allora, ti sei preso tanto tempo per rivelarti attraverso il Nazareno? È stato un soprassalto della tua misericordia? Che cosa ti ha suggerito di consegnarci la chiave della tua paternità? Può essere il Figlio a generare il Padre? In questo mondo, dopo averlo creato e indicandoci la salvezza, quale posto occupi? Quale ruolo eserciti, oggi, nel governo del tuo universo se ne sei così scontento? Dall'anima, dicono gli esperti, sta risalendo la richiesta di innamorare l'uomo abbracciandolo già qui, sulla Terra, per tener vivo un rapporto non separato dalla natura umana, cioè al centro di una materia da santificare – «la trascendenza verso il basso, verso la santa materia» di Theilhard de Chardin – perché è il luogo storico, attraverso Gesù, dell'incontro-scontro tra noi e Lui. Non solo nei grandiosi teatri della storia, ma anche tra le quinte di innumerevoli coscienze, torna in causa l'idea di un Dio amareggiato e nascosto. Non si va forse dicendo, con l'enfasi prodotta dall'argomento, che mentre a Oriente ritorna il divino nel mondo occidentale si fa largo il diabolico? «Logorato dal suo spiritualismo deluso, dalla sua estenuata capacità di dubitare, voglio essere in grado di produrre certezze», proclamò un giovane in un convegno di scrittori cattolici sulla "provocazione cristiana".
Un altro congressista aveva detto: «Il problema del cristiano, oggi, è di doversi riconoscere; egli deve chiedersi di nuovo chi è. Al di là di ogni vocazione idealistica o spiritualistica deve riconoscersi in una struttura materiale, e persino materialistica, che implichi il mondo, "in quanto condizione preliminare a tutto il dopo"». Adriana Zarri si era spinta più avanti: «Io non amo molto declamare la salvezza dell'anima, di cui Gesù non ha mai parlato. Amo parlare della salvezza dell'uomo, che è incarnato come si era incarnato Gesù».
Il libro di Ferruccio Parazzoli, che grazie anche a un autorevole guizzo editoriale del Saggiatore ha già conquistato l'attenzione dei giornali, non consegna il suo successo a confessioni drastiche o clamorose, ma alla "summa" di una lunga ricerca. La rigorosa mitezza di un personaggio che nella sua attività letteraria e saggistica ha attraversato con pensoso coraggio molti eventi emersi dalla storia del nostro Paese – compreso l'ultimo capitolo de l' Altare della Patria, una delle immaginazioni più alte sulla sorte negata, o inflitta, ad Aldo Moro - stavolta fa di se stesso una sorta di verifica dell'inesauribile rischio racchiuso nell'interiorità; dove L'eclisse del Dio Unico non rinnega affatto la provvida alleanza tra fides et ratio, né si sottrae al sogno, di più, al bisogno che l'una e l'altra siano di questa terra. Senza che la ragione rivendichi un'assoluta supremazia e la fede, anziché un costoso e provvido privilegio, voglia essere la prova gaudiosa del suo primato. Lo esige, si direbbe, la stessa actualité del ragionarvi e del credervi.

Ferruccio Parazzoli, Eclisse del Dio Unico, Il Saggiatore, Milano, pagg. 160, € 13,00

“Il Sole 24 Ore” del 29 aprile 2012