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La scuola cattolica e le nuove sfide dell'educazione


Angelo Bagnasco


1. La situazione

Un cordiale saluto e un vivo ringraziamento per questo opportuno Convegno che mette in rilievo la presenza e la missione della scuola cattolica nella nostra Regione. Un particolare ringraziamento ai Responsabili e agli Organizzatori.
Parlare di nuove sfide educative non sottintende certo la denuncia di una disattenzione della scuola cattolica, né tanto meno della comunità cristiana nel suo complesso. L'educazione, infatti, appartiene alla missione stessa della Chiesa ed è, come tale, oggetto di costante attenzione e cura: si tratta del naturale e quotidiano impegno di un'umanità impegnata a generare i giovani alla vita nella sua totalità, trasferendo da una generazione all'altra un patrimonio di saperi e di valori che non possono essere ogni volta ricostruiti da zero. Significa, semmai, prendere sempre meglio coscienza dei problemi nuovi che le circostanze storiche e culturali pongono agli adulti, ma anche alle giovani generazioni che, come tali, sono chiamate ad affrontare responsabilmente la vita.
Come il Santo Padre Benedetto XVI ha scritto nel 2008 nella Lettera alla Diocesi di Roma, «educare non è mai stato facile». Ma la difficoltà è cresciuta oggi fino a farci parlare di vera e propria emergenza educativa: «Dobbiamo dunque dare la colpa agli adulti di oggi, che non sarebbero più capaci di educare?», si chiede il Papa. E continua: «È forte certamente, sia tra i genitori che tra gli insegnanti e in genere tra gli educatori, la tentazione di rinunciare, e ancor prima il rischio di non comprendere nemmeno quale sia il loro ruolo, o meglio la missione ad essi affidata. In realtà, sono in questione non soltanto le responsabilità personali degli adulti o dei giovani, che pur esistono e non devono essere nascoste, ma anche un'atmosfera diffusa, una mentalità e una forma di cultura che portano a dubitare del valore della persona umana, del significato stesso della verità e del bene, in ultima analisi della bontà della vita. Diventa difficile, allora, trasmettere da una generazione all'altra qualcosa di valido e di certo, regole di comportamento, obiettivi credibili intorno ai quali costruire la propria vita».
La situazione è dunque complessa e delicata, ma il Santo Padre non ci lascia un messaggio di timore e preoccupazione. Tutt'altro! Egli prosegue proponendoci «una parola molto semplice: Non temete! Tutte queste difficoltà, infatti, non sono insormontabili. Sono piuttosto, per così dire, il rovescio della medaglia di quel dono grande e prezioso che è la nostra libertà, con la responsabilità che giustamente l'accompagna».
Ecco, con parole semplici e chiare, Benedetto XVI ci ricorda gli elementi costitutivi di ogni relazione educativa: la libertà e la responsabilità. Libertà, perché non si può educare se non in un contesto di libertà e per far crescere la libertà, cioè l'umanità, della persona. Responsabilità, perché l'educazione comporta scelte e proposte di cui ognuno deve saper rendere ragione.

 

2. Il decennio 2010 – 2020

Alla luce di questo insegnamento, la Chiesa italiana ha deciso di dedicare all'educazione il decennio in corso, 2010-2020, promuovendo una attenta riflessione per affrontare nel modo migliore l'emergenza in atto, e per rilanciare un impegno che è congenito alla vocazione stessa della Chiesa: «Euntes ergo docete. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni» (Mt 28,19). La Chiesa ha qualcosa da insegnare perché ha qualcosa di importante da dire all'uomo di oggi, come a quello di ogni epoca.
Come abbiamo scritto negli Orientamenti pastorali per questi anni, «tra i compiti affidati dal Maestro alla Chiesa c'è la cura del bene delle persone, nella prospettiva di un umanesimo integrale e trascendente. Ciò comporta la specifica responsabilità di educare al gusto dell'autentica bellezza della vita, sia nell'orizzonte proprio della fede, che matura nel dono pasquale della vita nuova, sia come prospettiva pedagogica e culturale, aperta alle donne e agli uomini di qualsiasi religione e cultura, ai non credenti, agli agnostici e a quanti cercano Dio. Chi educa è sollecito verso una persona concreta, se ne fa carico con amore e premura costante, perché sboccino, nella libertà, tutte le sue potenzialità. Educare comporta la preoccupazione che siano formate in ciascuno l'intelligenza, la volontà e la capacità di amare, perché ogni individuo abbia il coraggio di decisioni definitive» (Cei, Educare alla vita buona del Vangelo, n. 5).
La scuola cattolica mai si è sottratta a questo compito, e si sente profondamente coinvolta perché essa non vive in un mondo separato ma incontra ogni giorno gli stessi bambini e ragazzi che frequentano le altre scuole. Inoltre, le scuole cattoliche sanno di andare incontro alle giovani generazioni con il sostegno di una tradizione plurisecolare e di una motivazione forte, che non può vacillare di fronte alle inevitabili difficoltà della vita scolastica e del contesto culturale odierno.
La scuola cattolica, infatti, è in grado di offrire quel "supplemento d'anima" che ci vuole per affrontare la quotidiana "avventura" educativa, il lavoro faticoso ma entusiasmante che chiama tanti adulti a dedicarsi professionalmente all'educazione dei ragazzi. La scuola cattolica ha in se stessa le risorse motivazionali per affrontare ogni giorno questo impegno e il suo lavoro vuole essere un contributo per tutta la comunità scolastica nazionale per arricchirla e rinnovare lo slancio della passione educativa.

 

3. Libertà educativa

Con il suo stesso esistere la scuola cattolica ci ricorda che l'educazione, come diceva il Papa, è una questione di libertà. Ma il contesto di libertà, al cui interno si dovrebbe svolgere l'azione concreta delle scuole cattoliche, è tuttora minato da una serie di difficoltà pratiche che rendono tale principio più un'affermazione teorica che una realtà vissuta. L'insufficienza delle risorse economiche, infatti, si riflette inevitabilmente sul servizio della libertà nei vari ambiti del vivere personale e sociale. La crisi economica che stiamo attraversando ce lo ricorda in ogni momento. Giorno dopo giorno si riducono le capacità di spesa delle famiglie, e ne soffrono soprattutto quei servizi che, a torto, vengono considerati secondari: si riducono, tra le altre, le spese per la cultura e per l'istruzione. Le scuole cattoliche hanno costi sempre meno sostenibili per le famiglie, e la Chiesa non è in grado di assicurare a tutti – come vorrebbe – il proprio servizio educativo. Ma la scuola non è un lusso: è un diritto elementare della persona, nel quale deve potersi esercitare quella libertà - cioè quella capacità di scelta - che è costitutiva della persona stessa.
Vorrei ora riflettere su alcuni dati, raccolti dal nostro Centro Studi per la Scuola Cattolica nei suoi Rapporti annuali. Il sistema scolastico nazionale si compone oggi di oltre 10.400 istituzioni scolastiche statali e di circa 9.400 scuole cattoliche (cui si possono aggiungere altre 5.000 scuole paritarie di altri gestori). I numeri non rendono ragione delle proporzioni, perché le scuole statali hanno dimensioni di gran lunga maggiori di quelle paritarie, per cui a fronte di 7.700.000 alunni di scuola statale si hanno 740.000 alunni di scuola cattolica (in proporzione, meno del 10%). Eppure, come è stato più volte dimostrato, le scuole paritarie consentono allo Stato di risparmiare circa cinque miliardi e mezzo di euro l'anno, dato che lo Stato versa loro meno di cinquecento milioni di euro, mentre i costi che dovrebbe sostenere, se tutti quegli alunni frequentassero le scuole statali, sarebbero di almeno sei miliardi in più. I contributi versati in vario modo alle scuole paritarie sono quindi un investimento e non un privilegio confessionale. E comunque sono insufficienti, dato che ogni anno qualche decina di scuole cattoliche sono costrette a chiudere per gravi difficoltà economiche. La speranza è data dalla nascita di qualche nuova scuola cattolica, ma per ogni scuola cattolica che si apre circa cinque hanno chiuso i battenti.
Già la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo aveva riconosciuto nel 1948 che «i genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli» (art. 26.3), e la Costituzione italiana (art. 30) attribuisce ai genitori il diritto e il dovere di «mantenere, istruire ed educare i figli». La legislazione più recente ha riconosciuto formalmente la libertà di scelta educativa tra i diritti essenziali della persona, come per esempio con la legge 59/97, istitutiva dell'autonomia scolastica. Ma a fronte di tante "dichiarazioni" non ci sono altrettante "realizzazioni". E il diritto di offrire ai propri figli un percorso scolastico corrispondente al modello educativo della famiglia rimane troppe volte disatteso e comunque forzatamente selettivo.
A cinquant'anni dall'apertura del Concilio Vaticano II non possiamo non andare col pensiero a quell'evento di grazia. Nella Dichiarazione sull'educazione cristiana, già allora si coniugava l'educazione con la libertà, ricordando che i genitori, «avendo il dovere ed il diritto primario e irrinunciabile di educare i figli, debbono godere di una reale libertà nella scelta della scuola. Perciò i pubblici poteri, a cui incombe la tutela e la difesa della libertà dei cittadini, nel rispetto della giustizia distributiva, debbono preoccuparsi che le sovvenzioni pubbliche siano erogate in maniera che i genitori possano scegliere le scuole per i propri figli in piena libertà, secondo la loro coscienza» (Gravissimum educationis, 6).
Cinquant'anni fa il Concilio parlava al mondo. L'Italia è arrivata solo nel 2000 a riconoscere questo diritto con la legge 62/00 che ha regolato la parità scolastica precedentemente affermata nella Costituzione. Dobbiamo ribadire con chiarezza che la libertà di educazione non è una rivendicazione di parte, ma è un diritto di tutti e di ciascuno: infatti la parità scolastica è patrimonio di tutti i cittadini, in quanto il diritto a un'educazione libera appartiene ad ogni persona, indipendentemente dalle sue posizioni religiose o dai suoi orientamenti culturali.

 

4. Sussidiarietà

Si gioca qui – come altrove – la partita importante della sussidiarietà, principio riconosciuto anche nel testo della Costituzione italiana. Il beato Giovanni Paolo II spiegava tale principio nella lettera enciclica Centesimus annus dicendo che «una società di ordine superiore non deve interferire nella vita interna di una società di ordine inferiore, privandola delle sue competenze, ma deve piuttosto sostenerla in caso di necessità ed aiutarla a coordinare la sua azione con quella delle altre componenti sociali, in vista del bene comune» (n. 48). La scuola cattolica è appunto espressione di tale sussidiarietà, in quanto esiste grazie alla scelta di tante famiglie che le affidano i propri figli riconoscendosi nel suo progetto educativo. Ridurre le possibilità di scelta dei genitori significa dunque impedire lo sviluppo di una vera sussidiarietà, proprio quando l'esperienza educativa delle scuole cattoliche torna utile anche alla crescita e al miglioramento di tutto il sistema educativo nazionale. Non sono poche, infatti, le sperimentazioni nate all'interno delle scuole cattoliche e poi fatte proprie dall'ordinamento scolastico, così come alcuni metodi di lavoro, forme di partecipazione, e attenzioni educative si sono diffuse dalle scuole cattoliche al resto del sistema scolastico.

5. Comunità educante

La scuola cattolica si propone anzitutto come comunità educante, costituita da tutti coloro che a vario titolo vi partecipano e la animano: alunni, insegnanti, genitori, dirigenti e personale non docente, dietro i quali c'è l'esperienza della più vasta comunità ecclesiale che rappresenta il punto di riferimento di tutto il lavoro educativo. Come affermava nel 1977 la Congregazione per l'Educazione Cattolica, «la dimensione comunitaria della scuola cattolica è esigita non solo dalla natura dell'uomo e dalla natura del processo educativo, come per ogni altra scuola, ma dalla natura stessa della fede» (La scuola cattolica, n. 54). La scuola cattolica, pertanto, è anzitutto espressione della comunità ecclesiale, e dunque non può fare a meno di riprodurre al suo interno le dinamiche relazionali di una vera comunità. È questo probabilmente uno dei valori che i genitori maggiormente apprezzano nel rivolgersi alle scuole cattoliche: sentirsi partecipi di un progetto comune, che inizia in casa e prosegue senza cesure o variazioni nelle aule scolastiche.
Ma, ci chiediamo, qual è lo specifico più proprio della scuola cattolica? Senza banalizzare, vorrei dire che è quello di essere cattolica, vale a dire rispondente alla fede cattolica nel suo schietto amore a Cristo e alla Chiesa, senza mascherare o tacere la propria origine e la propria continua ispirazione. E senza paura di apparire – perché cattolica – selettiva rispetto all'ambiente di appartenenza dei ragazzi, o essere giudicata settoriale nell'impostazione culturale e didattica. Non bisogna avere questo timore semplicemente perché così non è! Innanzitutto, se il principio ispiratore è veramente la nostra fede, allora la tensione nel dare il meglio di sé da parte del personale docente, amministrativo e operativo, sarà come l'aria che tutti respirano e che contagia positivamente. Tale respiro crea un ambiente sereno, collaborativo e impegnato, crea sinergie, provoca ricerca, mantiene le motivazioni, incoraggia nella difficoltà, rende tenaci: in una parola, diventa più facile sentirsi parte di un'impresa alta e nobile, ognuno protagonista non solitario di una missione al cui centro vi sono i ragazzi con le loro famiglie. Ma anche i giovani ne sono beneficati, perché – secondo le diverse età – si sentono dentro ad una corrente virtuosa, ad un ambiente che stimola e sostiene, richiama e incoraggia: un ambiente che "tira" perché dà l'esempio.
Vi è anche un altro aspetto, però, che entra più nel merito dell'insegnamento, della formazione culturale. Se il primo aspetto formativo della scuola in genere è educare la ragione a ragionare – e questo lo impara tramite l'apprendimento, ma anche attraverso la presa di coscienza e la riflessione dei processi razionali – allora non costituisce un problema la presentazione del pensiero, delle scienze e della storia, in un quadro ermeneutico cristiano, dove l'elemento cattolico o è alla radice dei fenomeni umani, oppure ne è la chiave di lettura. L'essenziale è che ciò sia fatto con competenza e onestà intellettuale, con chiarezza, potremmo dire alla luce del sole, così che il ragazzo e il giovane possano riceverne gli stimoli più opportuni in ordine alla riflessione, alla sua libertà e alla verità delle cose, a cominciare dal fatto religioso che sta alla base della vita umana, della esperienza universale e della stessa cultura. Né bisogna dimenticare che la scelta della scuola cattolica da parte di genitori è chiaramente consapevole dell'impostazione di fondo dell'ordinamento e dell'impostazione culturale della scuola, e si aspettano una educazione chiara e coerente. Mi pare che, in queste prospettive appena accennate, emerga come ovvio e necessario anche il costante riferimento al Magistero della Chiesa che affronta, com'è suo dovere, problemi antichi e nuovi che sono pane quotidiano in tutti gli ambienti scolastici ed educativi.
Al centro del progetto educativo c'è sempre la persona: la persona dell'alunno, ma anche quella dell'insegnante, perché l'educazione è fatta essenzialmente di relazione tra persone; e la sfida educativa si vince solo impegnandosi personalmente a costruire un ambiente favorevole alla crescita armonica e serena dei ragazzi, ai quali va offerta, in proporzione alla loro età, un clima accogliente, un ambiente significativo, un motivo per impegnarsi nella propria formazione culturale.

 

6. I testimoni dell'educazione cristiana

Negli Orientamenti pastorali per il decennio, abbiamo suggerito di metterci tutti alla scuola dei più grandi educatori cristiani, i quali a loro volta non sono stati altro che veri discepoli del primo ed unico Maestro: «Nell'opera dei grandi testimoni dell'educazione cristiana, secondo la genialità e la creatività di ciascuno, troviamo i tratti fondamentali della azione educativa: l'autorevolezza dell'educatore, la centralità della relazione personale, l'educazione come atto di amore, una visione di fede che dà fondamento e orizzonte alla ricerca di senso dei giovani, la formazione integrale della persona, la corresponsabilità per la costruzione del bene comune» (Educare alla vita buona del Vangelo, n. 34). Vale la pena soffermarsi su ognuno di questi fattori.
- L'autorevolezza dell'educatore vuol dire saper essere davvero punto di riferimento. Autorevolezza e autorità, nella consapevolezza del significato del termine, che viene dal latino augère (ovvero aumentare, far crescere): ciascuno è autorevole ed ha vera autorità nella misura in cui è in grado di favorire la crescita di coloro che a lui si riferiscono.
- La centralità della relazione personale ci richiama la natura intima dell'atto educativo, che nasce solo dall'incontro tra persone e cresce in quell'incontro. L'educazione non è solo trasmissione di contenuti o di un sapere tecnico, ma formazione di una persona attraverso l'esempio che viene dato da altre persone sulla praticabilità di saperi e valori vissuti.
- L'educazione come atto di amore, perché l'educazione è rivolta a tutta la persona, amata in quanto tale, e non solo ad alcune sue facoltà particolari; ma anche perché così ci insegna la Scrittura quando, parlando della sapienza, dice che «suo principio più autentico è il desiderio di istruzione, l'anelito per l'istruzione è amore» (Sap 6,17) e l'amore non può che venire da Dio e a Lui ricondurre.
- Una visione di fede che dà fondamento e orizzonte alla ricerca di senso dei giovani, perché la causa del disorientamento delle giovani generazioni può essere rintracciata nella perdita del senso delle proposte educative e culturali che loro vengono rivolte. I giovani non sanno (o non comprendono) perché devono fare ciò che la scuola o gli adulti chiedono loro: gli manca un orizzonte di riferimento, e la fede (vissuta e testimoniata, non solo dichiarata) è questo ancoraggio per una seria proposta educativa.
- La formazione integrale della persona rimane il nucleo di ogni proposta educativa. Ne sentiamo parlare, talvolta con preoccupanti oscillazioni di significato, anche nei testi di legge e nei documenti ministeriali che orientano la vita delle scuole italiane. Per noi la persona è al centro dell'azione educativa in quanto è al centro dell'azione della Chiesa e di quell'amore che equamente si divide tra Dio e il prossimo.
- La corresponsabilità per la costruzione del bene comune è, infine, la condizione di attuazione di un progetto educativo che non è solo per gli addetti ai lavori ma è impegno di tutta la comunità, a cominciare dai genitori che in dialogo con la scuola offrono tramite i figli il loro contributo al futuro dell'intera società.

Cari Amici, i Vescovi italiani sappiamo che le scuole cattoliche sanno attuare questi obiettivi nella loro azione quotidiana per il bene dei bambini, dei ragazzi e dei giovani. Siamo consapevoli delle gravi difficoltà che state attraversando non da ora e dei grandi sacrifici che sopportate per non chiudere i battenti dei vostri Istituti a tanti che vogliono percorrere con voi la via della propria formazione alla vita. Per non deludere le speranze di tanti genitori che – non di rado in forti difficoltà familiari o organizzative – guardano a voi come ad un sostegno culturale e morale, ma anche affettivo e di orario delle giornate. So che i costi che sostenete sono alti e che, nonostante questo, in ogni scuola accogliete anche chi non è in grado di corrispondere alla retta. Il Signore sa. So che non vi scoraggiate e che resistete solo per amore alla vostra vocazione religiosa, ai giovani e alle famiglie. La storia della Chiesa è lunga e ha visto molte stagioni: sempre o ovunque, la luce è arrivata. Grazie.


Convegno Fidae Liguria
Genova, Sala Quadrivium, 27 aprile 2012

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