I temi negati dell’educazione /11. Territorio /2 

Mario Pollo

(NPG 2012-5-60)


Di fronte alle trasformazioni socioculturali descritte e analizzate nell’articolo precedente, chi educa seguendo il modello dell’animazione culturale a questo punto può porsi la domanda se si debba assecondare questa trasformazione, sostenendo il giovane a vivere questi sodalizi di sentimento, di culto e di carisma in un mondo de-territorializzato, oppure se, andando controcorrente, non debba proporgli la ricerca di comunità autentiche e la riappropriazione del territorio in cui vive.
La risposta a quest’antinomia può essere solo pragmatica, e consistere nel sostenere la ricerca da parte del giovane di un modo di essere un «anfibio coerente», dotato cioè della capacità di abitare, restando fedele a un progetto unitario di sé, sia le comunità di persone fisicamente prossime sia le comunità de-territorializzate e, quindi, di essere se stesso sia nello spazio-tempo del territorio, in una natura intrisa della cultura locale, sia nello spazio-velocità disegnato dai media elettronici.
Questo può avvenire attraverso un’azione complessa che introduca negli spazi di vita dei giovani alcune dimensioni strutturali, come la ri-costruzione del tempo noetico, la ricostruzione dei territori e dei luoghi in cui esso si declina attraverso la memoria, i sogni di futuro e la ri-tessitura della geografia simbolica.

La ri-costruzione del tempo noetico

La ricostruzione del territorio richiede come prima azione che in esso sia presente una scansione noetica del tempo, un vissuto del tempo cioè in cui il presente è figlio del passato e padre del futuro. Un vissuto del tempo in cui nel presente si riflettono sia il passato personale e storico culturale, sia il futuro con i suoi sogni e le sue speranze progettuali.
La temporalità noetica, infatti, è fortemente in crisi nella cultura sociale contemporanea, e questo è leggibile anche nell’atteggiamento degli adulti verso le nuove generazioni in cui appare indebolita sia la capacità di inserire i giovani nell’alveo vitale della memoria sia di affidare loro un ruolo nel progetto di futuro della società.
Questo perché l’atteggiamento degli adulti verso le nuove generazioni sembra essere centrato esclusivamente sull’inserimento di queste ultime nel presente, sulla loro integrazione nel sistema sociale in modo che la loro presenza sia funzionale al presente e non, invece, orientata sulla missione di realizzare la continuità innovativa della storia ereditata nel tempo futuro.
In questo contesto il de-territorio propone al suo interno una vita sociale destoricizzata, funzionale a consumare il presente e a riprodurlo nell’omogeneo mercato mondiale all’interno di quel processo a cui è stato dato il nome di «globalizzazione» .
Rispetto a questo processo di globalizzazione, il territorio/luogo è disfunzionale, perché essendo uno spazio tempo in cui la dimensione temporale noetica è presente e dominante, esso è lo spazio-tempo della particolarità, dell’unicità e, quindi, del valore creativo della differenza e del conflitto non violento.

La ri-costruzione del territorio: la memoria

Creare un luogo comporta il suo divenire uno spazio al cui interno il giovane possa entrare in contatto con la memoria. Questo richiede che chi anima sia egli stesso portatore di memoria, e di un’appartenenza a una storia che, dipartendosi da quella della comunità locale, si apra a quelle più grandi dei sistemi sociali in cui essa è inserita.
Chi educa deve perciò essere in grado di proporre la memoria come qualcosa di vivo. Fare memoria, infatti, non significa solo ricordare, ma anche operare affinché la storia diventi parte di quel sapere culturale cui gli individui attingono per formare il progetto originale e innovativo della propria vita.
Da questo punto di vista il fare memoria indica la capacità di rivisitare criticamente la storia attuale alla luce delle storie che l’hanno proceduta e che la seguiranno e che stanno cominciando a riflettersi nel futuro della comunità.
Una memoria che non si fa presente non aiuta le persone a divenire protagoniste della propria vita in senso pieno attraverso la progettualità.

La ri-costruzione del territorio: la speranza progettuale

Accanto al lavoro sulla memoria è necessario che nel territorio siano presenti una forte cultura della progettualità e un sogno di futuro: in altre parole che sia respirabile una speranza progettuale, un’utopia, intesa come sogno e come scommessa sul futuro. Un sogno però e non una fantasticheria. Infatti, il sogno è diverso dalla fantasticheria perché esige dal sognatore la fedeltà a esso e un cambiamento di vita del sognatore.
Il sogno è sempre stato qualcosa di familiare ai profeti, agli eroi fondatori, ai rivoluzionari e ai santi, che da esso traevano l’orientamento e la fiducia nelle possibilità del loro agire quotidiano.
Queste persone che hanno preso sul serio i loro sogni sono sempre state disposte a pagare il prezzo che la fedeltà a essi richiedeva, e a impegnarsi sul serio per la loro realizzazione. Tutto questo senza disegni prometeici, senza abbandonarsi alla fiducia cieca negli strumenti in loro possesso, fossero essi di natura tecnica o semplicemente ideologica, ma con l’umiltà di chi è consapevole di possedere strumenti poveri, deboli e fallibili ma che, nello stesso tempo, sono anche in grado di cambiare, magari non nel breve periodo, la storia delle persone e del territorio cui il sogno si applica.
Questo vuol anche dire che nei luoghi del territorio in cui è presente un principio di speranza, vi è la consapevolezza che spesso i gesti poveri della vita quotidiana sono in grado di introdurre nella storia delle persone un cambiamento e una redenzione della loro condizione. E questo perché non esistono situazioni umane, individuali o sociali, che possano essere definite come irredimibili, e perché spesso il cambiamento non è generato dalla potenza ma dall’autenticità relazionale e dall’amore.
Ben diversa dal sogno è la fantasticheria, che non è nient’altro che quella consolazione offerta da una fuga dalla realtà in un mondo o in una situazione immaginaria in cui la persona vive in modo simulato ciò che non può vivere nella sua vita quotidiana.
Questa fuga offre sì una consolazione, ma rende la persona che la vive ancora più incapace di diventare protagonista del cambiamento della realtà in cui vive.
In altre parole, questo significa che il sogno è in grado di coinvolgere gli altri, attraverso un legame forte di solidarietà, se non di amore, nella sua realizzazione. La fantasticheria, al contrario, isola la persona negli abissi della sua solitaria impotenza.
In sintesi si può affermare che ogni territorio incorpora la memoria di una storia, non importa se prossima o remota, ed è quindi portatore di una memoria collettiva. Questa memoria, come si è appena visto, si sta disperdendo nell’eterno presente del tempo spazializzato e di essa non resta traccia se non tra gli specialisti del trattamento della memoria.
Occorre riattivare una funzione narrativa che riempiendo il territorio di storie renda viva per chi lo abita l’esistenza delle persone che nel passato lo hanno abitato o sono semplicemente transitate in esso.
Allo stesso modo è necessario che il territorio sia percepito da chi è in esso come proiezione del presente verso il futuro, attraverso i progetti di vita che sono elaborati e attivati in esso.

Ri-costruire uno spazio simbolico

Nelle culture arcaiche esisteva una geografia mitica o simbolica che collegava il luogo fisico con uno spazio mitico o sacro. Questo consentiva all’uomo di inscrivere il suo agire nello spazio-tempo del mondo in una dimensione di senso trascendente.
Per queste culture la terra era abitabile e la vita aveva un senso solo perché esisteva il collegamento tra di essa e il mondo del divino. Un pallido riflesso di queste concezioni dello spazio è ancora leggibile in alcune tradizioni connesse a particolari santuari, a fonti dotate di poteri miracolosi o, a un livello degradato, in alcune forme magico-superstiziose.
Oggi le strade che sono percorribili per una ri-significazione dello spazio sono essenzialmente tre: quella funzionale, quella simbolica e quella relazionale.

La ri-costruzione funzionale del territorio

Questa espressione un po’ criptica indica semplicemente che è necessario ridisegnare una geografia urbana in cui gli spazi siano fortemente connotati dalla loro funzione sociale. Funzione che deve essere evidente sia nell’architettura sia nel modello relazionale interno. In altre parole è necessario che lo spazio renda evidente la cultura che esprime la funzione attraverso un particolare stile relazionale. Questo significa offrire ai luoghi del territorio un’identità, attraverso la sua immagine, in cui sia leggibile il tipo di umanizzazione che lo permea. La cosiddetta politica dell’immagine, tipicamente moderna, può essere utilizzata in modo non solo propagandistico o opportunistico per ridare un volto ai luoghi del territorio.

La ri-costruzione simbolica del territorio

Il simbolo, come è noto, differisce dal segno perché oltre ad un significato letterale immediatamente percepibile contiene un rinvio, non manifesto, ad un significato nascosto che è altrove. In questo senso il simbolo svolge una funzione relazionale perché colloca un’esperienza esistenziale che accade nella realtà del qui e ora in un orizzonte di senso che la trascende e che offre a essa una qualità più ricca e profonda, un significato non contingente.
I simboli spesso sono incorporati in oggetti come un albero, una sorgente, un fuoco, il sole o luna, oltre ad essere presenti in segni linguistici e iconici. Il territorio è tessuto, oltre che da funzioni, da simboli come avveniva ad esempio nelle chiese e nelle cattedrali costruite in epoca medioevale.
Un esempio è la chiesa di San Miniato al Monte di Firenze, che attraverso i suoi simboli poneva il cristiano che la frequentava in relazione con la realtà della natura umana e divina di Cristo nel tempo quotidiano, in quello annuale della liturgia, in quello cosmico e, infine, nell’atemporalità del regno celeste. Ora, senza voler riprodurre un passato che non può ritornare, è possibile elaborare valori simbolici, espressi nei segni del linguaggio contemporaneo e negli oggetti naturali e artificiali della vita odierna, che aiutino le nuove generazioni a leggere il loro esperire quotidiano in un contesto trascendente e offrano un senso meno contingente al loro agire.
Quest’azione, accanto a quelle indicate prima nella sfera temporale, può effettivamente far rinascere il territorio nella sua realtà più profonda.

La ri-costruzione relazionale del territorio

L’ultima componente che consente di trasformare lo spazio anonimo in territorio è quella relazionale.
Infatti, un territorio attraverso i suoi luoghi è tale perché al proprio interno la persona può sperimentare delle relazioni interpersonali aventi caratteristiche tali da renderle diverse da quelle che vive in altri spazi.

Conclusione

Queste note, a volte un po’ sommarie e affrettate, vogliono molto semplicemente sottolineare che nonostante la tendenza dominante nell’attuale cultura sociale produca la scomparsa dei territori e dei loro luoghi, vi è ancora la possibilità, attraverso un’azione educativa e un impegno della comunità cristiana, di ricostruire territori in cui sia possibile ai giovani realizzare la scoperta di se stessi e del proprio personale progetto di vita.
Senza un impegno che cerchi di raggiungere, tra gli altri, gli obiettivi ora indicati, si rischia di condannare anche i luoghi educativi all’omologazione nel luogo unico de-territorializzato o, addirittura, alla trasformazione in nonluoghi.
Occorre poi sfuggire la tentazione di pensare che i luoghi in cui si opera siano educativi solo perché lo sono stati efficacemente nel passato.
L’umanizzazione dei luoghi educativi è la condizione necessaria, anche se non sufficiente, affinché essi possono essere lo spazio-tempo di un’autentica formazione cristiana delle nuove generazioni aperta nello stesso tempo al realismo e alla speranza.