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Lavorare per la liberazione


(NPG 1975-02-47)


Abbiamo molte volte parlato del difficile rapporto tra fede e impegno politico. I gruppi giovanili ecclesiali ne avvertono continuamente la tensione, in prima persona.
Abbiamo l'impressione che il tema «fede-impegno politico-storia» sia oggi, per molti giovani, il «nodo» della pastorale giovanile, quel punto cruciale in cui si gioca la verità dell'integrazione tra fede e vita.
Sono molti i giovani e i gruppi giovanili ecclesiali passati dall'impegno politico all'ateismo e alla irrilevanza religiosa. Troppi per pensare che si tratti di scelte casuali.
È tempo di fare marcia indietro? È tempo di rilanciare alla sola età adulta la dimensione storico-politica della fede, scoprendo, per la pastorale giovanile, nuove aree in cui parcheggiare l'entusiasmo e la sensibilità dei giovani?
Qualche educatore lo pensa. E non pochi lo stanno, forse, sognando.
Noi crediamo, a partire dalla fede, alla necessità di un impegno storico. Abbiamo la convinzione esplicita che la crisi di fede in cui sbocca qualche volta l'impegno politico possa ricondursi ad una non matura comprensione e interiorizzazione delle posizioni teologiche e antropologiche che descrivono l'impegno politico di un cristiano. La crisi c'è, è innegabile. Ma dipende, secondo noi, da un modo scorretto di vivere il rapporto.
Oggi molti entusiasmi sono sbolliti ed emergono spunti seri di riflessione, lo spontaneismo sta lasciando fortunatamente il campo alla attenzione e allo studio qualificato. C'è bisogno di riprendere da capo il discorso, per una ricomprensione più attenta.
Questo sussidio, pensato e progettato proprio a questo scopo, tenta una «proposta» ai gruppi giovanili ecclesiali. È uno strumento di lavoro, sulla loro misura.
Abbiamo in programma la «pubblicazione» del sussidio. Il lancio sulla rivista serve da sperimentazione e da confronto. Chiediamo un grosso favore ai lettori che lo utilizzano: ci segnalino l'esperienza, con tutti i rilievi critici necessari. E ci mandino eventuali ciclostilati realizzati per la diffusione del sussidio.
(Redazione di L. Ferracin, F. Garelli, L. Ramella, R. Tonelli - a cura del Centro Salesiano Pastorale Giovanile).


UNO STRUMENTO Dl LAVORO PER I GRUPPI

«Lavorare per la liberazione» è uno strumento di lavoro per gruppi giovanili ecclesiali. Per gruppi cioè desiderosi di collocarsi in un maturo impegno politico coerente con la propria specificità cristiana.
Non tende prima di tutto a motivare all'impegno: lo si dà per scontato (o almeno non è l'obiettivo principale). Il sussidio è invece finalizzato ad una comprensione attenta dell'impegno, a scoprire cioè i problemi connessi, che coinvolgono una lettura della realtà e l'identità della fede, in reciproca integrazione, verso una scelta coerente di «liberazione».

Contenuti

Il discorso sulla liberazione è fatto in 5 tappe successive:
- evidenziazione dei «problemi» che l'impegno politico pone ai gruppi, attraverso una ricerca dal concreto della propria esperienza e della storia di altri gruppi;
- elaborazione di alcuni criteri «oggettivi» con cui impiantare una corretta definizione di liberazione (sia sul piano socio-politico che ecclesiale):
- confronto con le «definizioni operative» di liberazione che oggi sono sul mercato, per collocarsi adeguatamente nella nostra realtà;
- presentazione e discussione della proposta «definitiva» di liberazione che è il Cristo;
- ritorno al proprio gruppo per elaborare un «progetto» serio di intervento in prospettiva di liberazione.
Il cammino è segnato dalle «introduzioni» che tentano un discorso, sulla liberazione, leggibile dai giovani, per introdurre e guidare il lavoro di ricerca sui «documenti».

Metodo

Il sussidio è per i gruppi: quindi è da «fare assieme», non da «leggere».
Il nucleo centrale del lavoro è dato dai «documenti». Vanno presi in esame, con calma e attenzione, in riferimento ai quadri di sintesi offerti dalle introduzioni. I documenti sono seguiti da «piste di discussione», per orientare il lavoro del gruppo.
Il sussidio è vicino come metodo a Ecco l'uomo, già presentato sulla rivista (Note di Pastorale Giovanile, 1974/3). Per una corretta utilizzazione, raccomandiamo una rilettura delle pagine di guida, soprattutto di quelle relative ad aspetti metodologici.

 

LAVORARE PER LA LIBERAZIONE

Ogni tema ha una sua introduzione e il rimando al documento di lavoro relativo. Queste pagine segnano l'itinerario logico del sussidio e il collegamento con le varie ricerche. Sono pagine da leggere attentamente nel gruppo, approfondendo eventualmente il discorso con il ricorso ai molti studi già pubblicati sulla rivista al riguardo, di cui queste pagine sono la ritrascrizione in chiave giovanile.

I parte: Fatti come problema

Per i giovani più sensibili, il problema dell'impegno per la liberazione si pone oggi dal concreto.
Sono passati i tempi in cui era indispensabile spingere all'impegno politico, elaborando una serie di motivazioni (spesso con toni più intellettualistici e culturali che concreti...), per invitare a rimboccarsi le maniche e «decidersi per la liberazione».
I fatti hanno soppiantato i motivi. Chi ha il coraggio di guardarsi d'attorno senza il paraocchi, avverte la provocazione continua che viene dai fatti.
Sotto l'impeto della contestazione e nel caldo delle lotte operaie, ci siamo creati tutti una sensibilità così raffinata da fiutare al volo l'odore acre delle varie manipolazioni.
Non tutto però fila liscio.
Quando ci si muoveva all'impegno per la liberazione sull'onda delle riflessioni culturali, c'era il grosso rischio di fare infinite teorie. Fino a raggiungere una chiarezza così precisa e ordinata, che, alla fine, diventava un pericoloso strumento di manipolazione. La «cultura» come potere da gestire contro chi non aveva cultura... o, più spesso, contro chi possedeva una cultura diversa, meno raffinata e chiacchierona.
Oggi ci si muove sull'onda dei fatti: c'è il rischio del «tutto va bene». Dell'azione per la liberazione, emotiva e istintiva, all'insegna dello slogan facile e del gesto ad effetto. Ancora una volta alle spalle dei deboli e dei poveri, costretti a diventare cavie per gli esperimenti rivoluzionari.
Solo in un saggio impasto di «azione e riflessione», l'impegno per la liberazione è una cosa seria. Un servizio di liberazione e non uno strumento di rinnovata alienazione.
Anche noi, giovani di gruppi ecclesiali, abbiamo acquisito il senso dell'impegno storico. Ci fanno sorridere coloro che... ci spingono a fare qualcosa. Lo sappiamo bene: il cristiano non impegnato nella storia è uno sgorbio di cristiano. Tutti noi siamo «gente che lotta per la liberazione».
Con le maniche rimboccate nella mischia delle cose quotidiane, abbiamo scoperto molti problemi che prima neppure sognavamo. Vogliamo capirci. Quindi riflettiamo sui «fatti».
L'analisi di fatti concreti può, inoltre, dare una mano a «decidere» tutti coloro che sono sempre sul piede di partenza, in attesa che qualcosa... dall'alto svegli il loro torpore.
I «fatti» sono esperienze vive: storia di gente che ha lottato e sofferto, pagato di persona in un servizio concreto.
Li esaminiamo con amore. Non con i piedi al sicuro, in una falsa presunzione di giudici. Ma in atteggiamento di profondo rispetto, utilizzando l'esperienza di altri per arricchire la nostra ricerca.

Documento di lavoro
Cf doc. 1 e 2.

II parte: Molte soluzioni: quale soluzione?

Le esperienze su cui abbiamo riflettuto hanno dimostrato che ci sono molte concrete possibilità di intervento. Diverse piste di azione: vanno tutte bene, ogni soluzione è buona? Il pluralismo va bene. Perché corrisponde alla realtà, sempre pluralista per le mille sfaccettature di cui è carica e per la singolarità delle situazioni spicciole. Ma il pluralismo è un grosso guaio, quando diventa qualunquismo e genericismo. O, peggio, quando serve come alibi a colui che intende fare la sua strada, eliminando chi non la pensa come lui, magari con parole grosse e proclami altisonanti.
Questo è sopruso, anche se è ammantato di progetti di liberazione. È manipolazione, sulla pelle dei poveri e degli oppressi. Quindi è dittatura culturale e strumentalizzazione. Perciò non è vero che tutto va bene, purché si faccia qualcosa. E neppure è giusto affermare che quanto viene compiuto va sempre bene. È importante scegliere.
Dobbiamo riflettere sulle «provocazioni» emerse dalle esperienze esaminate, per raccogliere due contributi:
- le varie soluzioni prospettate possono spalancare gli occhi a coloro che non avevano sufficientemente preso in considerazione alcuni problemi. Non basta ignorarli per non esserne condizionati. Decidersi per la liberazione significa scoprire tutte le soluzioni possibili, opportune o pericolose, proprio in vista di una liberazione seria.
- non è detto che le varie soluzioni siano le migliori sul mercato. Non possono essere trapiantate di peso. La rassegna delle varie soluzioni quindi invita ad un atteggiamento «critico» (di verifica, cioè, e di confronto) per evitare prese di posizione affrettate, emotive, sloganistiche, che ridurrebbero l'impegno per la liberazione ad un gioco di parole che maschera una nuova e più sottile manipolazione.
A monte di tutto questo discorso ci sono due affermazioni con cui fare i conti. Le trascriviamo per invitare a prenderle in considerazione.

I considerazione: nessuno strumento è neutrale

Ci siamo arrivati con una certa fatica, dopo aver sofferto, nel corso della storia, oppressioni e dittature a tutti i livelli, proprio sull'alibi della «neutralità» scientifica degli strumenti.
Chi sceglie di lavorare per la liberazione deve utilizzare strumenti di liberazione, altrimenti porta avanti l'oppressione. Significa tante cose: basta pensarci con un po' di attenzione, sulla scia dei fatti. La liberazione non si fa strada «costringendo» l'oppresso a pensare come il suo presunto liberatore, ma è vera solo se all'oppresso si dà una coscienza «nuova», capace di apprezzare il dono e la responsabilità della liberazione.

II considerazione: ignorare i problemi significa affogarci dentro

Quando si osserva la realtà in una prospettiva molto ristretta, ci si dà da fare come un forsennato per cambiarla e ci si ritrova sempre con le mani vuote. E così si incolpano gli altri e mezzo mondo.
Se è vero che ogni «fatto» ha agganci molto più vasti di quelli che appaiono ed ogni problema ne coinvolge mille altri, la soluzione degli uni e degli altri è possibile solo «allargando» le prospettive. Scoprendo cioè quello che sta a monte. Anche questa affermazione dice un sacco di cose.
Si pensi, solo per esemplificare, al rapporto con le «istituzioni» (con cui presto o tardi è necessario fare i conti, in ogni attività di liberazione), al peso delle strutture e dell'egoismo interpersonale (che ridimensiona progetti anche bellissimi...), alla scelta degli strumenti adeguati, ai problemi connessi con l'identità cristiana nell'impegno politico.
Per comprendere a fondo il significato di un impegno concreto per la liberazione dobbiamo perciò riflettere su alcuni dei problemi che stanno a monte delle scelte storiche. Si deve analizzare il tipo di strumenti che si vogliono utilizzare e tentare uno sguardo «politico», cioè completo, globale.
Solo dopo aver «sistemato» la piattaforma di lancio, è possibile incominciare a fare progetti.
Tra i tanti problemi, ne evidenziamo due, a blocco: uno sulla sponda strettamente socio-politica e l'altro su quella specificamente ecclesiale.

Documento di lavoro
Cf doc. 3.

III parte: Liberazione è...

A questo punto abbiamo tutti gli strumenti tra le mani per tirare qualche somma. Però i problemi non sono finiti.
E questo per convincere qualche facilone che ha fretta di fare qualcosa (e fa bene!) ma non si accorge che quando si ha a che fare con «persone» (con i poveri e gli oppressi) bisogna camminare in punta di piedi e con il fiato sospeso. «Lavorare per la liberazione significa...».
Si tratta di dare una definizione-descrizione operativa di liberazione, dal momento che appare chiaro che la «liberazione» non è questa o quella attività, questo o quel gesto, ma uno «spirito» che li investe tutti.
Siamo partiti dai vari pezzi della macchina. Ora dobbiamo montarli per farla camminare.
I pezzi li abbiamo tutti. Ma il montaggio non è neutrale. Privilegiare un aspetto a scapito di altri significa creare una macchina diversa dall'altra.
Con gli stessi strumenti posso produrre macchine da guerra o trattori per dissodare terreni incolti. Posso fare automobili per gente di lusso o «mezzi pubblici» per chi non possiede la Jaguar e dovrebbe andare a piedi...
Con quali criteri realizzare il montaggio che definisce la liberazione? Ecco il problema cruciale.
Non dobbiamo inventarlo noi.
In giro, nell'esperienza di movimenti «impegnati», ci sono molti montaggi. Hanno già elaborato una definizione operativa di liberazione. Se la sono creata, spesso, nella fatica e nella sofferenza.
Ripartiamo al confronto. Sulla sintesi e verso la sintesi.
Abbiamo ormai quella sensibilità che ci dovrebbe permettere di scoprire se un progetto è «completo»; cioè efficace per la liberazione. O se, invece, non è completo: non realizza «tutta» la liberazione.

Documento di lavoro
Cf doc. 4.

IV parte: Cristo il liberatore

I giovani seri, che riflettono sul tema dell'impegno di liberazione, molto facilmente si sentono provocati in prima persona.
Si parte lancia in testa per la liberazione del mondo. E ci si accorge presto che il dramma dell'oppressione attraversa prima di tutto ciascuno di noi.
Solo una persona «libera» può diventare un buon liberatore.
Di qui nuovi problemi.
Non possiamo tirare i remi in barca. Visto che abbiamo noi un gran bisogno di liberazione, alziamo bandiera bianca e smettiamo di lavorare per l'altrui liberazione. Questo è tradimento. I poveri e gli oppressi non possono aspettare che noi, piccoli o grossi capitalisti, abbiamo risolto i nostri personali problemi. La nostra e la loro alienazione sono due realtà collegate: la loro povertà è il frutto diretto della nostra ricchezza, in tutti i sensi.
Però neppure possiamo addormentare i nostri personali problemi, svuotandoci e drogandoci in un impegno esterno senza respiro. Non si risolvono i problemi, addormentandoli nelle mille cose che rubano il tempo per pensare.
Bisogna lottare: dentro e fuori.
In questo contesto, il giovane cristiano sente di non essere solo. Scopre il Cristo liberatore.
Lo sente con lui nella lotta per la liberazione.
In lui per una liberazione globale e definitiva: il liberatore che rende uomini liberi, capaci di impegnarsi per la liberazione.
Gesù è una proposta di liberazione: un «modello di comportamento». Non una proposta che soppianta la necessità di capire politicamente la realtà né che decentra dall'impegno storico. Gesù non è un'alternativa al nostro impegno politico.
È invece «l'utopia definitiva» con cui confrontare i nostri quotidiani impegni di liberazione, per renderli reali, efficaci, concreti, pur nella scoperta provvisorietà. Gesù è anche la sorgente della liberazione. Lui ha fatto la liberazione. Ogni seria liberazione è in lui. Nella sua morte e nella vittoria della sua risurrezione, la liberazione è una certezza: per tutti. Gesù liberatore è il sostegno, nella speranza, di ogni storico impegno di liberazione.
Il giovane cristiano che ha scoperto l'impegno per la liberazione, sulle strade di tutti i giorni e con le analisi tecniche che ha elaborato, si confronta con il Cristo liberatore, per «contestare» ogni falsa assolutizzazione della politica e per continuare a sperare, anche nel duro dell'impegno.

Documento di lavoro
Cf doc. 5.

V parte: Dove lavorare per la liberazione

Lo spazio dove giocare energia, entusiasmo e vita, per un servizio serio di liberazione è il quotidiano: il ritmo normale delle cose di tutti i giorni.
Chi scappa dal quotidiano, alla ricerca di momenti alternativi, generalmente non sceglie per la liberazione.
Se lo devono cacciare in testa tutti coloro che sognano ad occhi aperti.
I grandi progetti irrealizzabili, le decisioni maturate al chiar di luna o in un momento di particolare entusiasmo, le parole che rincorrono le parole, in un turbine inutile di documenti, tutto questo, troppo spesso, lascia i poveri e gli oppressi ad annaspare nei loro drammi.
Si può scappare dal quotidiano a due titoli diversi.
Perché si fanno piani troppo utopici o troppo sgangherati. O perché, ammaccati dalle prime legnate, si sbatte la porta in faccia alla liberazione e ci si raggomitola al chiuso del proprio piccolo ghetto.
Dunque il luogo per la liberazione è il quotidiano: il quartiere, la scuola, la fabbrica, il servizio educativo ai piccoli, l'animazione intelligente e liberante delle cose che interessano gli altri. E via di questo passo. Verso impegni sempre più legati al concreto del «dove si fa la storia», in rapporto alla maturazione personale e alla qualificazione professionale.
Il giovane cristiano matura l'impegno per la liberazione normalmente nel suo gruppo di appartenenza.
Se l'impegno di liberazione è nella storia quotidiana, non può diventare il gingillo interno del gruppo. Sdolcinare problemi seri solo dentro il proprio gruppo significa alienarsi: estraniarsi dalla storia, per farsi le proprie cose.
Si lavora «fuori».
Ma ci si matura «dentro»: nel gruppo.
Il gruppo è il luogo dove il giovane diventa libero, per essere liberatore.
Nel gruppo si fa rodaggio. Si elaborano i programmi, con una analisi attenta, anche in chiave di fede. Nel gruppo si ritorna per ricaricarsi. Per ritrovare la speranza di continuare a credere nella liberazione totale dell'uomo.
È una scelta a cui ogni gruppo impegnato è chiamato.
In questo campo, i mezzi termini e il cammino a spanne è non-scegliere. Quindi scegliere-contro.
Non è sufficiente una buona volontà generica. O l'entusiasmo di colui che è tanto pronto al sì, quanto scioperato nel momento concreto della qualificazione. Un gruppo impegnato per la liberazione non ha vita facile. Lo deve sapere. E quindi programmare i rimedi giusti.
Non mancheranno i conflitti verso l'esterno.
Ma soprattutto all'interno si scateneranno tensioni da cardiopalma. Perché la vita, quella seria, quando irrompe, rende malconci. Come una stanza invasa da un'improvvisa folata di vento.
È confusione e crisi: indice di crescita e di maturità.
L'ordine a tutti i costi, l'armonia a prezzo della verità, l'appiattimento dei problemi e dei sussulti, il disimpegno, la falsa coesione, rendono il gruppo come un cimitero: dove regna l'ordine della morte.
Ecco quindi l'ultimo tema da approfondire: per lavorare seriamente nel quartiere, nella scuola, nella fabbrica, nel servizio educativo, come deve strutturarsi il gruppo?
Quale gruppo per l'impegno di liberazione?

Documento di lavoro
Cf doc. 6.

 

MATERIALE Dl LAVORO

Per facilitare e rendere serio il lavoro, bisogna prendere contatto coraggioso con «documenti» da studiare.
Ne offriamo una rassegna. Essi si riferiscono alle indicazioni riportate nelle pagine che precedono.
Di alcuni diamo il testo integrale (almeno come esempio). Per altri rimandiamo a fonti facilmente accessibili.

Fatti da studiare
Doc. 1

A cura del Centro Salesiano Pastorale Giovanile è stata pubblicata una rassegna di esperienze di gruppi giovanili. Se non basta la storia del proprio gruppo o di gruppi simili (cf quelle pubblicate su Note di Pastorale Giovanile) raccomandiamo vivamente lo studio di quelle «storie». Offrono un materiale molto stimolante per analizzare dal vivo le linee caratteristiche dell'impegno politico.
Aa.Vv., Storie di gruppi, LDC.
I fatti però vanno letti in profondità: chi si ferma alla superficie ci capisce davvero molto poco. Ma non è facile andare nel profondo. Per offrire una mano intelligente, il doc. 2 dà una «griglia di lettura».

Analisi dell'impegno politico
Doc. 2

Il progetto di società e di uomo

Un gruppo, un'esperienza, sono validi se si fanno «proposta». Se propongono un «modello» di uomo, di società, di rapporti sociali...
Questa proposta è la carta di identità del gruppo o dell'esperienza. Che emerge in tutte le dichiarazioni, in ogni «passerella», nei vari momenti in cui il gruppo (a parole o con i fatti) deve prendere una posizione.
Qualche volta i punti-chiave della carta di identità balzano immediatamente agli occhi, sono lampanti, evidenti. Altre volte occorre stanarli, individuarli dietro la facciata di alcune valutazioni di avvenimenti, di analisi della società, di considerazioni globali o parziali.
Per cogliere nel centro un'esperienza o il senso di un gruppo occorre quindi mettere in evidenza:
1. la proposta del gruppo o dell'esperienza
- il modello di uomo e di società
- i valori e gli scopi dichiarati
- la strategia studiata per realizzare concretamente questi obiettivi
2. le varie proposte criticate dal gruppo-esperienza (i modelli di uomo e di società criticati).

Il modo con cui si cerca di attuare il progetto

È necessario non fermarsi a ciò che viene dichiarato. Ma andare aldilà. Alla ricerca di ciò che non è esplicito, immediatamente trasparente, ma che è comunque parte integrante della proposta. Occorre sondare il modo con cui il progetto viene attuato, per mettere in evidenza i valori o i disvalori che caratterizzano l'esperienza stessa.
Per far questo ti uniamo una serie di «punti focali» con cui leggere i fatti. Non tutti ti serviranno. Però uno accanto all'altro aiutano a valutare la complessità dei fenomeni, delle esperienze.

1. Le qualità dell'analisi
- È presente nel fatto una chiara analisi sociale su cui si fonda il tipo di impegno e di intervento nella realtà; oppure questa analisi è sommaria, posticcia, poco penetrante e poco conseguente, subordinata ad altri fini, introdotta per «salvare la faccia»?
- L'analisi sociale è concreta, filtrata attraverso l'esperienza quotidiana, e quindi viva, avvertibile da tutti, impastata di problemi vicini; oppure risulta generica, «lontana»?
- L'analisi sociale è settoriale? riguarda cioè solo alcuni aspetti e problemi senza adeguatamente inquadrarli in un contesto più ampio, alla ricerca di cause ed effetti reali?

2. Le caratteristiche dell'impegno «politico»
Ogni esperienza, ogni gruppo, tendono a dare una diversa definizione di impegno «politico»; nel fatto che stai esaminando quali sono le caratteristiche principali dell'impegno politico che viene proposto e vissuto?

3. La strategia
Il gruppo o l'esperienza riescono a tradurre le belle idee che hanno in testa? oppure a questo punto il motore si «grippa»? quali sono gli ostacoli, le difficoltà, gli errori, le «omissioni»...? in che modo riescono a «tradurre»?

4. Il senso del limite
Il gruppo o l'esperienza sono «sparati» oppure «realisti»?
Sentono la vocazione dell'avanguardia che taglia il cordone ombelicale con la media delle persone e delle situazioni?
Vogliono ottenere tutto e subito senza misurare le pretese alla luce della realtà?

5. Il grado di immobilismo
Nelle scelte del gruppo o dell'esperienza c'è «puzza» di immobilismo, di conservazione? magari dietro i paroloni rivoluzionari è nascosta una logica da lumaca; oppure ci si illude di cambiare le cose solamente spingendo in un piccolo anche se valido settore, e non considerando il resto...

6. La gestione del potere
Come viene gestito il potere all'interno del gruppo o esperienza? chi è che comanda? e come?
Molte volte dietro belle facciate c'è il dispotismo, l'arbitrio di pochi, l'autoritarismo...

7. La strumentalizzazione
Nel fatto esaminato si strumentalizzano persone per raggiungere fini e scopi prefissati? qualcuno finisce per essere la cavia?
Si forzano situazioni, si aggiustano avvenimenti, si falsano i fatti?
La bontà della causa o il generale clima di violenza di cui è piena la nostra società o la gravità di alcune situazioni, giustificano questi fatti?

8. Il rispetto della persona
Nell'esperienza che esamini, la persona è sempre rispettata? è sempre al centro? anche se è dall'altra parte della barricata?

9. Il grado di coscientizzazione
Le persone che fanno parte dell'esperienza riescono a raggiungere tutte quante un soddisfacente grado di coscientizzazione dei problemi e degli avvenimenti? oppure qualcuno è ai margini? delega altri in questo campo? o viene trattato come «sottosviluppato»?

La scelta degli strumenti

Quando l'obiettivo è messo a fuoco l'attenzione si sposta sugli strumenti che permettono di centrarlo. Ce ne possono essere di tanti tipi... Di quelli più validi, più sottomano, più funzionali, più chiassosi...
Nel «fatto» che stai esaminando occorre verificare anche il criterio di scelta degli strumenti. Un ottimo ideale di liberazione può infatti essere infranto, compromesso, da una scelta inadeguata di mezzi.
Una batteria di domande:
1. la scelta degli strumenti viene raccordata ad un quadro globale di analisi e di strategia, oppure prevale l'opportunismo, la superficialità, l'immediatezza con poca ponderazione...?
2. gli strumenti appaiono adeguati per raggiungere gli obiettivi prefissati? rispettano gli obiettivi o sono un «controsenso? 'seguono cioè una logica diversa da quella che si vorrebbe ottenere con gli obiettivi?
3. l'uso degli strumenti comporta delle conseguenze negative per le persone?

L'atteggiamento verso le istituzioni

Il gruppo o l'esperienza, nel portare avanti il proprio programma, si scontra con le istituzioni. Sia perché, comunque, ne respira l'aria. Sia perché a volte cerca di creare una struttura alternativa a determinate istituzioni.
Nel definire l'impegno politico di un gruppo o di un'esperienza è importante mettere in risalto l'atteggiamento verso le istituzioni. Puoi leggere i «fatti» con questo filtro:
1. qual è l'atteggiamento dell'esperienza verso le istituzioni globali della società? (stato/scuola/burocrazia/famiglia/chiesa/forze politiche...)
2. qual è l'atteggiamento dell'esperienza verso le istituzioni «vicine», quelle con cui si ha a che fare tutti i giorni?
3. in piccolo, il gruppo o l'esperienza, costituiscono una istituzione alternativa? che caratteristiche presenta questa eventuale istituzione? è un essere diversi in concreto, nella realtà, oppure solo in teoria, sulla carta?

In gruppo o a livello individuale?

L'impegno politico non si vive da soli, isolati. Ci si unisce ad altri, ci si coagula intorno a scopi, a valori, ad analisi e strategie affini. Qualche volta si crea il gruppo che opera, che si impegna, che riflette, interviene, che matura... L'impegno politico viene vissuto come «gruppo». In altri casi le persone si servono di un gruppo come punto di riferimento, ma operano concretamente in campi diversi. Nel gruppo affinano la sensibilità e operano un confronto per poter agire più arricchiti nei diversi settori in cui sentono di doversi impegnare.
In altri casi, ancora, gli individui maturano a livello personale le motivazioni all'impegno. Anche se a livello concreto si uniscono con altri per agire politicamente. Concordano su un'analisi e su una strategia di intervento.
Nei fatti che stai esaminando come viene vissuto l'impegno politico? A livello individuale o di gruppo? Ed eventualmente, in che tipo di gruppo?

Rivoluzione interiore e rivoluzione strutturale?

Tra i gruppi di impegno c'è sovente una scomunica reciproca. Alcuni mettono l'accento anzitutto sul cambio personale, sulla rivoluzione dentro, e bollano come parolaio, inconcludente e fumoso chi si batte per un cambiamento radicale delle strutture sociali.
Gli altri, forti di un'analisi stringata, etichettano come intimisti e funzionali alla conservazione dello «statu quo» quelli che credono solo nel cambio personale e che dicono di essere gli unici a pagare di persona.
Qualche gruppo poi riesce a mettere insieme le due dimensioni, in una sintesi efficace.
I fatti esaminati, con quale «campana» entrano in sintonia?

Scelta utopica o scelte reali?

C'è la possibilità di fare una scelta utopica, di voler essere all'interno della società un segno, una frangia di persone preoccupata di tener alta una tensione, un ideale... Anche se ciò comporta uno stacco dalla realtà media con cui si ha a che fare, la scelta di un modo più celere di procedere, la preoccupazione di non contaminare o ridurre il messaggio...
E c'è la possibilità di scegliere di vivere alcuni valori dentro le strutture che ci sono, cercando di modificarle dall'interno; dentro la normalità delle persone, cercando di incrinare a poco a poco la logica da piccolo cabotaggio che ci si porta dentro... Abbandonando un po' la strada dei proclami, dei pugni nello stomaco, delle denunce anche vere e conseguenti... Sposando la pedagogia dei tempi lunghi, dei risultati poco appariscenti, della continuità...
I fatti che hai sottomano, a quale «logica», a quale scelta si ispirano?

Istanza critica

Alcuni gruppi, una volta sposata un'ideologia, sono tutti tesi a delineare una strategia di intervento. L'ideologia non si tocca più. Si rifiutano messe in discussione che frenano la marcia. E questa scelta viene fatta il più delle volte a livello implicito, quasi senza accorgersene.
Altri gruppi invece non ritengono intoccabile una scelta perché effettuata una volta e perché fatta con gli occhi aperti. Pur nella tensione di tradurre concretamente le istanze che emergono dall'ideologia, sono attenti. Alla luce dell'esperienza cercano di ripensare criticamente l'analisi storica e i valori che costituiscono tale modo di intendere la realtà.
Nei fatti considerati, quale atteggiamento prevale?

Rapporto fede e impegno politico

1. Fede e vita
In qualche esperienza la fede è negata, cestinata tra le cianfrusaglie inutili, nel campo del superfluo... In altre invece fede e vita sono ben integrate, ben impastate, fino a formare un tutt'uno che si compenetra. La fede risulta il motore della vita. La vita è il campo di prova della validità della fede.
In altre esperienze poi la fede è presente ma viene separata dalla realtà, dalla storia. È confinata al piano di sopra, in una specie di soffitta da cui ci si picca di contemplare bene il cielo ma che di fatto risulta troppo distante dalla vita concreta.
Nei fatti che stai esaminando qual è il modo di intendere la fede? Che posto occupa rispetto alla vita?

2. Fede e impegno politico
Per alcuni gruppi la fede ha un posto di rilievo a tutti i livelli. È esauriente. Fino al punto da suggerire all'uomo un modello di società da attuare nel contesto sociale. Fino al punto da indicare anche gli strumenti adatti per calare nel concreto il modello di società.
Per altri la fede è un po' meno esauriente. Non arriva a suggerire modelli di società o tipi di strumenti... Offre solo una sensibilità di base grazie alla quale i cristiani si sentono spinti ad agire socialmente e a ricercare a livello umano (nel profano) la soluzione dei problemi.
Nei fatti che hai sottomano come viene intesa la fede?

3. La fede: un'utopia umana di giustizia?
Qualcuno nel premere l'acceleratore sulla giustizia umana, sull'impegno umano dl liberazione, ha perso per strada la dimensione trascendente della proposta di fede. Per cui la fede non va aldilà di una istanza umana di giustizia, fratellanza, libertà, uguaglianza... La concezione della fede come «rovesciamento-completamento-superamento» dell'umano, come introduzione di una logica diversa (quella di Dio) nella vita degli uomini, è un po' ai margini. O confinata o dimenticata.
I fatti esaminati presentano questa riduzione del concetto di «fede»? Oppure no?

4. Funzioni della fede
Oltre alle dimensioni descritte, ti pare che la fede, nell'esperienze esaminate, abbia altre funzioni? Quali?

5. L'identità cristiana
I protagonisti dei «fatti» esaminati si pongono il problema della identità cristiana? Perché? In che cosa consiste questa identità? Come viene avvertita? Fanno qualcosa di specifico come cristiani?

6. Come viene vissuta la fede
I componenti del gruppo o dell'esperienza che hai sottomano sentono l'esigenza di avere alcuni momenti espliciti per alimentare la loro fede? A livello personale o a livello comunitario, di gruppo? E se il gruppo è misto (composto di credenti e di non credenti) partecipano tutti a questi momenti di fede o solamente chi crede?

7. Fede e religione di chiesa
Alcune volte i gruppi, rivendicando una vita di fede più autentica, tagliano i ponti con il modo ufficiale con cui la fede viene vissuta nella Chiesa; o comunque si mettono di fatto su una strada diversa.
Nei fatti esaminati come si caratterizza il rapporto tra il gruppo e la chiesa ufficiale, tra la fede del gruppo e la religione di chiesa?
Viene sentita la necessità di un rapporto? C'è anche a questo livello un senso del pluralismo? L'accettazione di modi diversi di essere? Oppure prevale una netta distinzione?

Per la serietà dell'impegno politico
Doc. 3

Un serio impegno di liberazione deve essere montato sul rispetto di analisi serie ed approfondite.
Problemi socio-politici nell'impegno di liberazione
Per chi non sa dove mettere le mani: Aa.Vv., La liberazione un dono che impegna, LDC.
Problemi ecclesiali: lo specifico del cristiano nell'impegno di liberazione
Uno studio molto interessante: G. Piana, Il cristiano e l'umanizzazione del mondo, in Note di Pastorale Giovanile, 1974/9-10.

Liberazione è...
Doc. 4

«Comunione e liberazione»: il progetto politico di comunione e liberazione

Il movimento a chiara ispirazione cristiana «CL» ha un suo preciso progetto di impegno per la liberazione, che affonda le sue radici in una visione della storia e in una analisi delle alienazioni presenti in essa. Per raggiungere questo progetto, partiamo dal concreto. Il documento che riportiamo riproduce un'analisi sul lavoro, visto nella sua quotidianità più «banale»: la fabbrica - l'assemblea - i rapporti tra le persone.

Documento sul lavoro (Milano 1972)

Quello che si può chiamare tentativo di comunione e liberazione nel mondo del lavoro è nato dalla costatazione che, via via, molti di noi hanno fatto: ci sono più di otto ore che, per un cristiano, restano una pausa nel proprio essere cristiano. Perciò, ci si trova spesso, come cristiani, ad effettuare una pausa assurda, che non può non far rilevare che i conti non tornano, neppure nell'altra parte di vita, dove magari viviamo un'esperienza di comunità.
Questa è ed è stata una constatazione iniziale.
Così, alcune persone tra noi hanno cominciato a ritrovarsi, pur lavorando in luoghi diversi; ed è stato allora l'inizio, molto informale, di quella che oggi è l 'assemblea.
Si trattava di incontri molto semplici, dove cercavamo di meditare insieme quel discorso (quella parola nella quale ci riconosciamo come cristiani) e di vedere perché questo discorso fosse così assente da tutto uno spazio e un tempo di lavoro.
Tali incontri ci hanno aiutato ad iniziare un mutamento o, meglio, a concepirci in un modo differente, a considerare in modo differente noi stessi.
Prima di vedere in cosa consista quel tipo di vita comune, di riferimento comune che abbiamo iniziato, è meglio indicare alcune categorie emerse durante questi pochi mesi di tentativo. Le elenchiamo qui di seguito.

Il lavoro come occasione
Cos'è il lavoro?
Il lavoro è la condizione di tutti gli uomini. È vero: questa condizione è stata usata, strumentalizzata, sfruttata; ma proprio perché è la condizione umana, su di essa gli uomini agiscono con il potere e con i loro interessi.
Il lavoro, anche per un cristiano, è la stessa cosa, è la condizione umana. Ma cosa è allora, realmente, la condizione umana per noi?
È l'occasione continua, di un giorno dopo l'altro, per vivere il fatto cristiano, per confermare, per testimoniare il fatto cristiano. Perciò, se qualcuno oggi ci chiede «cosa è il lavoro per voi? o, noi rispondiamo che è l'occasione della nostra missione di cristiani.
È proprio scontrandoci quotidianamente e continuamente con delle strutture che sono contrarie ad un bisogno di liberazione, che chiudono questo bisogno, che uno si accorge di essere richiamato con violenza all'occasione di testimonianza, di annuncio di liberazione, all'occasione dell'annuncio della liberazione cristiana. In sintesi, la missione non è definita né dalle condizioni, né dai risultati, ma è la posizione, la struttura dell'uomo cristiano.
Noi diciamo: il cristianesimo non è una teoria, è Cristo. E Cristo si pone come fatto concreto, perché ha annunciato una salvezza; salvezza che ci è stata annunciata proprio come fatto concreto, cioè come esperienza di comunione con Lui, con la chiesa, con chi ci ha fatto l'annuncio.
Perciò, la struttura del cristiano è una struttura di comunione e il lavoro è il luogo dove siamo mandati: tutte le condizioni di vita, per una struttura di comunione, diventano luogo dove si è inviati, dove si è missione affinché questa struttura di comunione sia conosciuta, si realizzi.
Mandati per cosa? Mandati a costruire la Chiesa. Allora qualsiasi luogo di lavoro è occasione di iniziare a costruire quello che è un gruppo di comunità.
Ma questo non deve far dimenticare che, se uno è solo, la Chiesa è lui e che, perciò, la missione è innanzitutto percepire sé come Chiesa: questo è il fatto di cui dobbiamo accorgerci e quindi deciderci.
In questo senso, è preferibile, anzi desiderabile che, in una fabbrica, in un'azienda, siano tre o quattro i cristiani che già si riconoscono, per avere così la facilità di una visibilità di Chiesa: ma essi saranno Chiesa visibile se almeno uno di loro concepirà sé come Chiesa, altrimenti saranno semplicemente un gruppo e cadranno in quella che è la logica del mondo e saranno alienati. E diciamo questo proprio pensando al tipo di esperienza faticosa e contraddittoria che si fa all'interno del lavoro.

La presenza cristiana: giudizio politico
Il nostro essere cristiani è un giudizio globale sulla realtà, che entra in tutta la concretezza; è un giudizio politico, nel senso che giudica i fatti e ogni pretesa politica che volesse risolvere completamente l'uomo (che non può accettare nessuna pretesa politica di risoluzione dell'uomo).
Questa è la nostra rivoluzione culturale: liberazione per me è liberazione per tutti; altrimenti non lo è nemmeno per me.
La liberazione non è una teoria nostra o un nostro programma, la liberazione è un fatto che non è opera nostra. È una persona, è Cristo. E questo scandalizza ogni mentalità mondana, soprattutto perché questo fatto prosegue nella comunità cristiana.
Bisogna aiutarci a riconoscersi su questa istanza di liberazione, aiutarci a tirarla fuori, perché spesso si è stanchi e non si ha voglia.
Occorre dire ai colleghi che sono alienati proprio sul fatto cristiano, sulla Chiesa; che credono di conoscerla, ma che non la conoscono; che, quando la gente parla della Chiesa come potere, non parla della Chiesa, ma parla di come il mondo ha incappucciato la Chiesa; che non conosce la Chiesa e la comunità cristiana, ma crede di conoscerla.
In questo senso, è terribile come la società sia alienata ed è caratteristico come molti che si definiscono di sinistra ricadano in questo stesso errore e tendano a farsi incappucciare a loro volta da questa società: accusando la Chiesa di distorcere la società, non si accorgono di vedere, in realtà, proprio la vittoria della società e la carenza di Chiesa.
Il problema è solo questo: ricostruire la comunità, la comunione e parlare di come la proposta di Cristo intervenga proprio su quell'istanza di liberazione che ogni uomo ha, anche se continuamente repressa, oppure continuamente ripresa dall'uomo con le sue mani e ricostruita con la sua intelligenza e con la sua logica. Questi giudizi, queste parole che dico non sono solo parole, ma sono fatti, sono degli incontri.
Incontri di che genere?
Se ne può descrivere semplicemente il meccanismo.
Si scrive un foglietto, lo si distribuisce all'entrata dell'azienda; in esso si invitano i compagni a una riunione, per parlare di quello stesso foglietto. Si può usare di qualsiasi pretesto, di qualsiasi occasione (come lo è stato il Natale).
In molti posti, le cose sono partite proprio dal Natale: il volantino serviva non tanto a prendersela con il Natale consumistico, perché il problema non è solo qui, ma per dire che non si sa più che festa sia, proprio perché non si sa più cosa siano Chiesa e Cristianesimo: era proprio l'occasione per fare quel discorso, in quanto l'invito provocava non solo l'incontro della riunione, ma una continuità di incontri. Infatti la gente, dopo che uno in un luogo, ha distribuito volantini di quel genere, va a chiedergli qualcosa. Insomma: è un fatto che si costituisce lì dentro, è un fatto lì dentro.

Gli strumenti e lo scopo
Tutto quello che ho descritto adesso (dal volantino, alla riunione, agli incontri e a tutta quella serie di giudizi sulla società) tutta questa attività è solo uno strumento e non può essere uno scopo.
Saremmo come il mondo, se questo fosse lo scopo. Lo scopo non è fare riunioni, non è aumentare il numero intorno a un tavolo; ma è da un lato, richiamare noi a vivere la struttura nuova (perché il dar volantini e il far riunioni o è puro attivismo o è costringere noi a meditare su quel giudizio, costringere noi a una comunione col Cristo che abbia uno spessore diverso); dall'altro lato, lo scopo è la proposta di una struttura ad altri, è cioè il tentare la comunione con altri, è il tentare di coinvolgerci magari con solo una, due, tre persone, ma coinvolgerci per sempre: iniziare senza nessun programma di termine.
La missione nel mondo del lavoro ha un solo nocciolo: ripetere quello che ha iniziato Cristo con gli apostoli. Cristo che per tutta la vita è stato con loro; proseguire quello che hanno fatto gli apostoli con gli altri nelle prime comunità. Bisogna proseguire questo coinvolgimento con i compagni, anche se non capiscono; bisogna essere disposti a tutta la mortificazione di una comunione che non dà risultati, che sembra frenare tutto quello che potrebbe essere un lavoro molto più vasto, molto più grosso.
Se, fra alcuni anni, fossimo richiesti di dire cos'è il tentativo di comunione e liberazione nel mondo del lavoro e rispondessimo elencando gruppi e riunioni, ma noi non fossimo realmente coinvolti con almeno una persona o non avessimo veramente tentato questo coinvolgimento, non varrebbe a nulla.
In questo senso, chi ci è più di aiuto e di esempio è colui che non ha fatto nessun volantino, nessuna riunione, ma si è veramente messo insieme a Tizio o a Caio, lì, nel suo posto di lavoro, magari in un studio professionale dove ci sono poche persone...
Tutto consiste nel concepire sé come Chiesa e nel desiderare che questo nasca in un altro: quindi bisogna compromettersi con lui.
Il richiamarsi continuamente questo fatto dà un tipo di libertà veramente rinnovata; l'essere disposti a questo fa sì che uno, poco a poco, lentamente, trovi tempo e coraggio di portare l'annuncio dappertutto, di fare errori, di preoccuparsi molto poco del fatto che il volantino sia perfetto o del fatto che quel tipo di posizione sia presa con estrema intelligenza: proprio perché la missione è la nostra continuità di Chiesa in una situazione e, perciò, non è data dalla perfezione di questo o di quel gesto, ma da una sovrabbondanza di gesti.

Assemblea: l'aiuto vicendevole
Il punto di aiuto, per un cristiano, è il punto e il luogo della sua esperienza di comunione, è la comunità che l'ha originato, da cui si sente mandato, a cui si riferisce.
Innanzitutto, aiuto sono i momenti di ascolto della parola di questo luogo, di liturgia o di conversazione tra noi (che dovranno diventare sempre meno momenti ai quali uno deve andare, per essere sempre più dei momenti dei quali c'è la necessità per vivere, per sopravvivere, per essere sempre se stessi in ogni luogo: perché, se questi sono i momenti che ci costituiscono, lo spazio e i tempi della nostra vita sono altrove, nel luogo della missione).
Per questo, nulla come una decisione missionaria riafferma nella fede che innanzitutto il luogo di origine è il luogo di ascolto della parola, con tutti i difetti personali, con tutta l'incapacità di comunione che abbiamo dentro. Sarebbe perciò un tradimento al mondo il non rifarsi sempre a questo punto di partenza.
Ma, come il punto di partenza è decisamente il momento di ascolto della parola o il momento liturgico comune, così è altrettanto spontaneo che nasca un riconoscimento particolare tra chi si trovi in situazioni analoghe o in un tentativo di missione nel lavoro: è questo riconoscimento che noi chiamiamo assemblea di chi tenta la missione in una data situazione.
L'assemblea del lavoro è nata proprio da questo aiuto.
La storia, pur breve, di questa assemblea è stata piena di difficoltà. Le difficoltà ci sono state ogni volta che si è trattata l'assemblea, in fondo, politicamente, per difendere un'idea, una posizione. Questo atteggiamento distrugge un'assemblea cristiana.
Oggi, la nostra assemblea, con tutte le difficoltà della sua strada, è qualcosa di più semplice e si può dire che svolga due funzioni (ma è, fondamentalmente, una sola stessa funzione vista sotto due facce diverse) che chiariamo.
A) Aiutarci a trarre, dal discorso che ci viene fatto, delle categorie di aiuto al nostro essere in missione; aiutarci cioè a meditare in comune che cosa sia la nostra personalità missionaria.
B) Aiutarci a un giudizio comune riguardo al nostro agire, alle decisioni prese, alle decisioni da prendere nelle situazioni. Cosa vuol dire questo giudizio comune? Non vuol dire che uno si alza e chiede: «Cosa devo fare? Devo fare il sindacato o devo uscire?». Il problema non è che, per maggioranza, si decide se fare questo o quello. Invece ciascuno dice quello che ha fatto, per esempio in una manifestazione con dei compagni e l'assemblea non decide se è bene o se è male, anche se può venir fuori un giudizio; la questione è molto diversa, è l'aiutarsi, è l'intervenire dando il motivo di fede del proprio agire, della propria azione svolta. Perciò, innanzitutto, il giudizio viene dato da ognuno intervenendo su se stesso, perché, nel momento in cui ci si sforza di vedere cosa c'entra, con il suo tentativo di costruire la Chiesa, il tipo di gesto che sta facendo, è lui stesso che dà un giudizio su di sé e gli altri imparano da quello che lui ha detto.

Non vergognarsi della libertà cristiana
Abbiamo parlato spesso tra noi della memoria-di Cristo: dobbiamo aiutarci ad avere memoria che il fatto di Cristo è il fatto che ci libera. E memoria vuol dire esperienza di questo; ebbene, il mondo, i nostri colleghi, i nostri compagni hanno di Cristo solo un «ricordo» (e ricordo vuol dire una memoria sbagliata, annebbiata, una memoria alienata). C'è realmente bisogno che torni a vivere questa memoria; noi ne siamo responsabili.
Non ci sarebbe cosa più buffa e più triste, per dei cristiani, che l'avere vergogna di ciò che hanno incontrato, che l'avere vergogna della libertà e farsi meraviglia (perché magari non ce la sentiamo di dire che abbiamo vergogna) del fatto che il mondo combatta e ostacoli l'esperienza di libertà cristiana.
Ma che meraviglia ci deve fare? Proprio nel momento in cui riconosciamo che questa società è oppressiva, per forza, in tutte le sue forme, in tutti i suoi tentativi (anche di liberazione, finché resta nelle mani dell'uomo e dell'intelligenza dell'uomo) continuerà a combattere la proposta di libertà cristiana. Perciò noi non possiamo meravigliarci che questa esperienza di liberazione sia combattuta e, come diceva San Paolo, l'unico punto è non avere vergogna della libertà cristiana. E l'invito che ci possiamo fare è realmente aiutarci a non avere vergogna.

Il «Manifesto»
parla dell'impegno per la liberazione

Tutti oggi conoscono il «Manifesto».
Esso ha una chiara e precisa ideologia a monte di ogni intervento.
È, questa ideologia, una proposta di «liberazione», che reinterpreta il marxismo genuino, alla luce delle istanze attuali.
Questo che riportiamo è un discorso concreto. L'analisi del movimento studentesco e le prospettive verso cui tendere, sia nella scuola, sia nel movimento stesso.
Nel documento esiste, come in filigrana, la visione che il Manifesto spinge, a proposito di «liberazione».

Documento sulla scuola (1970)

Lo stato del movimento
Premessa indispensabile per una visione realmente indicativa dell'attuale situazione della scuola, è una sommaria analisi dello stato del movimento studentesco. Il movimento degli studenti, ha raggiunto nelle lotte del '68 l'apice della propria storia: da quell'anno, infatti, è iniziato il suo disfacimento strutturale ed ideologico. L'eredità più propriamente politica del m.s., non si è però persa. I contenuti più qualificanti del movimento politico degli studenti (egualitarismo, rifiuto della delega, diffidenza verso le istituzioni) sono stati facilmente assimilati dal movimento di classe dell'autunno '69 che ha tradotto queste nuove istanze studentesche in movimenti di lotta all'interno ed all'esterno della fabbrica: aumenti salariali ugualitari, diritto d'assemblea, nuove forme di democrazia del basso, etc. Pur avendo contribuito alla sua crescita politica, il m.s. non è però riuscito a spostare dall'asse istituzionale il movimento operaio: di qui l'impossibilità di creare un movimento comune, fortemente radicalizzato, con il seguente isterilirsi del m.s. stesso, sino all'attuale movimento rivendicativo (= «sindacalismo studentesco»).
Che significato dare a questa involuzione?

La condizione studentesca
Al di là dell'incapacità delle strutture (sindacato-partiti) del movimento operaio, di recepire le istanze del m.s., la risposta più significativa al processo involutivo deve essere cercata nell'analisi del «ruolo sociale» dello studente. Per gestire in proprio un movimento, infatti, lo studente deve possedere una propria identità sociale. La crisi del m.s. nasce proprio dallo scoprire lo studente come «non-essere», senza alcun ruolo rivoluzionario: fine del m.s. e forte militanza studentesca nelle organizzazioni istituzionali del movimento operaio: una rinuncia, insomma, ad un ruolo di contestazione globale e spontanea nella scuola.
In realtà, lo studente acquista una propria funzione sociale e rivoluzionaria a causa dell'ambiguità del proprio ruolo: la coscienza del proprio non-essere, delle non-appartenenze ad una classe - coscienza che aveva stroncato il m.s. - , realizza e concretizza il significato rivoluzionario dello studente.

La scuola della società ineguale
La scuola, o meglio, la contemporanea scuola di massa, è nata e si è sviluppata in funzione di cardine fondamentale del sistema neocapitalista, adempiendo, in particolare, alle seguenti funzioni:
- prepara allo svolgimento di un ruolo professionale qualificato, necessario alla tecnologia della società post-industriale;
- oggettiva, quindi, scienza, tecnica e cultura, presentandoli come fattori neutrali, puramente strumentali, funzionali al mito del progresso e del benessere,
- mercifica lo studente in quanto persona, riducendolo ad una pedina da inserire nel sistema produttivo: la scuola reprime, quindi, qualsiasi tentativo pedagogico che sia una reale educazione per la persona o per la collettività,
- dietro l'apparente scuola di massa, si nasconde un preciso meccanismo selettivo, che crea o perpetua le diseguaglianze già esistenti:
- giustificando e razionalizzando gli squilibri culturali tra gli studenti di classi economicamente e culturalmente diverse
- con strutture specifiche, quali esami e voti
- attraverso la valorizzazione economica del grado di istruzione: la competenza tecnica e professionale viene considerata come «valore del sapere sul mercato». Attraverso questi ingranaggi selettivi e pseudo-formativi, la scuola stratifica socialmente in classi quelle stesse persone che il sistema extrascolastico stratificherà poi a livello economico. Si ha inoltre, la reificazione della cultura che, da valori di consumi, viene ad assumere unicamente le funzioni di «valore di scambio».

La crisi dell'integrazione
Una scuola di questo tipo entra in crisi quando non riesce ad inserire a livello produttivo la massa studentesca che sta selezionando e «preparando»: lo sviluppo delle scuole di massa (almeno a livello nazionale) ha superato il ritmo di sviluppo del sistema economico creando una enorme inflazione del mercato produttivo. Sotto questa spinta inflazionistica, la scuola si è trasformata in un'ampia area di parcheggio: quasi un corpo separato, visto che il 60% dei laureati alimenta il sistema scolastico pubblico.
Nasce un movimento studentesco, quando lo studente prende coscienza della situazione, sia per esperienza personale, sia per la maturazione politica esterna. La classe dirigente ha due possibilità per tentar di razionalizzare il fenomeno:
- un regresso scopertamente anti-democratico; limitazione della scuola di massa ai gradi inferiori dell'istruzione ed una fortissima selezione (numero chiuso) ai gradi superiori, in funzione antiinflazionistica. Una programmazione di questo tipo, però, oltre a facilitare la coscientizzazione studentesca, porterebbe ad uno scontro diretto. Pertanto è difficilmente realizzabile.
- La rinuncia esplicita alla rivalutazione della scuola, anzi, inflazione voluta e accelerata anche del titolo di studio. Si accompagna questo tipo di intervento con riforme falsamente democratiche ed innovatrici (es.: liberare la scuola dalle responsabilità di dover garantire «direttamente» il «valore di scambio» del titolo di studio. La selezione e la mercificazione vengono semplicemente spostate al di fuori della scuola, ma gli effetti rimangono immutati).
Dalla parte opposta, inconcludenti sono i tentativi di intervento nella scuola della sinistra riformista. Infatti, qualsiasi strategia di tipo riformista, intende la scuola come «servizio pubblico», bene comune da rendersi maggiormente fruibile alle masse popolari e ignora volutamente la funzione selettiva, repressiva e mercificatrice della scuola: dietro l'apparente accessibilità popolare di quest'ultima, pertanto, si ha solamente un ampliamento ed una maggiore articolazione della funzione selettiva, a tutto vantaggio del sistema. La strategia riformista riduce qualsiasi espressione del movimento studentesco a «sindacalismo studentesco», inizialmente citato.

Linee di una alternativa
L'unico intervento realmente liberante nei confronti dell'istituzione scolastica è quello che si rivolge direttamente alla distruzione del ruolo gerarchizzante della scuola borghese.
Un intervento quindi, rivoluzionario, che rifiuti in blocco e distrugga totalmente l'attuale sistema scolastico, evitando le insidie delle strategie riformiste, e si organizzi, al di là di ogni facile spontaneismo, le due funzioni irrinunciabili della scuola, l'educazione e la trasmissione del sapere, liberata dalla mercificazione economico-sociale e da ogni funzione selettivo-gerarchizzante.
1) L'educazione, è funzione fondamentale, in quanto, storicamente, ogni comunità si identifica in un proprio fine, che esprime in certi valori, in una determinata ideologia. La ricerca di valori e di ideologie veramente liberanti e non coercitive non esonera, anzi, impone una organica «trasmissione» di esse ad ogni membro della collettività: nasce immediatamente la necessità di una educazione che sia sociale e socializzante.
Con «sociale» si intende soprattutto la gestione del momento educativo. Col distruggere il ruolo mercificante della scuola borghese, cade la necessità di un rapporto dogmatico educatore-educando, e la necessità di un ambiente definito (la scuola) per la trasmissione educativa. Non si può giustificare infatti l'oggettività del rapporto educatore-educando solo in base ad un astratto status (laurea o diploma magistrale) o in base al semplice bagaglio culturale del primo; inoltre l'educazione, la trasmissione dei valori, dei modelli di comportamento, attualmente, viene esplicato in parte dalla scuola, ma soprattutto della famiglia, dall'ambiente, dai mass-media.
Ecco allora che, in un modello alternativo di scuola, il momento educativo viene gestito socialmente, dalla «comunità sociale», intesa come comunità capace di educazione, in quanto coscientemente politica ed in «rapporto gerente». La capacità socializzante di un siffatto sistema educativo, si misura sulla capacità di stabilire un continuo ricambio dei ruoli di «educatore» e di «educato»: l'educato deve essere contemporaneamente educatore nei confronti di un terzo.
2) La necessità di una trasmissione del sapere deriva dal fatto che l'uomo non può prescindere dal sapere scientifico e del sapere umanistico che l'hanno preceduto.
Importante è eliminare il concetto dell'astoricità del sapere, perché esso è sempre dipendente dalla condizione storica, sociale ed economica che lo produce. Anzitutto non deve essere confusa la costruzione di una società senza classi con una società in cui l'uomo, il singolo non venga rispettato, valorizzato, per cui si giustifica lo spazio per un sapere personale, specifico, che è materialmente impossibile distribuire collettivamente.
Una prima premessa è la costruzione di un momento di trasmissione del sapere, anche se elementare, all'interno del momento educativo gestito socialmente: l'insieme di quelle capacità concrete e fruibili nella vita quotidiana (leggere, scrivere, etc.), che attualmente vengono forniti nei primi anni di attività scolare, possono sicuramente essere distribuiti attraverso l'educazione, attuando in tal modo una prima trasmissione collettiva e sociale del sapere. Dopo l'apprendimento elementare collettivo, si rende necessario un momento specifico di apprendimento ed elaborazione personale che però sarà senz'altro influenzato dal momento educativo collettivo già vissuto dallo studente: quindi, circolarità di idee e relazioni, insegnamento-apprendimento sciolto da qualsiasi carattere autoritario, ecc.
Il problema più gravoso resta, però, non il metodo di trasmissione del sapere, ma il contenuto del sapere trasmesso: l'analisi dei contenuti del sapere viene compiuto non astrattamente, ma nella prassi, nella verifica del «sapere» nella realtà sociale, quindi una verifica della professione e dei suoi contenuti, diretta espressione sociale del sapere acquisito.
Scomponendo la professionalità in «competenza tecnica» e «funzione sociale» della professione ed esaminando dialetticamente l'incisività di questi due fattori nella prassi sociale, si può continuamente liberare l'«oggettività» del sapere dai contenuti mistificatori che la scuola borghese ha imposto su di esso. È importante notare che questo continuo processo di scomposizione e di analisi, può essere compiuto solo al di fuori della scuola, nella realtà del sistema produttivo: in questo momento di analisi, di lavoro comune, nasce l'unione fra movimento studentesco ed operaio, unione specifica, perché matura della coscienza che sia la natura della fabbrica che quella della scuola sono messe in causa nella loro comune partecipazione allo stesso meccanismo sociale.

La liberazione secondo K. Marx

Marx è per molti «il teorico della liberazione».
Ha sviluppato una trattazione attenta, «scientifica», sui problemi da cui liberarsi e sulle mete a cui tendere.
Molti oggi si richiamano, più o meno, a lui.
Il discorso che riportiamo è un classico tipo di riflessione «filosofica» sui problemi in questione: l'alienazione radici - lotta di classe - nascita dell'era del comunismo.
Non è un testo diretto, firmato da Marx. Ma la riproduzione fedele del suo pensiero elaborata da uno studioso.

Il progetto di Marx sulla liberazione parte dalla analisi della situazione reale dell'uomo. L'uomo che vive in questa società, l'uomo reale, non trova in essa le occasioni per sviluppare tutte le sue possibilità umane: è un uomo derubato del meglio di se stesso, impoverito, privo della sua identità umana, impossibilitato a diventare quell'uomo vero che le potenzialità biologiche gli permetterebbero di essere in una società diversa.
È l'uomo «alienato».
L'alienazione è per Marx quel fenomeno per cui le creazioni stesse dell'uomo, in cui l'uomo realizza la sua attività umana, si rendono autonome da lui e si ergono contro di lui.
L'uomo si estranea a se stesso, si aliena, cioè cede il meglio di sé, la sua identità e la sua libertà alle creazioni del suo spirito.
L'alienazione per Marx è sempre legata al prodotto umano per eccellenza cioè alla società; è sempre un fatto sociale.
Questo non impedisce a Marx di spingersi in una analisi approfondita di tutte le forme di alienazione per scoprire quella che sta alla base di tutto, eliminata la quale, diventa possibile combattere effettivamente le altre.

L'alienazione religiosa
Dire che la religione è una forma di alienazione significa dire che gli dei sono un prodotto dell'uomo, un simbolo e una ipostatizzazione dei suoi desideri e delle sue aspirazioni frustrate.
Questo prodotto si istituzionalizza, cioè si oggettiva ulteriormente in dogmi, miti, riti, clero, ecc., che si rendono autonomi dall'uomo che li ha creati e diventano per lui una forma di schiavitù.
Per creare i suoi dei, l'uomo proietta e trasferisce in essi il meglio di sé, i suoi attributi di creatività e di grandezza. Ma così facendo ne resta spogliato, resta schiavo del padrone che si è costruito.

L'alienazione ideologica
Sullo stesso piano dell'alienazione religiosa sta quella ideologica o filosofica. L'ideologia è la coscienza o l'immagine che si fa di sé una certa società; essa è la gerarchia dei valori su cui la società si regge, teorizzata e giustificata a livello di pensiero. Quindi è soprattutto un riflesso della realtà sociale, condizionata dai rapporti di potere all'interno della società.
Indipendentemente dalle intenzioni di chi le ha fondate, le filosofie finiscono sempre per giocare un ruolo di giustificazione e di conservazione della società; esse sono quindi sfruttate a questo scopo dalle classi dominanti che trovano in esse la giustificazione del loro ruolo.

L'alienazione politica
È un livello più profondo di alienazione che Marx analizza con due diversi procedimenti.
a) Il primo è quello della analisi della identità dell'individuo. Marx trova una frattura incolmabile tra la sua identità di cittadino cioè di membro dello stato e quella di borghese, cioè membro della società civile.
Come membro di uno stato il cittadino fa parte di una comunità la cui legge è la solidarietà, il cui scopo è il bene comune.
Come borghese fa parte di una convivenza la cui legge è la competitività o concorrenza, cioè una lotta di tutti contro tutti, il cui scopo è il trionfo del più forte e l'eliminazione del più debole. Egli si sente così, intimamente diviso ed è vittima di una «cattiva coscienza», di uno stato di sofferenza.
b) Lo stato stesso poi, al di là del suo ideale giuridico e proprio in quanto stato reale si struttura come organizzazione della classe dominante, è al servizio del dominio di questa.
Fin dalla nascita od indipendentemente dalla sua volontà, l'uomo si trova così totalmente inserito in una organizzazione repressiva che lo condiziona a fondo e che si fa strumento del dominio di classe.
Anche la macchina dello stato, resa autonoma dall'uomo, invece di servirlo lo aliena. L'uomo diventa il servitore dello stato, un pezzo intercambiabile stritolato nell'apparato burocratico.
D'altra parte il carattere alienante dello stato è legato al carattere classista della società. Dall'alienazione politica è quindi necessario risalire a quella che è la base e l'origine di ogni altra alienazione:

L'alienazione economica
Sempre presente nella storia del passato, essa è stata messa a nudo dal capitalismo che ha demistificato i rapporti economici e li ha rivelati per quello che sono effettivamente: forme di sfruttamento dell'uomo.
Anche l'alienazione economica è analizzata da Marx con diversi procedimenti.
a) Prima di tutto l'alienazione economica appare nei prodotti del lavoro umano che, trasformandosi in merce, divenuti autonomi da colui che li ha prodotti, arricchiscono il capitalista e gli conferiscono sempre più potere sull'operaio, che resta così depauperato di umanità e asservito dalle sue stesse opere.
b) Ma l'alienazione appare anche nel processo stesso del lavoro. Esso appare come un fatto di coercizione. L'operaio non trova nel lavoro la libera espressione di sé, l'esercizio della sua creatività, ma piuttosto l'obbedienza a una dura necessità: «Il regno della libertà comincia soltanto là dove cessa il lavoro determinato dalla necessità e dalla finalità esterna... Come il selvaggio deve lottare con la natura per soddisfare i suoi bisogni, per conservare e per riprodurre la sua vita, così deve fare anche l'uomo civile e lo deve fare in tutte le forme della società e sotto tutti i modi possibili di produzione...» (Il Capitale III 231).
La divisione e la parcellizzazione del lavoro tipica della società industriale spersonalizza e aliena ulteriormente l'uomo facendone una semplice appendice della macchina.
c) Risalendo alla causa prima di tutta l'alienazione umana, Marx trova questa causa nella proprietà privata dei mezzi di produzione, cioè del capitale e nel rapporto di dipendenza che da essa trae origine.
Possedendo i mezzi di produzione il capitalista possiede le condizioni di vita dell'operaio e quindi l'operaio stesso.
Eliminata la proprietà privata si potranno finalmente porre le condizioni per una società e per un uomo libero.
«La soppressione positiva della proprietà privata in quanto appropriazione della vita umana è dunque la soppressione positiva di ogni estraniazione e quindi il ritorno dell'uomo dalla religione, dalla famiglia, dallo stato, ecc., alla sua esistenza umana cioè sociale» (Manoscritti econ. filos. del 1844; p. 123).
Il capitalismo è quindi la fase acuta e insopportabile, ma anche definitiva dell'alienazione umana e quindi l'occasione prossima per il ritorno dell'uomo a sé stesso, per la creazione di una società liberata.
Questa analisi ha senso ed è valida perché fatta in vista di una concreta proposta di liberazione.
La lettura della realtà è valida se spinge a modificare la storia.
La legge fondamentale della storia è appunto quella del ruolo dinamico che hanno in essa le contraddizioni tra le diverse forze e i diversi fattori della storia. La storia è spinta avanti verso un futuro di crescente consapevolezza e libertà dalle contraddizione che incessantemente sorgono dal suo interno.
Queste contraddizioni sono di diversa natura, ma sono sempre legate come al loro sostrato fondamentale e alla loro origine ultima, al rapporto tra forze produttive e rapporti di produzione storicamente determinati attraverso i quali viene regolato il ricambio organico dell'uomo con la natura.
Le contraddizioni che mandano avanti la storia sono quindi tutte riducibili, in ultima analisi, alla contraddizione-base della lotta di classe.
La classe è un insieme di persone unite da interessi comuni in base ai rapporti di produzione e alle diverse forme di proprietà dei mezzi di produzione storicamente esistenti, irrimediabilmente opposte da questi interessi antagonisti alle altre classi in cui è divisa la società in quella che è appunto la lotta di classe. Con l'avvento della produzione industriale e del capitalismo, fondato sulla proprietà privata dei grandi mezzi di produzione e sullo sfruttamento della forza di lavoro operaia, questo conflitto di fondo, ristretto ormai alle sole due classi della borghesia capitalista e del proletariato mondiale, e demistificato da ogni copertura ideologica o religiosa, è giunto al culmine e all'acme, ma anche al momento della sua soluzione violenta e rivoluzionaria.

La società del domani
Questa soluzione violenta porrà fine al regime della proprietà privata e delle classi e darà luogo a un salto qualitativo nello sviluppo storico producendo così una società qualitativamente diversa: la società comunista.
«Quando le differenze di classe saranno scomparse nel corso dell'evoluzione e tutta la produzione sarà concentrata in mano agli individui associati, il pubblico potere perderà il suo carattere politico. In senso proprio il potere politico è il potere di una classe per opprimere l'altra. Il proletariato, unendosi di necessità in classe nella lotta contro la borghesia, facendosi classe dominante attraverso la rivoluzione ed abolendo con la forza, come classe dominante, gli antichi rapporti di produzione, abolisce assieme a quei rapporti di produzione le condizioni di esistenza dell'antagonismo di classe, cioè abolisce le condizioni di esistenza delle classi in genere e così anche il suo dominio in quanto classe. Alla vecchia società borghese con le sue classi e con i suoi antagonismi tra le classi subentra un'associazione in cui il libero sviluppo di ciascuno è condizione per il libero sviluppo di tutti» (Manifesto).
Instaurata la nuova società comunista, la proprietà sociale dei mezzi di produzione costituirà pacificamente la nuova base dei rapporti di produzione. I rapporti tra gli uomini, in un mondo in cui l'interesse di ognuno coinciderà perfettamente con l'interesse di tutti, potranno cosi essere finalmente rapporti di collaborazione fraterna e di aiuto mutuo.
L'uomo riconciliato con se stesso, con la natura e con la società potrà liberamente espandere le sue capacità creative in un lavoro riscattato dal carattere alienante che esso aveva nella società capitalista. L'uomo sarà finalmente autoprogettatore e autocreatore della sua vita e della società.

La liberazione nell'O.M.G.

L'O.M.G. è un movimento di servizio al terzo mondo. Evidentemente in vista della sua «liberazione».
Nel credo dell'O.M.G. è presente un modello di impegno per la liberazione. Lo ricaviamo attraverso l'insieme dei punti-cardine:
- il gruppo
- il lavoro
- la «missione»
- la prospettiva educativa
- il rapporto tra il movimento e le varie persone che vi lavorano dentro (o se ne vanno dopo averci lavorato dentro).
Secondo lo stile dell'O.M.G., non c'è una trattazione «teorica» e articolata sulla liberazione. Ci sono un sacco di intuizioni, dalla cui sintesi nasce la definizione di liberazione cui il movimento tende.


Credere nei poveri e lavorare, buttarsi dentro. È questa la prima cosa che l'Operazione propone a chi si avvicina ad un gruppo, che crede nel problema di aiutare chi sta peggio di noi. È il punto centrale che non permette doppi sensi o interpretazioni personali sul problema della povertà: non servono le mie idee, o le tue, che possono essere molto diverse, ma serve il mio impegno e il tuo messi assieme e vissuti a contatto con i poveri, che in ogni momento possano vedere quello che facciamo e dirci se va bene.
E questo buttarsi dentro lo intendiamo prima di tutto come qualcosa che riguarda noi stessi, come persone: è il farsi poveri nella nostra realtà di tutti i giorni, nelle nostre esigenze. Non è solo un gioco di coerenza, ma è anche una proposta che ci viene da tante situazioni di povertà che viviamo qui, nella nostra vita, e che ci riporta, per averla vissuta più da vicino chi di noi torna dalle spedizioni, ai 4 mesi.
Con questo criterio ci è più facile avvicinarci al gruppo, capirne i problemi e prendercene un po' la responsabilità. Così si diventa un po' responsabili di tutta l'Operazione, secondo una regola democratica che ci fa crescere attraverso il nostro impegno.
Il gruppo lavora, educa, tiene i contatti
- Lavora.
Fa da spalla a chi è giù nelle spedizioni, aiutando a raccogliere ed inviare i materiali che servono (per le costruzioni, medicine, camion, segatronchi, ecc. ecc.). Verifica nel lavoro le proprie idee, e in questo modo incide sulla nostra società, che ha bisogno di vedere e non di sentirle dire. «C'è una cosa che da fastidio qui (sai bene chi sono); che l'OMG lavori al lebbrosario e non parla; fa i fatti e le chiacchiere le lascia ai borghesidisalotto. Se qualcuno avesse intenzione di ciclostilare lettere con le impressioni dei ragazzi sulla situazione politica del Brasile dì loro, per favore, di non fare i cretini. In Italia c'è molto inchiostro e le nostre lettere non sposterebbero di un millimetro la coscienza di questi problemi, ma sarebbe solo un pericolo per noi inutile. Ci batterebbero fuori e noi non potremmo mai fare il vero discorso politico possibile; i fatti non le chiacchiere. È un impegno quello dei gruppi di qui e di lì di maturazione».
- Educa.
Stare assieme nel gruppo ci serve per educarci al problema dei poveri (è una ricerca da fare assieme, non separati, ognuno per conto suo e questo è il primo sforzo che ci si richiede), ed a chiarirci alcuni punti importanti (l'amicizia, la responsabilità). Il gioco dell'amicizia ci aiuta a conoscere meglio le persone che sono nel gruppo, a capire le loro idee e il loro modo di agire: è lo stesso gioco che va fatto con i poveri nelle spedizioni, perché solo 3e riusciamo a capire le persone riusciamo a rispondere veramente alle loro esigenze.
- Tiene i contatti
(che lo mantengono vivo e gli impediscono di chiudersi e cadere nell'abitudine).
a) Con le spedizioni. Cercare di rimanere sempre in contatto con spedizioni, sapere cosa fanno, scrivere, è il minimo che possiamo fare per sentirne un po' la responsabilità. Tenere i contatti con loro significa invitare nei gruppi quelli che sono tornati da giù ed ascoltarli: sono loro che conoscono meglio i problemi perché ne hanno una esperienza più diretta e più chiara;
b) con gli altri gruppi, quelli che sono a pochi chilometri da noi e quelli che sono all'altro lato dell'ltalia. I campi di lavoro servono anche a questo, e lo spirito con cui andarci dovrebbe essere un po' anche questo;
c) con la società, con chi non la pensa alla stessa maniera: parlare con gli altri è un modo per portare ad una cerchia più larga di persone il problema dei poveri, attraverso delle esperienze vissute che rendono più credibili le cose che si fanno e si dicono.

La vocazione in missione
Si costata una doppia esigenza nel lavoro delle Spedizioni:
A) Da una parte, l'esigenza di sviluppare e portare a compimento ciò che si comincia, fino ad affidarne la gestione alla gente del posto. Ed è chi inizia una attività che è sollecitato a portarla avanti.
B) Nonostante questa esigenza, nell'OMG non siamo in grado di deciderci ad una scelta durevole, permanente, se non con gradualità, lasciandoci la libertà di ritornare indietro se non ce la facciamo o se la nostra presenza ci sembra inutile alla gente.
Questa «gradualità di decisione» passa di solito attraverso queste tappe:
* i 4 mesi: sono un orientamento alla lontana, a misura delle proprie forze e della propria disponibilità. Possono essere un inizio di vocazione.
* i 2 anni di volontariato che lasciano sempre completa possibilità di ritorno pur costituendo già una seria piattaforma per proseguire se questa scelta appare adatta, condivisa dalla gente, condivisa dai gruppi.
Questa «gradualità» scopre un «terreno d'incertezza» che per ora non è possibile eliminare dall'OMG, ed ha per componente base la libertà che ogni giovane vuole mantenere, almeno per un certo tempo, di rientrare, di ripensarci, di decidere.
* Accanto a questa libertà però cresce gradualmente la coscienza della propria responsabilità, nello scoprire che la strada coi poveri si può fare, che ne vale la pena, che ci realizza come uomini.
Si punta così alla vocazione permanente, duratura, proiettata alla conclusione del lavoro, e condivisa come propria non sulla base di impegni esteriori, ma sulla fedeltà interiore alle promesse fatte, a se stessi, ai poveri, ai gruppi...

La continuità: problema di persone
Questa meta appare tanto più seria perché ci si accorge come la continuità sia soprattutto un problema di persone. Chi avvia un lavoro è spinto a continuarlo fino alla conclusione.
La sostituzione a staffetta dei volontari ogni due anni, proposta per garantire la continuità dell'opera anche sul cambio delle persone, risulta per vari motivi o dannosa alla gente o difficile da parte nostra:
* La gente si affeziona alle persone singole. Nel lavoro OMG si accentua il valore «personale» della nostra presenza tra i poveri, al di là dell'aspetto tecnico e dell'efficienza organizzativa. Si punta ai rapporti umani più che alle strutture; o, almeno, non alle strutture vuote di contenuto umano.
* Ci vuole tempo per inserirsi nell'ambiente, conoscerlo e creare con la gente quella fiducia da cui dipenderà la collaborazione e l'efficacia delle opere. Cambiare spesso le persone può significare un ritornare sempre daccapo nella costruzione di un discorso duraturo che crei sul posto i successori.
* Da parte nostra è difficile trovare le persone da sostituire ogni due anni che presentino le stesse qualifiche, abbiano gli stessi punti di vista e accettino volentieri di portare avanti il lavoro scelto da altri. Cominciare una cosa nuova, con la prospettiva di concluderla, appare di solito più facile e più giusto che continuare cose non decise e magari non condivise completamente.
La più seria e reale prospettiva di successione è di fabbricarsi i propri successori tra la gente del posto. Lo scopo ultimo è di liberare i poveri dal bisogno del nostro aiuto.
Le difficoltà di questo compito sono già state vissute e dette a noi dai missionari; soprattutto questo non è di solito un compito a breve scadenza.

La vocazione a stare nel gruppo
Credere all'OMG significa, in termini stretti di azione, credere
- alla sua struttura di gruppi collegati tra loro e alle spedizioni;
- al suo metodo di invito a lavorare per i poveri;
- alla sua funzione educativa volta alla formazione della coscienza del dovere di aiutare i più poveri di noi, e alla riscoperta di quest'ideale nei più giovani.
In questo gioco di lavoro - gruppo - spedizioni - scambio reciproco - valori vissuti, ciascuno può scoprire la propria vocazione, la propria capacità di servizio agli altri, e maturarla al confronto con i modelli reali offerti dalla società in cui viviamo.
In questa veste di piattaforma educativa, l'OMG rappresenta per molti solo un momento provvisorio di presa di coscienza, e passaggio a scelte interiori più specifiche, più o meno impegnate. Questa decisione è solo di qualcuno che se la sente congeniale.
Non è quindi una «regola» né l'unica possibilità per lavorare all'interno dell'OMG e nello spirito OMG. Ma è tipico e necessaria alle strutture OMG, e occorre che qualcuno ci creda e la realizzi perché continui questa strada.
Formare un gruppo attorno a sé e mettersi a servizio del gruppo appare allora una scelta già sufficientemente definitiva. La dinamica di questo ruolo è basata sulle poche regole semplici e ricorrenti che formano la trama dell'OMG di cui ci sentiamo un po' tutti intessuti:
- dare al gruppo la spinta per «andare verso i poveri».
I poveri lontani ridimensionano i poveri vicini, e ci fanno capire quanto siamo sempre ricchi noi.
- In questa direzione, provarsi per primi a vivere ciò che si predica. Alla fine, costerà solo la nostra coerenza tra parole e vita come «modello» di servizio ai poveri.
- Lasciarsi prendere dal gioco democratico di quelli che entrano nel gruppo e degli altri gruppi OMG.
- Tenere vivo il rapporto con gli altri gruppi con le persone più mature con l'ambiente circostante che può credere in noi con le spedizioni.
- Ridurre sempre più lo spazio dei propri problemi per disporsi ad aiutare gli altri, quelli che passano nel gruppo, perché scoprano e decidano la loro vocazione al servizio dei poveri.

La funzione di spinta
Al di fuori di questa vocazione a star nel gruppo nel modo detto sopra, la vocazione di ciascuno potrà man mano specificarsi meglio in altre direzioni (politica, assistenziale, educativa, familiare, religiosa..., o altro), a seconda delle esigenze cui egli vuol rispondere con la sua vita.
Potrà restare più o meno legata all'OMG.
Ma non si vede perché, da varie parti, ci si debba preoccupare di specificare il colore delle scelte, personali o di gruppo, successive all'OMG, quando l'OMG così com'è compie nella società una funzione di base necessaria e insostituibile di preparazione a queste vocazioni successive, e si realizza in questo compito.
Anche chi se ne va dall'OMG dà un senso all'OMG stessa se vi ha assorbito i valori che l'OMG propone, e ne ha ricevuto la spinta ad altre decisioni. Questa è la funzione dell'OMG.
Ma, proprio per rispettare la piccola funzione del nome, non pretendiamo di chiamare OMG qualsiasi nostra scelta, fatta per definirci meglio.
L'OMG è la struttura che conosciamo. Ne conosciamo i limiti e la sosteniamo valida come tale.

Incertezza e gradualità della strada
È a questo punto che nasce la tensione tra la libertà di ciascuno di tornare indietro quando vuole, e l'impegno per i poveri che ci esige almeno fino alla conclusione del lavoro.
Ci sarà chi chiede di rimanere.
Ci sarà chi decide di non rimanere, per motivi suoi o perché non ritiene più opportuna la sua presenza.
Chi rimane 2 anni, come 4 mesi, dà qualcosa; e non è giusto in ogni caso dire che non si è dato nulla perché non si è dato tutto. È piuttosto progressivo il capire e l'attuare questo: il servizio ai poveri pretende la nostra presenza sempre più incondizionata, e man mano la nostra vita.

Spedizioni: informazione e decisione
Si potrebbe credere che per la riuscita di una spedizione occorrano molte informazioni. Le informazioni ambientali, sociali, tecniche servono sì ad orientare la scelta di una spedizione, ma la riuscita della spedizione rimanda sempre alla capacità di ciascuno e del gruppo: sacrificarsi, dialogo, accettazione... sono le cose sempre valide per ogni situazione. Ognuno conta per quello che è e non per quello che sa.
Allora la più seria preparazione ad una spedizione non si crea con le informazioni, ma è quella fatta da tempo per essere uomini.

Il gioco di gruppo e le decisioni dei singoli
Ogni gruppo e ogni persona OMG è responsabile di ciò che fa davanti a se stesso, alla gente, all'OMG, per piccola che sia la cosa che fa. Una decisione che possa in qualche modo compromettere o danneggiare l'OMG, altri gruppi, altra gente e quindi altri poveri, è sicuramente da soppesare molto.
Il gioco di gruppo, come l'OMG lo propone, esclude di esprimersi sulla base di votazioni. Occorre arrivare a delle conclusioni concrete attraverso un dialogo e il gruppo deve far di tutto per far capire alle persone interessate alla decisione il suo pensiero in modo che esse ne debbano tener conto.
Le persone devono accettare il giudizio del gruppo, tenendo presente che la decisione (e con questa le responsabilità che ne conseguono) rimane loro e solo loro.
Piccolo problema...
Nell'OMG, nell'iniziare a fare qualcosa è bene fare cose piccole, semplici, assieme alla gente per poter trasmettere da persona a persona lo spirito per cui le facciamo, per poterle facilmente «consegnare in gestione ai poveri».
Non si richiedono cioè organizzazioni pesanti, né un ingente impiego di forze esterne e di capitali.
Come le cose che facciamo devono essere piccole, così l'OMG rimarrà vera, capillare, mobile, solo se rimane piccola e limitata.
Se si allarga troppo e va verso un'organizzazione molto vasta, c'è da temere che si modifichi profondamente e diventi meno mobile e personalizzata.
È bene forse evitare che cresca molto.
Non è meglio, piuttosto, che siano create altre organizzazioni tipo OMG, indipendenti una dall'altra, se si vuole salvare l'incisività del messaggio personale? È una riflessione che dobbiamo fare.
La persuasione che l'organizzazione grande sia più efficace della piccola, nasconde forse un desiderio di potere.

Piste di riflessione

Questi documenti rappresentano il nocciolo del progetto di liberazione di alcuni movimenti che oggi hanno «peso» nella vita sociale ed ecclesiale italiana.
Per diventare significativi, hanno bisogno di essere compresi. Si tratta cioè di passare da una adesione-rifiuto superficiale ed emotivo ad una comprensione «profonda»: capace di tener conto dei valori e dei disvalori oggettivi.

Per dare una mano alla riflessione, invitiamo a tener presenti i seguenti aspetti:
1. È presente nel «documento» una chiara analisi della realtà? Si parte dalla attenta costatazione di fatti o si viaggia sul filo dell'entusiasmo?
E se c'è l'analisi, di che tipo essa è?
Pare sufficientemente corretta e precisa?
2. Ogni progetto ha bisogno di una «prospettiva»: una meta cui tendere. Che immagine di uomo-società è sul fondale dei vari documenti?
3. Quale strategia di azione è programmata?
Quali sono gli strumenti attraverso cui si intende realizzarla?
Gli strumenti sono adeguati alla meta (liberazione) o sono invece di tutt'altro tipo?
4. Il cristiano possiede alcuni valori per lui irrinunciabili.
Come sono «vissuti» nei vari documenti e movimenti?
In concreto: che rapporto esiste tra struttura e persona - tra dimensione individuale e spinta collettiva - tra «animazione» culturale e cambio strutturale tra mutamento progressivo e «rivoluzione» immediata - e, in fine, tra impegno politico e «salvezza» religiosa: tra fede e prassi politica?

Gesù Cristo il liberatore
Doc. 5

Per scoprire con amore e precisione il significato della liberazione portata da Cristo e del progetto di liberazione che egli è, studiamo una proposta molto interessante:
Duquoc, Gesù, Queriniana, il cap. Gesù rende liberi (pag. 127 ss.). Si veda anche Note di Pastorale Giovanile, 1972/2 e soprattutto 1974/5: articoli e sussidi su questo tema.

Gruppo e impegno per la liberazione
Doc. 6

Alle conclusioni pratiche deve giungere ogni gruppo, con il suo animatore.
Come guida alla ricerca suggeriamo lo studio di un articolo importante: Abbiamo deciso di lavorare per la liberazione, che facciamo?, in Note di Pastorale Giovanile, 1973/3. Lo stesso studio e altro materiale importante è riportato nel libro già citato: La liberazione, un dono che impegna.
Per un approfondimento più attento, consigliamo lo studio dei seguenti documenti:
- La vita dei gruppi ecclesiali, LDC (pagg. 141-1G8);
- Fare pastorale giovanile oggi, LDC (il par. «Verso una fede impegnata nella storia»);
- Dimensioni nuove, 1974/10, 11, 12 e 1975/1, 2 (gli articoli su «fede e impegno politico»);
- Gruppi giovanili e impegno nel quartiere, LDC (soprattutto le pagg. 95-109).

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