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Educare o socializzare? La collocazione «politica» dell'educatore


Riccardo Tonelli

(NPG 1975-01-32)

 

I problemi che toccano l'uomo e la società non sono mai «innocenti»: essi rimandano ad un sistema di pensiero e di valori che ha, comunque, una sua collocazione precisa: «politica» nel senso più ampio del termine, che coinvolge cioè un modo di vedere i rapporti sociali, interpersonali e strutturali, di concepire il potere e la sua gestione, di giudicare il sistema vigente, di privilegiare gli strumenti adeguati per farlo evolvere.
Ogni educatore deve rendersene conto.
L'affermazione mantiene tutta la sua validità anche per chi ha il compito di aprire l'educazione verso un'accoglienza o uno sviluppo della fede.
L'educatore e l'operatore pastorale sono quindi chiamati a qualificarsi, in una precisa collocazione.
Quale?
La nostra risposta è: verso un'educazione liberatrice.

 

PERSONA-ISTITUZIONI: QUALE «ADATTAMENTO»?

Spesso ci poniamo il problema di fondo: «Che cosa significa educare?». Le risposte possono risultare tante, con ascendenze antropologiche e teologiche diverse. Abbiamo l'impressione, però, che, con un pizzico di fantasia, siano, tutte, riconducibili ad una istanza di base.
L'educatore ha il compito di proporre una mediazione di «adattamento» tra i due interlocutori di ogni processo sociale:
* il «giovane» che cresce e cerca un suo inserimento nelle istituzioni sociali (integrativo, evasivo, o eversivo, non importa: si tratta di modalità, anche se radicalmente diverse, di uno stesso processo di confronto-inserimento);
* le istituzioni sociali che preesistono come dato di fatto: qualsiasi istituzione e l'insieme delle istituzioni: il sistema «sociale» o «ecclesiale».
Nei confronti delle istituzioni il giovane è allo stato «puro»: ignora le regole di condotta che determinano il bene/male sociale (molto spesso convenzionale: si pensi alla c.d. «buona educazione»), non ha ancora gerarchizzato i valori secondo una convenzionalità indotta, non ha ancora sufficientemente interiorizzato i modelli di comportamento che faciliteranno in seguito il suo rapporto con persone, fatti, strutture.[1]
L'istituzione invece ha già una sua precisa codificazione: alcuni comportamenti sono a priori «normali» (cioè corrispondono alle «norme», quelle «regole di condotta che riscuotano l'approvazione sociale»), altri invece sono «devianti» (corrispondono a norme socialmente disapprovate).
È evidente che non vogliamo ridurre ogni decisione etica a questo rapporto esteriore di conformismo sociale. Crediamo fermamente all'esistenza di valori trascendenti e crediamo alla capacità soggettiva di prendere atto di questi valori primordiali, attraverso la coscienza morale.
Molti comportamenti sociali sono però estremamente convenzionali, e, spesso, anche l'interpretazione corrente dei valori più oggettivi risente della pressione istituzionale.
Il terreno dell'azione educativa è questo «conflitto» di norme, dalla cui soluzione nasce un tipo di impatto tra «giovane» e «istituzione», con relativa reciproca collocazione-adattamento. Da questo confronto affiora la gerarchizzazione esistenziale dei valori, l'accettazione di quelli veramente normativi (nel peso di cui sono rispettivamente carichi) e la creatività o l'integrazione passiva nei confronti di quelli solamente sociali-strutturali: nasce, insomma un tipo di «maturità».
L'adattamento è lo spazio operativo dell'educatore. Educare significa progettare un rapporto adattativo (quale?) della persona alle istituzioni sociali, alle regole di condotta in esse presenti e dominanti, ai modelli e ai valori che in esse riscuotono il prestigio sociale.
Secondo quali direzioni?
Ne ipotizziamo tre, toccando per ogni discorso la soglia-limite.
* Adattamento come «accettazione incondizionata» delle norme istituzionali: educare può significare guidare il giovane ad interiorizzare le norme della istituzione sociale, addolcendo l'impatto con i vari «premi» sociali (la promessa del successo, della carriera, della «fortuna» nella vita...) e smussando le emergenze troppo rigide; per raggiungere l'inserimento pieno e integrato in una istituzione che accoglie il «nuovo» senza modificarsi.
* Adattamento come «eversione» dell'istituzione sociale: educare può significare rinforzare, attraverso opportuni interventi educativi, la spontanea reazione di rifiuto che ogni «nuovo» assume nei confronti di un sistema culturale prestabilito. Sulla forza di questo spontaneo rigetto può nascere un principio eversivo nei confronti dell'istituzione, soprattutto in ciò che essa ha di costitutivo: il quadro dei valori.
Una forma adolescenziale di eversione è l'evasione: la fuga verso un mondo utopico, dove le istituzioni mai sono normative e dove la creatività fantasiosa di ogni persona è protagonista indisturbata della strutturazione sociale.
* Adattamento come «educazione liberatrice»: educare può significare guidare il giovane a confrontarsi in forma critica con i valori vigenti, per «decidere» una posizione creatrice nei confronti dell'istituzione. Commisurare, in altre parole, la «realtà» di ogni istituzione con la novità che è ogni persona, per instaurare un rapporto di innovazione permanente. I conflitti che descrivono questo rapporto dialettico e realistico, sono anticipati e sostenuti dagli interventi dell'educatore, preoccupato più della maturità della persona che della pace sociale.
È di immediata applicazione questo discorso anche alla istituzione ecclesiale, con poche, anche se essenziali e irrinunciabili, varianti.
Abbiamo l'impressione che non esistano alternative, fuori da queste indicate. L'educatore è chiamato a collocarsi in una delle tre opzioni. Il non pensarci, il rimandare il problema, il rifiutare la decisione, significa optare per l'adattamento passivo: quindi credere alla intangibilità delle norme sociali e lavorare perché ciascuno sia in grado di integrarvisi. Si tratta, come si vede, di una chiara scelta politica, da cui l'educatore non può sfuggire.

SOCIALIZZARE O EDUCARE?

Per descrivere lo stesso problema, si possono utilizzare terminologie diverse. Molti autori preferiscono parlare di «socializzazione» contrapposta a «educazione». Da qui individuano la necessaria opzione educativa e quindi definiscono la dimensione politica del servizio educativo.
Rileggiamo perciò il problema in questa nuova ottica.
Socializzare o educare?
* La socializzazione è «il processo di influsso reciproco tra una persona e l'altra, che porta alla accettazione dei modelli di comportamento sociale e al fatto dell'adattamento ad essi».[2]
* L'educazione rifiuta l'accettazione acritica dei modelli di comportamento vigenti, per maturare nelle persone la capacità di fare opzioni libere e fondamentali nei confronti degli stessi, con creatività.
a. Mentre la socializzazione è prevalentemente un fatto automatico e spesso in gran parte inconscio, l'educazione è invece intenzionale, finalizzata, consapevole, in quanto si fonda su un rapporto umano avente come mèta il raggiungimento della maturità dell'educando.
b. Mentre la socializzazione si esaurisce in un puro adattamento del soggetto alla società e perciò è un processo acritico e sostanzialmente conservativo, l'educazione si fonda su un'opzione assiologica. Essa infatti sceglie valori, innova criticamente, fa proposte talora conflittuali rispetto alla cultura stabilita.
c. Va detto tuttavia che socializzare è già in un certo senso educare, almeno nel senso informale del termine; trasmettere, sia pure inintenzionalmente, modelli, usanze, valori, ecc., significa infatti orientare in un determinato senso i processi di maturazione dell'individuo e condizionare la struttura della sua personalità. Ciò è tanto più vero quanto più le cosiddette agenzie di socializzazione tendono a perdere il loro carattere neutro e obbediscono a precisi progetti di manipolazione e pressione sociale (è evidente nel caso dei mass media).
d. Da ultimo si può considerare che l'azione educativa stessa è in stretto rapporto con i processi di socializzazione; è infatti sul contenuto di questa continua trasmissione di cultura che l'educazione esercita la sua funzione critico-creativa, innovando e dando significato, sceverando e finalizzando. In altre parole l'educazione presuppone e utilizza i processi di socializzazione; viceversa la socializzazione condiziona, talora pesantemente, i processi educativi veri e propri. Non si può dunque educare se non entro il quadro dei processi di socializzazione in atto in una determinata società; ma non si può neppure negare che in ogni socializzazione si pongono premesse e istanze educative.

LA NON-NEUTRALITÀ DEGLI STRUMENTI EDUCATIVI

Nel quotidiano esercizio del rapporto educativo vengono utilizzati molti «strumenti». Il termine, appositamente generico, tende a coprire l'arco di tutto quel materiale operativo di cui si serve ogni istituzione educativa sussidi didattici, testi e manuali, tradizioni e usanze educative, il gruppo stesso, il tipo di esercizio dell'autorità, la disposizione di un locale.. Facciamo un esempio per spiegarci dal concreto.
Un operatore pastorale sente il bisogno di «educare» i suoi giovani alla preghiera. È costretto a fare scelte sui metodi da utilizzare. Qualcuno preferisce «parlare della preghiera». Altri conducono i giovani a Taizé o in luoghi di preghiera. Si cerca un ambiente di silenzio e di raccoglimento oppure si privilegiano incontri a forte carica emotiva. E, poi, per pregare ci vogliono i «testi» di preghiera: o la bibbia o il messale o un manuale (quale?) o il «giornale»?
Una scelta non vale l'altra: ciascuno sceglie in base a «criteri» in cui si riconosce. Se crede alla efficacia della sua parola, privilegia il momento strettamente catechistico; se invece preferisce una pressione ambientale, si mette alla ricerca di «luoghi» di preghiera. E nella scelta è attento a dare precedenza ad esperienze i cui toni coincidano con la sua visione teologica e antropologica. Molte volte, queste scelte sono soltanto inconsapevoli. Ma non per questo meno efficaci.
Dall'insieme degli strumenti nasce un modo di concepire «la» preghiera. Gli strumenti hanno insegnato a pregare, con lo stile in cui essi erano, prima, sintonizzati.
Gli strumenti educativi non sono perciò neutrali. Essi hanno una implicita collocazione «politica»: sono per la «socializzazione» o per la «educazione», sono per un certo tipo di «adattamento». Hanno un loro contenuto che comunicano in quanto «veicoli» di un messaggio.
Non per nulla la creatività nella liturgia, il principio dell'adattamento alla sensibilità dei presenti, la ricerca di una attiva compartecipazione, sono il frutto dell'ecclesiologia del Vaticano II.
L'educatore è chiamato a misurare la proposta che è ogni strumento, per utilizzarlo dopo essersi, lui come persona, collocato in una determinata prospettiva. Ancora una volta, ignorare il problema significa lasciarsene condizionare irrimediabilmente.

VERSO UN'EDUCAZIONE LIBERATRICE

Abbiamo soprattutto impostato il problema, anche se tra le righe è emersa la nostra posizione, continuamente.
Chiediamo all'educatore e all'operatore pastorale che si «collochi». In quale prospettiva?
La risposta è immediata: la sola educazione che permette l'immissione al suo interno del dono della fede e che permette alla fede di essere vissuta in forma concreta, è un progetto educativo che faccia spazio alla creatività, che rispetti l'irrepetibile grandezza di ogni persona, senza svuotarla nel realistico impatto con le varie istituzioni. Un progetto educativo, insomma, vissuto all'insegna della «liberazione».
Oggi si parla di educazione liberatrice. Questo è lo stile educativo che sentiamo importante e qualificante raccomandare.[3]

NOTE

[1] Per capirci di più sul fenomeno delle «norme sociali», cf La vita dei gruppi ecclesiali, LDC, pag. 43.
[2] Cf GC. MILANESI, Sociologia della religione, LDC, pag. 48-49.
[3] Non vogliamo ripetere cose già scritte sui «contenuti» dell'educazione liberatrice. Rimandiamo in blocco a E. VIGANÒ, Verso un'educazione liberatrice, in La liberazione, un dono che impegna, LDC, pag. 85 ss.

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