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La bibbia nella comunità giovanile


Cesare Bissoli

(NPG 1974-9/10-04)


Nella presentazione di un itinerario per la «scuola di fede» (o di un «catecumeno», come preferisce chiamarlo Bissoli) è stato ricordato spesso la necessità di agire con la Bibbia tra le mani. La Bibbia fa il cristiano.
L'affermazione di principio richiede una serie attenta di specificazioni, per evitare approcci non maturi e quindi non educativi. Anche perché è tutt'altro che ricca la rassegna di esperienze giovanili al riguardo.
L'autore ci introduce all'utilizzazione della Bibbia nelle comunità giovanili, indicandoci le motivazioni, le difficoltà, le realizzazioni, gli strumenti.


UNA DOVEROSA PREMESSA: LA POSSIBILITÀ DI UN INCONTRO EFFICACE

Forse spaventato dalla grave situazione dell'insegnamento religioso nelle scuole superiori, qualche operatore pastorale è tentato di giudicare impresa quasi disperata un incontro specifico, formale tra giovani e Bibbia. A ciò si aggiunga il fatto preoccupante che in Italia è il settore giovanile quello più scoperto in fatto di pastorale biblica, con una carenza quasi totale di strumenti validi pensati appositamente per giovani.
Questo stato di cose ha in sé delle ragioni che vanno oltre il problema particolare della Bibbia e che almeno servono ad impedire un eventuale difetto opposto di esperienze bibliche alla carlona, tipo «prendi e leggi» e... «annoiati».
D'altra parte vi sono dei motivi seri che assicurano, servatis servandis, un valido apporto del Libro Sacro alla maturazione della fede. Un motivo primo, a cui un educatore credente non può assolutamente rinunciare, è la destinazione intrinseca della Parola di Dio biblica non agli studiosi, agli intellettuali, ma al popolo di Dio, ai «poveri», di cui i nostri giovani hanno, per più di un aspetto, delle singolari somiglianze (creature dipendenti, strumentalizzate, avide di luce e di gioia). Ed ancora, motivi umani questi, poi dovremmo maggiormente riflettere sia sulla disponibilità che essi hanno verso il documento obiettivo (e la Bibbia è anche questo) agli effetti di una fondazione «critica» della verità, sia su certe felici esperienze bibliche portate avanti da gruppi giovanili un po' dappertutto, con accenti freschi, vivaci, anche se talvolta acerbi ed unilaterali.[1]
E questo avviene - giova notarlo - non tanto nelle aule scolastiche, ma a livello di gruppo impegnato alla ricerca della propria identità di fede, in una specie di cammino catecumenale dunque. Il che spinge ancora di più a dare un assenso incoraggiante ad un progetto come quello contenuto in questo numero della Rivista, ad un avvicinamento del giovane alla Bibbia secondo un taglio «catecumenale», riconoscendo già in partenza che questa è la prospettiva radicalmente giusta per stabilire una valida sintonia tra i due membri del rapporto.
Ma qui urge una folla di interrogativi, di difficoltà, di esigenze su cui si sposta la riflessione.[2] Procederemo toccando questi tre punti:
- Ruolo della Bibbia in un iter catecumenale giovanile. 
- Problemi ed esigenze principali cui dover badare.
- Suggerimenti operativi per una efficace iniziazione biblica in prospettiva catecumenale.

PERCHÉ LA BIBBIA NELL'ESPERIENZA CATECUMENALE?

La risposta fa parte di quei principi «elementari» del cristianesimo, tanto semplici quanto essenziali: perché la Bibbia ha un ruolo «sorgivo» nei confronti della fede.

La parola di Dio come «carta di viaggio»

L'esperienza catecumenale, che è per natura un processo di costruzione ed insieme di autenticazione della fede, trova nella Bibbia il segno più alto, il «canale» indispensabile, anche se non esclusivo, che congiunge direttamente a quel «pozzo di acqua viva» che è la persona di Cristo Risorto (cf Giov 4,10ss). Le motivazioni vengono spiegate dalla Teologia della Rivelazione e della Bibbia, che approfondisce le luminose e dense pagine della Cost. Dei Verbum.[3] Volendo esprimere brevemente e con linguaggio facile tali motivazioni, si potrebbe dire così: le esperienze di Israele, di Gesù di Nazareth, della comunità primitiva, che formano i contenuti della Bibbia, per il loro intrinseco valore di rivelazione infallibile e completa (nel mistero di Gesù) del progetto salvifico di Dio nella storia, sono state stabilite da Dio nella Chiesa a fonte luminosa, a «carta di viaggio», a «segnalatore stradale» del cammino di ogni uomo verso la realizzazione piena della sua vita. Questa affermazione globale dovrebbe venir poi esplicitata chiarendo, ad esempio, i rapporti tra Bibbia e Tradizione vivente, e di ambedue con la comunità ecclesiale attuale, la diversa posizione di VT e NT... Ritengo del tutto indispensabile per ogni operatore pastorale una salda ed aggiornata base teologica per non incappare in semplificazioni arbitrarie e falsificanti, oggi non infrequenti, quali un certo atteggiamento di opposizione tra Scrittura e Chiesa, il fomentare una lettura letteralista o degli ingenui entusiasmi di «restaurazione» evangelica, l'emarginare (o l'esagerare) il nesso tra Bibbia e Liturgia, tra Bibbia e formulazione dogmatica, tra Bibbia e prassi.

Come purificazione della fede

Ma per far meglio capire questo ruolo «sorgivo» della Bibbia confrontiamolo con la pratica quotidiana della fede tra i giovani. Noi sappiamo fin troppo bene come essa soffra di anonimato (chi è più quel Tu in cui termina l'atto religioso?), di individualismo, di frammentarismo, di livellamento e facile interscambio tra «verità» primarie e secondarie, di astrattezza linguistica, di de-storicizzazione ed ideologizzazione della fede, di moralismo, insomma di una colossale confusione, di cui parenti prossimi sono il relativismo dottrinale e l'indifferenza pratica. Ho parlato di questa fede malconcia come di fede sofferta, non accettata tranquillamente. A tutti è nota l'aspirazione più o meno latente di autenticità, di solidità, di realismo, insomma di verità non imbastardite da interessi particolari. Ebbene, su questa tensione tra realtà ed ideale, la Bibbia può porre un decisivo servizio disintossicante e costruttivo. E non come esercizio puramente intellettuale, nell'ordine della informazione (anche se questa ha ovviamente largo spazio), ma coinvolgendo pure il cuore, la prassi, il gruppo, la storia, tutte cioè quelle componenti che la Bibbia da se stessa implica per chi l'incontra genuinamente.
In questa prospettiva va riconosciuto alla Bibbia un triplice ordine di contributi nei confronti del Credo abitualmente professato, e che investono non tanto la realtà cui aderire (fides quae), ma il modo di adesione (fides qua).

Verso una gerarchizzazione dei valori

Anzitutto essa richiama alla gerarchizzazione dei valori.
Una cattiva lettura del Catechismo di Pio X ha finito col porre le duecento e più formule sullo stesso piano. Ancor peggio si è insinuata l'idea che l'optimum di una catechesi sia un discorso dottrinale avente per tema centrale il solo Dio, ove l'uomo appare come un ricettacolo intellettuale di nozioni (teologismo disincarnato). Per reazione è qua e là in vigore nel nostro tempo una catechesi come interpretazione dell'uomo in una maniera tale che un interesse su Dio in se stesso appare marginale (antropologismo secolarista).
La Bibbia ha in sé la forza di fare giustizia di questi estremismi. Secondo essa è fondamentale il riconoscere che non si danno verità isolate, ma una trama di verità, al cui centro stanno Dio e l'uomo di fronte (Alleanza). Cristo è colui che rappresenta questa situazione di dialogo nella sua stessa persona divina-umana. Il mistero di Cristo sarà dunque il cuore del Credo. Di fatto oggi, grazie anche al rinnovamento biblico, Gesù Cristo riottiene il suo posto nell'annuncio. In compenso, però, è dato di riscontrare con stupore certe inconsapevoli concezioni di un «Cristo senza Dio». Si ignora infatti la sua funzione di mediatore, e quindi si finisce con il non conoscere nemmeno «il Dio di nostro Signor Gesù Cristo», il Padre, termine ultimo, per Lui e per noi, dell'atto religioso. La Bibbia corregge, completa ed equilibra le affermazioni. Lo stesso si può dire per il tema del Regno di Dio, centro del messaggio di Gesù (Mc 1,15) eppur così stranamente assente in tanta parte della catechesi; per il comportamento morale, da Cristo, da Paolo e da Giovanni liberato dal legalismo farisaico di ieri e di oggi, e vigorosamente ricondotto al riconoscimento anzitutto di una situazione ontologica di grazia perdonante («tu sei Figlio») e di conseguenza aperto ad un impegno di responsabilità nella stessa linea dell'amore («sii, vivi da Figlio»); in particolare, proprio della Bibbia è di affermare il «mistero di Dio» come il Signore trascendente, eppur Padre, purificando un accento antropomorfico esagerato, forse inevitabilmente favorito da una catechesi di tipo antropologico, e che in ogni caso rischia di fare delle immagini strumentalizzanti di Dio.[4]
In sintesi sarà proprio della Bibbia fondare e preservare le grandi linee della «cattedrale della fede», così come ce la propone Paolo nella Lettera ai Romani (bellissima, anche se impegnativa iniziazione alla realtà cristiana): al centro il Cristo Pasquale, grazie al quale l'uomo alienato e perduto dal peccato riceve la riconciliazione col Padre, e di fronte a Lui come figlio in una comunità vivente vive la sua situazione di grazia nella legge dello Spirito Santo che è la carità, verso la salvezza definitiva nella gloria.

Verso la personalizzazione della fede

Un altro contributo della Bibbia rimarca fortemente la qualità storico-personalista della fede, rispondendo così sia a certe carenze (astrattismo, anonimato...) sia a sentite esigenze (primato della persona, concretezza storica...). Le esemplificazioni che si potrebbero fare sono tante. Eccone alcune tra le più vistose, sia dal punto di vista delle Scritture che dei bisogni dei giovani. 
- La fede pensata come rapporto tra persone viventi, il Tu stesso di Dio e l'io libero e responsabile del soggetto. 
Vi rientra l'immenso filone biblico di Dio che svela e afferma il suo «nome» e che incontra l'uomo «per nome», nel concreto della sua esistenza (Abramo, Mosè, i profeti, Gesù di Nazareth, Pietro, Paolo...); il richiamo incessante a fare della religione una questione di «cuore», e non di apparenze (Geremia, Gesù); la struttura di «alleanza» che sottolinea la struttura dialogale del rapporto religioso, e quindi la reciprocità della libertà, l'esigenza della fedeltà, la dolcezza inebriante dell'intimità «sponsale» e la tristezza indicibile del peccato-adulterio; ed infine il misterioso processo di identificazione del discepolo col suo stesso Maestro e Signore Cristo (Paolo). 
- Ulteriormente, la Bibbia pone fortemente in risalto la dimensione storico-sacramentale della fede. 
Invita cioè il credente ad un atteggiamento di permanente attenzione alla storia, quella sua e quella collettiva, come il «luogo» in cui incontra Dio, e il cantiere dove Dio intesse il piano di salvezza con l'uomo. Ed insieme lo rende avvertito che il suo incontro con Dio è «nel segno», avviene tutto «in parabola» (cf Mc 4,34). Il che significa che l'esperienza della fede si compie nel quotidiano della vita, nel monotono, nel provvisorio; in una maniera non immediatamente sensibile, oltre gli schemi di una logica puramente umana, senza manifestazioni fenomenicamente eccezionali. Ne deriva, per la fede, un forte accento di realismo, cioè di serietà e di rispetto della condizione umana in cui si vive, l'impedimento a fuggire dal mondo ed invece l'obbligo di impegnarsi in esso, ma insieme la spinta a non accontentarsi delle apparenze, del superficiale, e nemmeno della propria capacità di visione, giacché la realtà ha un senso più profondo, rimanda sempre a qualcosa di altro, al mistero di salvezza che l'uomo sta facendo (o disfacendo) con Dio.
Il riscontro biblico di queste affermazioni è facile.
Il Dio biblico è un Dio che ha scelto di fare nella storia e della storia la sua rivelazione: nei segni del cosmo, reso vivo ed ordinato dalla Parola e dallo Spirito suo; dello stesso uomo, sua immagine permanente (tematica della creazione, Gen 1; 2); in una comunità di persone, Israele, le cui esperienze storiche molteplici sono come il prisma che riflette in dettaglio la ricchezza dell'unica luce. È un Dio che si interessa di schiavi, di esuli, per dare liberazione, patria, futuro, vita (tema dell'esodo e della conquista). E quando la comunità perde il senso del suo mistero, prima la «coscienza critica» del proprio peccato (i profeti) e poi l'amara esperienza della deportazione riconducono il popolo alla verità della sua posizione, aprendolo alla attesa di un domani migliore (messianismo). Il quale di fatto inizia a realizzarsi nella storia di Gesù di Nazaret e del suo «gruppo» (la prima comunità).
Grazie a Gesù Risorto, Signore della storia, questa continua ad essere centro di dibattito tra Dio che progetta di fare di essa il suo Regno e l'uomo che vi collabora o che vi si oppone, giocandosi il suo destino. 
- Viene così in primo piano un altro apporto biblico estremamente aderente ad una fede «giovanile». 
Ai giovani che sentono il fatto di credere in ordine alla realizzazione di se stessi come uomini, la Bibbia risponde con un radicale umanesimo: l'uomo nuovo secondo Gesù Cristo. Eccone alcuni «esistenziali» maggiori:
* la positività dell'uomo, del mondo, dello sviluppo nella loro realtà profana (il tema della creazione, la cittadinanza umana assunta dal Figlio di Dio);
* la concezione di salvezza come liberazione totale dell'uomo e di ogni uomo, con diritto di precedenza ai «poveri» (tema dell'esodo, del messianismo delle beatitudini);
* l'acuto senso di libertà come responsabilità: la fede non verte su realtà di poco conto, né è anzitutto un insieme di verità da ricordare, ma uno stile di vita dalle conseguenze decisive (il tema delle «due vie» nell'Alleanza antica, del pro o contro Cristo, della vita o morte del giudizio);
* di qui la fede come esperienza, come prassi, come «politica» della fede (il tema del fare la Parola di Dio, dell'osservanza della Torah, della fedeltà alla sequela di Cristo);
* una insopprimibile apertura sul futuro, inteso come rigenerazione del mondo (il nuovo cielo e la nuova terra), per cui il presente è solcato da una vivace speranza nella potenza rinnovatrice del Signore ed insieme da una vigilanza attenta per le trame insidiose dell'Avversario (il tema della Risurrezione di Cristo, della escatologia biblica);
* una interiore disposizione alla fiducia, alla gioia di vivere, all'ottimismo perché il «Padre è al corrente» (il tema della paternità di Dio sia come misericordia che ricupera l'uomo perduto sia come presenza provvidente).

Il senso comunitario

Un terzo contributo principale della Bibbia nell'educazione della fede riguarda il senso comunitario di questa. È una dimensione che i giovani possono recepire più facilmente data la loro sensibilità al «sociale». Ma sappiamo pure la grave crisi di sfiducia che essi nutrono verso la Chiesa «istituzione». A questo proposito vedo importante l'intervento della Bibbia per tre aspetti:
* Essa invita a vedere la indissolubile continuità tra Cristo e Chiesa, ed in particolare come la stessa Bibbia che pure giudica la comunità sia nata dentro il popolo di Dio, e come quindi la Bibbia vada accolta secondo la «fides Ecclesiae». E questo è quanto mai importante agli effetti di un corretto impiego della Scrittura!
* La Bibbia invita a non idealizzare la vita di comunità, come una specie di isolotto nel mondo. La comunità è per sé santa, ma fatta di peccatori; ha per destinazione il Regno, ma è sottoposta a gravissime tribolazioni; è sostenuta dallo Spirito Santo, ma si manifesta pure in strutture (qui rientra il tema del popolo di Dio e della comunità in ambedue i Testamenti, segnatamente la testimonianza di Atti e delle lettere di Paolo).
* Ed ancora la Bibbia si pone come «memoria critica», come voce profetica che richiama la Chiesa, ogni suo membro, il giovane stesso quindi, ad una conversione permanente all'Evangelo, concretamente a fare della Bibbia stessa il «Libro» della sua spiritualità (cf. Dei Verbum cc. 2; 6).
Alla conclusione di questo primo punto, mi pare di poter dire che i] ruolo della Bibbia in un iter catecumenale può essere di vitale importanza soprattutto per il modo, per il «taglio» secondo cui la «fides communis» viene presentata. Cioè con una profonda carica di simpatia, che è rispetto e stimolo insieme, dei valori umani del giovane. La Bibbia in fondo non vuol parlare che di Gesù Cristo, del Dio fatto uomo, perché ogni uomo appassionato della vita la ritrovi nella realizzazione di sé come Figlio di Dio.[5]

PROBLEMI ED ESIGENZE

Il ruolo che qui viene riconosciuto alla Bibbia acuisce inevitabilmente la consapevolezza delle difficoltà cui si va incontro nella realizzazione pratica. Devo lealmente riconoscere che un catecumenato a filo di Bibbia è decisamente difficile. Ma non impossibile, e, poste certe attenzioni, - il superamento del gravissimo sottosviluppo biblico esistente tra di noi! - progressivamente attuabile e di incalcolabile portata. Facendo più che sia possibile riferimento alla situazione giovanile in concreto vorrei accennare alle difficoltà principali e poi lumeggiare alcune esigenze primarie.

Principali difficoltà

Mi sembra che esse[6] esplodono quando nell'iter catecumenale si perviene necessariamente all'assunzione della Bibbia come regola normativa della fede. A tale asserito ruolo di guida infatti fa subito riscontro un quasi invincibile senso di estraneità, di disagio come di fronte a qualcosa di esagerato, come se si volesse sostenere un peso colossale (il formidabile progetto di vita del credente) ad un chiodino invisibile, dato anche il sistema di impiego della «Bibbia a francobollo», per citazioni suggestive, per passi sbocconcellati. 
- Come prima metterei una grave estraneità o carenza di ordine teologico. 
Perché alla Bibbia spetta il ruolo di norma della fede insieme con la Tradizione? È una crisi di «teologia fondamentale» nel senso che compromette il fondamento stesso della teologia, quindi del discorso della fede.
Conseguenze deleterie di tale lacuna: l'esaltazione fideistica del Libro a scapito dell'autorità del Signore vivente oggi, oppure il rischio di interpretazioni soggettive, più o meno sciolte dagli Avvenimenti salvifici testimoniati infallibilmente dalle Scritture. Dire Bibbia nella maturazione della fede è più che evocare un documento, bensì affermare un modo di essere della fede in ogni tempo, in un rapporto cioè indissolubile ad una situazione di grazia all'«extra nos» della salvezza che ha avuto inizio prima di noi, nei fatti biblici appunto, e che continua oggi nella stessa direzione.
Si può intuire una prima fondamentale esigenza per un corretto impiego della Scrittura: capire bene il perché della sua presenza. Già nel primo punto ho dato una spiegazione globale. 
- Un secondo fortissimo blocco di difficoltà 
nasce dalla estraneità di tipo culturale, dall'ignoranza profonda che tra di noi circonda la Bibbia e che si può riassumere nell'interrogativo: cosa vuol dire esattamente lo scrittore biblico, quale «messaggio» comunica? Questa domanda è condizionata da un'altra che riguarda il linguaggio espressivo della Bibbia, la genesi e la formazione degli scritti. Il bene intenzionato proposito che qua e là si afferma, di leggere la Bibbia con semplicità, non può assolutamente prescindere da un minimo di esigenze esegetiche che riguardano sia il contenuto (teologia biblica) che le modalità di espressione (critica biblica). 
- Chiamo estraneità di ordine ermeneutico o vitale l'impaccio più o meno pesante nel cogliere la rilevanza attuale del messaggio biblico, 
come cioè la «verità» scritturale risuoni come «valore» che tocca la mia esistenza di fede. Ad esempio, il kerigma della Risurrezione di Gesù che attualizzazione vuole per sé oggi nell'esistenza della comunità, di ogni singolo credente? Un passo ulteriore, quale attuazione, cioè quale decisione concreta, hic et nunc; Cristo Risorto chiede a me, in fase di crescita, che vivo la situazione di scuola, di famiglia, una esperienza affettiva, il rapporto con questa società, in questo contesto culturale, sociale, politico? Per sé non immediata e legata ad una riflessione di gruppo, la risposta a questi interrogativi oggi mi sembra aggravata dal fatto di un mancato o poverissimo esercizio di meditazione ed interpretazione della Parola di Dio all'interno delle nostre comunità giovanili. La prassi abituale e più comoda di uno solo che fa tutto (legge, spiega, interpreta) e la massa che ascolta, è decisamente poco propizia per un catecumenato alla luce della Bibbia! 
- Un quarto tipo di difficoltà che appartengono al livello didattico, di comunicazione. 
È scontato che normalmente un approccio comunitario alla Bibbia ha bisogno della mediazione di un esperto, di una guida che avvii ed assista al retto processo di comprensione. Ma questo richiede il riconoscimento delle leggi della comunicazione, in particolare della didattica immanente alla Bibbia stessa, la quale si presenta da se stessa come «catechesi in atto» e si dirige ad un uditorio che sottostà alle leggi dinamiche di un gruppo, che possiede dei dinamismi di assimilazione tipici dell'età. Tra l'altro si impone il problema di mezzi metodologici (sussidi, tecniche) adeguati. Niente è più alieno, data la natura letteraria della Bibbia, di una sua presentazione alla stregua di una tesi di teologia dogmatica, stile scolastico! In questo campo rientra il problema dell'impiego, indispensabile, ma delicato, degli audiovisivi. Ci sono noti i polpettoni tipo «La Bibbia», «I 10 comandamenti», ma anche ricordiamo gli interessanti (e discutibili) «Jesus Christ Superstar», «Godspell»... 
- Infine va ricordata una difficoltà di ordine pratico, e di cui ho fatto cenno all'inizio, ma che vedo di grande incidenza per il nostro progetto catecumenale. 
Intendo dire la carenza di una sperimentazione seria e coraggiosa tra di noi, data la esiguità del movimento biblico a livello popolare, la scarsità di sussidi, il marginale interesse biblico nella produzione catechistica attuale a livello giovanile ed anche la poca attendibilità talvolta di quanto viene pubblicizzato.
Dio ci salvi e liberi da ogni biblicismo (i tedeschi che ne sanno qualcosa stanno facendo una profonda revisione).
Ma è anche vero che senza un retroterra culturale, un humus spirituale biblico che faccia mentalità, si finisce col fare una catechesi inautentica, una maturazione della fede che non ha il senso di Gesù Cristo.
È quanto ora vogliamo sottolineare, evidenziando alcune letture devianti della Scrittura, completando così il quadro dei problemi e delle difficoltà.

Forme di lettura deviante

Mi sembra si possano ricondurre a tre.

- La lettura moralistica. 
Essa si compie quando la preoccupazione è primariamente e quasi esclusivamente rivolta a sottolineare il «tu devi», l'impegno di responsabilità, senza far risuonare potentemente il «tu sei», la situazione di grazia. Lo spostamento degli accenti continua fissando primariamente il comportamento dell'uomo biblico verso Dio (risposta di fede o incredulità) e non anzitutto la manifestazione che Dio sta facendo di sé all'interno dell'esperienza dell'uomo. Vi è sotto una sottile volontà di potenza, di crearsi cioè da sé l'evento della salvezza, pur in accordo con Dio, e non invece il riconoscimento che tale evento Dio lo ha operato e lo opera per grazia, pur coinvolgendo la libera ed intensa partecipazione dell'uomo. Viene a mancare la percezione della nuova «ontologia» che Dio in Gesù Cristo ha introdotto nel cuore della storia, la situazione escatologica dell'esistenza umana alla luce della Risurrezione di Gesù.
A questo punto viene ad imporsi una lettura «contemplativa» della Bibbia, come ascolto appassionato, interessato, ma anche in atteggiamento di riconoscente accoglienza di quanto Dio ha fatto, fa e farà per il suo popolo. Siamo alla base di quello spirito «eucaristico», di ringraziamento, quindi di adorazione, di disponibilità alla volontà di Dio, su cui si gioca in modo sostanziale la genuinità di una fede secondo Gesù Cristo. A questa luce va ricondotta la cosiddetta «urgenza pratica» della fede. Dal nostro punto di vista ogni pratica attuazione ha bisogno di un momento mistico, di una apertura senza riserve agli impulsi dello Spirito.

- L'esegetismo è una seconda forma deviante. 
Avviene quando la doverosa concentrazione sul senso letterale non si prolunga con una riflessione che tocchi l'esistenza. Si rischia di fare un discorso culturale valido per un club di iniziati. In un altro senso, esegetismo si può definire l'affermazione più o meno esclusivista della Bibbia nel processo di maturazione della fede, ignorando o sottovalutando altri segni dell'unica Parola di Dio, quale l'esperienza liturgica, le espressioni dogmatiche, i segni creaturali... In questo secondo senso l'esigetismo può apparire anche tra di noi, nella misura che non si possiede una equilibrata visione della Rivelazione, in particolare del compito magisteriale della Chiesa. Può provenire anche da un certo «biblicismo» entusiasta, all'insegna del «tutto nella Bibbia e la Bibbia in tutto», ma esposto ad inevitabili delusioni al primo impatto con momenti difficili (sia della Bibbia che della nostra vita).

- Più insidiosa, perché anche portatrice di valori genuini, è un certo tipo di lettura intuizionistica, carismatica, 
che con una punta di colorita brutalità si potrebbe chiamare «lettura selvaggia» della Bibbia. È il pericolo cui si espone chi legge la Bibbia in un modo interessato, vitale, secondo precomprensioni di tipo sociologico, politico, od anche tradizionalista. In forma più o meno aperta si finisce con lo strumentalizzare la Bibbia, leggendola con una lettura settoriale, discriminante, a favore di un dato tema, ad esempio, quello della liberazione dell'uomo, della difesa del povero (preferenza antropologica), oppure ascoltando il tema della trascendenza di Dio, della gratuità della situazione di grazia (preferenza teologica). Non è che questi valori siano assenti, né che sia illegittima una certa accentuazione di verità su cui tradizionalmente poco si badava (ad esempio, l'incidenza politica della Parola di Dio), né sia da sconfessare il vivace ed intenso desiderio di presentare un messaggio che sia attuale. Occorre che tutto questo si compia in un ascolto, senza pregiudiziali né selezioni, di tutto il dato biblico (anche se progressivamente, con un certo adeguamento alla mentalità dell'uditorio). Alla conclusione si ritroverà che il messaggio biblico è una realtà intrinsecamente bipolare, la realtà di Dio di fronte all'uomo e dell'uomo di fronte a Dio, di cui Gesù nella sua stessa personalità di uomo-Dio è la suprema epifania. Realtà, in cui ciascun membro del rapporto ha una sua precisa fisionomia, una sua obiettività, un suo ruolo da riconoscere e da accogliere, e di cui la comunità ecclesiale possiede la genuinità di significato.[7]
Sì dunque all'attualizzazione pluralistica della Parola di Dio secondo le situazioni di vita sperimentate dal gruppo, dal singolo, ed insieme attenzione continua alle attualizzazioni della Parola presenti nei libri sacri medesimi, non come espressioni immobilizzanti, ma come direzione di marcia per una novità nella autenticità.

Esigenze principalI

Volgendo il discorso al positivo, anche se non ancora a livello immediatamente operativo, penso che la Bibbia per assolvere efficacemente l'indispensabile servizio catecumenale che le spetta di diritto vada così impiegata: 

- Anzitutto vorrei rimarcare anticipando un giudizio successivo che, coerentemente alla natura di un catecumenato, il centro del discorso e dell'esperienza non può essere un libro, né un complesso di verità per quanto belle, ma la situazione di grazia all'opera oggi nella storia mediante l'azione del Cristo Risorto, secondo la comprensione che ne ha la Chiesa attuale. Noi annunciamo e facciamo fare esperienza di Cristo vivo oggi nella Chiesa in ordine alla salvezza dell'uomo. Questo vuole di conseguenza:
* La Bibbia non va per sé assunta come obiettivo primario di conoscenza, ma come segno luminoso supremo circa la genuina identità di tale «progetto di salvezza» che Dio opera (= Parola di Dio), e sempre in comunione, in riferimento con altri segni normativi della Parola di Dio, quali la Tradizione vivente della Chiesa, e cioè la sua preghiera (Liturgia), la sua coscienza di fede (ortodossia), la sua condotta pratica (ortoprassi), ed anche in rapporto con i segni creaturali o della storia. Un iter catecumenale deve poter nutrirsi della totalità della Parola di Dio, la quale viene a noi attraverso una pluralità di segni, di cui uno, di valore indispensabile, ma non sufficiente, è la Bibbia.
* La Bibbia va presentata in modo che risalti la contemporaneità esistenziale di ciò che, meglio, di Colui di cui si sta parlando, superando comprensioni «archeologiche» del mistero di salvezza, tentativi nostalgici e sterili di ritorno al passato. La Bibbia va intesa come «memoria profetica», come segnalatore stradale in avanti.
* Per il suo ruolo di maturazione della fede, ogni incontro vero con la Bibbia non può non prodursi che in un clima di fede, il che significa tra l'altro una totale docilità alla potenza della Parola di Dio che risuona nel testo (disponibilità alla conversione, esposizione agli impulsi dello Spirito Santo) ed anche appassionato interesse di comunicare con la Chiesa tutta, che delle Scritture ha il senso autentico.

- Come seconda esigenza, di ordine esegetico, vedo quella di poter permettere alla Bibbia di esprimere se stessa, senza contraffazioni di sorta. 
Ciò si risolve praticamente con sussidi biblici validi, cioè sodi ed aggiornati, ma prima ancora con una sufficiente competenza biblica dell'animatore, riguardo sia la teologia biblica sia la critica biblica.[8] È chiaro allora che un cammino catecumenale in aderenza alla Bibbia chiede almeno di consultarsi a fondo con un esperto in S. Scrittura.

- Una terza sostanziale esigenza è di fare in modo che il senso biblico originale illumini, diventi Parola di Dio per la mia situazione di grazia oggi, sia cioè un segno attuale del mistero di Cristo nella Chiesa.
In altre parole io sono chiamato a sperimentare oggi la portata del Dio in cui credo come Dio di Abramo (il Dio della promessa), di Mosè (Jahvè liberatore), dei profeti (il Dio intimo), di Cristo (il Padre)... Devo perciò essere illuminato, coscientizzato sull'attualità di questi tratti fisionomici di Dio.
Ne nasce un delicato e mai concluso esercizio, dai risultati sempre nuovi, di confronto tra le situazioni di vita dell'uomo biblico e quelle nostre, riconducendo entrambe a quegli «esistenziali» o esperienze vitali immanenti ad ogni progetto di esistenza veramente umano: il senso dell'assoluto, il senso della vita e della morte, il senso della comunità, l'aspirazione alla gioia di vivere, alla libertà, alla speranza, la amarezza dello scacco, il disagio del male... Per tal modo la Bibbia non irrompe nel discorso catecumenale globale come un ipse dixit dal linguaggio esotico ed incomprensibile, bensì si intonizza con l'incessante sforzo di traduzione del messaggio in termini attuali, per cui si realizza un'efficace iniziazione cristiana. Per un sifatto lavoro ermeneutico non esistono delle ricette prefabbricate.
A mio avviso occorrono due cose: un intenso e simpatico ascolto e confronto tra la Bibbia e l'uomo moderno ed una ricerca dei punti di contatto portata avanti insieme in uno stile di dialogo. Utili stimoli possono essere le migliori espressioni culturali del nostro tempo, in campo soprattutto religioso, letterario, figurativo, filmico.[9]

- Un'ultima esigenza che io chiamerei di ordine didattico riguarda la fase pratica di realizzazione: la scelta e il coordinamento dei testi pertinenti, l'impiego di sussidi opportuni (libri, audiovisivi...), l'organizzazione del programma...[10] Ma qui ci ritroviamo in quella fase esecutiva che merita essere considerata come ultimo punto.

ALCUNI SUGGERIMENTI PRATICI

Una lettura biblica di «servizio»

Sono alcune precisazioni riassuntive di quanto già detto e che vengono poste qui allo scopo di collegare il discorso biblico con quello catecumenale in genere. 
- Anzitutto va ritenuto che l'esperienza catecumenale o maturazione della fede è più ampia che una iniziazione alla Bibbia. 
Vi sono precisi riferimenti alla realtà della Chiesa e della esistenza che come tali possono essere presenti solo germinalmente nel Libro sacro, e che in ogni caso chiedono l'intervento di altre conoscenze ed esperienze da parte della Chiesa, della coscienza, del momento storico. Fissarsi pertanto sulla Bibbia come il «tutto» dell'esperienza catecumenale è un errore ed anche, pedagogicamente, un grosso rischio. Quindi una lettura della Bibbia deve essere una lettura «contestuale», cioè aperta al dialogo, in termini di dare ma anche di ricevere, con tutte le componenti di una vita di fede, ognuna secondo la sua importanza. 
- Il Libro biblico vuole avere funzione di servizio di una realtà attuale di cui il lavoro catecumenale vuol far fare una decisiva esperienza: l'azione salvifica del Padre in Cristo Risorto vivente nella Chiesa oggi. Questo si pone come obiettivo ,di scoperta nella Bibbia, e da questa realtà il lettore della Bibbia mutua anche lo spirito di lettura: cristologico-ecclesiale-attuale. In altre parole l'incontro con la Bibbia deve poter iniziare, con l'efficacia immensa propria della Scrittura, alla conoscenza-esperienza del «mistero» di Cristo vivente nella comunità ecclesiale in aderenza alla situazione esistenziale attuale. Nella misura che non vi si arriva, si sta facendo qualche altra cosa, poco o tanto fuori bersaglio catecumenale!

- Metodologicamente l'obiettivo può essere realizzato in duplice modo: 
* Far preminente riferimento alla voce della Bibbia congiungendosi opportunamente con tutta la realtà della fede secondo il detto sopra. È il procedimento di tipo ketigmatico. Ha di straordinario valore l'immediato contatto con la «sorgente» della Parola di Dio. Può sentire l'handicap di una certa estraneità in un uditorio impreparato, quale quello giovanile.
* Partire dall'esperienza umana e cristiana attuale, illuminandola efficacemente con la luce biblica. È il procedimento cosiddetto antropologico. Porta con sé una presa più immediata dell'uditorio. Il rischio è di strumentalizzare o ridurre o fare della Bibbia un collage di dati.
Personalmente ritengo che sia meglio alternare i due procedimenti, in una pendolarità determinata sia dalla maturazione di chi ascolta, sia del contenuto in questione. Così agli inizi di un cammino catecumenale vedrei meglio una riflessione attenta ai problemi dell'esistenza. Il momento specifico di riflessione su Cristo avrà un periodo più o meno vasto, ma sempre diretto, di riflessione sul NT (Vangeli, Paolo, Giovanni). 
- In questa visione contestuale la Bibbia viene incontrata in due modi così come si guarda uno specchio: 
* Anzitutto uno specchio serve a riflettere, a scoprire se stessi, nel caso nostro la identità cristiana genuina. Qui la Bibbia viene vista per temi, quelli che riguardano la mia esistenza di fede.
* Ma uno specchio può essere visto anche in se stesso, nella sua natura di segno riflettente. Qui la Bibbia viene intesa nella sua natura di segno della Rivelazione, nelle condizioni che garantiscono la sua funzione.
Il miglior modo di procedere mi sembra quello di mantenere unito il duplice oggetto dell'unico sguardo, e cioè accendere la luce biblica sulla mia esistenza e contemporaneamente, mediante note opportune, introdurre al mistero che è la Bibbia in se stessa (la sua struttura letteraria, storica, teologica, le esigenze di corretta interpretazione, i pericoli da evitare).

Linee di programmazione

- I progetti possibili sono numerosi. 
E di fatto possediamo diverse realizzazioni a livello europeo.[11] Dai modelli citati nella nota è interessante vedere sia il modo «contestuale» di lettura della Bibbia sia l'ampio spazio e l'organicità di presentazione. È vero però che essi sono progetti pensati per degli adulti. A livello giovanile non esiste nulla ancora di ufficiale tra di noi (buoni anche se però appesantiti da eccessiva dottrina sono i «Corsi» annuali di Azione Cattolica). Meriterebbero una adeguata pubblicizzazione le esperienze catecumenali delle «Comunità di fede» di origine romana. Come è noto, ivi l'incontro con la Parola di Dio biblica, l'esperienza liturgica e di fraternità ecclesiale sono caratteristiche essenziali. Elementi favorevoli sono pure la compresenza di giovani ed adulti ed il clima carismatico assai intenso che facilita l'attenzione alla Bibbia, il cui ascolto, per lo più secondo il filo della historia salutis e la tematica sacramentale, ha il primo posto indiscusso. 
- A questo punto la Bibbia, sia come contenuti specifici, sia come modalità concrete di presentazione, viene determinata dall'impostazione globale del catecumenato, il quale - per essere corretto - deve accogliere il contributo della Scrittura nel rispetto delle sue esigenze (come abbiamo visto nelle pagine precedenti). 
- A chi poi desiderasse all'interno dell'iter catecumenale o come fine a sé stante iniziare dei giovani alla Bibbia, mi permetto di dare i seguenti suggerimenti colti dall'esperienza mia e di altri:
* Privilegiare la persona di Cristo secondo un Vangelo (Mc, Mt, Lc), ampliandone il mistero in Paolo (lettera ai Romani) ed in Giovanni (Vangelo, I lettera). Facendo riferimento a lui, vedere il Cristo come adempimento di profezia (pagine più rilevanti del VT: esp. patriarcale, dell'esodo, della conquista, dell'esilio, dell'attesa, della creazione e del peccato) e come profezia che attende adempimento (la realtà della Chiesa nelle testimonianze del NT: Atti, Paolo, Apocalisse).
* Forte tensione attualizzante, riguardo in particolare l'esperienza liturgica, la vita ecclesiale, gli interrogativi dell'uomo e della storia.
* Un intenso clima di ascolto, sia riguardo la Parola biblica (senso letterale) sia riguardo le situazioni di vita. Tutto ciò richiede un atteggiamento di fede che si fa preghiera ed una cordiale fraternità tra tutti i membri del gruppo.
* La presenza di un animatore tanto esperto quanto discreto, stimolante, conciliante.[12]

Concludendo

Sono convinto che vi sono molti altri interrogativi ed anche che sono possibili altri punti di vista, specie in ordine alla pratica. Ma sono anche convinto che soltanto una sperimentazione per quanto elementare e irta di difficoltà, soprattutto agli inizi, può essere la verifica migliore del valore della Bibbia nella maturazione della fede. Quasi più che competenza credo che occorra avere del coraggio, il coraggio della fede nella Parola di Dio.


NOTE

[1] Purtroppo non ci è dato di poter stendere una «carta geografica» di tali esperienze nel nostro Paese, e, ancor meno, di poterne valutare strutture, modalità ermeneutiche, incidenza, salvo il riferimento a numerose esperienze personali e ricevute da altri.
[2] Per una trattazione più ampia, v. La Bibbia nella catechesi, LDC, 1973.
[3] Cf R. LATOURELLE, Teologia della Rivelazione, Assisi, 1967; Mysterium Salutis, I, 325-648, Brescia, 1967; P. GRELOT, La Bible, Parole de Dieu, Paris, 1965 (Sintesi italiana in Bibbia e Teologia, Roma).
[4] A questo proposito il gesto stesso di ascoltare la Bibbia, per cogliere da esperienze del passato il senso del presente di grazia, riveste forza di segno che esprime l'extra nos della salvezza. Tale sembra essere il motivo per cui la Chiesa primitiva ha cristallizzato l'Evangelo vissuto nelle forme scritte dei quattro vangeli (E. Käsemann).
[5] Qualche opera valida di sensibilizzazione sul primo punto: Sinodo Riformato Olandese, Pane al pane...! Una parola chiara sulla storia, il segreto e l'autorità della Bibbia, Claudiana Ed., Torino, 1972; J. JEREMIAS, Teologia del NT, Queriniana, 1972, p. 56 ss.; R. SCHNACKENBURG, Messaggio morale del NT, Paoline, 1971; id., L'esistenza cristiana secondo il NT, Paoline, 1971; O. DA SPINETOLI, Itinerario spirituale di Cristo, 3 voll., Assisi, 1971-1974.
[6] Cf La Bibbia nella catechesi cit.. c. I.
[7] Due tipi di lettura di segno opposto, ma quanto mai emblematici, mi sono sembrati quello di S. QUINZIO, Un commento alla Bibbia, Adelphi, Milano, 1972 (di tipo tradizionalista che vorrebbe fare a meno della smisurata tessitura delle scienze umane per l'interpretazione), e quello espresso dalla Comunità dell'lsolotto, La Bibbia è del popolo. Una comunità cristiana legge il libro dell'Esodo, ed. COM, Roma, 1974 (lettura fortemente sociologico-politica, suggestiva, ma fino a che punto accettabile?). A livello ben più elevato si ritrova nella stessa direzione l'ottica biblica che sta alla base delle «Teologie della liberazione» latino-americane e su cui A. Rizzi apporta ottimi «spunti correttivi» in Riv. di Teol. Morale, 1973, pp. 187-197.
[8] Qualche sussidio che stimo utile: Grande commentario biblico, Queriniana, 1973 (summa eccellente di consultazione), X. LÉON-DUFOUR (ed.), Dizionario di Teologia biblica, Marietti, 1971, La Bibbia di Gerusalemme, Borla-Dehoniane, 1974 (note ed introduzioni assai valide), F. FESTORAZZI-B. MACGIONI, Introduzione alla storia della salvezza, LDC, 1973 (per un aggiornamento globale), C. BISSOLI, Guida alla lettura della Bibbia, LDC, 1972 (iniziazione elementare: ricca bibliografia); AA. Vv., Parola e messaggio (VT), Paoline, 1973; id., Forma ed esigenze (NT), Paoline, 1973 (aggiornamento sodo su entrambi i Testamenti di esegeti tedeschi).
[9] Per stare in campo cinematografico non può sfuggire all'animatore sensibile ed aperto la portata di opere tipo «Jesus Christus Superstar» o «Godspell», ed indirettamente tutto l'interessante «gesuanesimo» che vi sta dietro nel mondo nordamericano. Ancor più attenzione merita la ricca produzione attorno a Cristo e a S. Paolo che sta per esplodere in Italia (cf Città Nuova, 10 aprile 1974). In sede letteraria, come ignorare gli stimoli suggestivi di un Garaudy o di un Ricciardetto? Oltretutto un interessamento di questi fenomeni permette di cogliere quale larga area di lettori anche tra non credenti possieda la Bibbia. Saperlo rilevare, pur con la dovuta criticità, serve a togliere quella patina di «clericalismo» scostante che la circonda nell'opinione dei giovani.
[10] Eccellenti indicazioni, specialmente in ordine alla Catechesi, ci provengono dalla scuola tedesca: W. LANGER, Kerygma e catechesi, Queriniana, 1971; G. STANCHEL, L'insegnamento della Bibbia nella scuola, Paoline, 1970; H. HALBFAS, Psicologia e didattica nella nuova catechesi, LDC, 1969.
[11] Ricordiamone alcuni progetti principali. Il Nuovo Catechismo Olandese: Il mistero dell'esistenza; La via verso Cristo (la via delle genti; La via di Israele che è iniziazione limpida al VT); Il Figlio dell'Uomo (Vangeli e NT); La via di Cristo (la Chiesa, con rimandi continui alla Bibbia); Verso l'ultimo traguardo (tra cui un bellissimo sviluppo biblico su Dio). In ambito francese vi sono diversi progetti, tra cui quello della collezione Accueil: sei temi centrali che inglobano VT e NT, la cui originalità sta nel partire da una esperienza umana che stimola degli interrogativi, cui la Parola di Dio risponde invitando alla conversione, la quale si concretizza in una esperienza di Chiesa. In ambito tedesco è oggi preminente per i giovani una catechesi legata ai problemi di vita. In Spagna nel 1969-1970 è apparso un Plan ciclico de Iniciación Cristiana per universitari (procedimento antropologico con forte insistenza su Cristo). Per tutto questo, cf C. FLORISTAN SAMANES, El catecumenado, Madrid, 1972, 148-58. Per l'Italia credo sarà molto interessante Il Catechismo degli Adulti.
[12] Materiale utile, anche se non sempre pertinente ad un lavoro pratico, si può trovare nei libri citati alla nota 8. Aggiungo: C. MESTERS, Dio, dove sei?, Queriniana, 1972; A. FANULI, Il Cristo che mi piace, LDC, 1972; M. GALIZZI, «Commentari» elementari ma sodi in via di stampa (1-2 Tess., Rom...), LDC, 1973 ss; un gruppo di biblisti veneti presenta delle tematiche bibliche proprio per giovani (prossimamente presso le Paoline); J. PUYO-TH. REY-MERMET, Aujourd'hui l'Evangile, Huit pistes de recherche pour une foi adulte, Paris, 1969 (interessante modo di leggere il Vangelo in rapporto all'esperienza e come messaggio di vita); C. BISSOLI, I giovani e la Bibbia, LDC (pross.), ove presento teoria e schemi pratici di iniziazione alla Bibbia (Esodo. Marco. Atti, la figura di Gesù).

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