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Dall'evangelizzazione all'esperienza di fede nella scuola


Riccardo Tonelli

(NPG 1974-02-93)


La lettura attenta degli studi che hanno imbastito l'ordito di questa monografia ha certamente risolto grossi interrogativi. Ma ne ha aperto uno, radicale.
«Dunque, nella scuola non c'è spazio per l'annuncio esplicito della fede?».
La domanda si muove a raggiera, raccogliendo in una sola battuta le mille quotidiane preoccupazioni che assillano l'educatore della fede che crede nella scuola, nella sua consistente autonomia di «fatto» profano-tecnico, e, nello stesso tempo, profondamente nella sua missione di «annunciatore e testimone» dell'amore del Padre verso tutti gli uomini. La scoperta del particolare taglio con cui va vissuto il rapporto evangelizzazione-profano, mette fuori gioco definitivamente l'esperienza ecclesiale nello spessore esplicito che deve caratterizzarla?
La preoccupazione a non «strumentalizzare» l'umano chiude la partita sulle tante piccole attenzioni che descrivevano, una volta, lo spazio dell'annuncio cristiano nella scuola?
E gli interrogativi potrebbero continuare, in un rincorrersi rapido di affermazioni e semplificazioni spesso riduttive.
A conclusione di questa monografia, riprendiamo i fili del discorso, per offrire un quadro di sintesi.

La scuola non è il luogo dell'esperienza ecclesiale

L'annuncio della fede non si conclude nella conoscenza culturale dei contenuti della fede ma deve giungere alla piena esperienza ecclesiale, per la sua verità. Nella scuola non c'è spazio per questo livello esperienziale, per la necessaria autonomia che contraddistingue la sua «profanità». La fede è vissuta al solo livello implicito, di chi compie con «onestà professionale» i gesti che caratterizzano il compito tecnico-umano (di insegnante, di alunno...). Non è nella scuola che si celebrano i sacramenti e si proclama la Parola di salvezza.
L'evangelizzazione sta soprattutto nella preoccupazione di dare volto umano autentico a quanto si sta vivendo: all'interno di questo impegno di umanizzazione può nascere l'interrogativo più radicale che apre all'annuncio esplicito e all'esperienza reale normalmente fatti altrove. Se ne è già parlato molto (cf gli articoli di Alberich e di Gatti, in questa stessa monografia) .
Basta qui solo ricordarlo per sottolineare che è nell'impegno di umanizzazione della scuola che termina la corretta preoccupazione pastorale relativa alla scuola.
L'affermazione è importante. Merita di essere ampliata, almeno con qualche battuta. La chiesa, nelle sue strutture pastorali, non aspetta evidentemente il pieno e completo raggiungimento del progetto di umanizzazione per iniziare l'opera strettamente evangelizzatrice-catechistica. Essa di fatto continua ad annunciare l'amore del Padre: anche in un mondo diviso e segnato dal peccato, anche attraverso istituzioni e strutture non ancora sufficientemente purificate o non adeguatamente compromesse nell'impegno di umanizzazione. La fedeltà alla sua identità chiede il coraggio di predicare quella conversione di cui chi parla è il primo «bisognoso».
Tutto questo perché il compito specifico della chiesa è in questa prospettiva.
Nella scuola-cultura, le cose vanno diversamente. Qui il ruolo del cristiano è principalmente sul piano dell'umanizzazione: il faticoso impegno storico, che condivide con tutti gli uomini di buona volontà, per permettere alle realtà umane di essere veramente di pieno e totale servizio all'uomo per la sua crescita e maturità, e all'umanità tutta per la sua liberazione.

Annuncio ed esperienza ecclesiale di appoggio

Per un cristiano e per un educatore della fede però le cose non possono concludersi così. Non gli basta «umanizzare» l'uomo per averlo salvato. La coscienza esplicita del senso trascendente di ogni esperienza terrena, la gioia di una celebrazione piena dell'amore del Padre nella chiesa, la consapevolezza riflessa della radicale novità della pasqua di Cristo, sono esigenze caratterizzanti la propria identità cristiana. Non se ne può fare a meno, in un assurdo riduzionismo alle semplici dimensioni umane, sia pure raffinate e impegnatissime...
La scuola non è luogo di esperienza ecclesiale esplicita. D'accordo. Ma tutto finisce così? La preoccupazione pastorale è conclusa in questo impegno di liberazione umana della cultura e della struttura educativo-scolastica?
La risposta è «no», in termini chiari e decisi.
È indispensabile procedere oltre. Portare a completamento la rivelazione dell'uomo all'uomo gestita nella scuola, per rivelargli (e fargli vivere) l'Amore gratuito e trascendente del Padre in Cristo per lo Spirito.
Chi con noi condivide l'affermazione, si sente presto interpellato dalla domanda concreta del «come».
Che ci siano difficoltà, è innegabile. Ma le difficoltà né annullano né ridimensionano l'istanza.
Si tratta di «inventare» qualcosa di nuovo, di far funzionare meglio molto di quello che abbiamo già tra mano, di reinterpretare valori perenni all'interno di strumenti legati ad una vecchia concezione teologica.
Ma è indispensabile giungere allo spazio esplicito del «figlio di Dio» cosciente e operante. Per non tradire coi fatti l'identità cristiana raccomandata a parole. Per non tradire la persona dei nostri giovani a cui siamo debitori della possibilità gioiosa del vivere da «cristiani».
Avanziamo qualche timido suggerimento, rimandando alle tante cose già scritte su questo tema, nell'ambito della rivista.
- Partiamo da una costatazione. La scuola «cattolica» non è specificata dall'etichetta che assume, ma dal modo con cui al suo interno è vissuto il processo educativo.
Per noi la scuola è «cattolica» se la struttura tecnica scuola-cultura assume una decisa intonazione umanizzante, così come l'aggettivo si è articolato in questa monografia; e, nello stesso tempo, esiste un ambiente più vasto e omogeneo, capace di una educazione piena e quindi di una scelta qualificante di «educazione alla fede». In altre parole la scuola «cattolica» la pensiamo come un istituto educativo «cattolico», in cui si fa anche scuola.
- Nell'istituto educativo sono possibili e necessari momenti espliciti di chiara intonazione ecclesiale, sia sul piano dell'annuncio che della esperienza.
L'istituto educativo non coincide di fatto con la scuola. Essa è un fatto culturale e quindi profano. L'istituto è una realtà «confessionale» (anche se l'aggettivo può far rabbrividire qualche schizzinoso a livello di parole...); dal momento che si pone come proposta educativa e di una educazione tipicamente cristiana.
Nell'istituto c'è spazio per la vita di fede e quindi per l'educazione diretta alla fede, attraverso le mille strutture di cui esso dispone (gruppi, incontri di riflessione, preghiera e celebrazioni, esperienze di attività apostoliche, contatto con modelli decisamente «cristiani»...).
Ci sono due sottolineature da fare, per completare il quadro:
* L'insieme degli «interventi» pastorali va collegato direttamente alla scuola, per creare una logica continuità tra umanizzazione e educazione alla fede. Altrimenti si giunge, con i fatti, alla disintegrazione tra fede e vita. Perché la vita rimane problematizzata, ma senza risposte adeguate. E la fede non ha il necessario supporto di vita su cui inerire.
* Poiché la fede è comunque gesto di una persona libera e responsabile, è indispensabile trovare negli interventi il rispetto della norma fondamentale, così ben cristallizzata in RdC: «La misura e il modo di questa pienezza (l'esposizione dell'intero messaggio cristiano e la sua esperienza vitale) sono variabili e relativi alle attitudini e necessità di fede dei singoli cristiani e al contesto di cultura e di vita in cui si trovano».
- Le scuole statali normalmente non offrono questo spazio culturale di cui invece gli istituti educativi cattolici sono (o dovrebbero essere) ricchi. Il problema si sposta perciò sulle strutture ecclesiali tradizionali (parrocchie, gruppi, associazioni...). In esse i giovani hanno il diritto di trovare un luogo per vivere la propria esperienza ecclesiale piena, in perfetta sintonia con la riflessione culturale «nuova», gestita da una scuola rinnovata. Non basta affermare l'esigenza o ricordare che già tutto ciò è fatto. Purtroppo i dati di ricerche e il contatto personale ricordano come sia facile portare avanti una pericolosa dicotomia. Parrocchie, associazioni e gruppi fanno talvolta la loro strada, ignorando bellamente quello che avviene nella scuola; per stare all'esempio, ma il discorso può essere fatto per tanti altri temi. Annuncio ed esperienza «ignorano» il terreno umano «quotidiano», che invece dovrebbero privilegiare.
Il panorama non è dappertutto così fosco. Esistono esperienze molto interessanti di «presenza cristiana nella scuola», così come l'abbiamo ipotizzata (presenza «umana» nella struttura tecnica scuola e esperienza cristiana piena in momenti collaterali coordinati). Ne abbiamo parlato a lungo nella precedente monografia sulla scuola (1973/6-7). Come esistono molti gruppi ecclesiali veramente decentrati in uno sforzo di servizio al profano, pur nella continua ricerca di un approfondimento della propria identità cristiana.
Su questa strada e in questa prospettiva di sintesi, davvero si può parlare di «presenza pastorale» nella scuola, per farne un luogo di piena umanizzazione dell'uomo e di esplicita educazione alla fede, nel rispetto della «vocazione a figlio di Dio» donata ad ogni uomo.

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