Emilio Alberich

(NPG 1974-02-04)


Parlare della scuola come «luogo di umanizzazione» significa allo stesso tempo aprire a prospettive nuove il problema del ruolo dei cristiani nella scuola stessa. Più che per «umanizzare», si direbbe a prima vista che è per «cristianizzare» che può avere un senso la presenza di cristiani - almeno in quanto tali - all'interno dell'istituzione scolastica, e in questa prospettiva il binomio alternativo «umanizzazione o cristianizzazione?» viene ad essere il corrispettivo scolastico di quell'altro: «civilizzazione o evangelizzazione?», o del più recente: «liberazione o redenzione?», che si trova nel cuore della problematica missionaria e pastorale della chiesa di oggi. È evidente che le trasformazioni culturali del nostro tempo e l'evoluzione della scuola stessa obbligano i cristiani a porre in termini nuovi la questione, ma non per questo sono finiti i motivi di perplessità e quindi i problemi rimasti aperti: che senso ha la presenza cristiana nella scuola se questa è «luogo di umanizzazione»? Si giustifica un impegno «umanizzante» dei cristiani nella scuola, se questo non è considerato mezzo per il raggiungimento di un fine superiore, cioè la «cristianizzazione» o «educazione cristiana» dei giovani? E se si pensa che anche il compito di «umanizzare» sia in se stesso degno di considerazione da parte di un cristiano, si tratta di un compito che lo riguarda in quanto cristiano, cioè a motivo della sua fede, o soltanto in quanto uomo, o cittadino, o professionista, ecc.? Inoltre, se i cristiani, anche a motivo della loro fede, sentono di doversi impegnare nella missione educatrice e umanizzatrice della scuola, non è in pericolo la specificità della loro funzione? Non sembra affiorare anche qui la crisi di identità del cristiano, oggi tanto sentita in diversi settori di attività pastorale e apostolica?
Queste e altre simili domande sorgono spontaneamente oggi quando si affronta il classico tema del rapporto tra chiesa e scuola - tra cristiani e scuola - nel mutato contesto di una società democratica e pluralista, in via di progressiva secolarizzazione, e di fronte al fatto massiccio e inarrestabile di una scuola che rivendica il suo carattere profano, civile, laico. All'interno di un problema così complesso e impegnativo, le riflessioni che ora faremo vorrebbero soltanto individuare alcuni orientamenti di fondo capaci di facilitare la diagnosi della situazione e suggerire adeguate scelte operative. Un primo sguardo alla tipologia storica del rapporto tra chiesa e scuola ci permetterà di inquadrare in seguito il tema nel contesto più generale del problema chiesa-mondo, per passare poi ad applicazioni specifiche sulla situazione della scuola e sulla relativa responsabilità e compito dei cristiani.

I CRISTIANI E LA SCUOLA: ALCUNI MODELLI STORICO-TEOLOGICI

Se si tiene presente la storia degli atteggiamenti e rapporti tra chiesa e scuola, specialmente pubblica, forse è possibile individuare alcuni tipi o modelli che caratterizzano in forma schematica tali rapporti. Si tratta evidentemente di semplificazioni volutamente astratte, che forse non corrispondono allo stato puro a nessuna concreta situazione storica: possono però aiutarci a cogliere il nucleo del problema nella varietà delle manifestazioni passate e presenti.

Tre modelli correnti

Come vedremo, la presenza della chiesa nella scuola riflette nelle sue modalità le diverse concezioni del rapporto chiesa-mondo. In concreto, possono essere segnalati tre modelli storico-teologici:

- Inclusione della scuola nell'ambito della realtà ecclesiastica
È la situazione tipica dello stato di «cristianità», dove i valori religiosi cristiani sono totalmente compenetrati e identificati con tutta la realtà culturale civile della società. È così nel medioevo, dove la scuola è stata organizzata e gestita da ecclesiastici (chierici e monaci), con contenuti prevalentemente, se non esclusivamente, sacri. È così anche nell'età moderna, col sorgere delle prime scuole umanistiche e, più tardi, con lo sviluppo progressivo delle scuole «pubbliche», dove, nonostante l'introduzione di materie e contenuti profani, tutto l'edificio culturale scolastico è dominato e informato dall'indiscusso primato dei valori religiosi.[1] In seguito e sotto la spinta delle rivendicazioni «laiche» o «laiciste» della scuola, la chiesa dovrà poco per volta rinunciare alla sua determinante influenza, ma continuerà a considerare questo modello dell'«inclusione» della scuola nella realtà ecclesiastica come ideale da difendere e perseguire. Questa è almeno la posizione dichiarata dell'autorità della chiesa, praticamente fino al Concilio Vaticano II, come appare espressa nell'enciclica «Divini illius magistri» del 1929:
«A questo effetto è necessario che tutto l'insegnamento e tutto l'ordinamento della scuola: insegnanti, programmi e libri, in ogni disciplina, siano governati dallo spirito cristiano sotto la direzione e vigilanza materna della Chiesa. per modo che la Religione sia veramente fondamento e coronamento di tutta l'istruzione, in tutti i gradi, non solo elementare, ma anche media e superiore».[2]

- Utilizzazione della scuola ai fini dello svolgimento del compito evangelizzatore e pastorale della chiesa
Questo modello è intimamente legato al precedente, e si sviluppa ordinariamente là dove la scuola, diventata realtà pienamente profana e statale, offre tuttavia concrete possibilità per una presenza educativa della chiesa nel suo interno. Molto spesso tale presenza è stata considerata dall'autorità della chiesa come difesa e rivendicazione di diritti di fronte all'avanzare, spesso settario, del fronte laico, ed ha avuto come oggetto la difesa di alcune zone di controllo, tali come la scuola di religione nella scuola pubblica e la gestione delle proprie scuole (scuola cattolica). Altre volte il tono difensivo e polemico è stato superato dall'accettazione più pacifica e non contestata di una scuola pubblica di fatto esistente, frequentata dalla maggior parte dei cattolici, dove l'autorità della chiesa rivendica semplicemente quelle forme di presenza che le permettono di svolgere il proprio compito pastorale verso i suoi figli. E in questa nuova prospettiva che il Vaticano II, nella dichiarazione GE, parla della formazione morale e religiosa in tutte le scuole e della validità delle scuole cattoliche (cf GE 7ss).

- Neutralità della scuola nei confronti della missione evangelizzatrice della chiesa
Con questa espressione possono essere caratterizzati, sia un certo tipo di mentalità che alcune concrete situazioni. Voglio alludere anzitutto alla posizione secondo cui, ammessa una marcata distinzione e quasi separazione tra sacro e profano, l'opera di umanizzazione svolta dalla scuola non interessa direttamente la missione dei cristiani, dal momento che non può essere finalizzata strutturalmente all'azione propriamente pastorale di formazione cristiana. Di conseguenza, si tende a non interessarsi del mondo della scuola nei suoi aspetti umani e profani, non si pensa di doversi impegnare nella riforma della scuola di tutti in quanto scuola di tutti, per il motivo che ciò non corrisponde alla missione specifica della chiesa. Nella realtà storica, possono essere ricondotte a questo modello alcune situazioni concrete, quando per esempio la chiesa si trova nell'impossibilità di svolgere un ruolo istituzionale nella scuola pubblica. Oppure là dove l'opera formatrice della chiesa, anche se svolta all'interno della scuola, viene situata accanto o fuori dell'impegno propriamente scolastico, in certi momenti e luoghi particolari: scuola di religione, atti di culto, gruppi apostolici, ecc.

Un giudizio di valore

Dall'insieme di queste schematizzazioni che - giova ripeterlo - sono soltanto approssimazioni astratte a delle realtà molto complesse, c'è da ritenere soprattutto un tratto comune che le caratterizza tutte: il fatto cioè che la realtà scolastica nella sua autonomia umana e profana non viene rispettata e assunta dalla coscienza cristiana per il suo valore intrinseco e nella sua funzione umanizzante. Non è privo di significato il fatto che, a livello di posizioni ufficiali, i documenti ecclesiastici si siano interessati della scuola quasi esclusivamente nella prospettiva intraecclesiale dell'educazione dei battezzati. Soltanto nella dichiarazione GE del Vaticano II, che pure si muove ancora in questo clima di preoccupazione intraecclesiale, troviamo un esplicito richiamo all'importanza della scuola in sé e al suo compito umanizzante nella società (GE 5).
E facile intuire la difficoltà in cui si trova la coscienza cristiana di oggi di fronte alla tante volte proclamata autonomia dei valori profani e davanti al rimprovero che le viene mosso da parte dei nostri contemporanei. Essa deve rispondere soprattutto all'accusa, formulata spesso a ragione o senza ragione, di strumentalizzare i valori umani della scuola per fini confessionali e apostolici, di non prendere sul serio il compito dell'educazione umanizzante e liberante, di compromettere addirittura la serietà dell'educazione con evasioni religiose mistificanti e in fondo disumanizzanti. A giudicare dal modo con cui spesso viene proposto il problema, si direbbe che i cristiani si sentono divisi tra le esigenze di una doppia fedeltà: la fedeltà alla missione pastorale della chiesa e la fedeltà alla funzione genuina e autonoma della scuola. Chiarire i rapporti tra queste due fedeltà, in modo da non compromettere o strumentalizzare nessuna delle due, costituisce un compito cui non devono sottrarsi quanti operano e sono impegnati nel campo della scuola.

MISSIONE DELLA CHIESA E REALTÀ TEMPORALE

Forse non è possibile impostare in forma adeguata il problema della presenza dei cristiani nella scuola finché non si ha presente il quadro più vasto del rapporto tra missione della chiesa e realtà temporale, o, in parole più brevi, tra chiesa e mondo. E qui - mi pare - il luogo naturale della riflessione che ci preoccupa, dal momento che la scuola è una realtà temporale, e dato che sul tema chiesa-mondo abbiamo l'apporto determinante della dottrina del Vaticano II, vero punto di partenza per un cambio decisivo di atteggiamento e di mentalità. E per questo che conviene richiamare qui alcuni punti che appartengono a tale dottrina o da essa traggono ispirazione.[3]

Rapporto chiesa-mondo

Anzitutto la nuova visione del rapporto chiesa-mondo: specialmente nella costituzione pastorale GS la chiesa ha operato una revisione profonda del suo atteggiamento di fronte al mondo, che la porta a superare alcuni modelli del passato, che possiamo così caratterizzare:
· superamento del modello: «il mondo nella chiesa»: è la posizione tipicamente medievale di una società fortemente unificata e pacificamente dominata dai criteri e valori del cristianesimo;
· superamento del modello: «il mondo per la chiesa»: le realtà temporali vengono promosse e organizzate non per se stesse, ma in funzione dei fini della società religiosa;
· superamento del modello: «la chiesa e il mondo»: mondo e chiesa vengono visti come entità complete e quasi contrapposte, tra le quali si istaurano rapporti di opposizione, o di diffidenza, o di dialogo, o di parallelismo, forse di collaborazione, sempre però sul piano di un confronto tra due realtà autosufficienti e adeguatamente distinte.
Considerate superate o insufficienti queste posizioni, la chiesa oggi tende a vedere i suoi rapporti col mondo in termini di servizio per il mondo e di presenza nel mondo, in quanto essa stessa è parte del mondo per testimoniarvi il progetto di salvezza rivelatoci in Cristo. Chiesa nel mondo e per il mondo[4] dunque, in un movimento messianico di invio e di servizio per cui essa «cammina con l'umanità tutta e sperimenta assieme al mondo la medesima sorte terrena, ed è come il fermento e quasi l'anima della società umana, destinata a rinnovarsi in Cristo e a trasformarsi in famiglia di Dio» (GS 40b). La chiesa del Vaticano II si riscopre tutta in funzione del mondo, animata da un movimento centrifugo di andata verso gli uomini da servire e non chiusa nella visione centripeta di attrazione verso di sé e di difesa delle proprie posizioni.

Per la costruzione del regno di Dio

Va precisato così il senso dell'impegno fondamentale della chiesa, che è il servizio del Regno di Dio che si costruisce nella storia e di cui la chiesa stessa è germe e inizio (LG 5).[5] La chiesa è al servizio del Regno di Dio, ma essa non si identifica senz'altro col Regno. La sua missione è strumentale, sacramentale, in quanto «segno e strumento» (LG 1) del progetto universale di Dio che riguarda tutti gli uomini e che Dio porta a compimento anche al di là delle frontiere visibile della chiesa.
Il Regno di Dio annunciato da Cristo è il grandioso progetto divino di promozione globale di tutta l'umanità fino a costituirne una comunità beatificante e riuscita, riconciliata e unita. Non è un piano da aspettare semplicemente nell'al di là della storia; né cammina in forma parallela e distaccata accanto al flusso «profano» degli avvenimenti umani: esso è all'opera, animato dallo Spirito, dovunque si costruisce fraternità e pace, dovunque viene promosso e liberato l'uomo, dovunque fa progressi l'unità della famiglia umana. Appartengono perciò alla dinamica intrinseca del Regno di Dio tutti gli sforzi degli uomini di buona volontà, credenti o no, per rendere il mondo più umano e gli uomini più liberi.[6]
e la chiesa è tutta al servizio del Regno di Dio, vuol dire che essa non esiste nel mondo per conservare o aumentare se stessa, ma per rendere il mondo più umano - e perciò stesso più vicino - e più conforme al piano liberatore di Dio. La sua natura «sacramentale» e «strumentale» le impedisce di pensare che la sua semplice crescita o espansione possa già costituire un avanzare del Regno: essa non deve mai perdere di vista la sua funzionalità essenziale, il senso della sua esistenza come testimonianza e stimolo nel seno di una umanità che laboriosamente cerca la via della sua realizzazione integrale.
Certo, la chiesa è cosciente di avere sempre una ben precisa mediazione specifica per l'annuncio e la realizzazione del Regno, attraverso la predicazione evangelica, la celebrazione dei sacramenti e la testimonianza comunitaria e caritativa. Sa inoltre che è soprattutto per mezzo di questa mediazione che il cammino laborioso dell'umanità riceve luce, interpretazione e stimolo. Questo non significa però che solo in questa sua attività «religiosa» consista il suo contributo al progetto di Dio in Cristo:
«L'opera della redenzione di Cristo - afferma il decreto conciliare sull'apostolato dei laici - , mentre per natura sua ha come fine la salvezza degli uomini, abbraccia pure la instaurazione di tutto l'ordine temporale. Per cui la missione della Chiesa non è soltanto portare il messaggio di Cristo e la sua grazia agli uomini, ma anche animare e perfezionare l'ordine temporale con lo spirito evangelico» (AA 5).
La chiesa, dovunque si rende presente per mezzo dei suoi figli per animare e perfezionare l'ordine temporale, sta già realizzando la sua autentica missione:
. La Chiesa, certo, perseguendo il suo proprio fine di salvezza, - sono parole della GS - non solo comunica all'uomo la vita divina, ma anche diffonde la sua luce con ripercussione, in qualche modo, su tutto il mondo, soprattutto per il fatto che risana ed eleva la dignità della persona umana, consolida la compagine della umana società, e immette nel lavoro quotidiano degli uomini un più profondo senso e significato» (GS 40c).
Si potrebbe rovesciare la prospettiva e formulare in negativo l'espressione conciliare: la chiesa manca alla sua missione se, pur svolgendo una intensa opera di predicazione, di formazione, di sacramentalizzazione, ecc., non contribuisce di fatto a risanare ed elevare la dignità della persona umana, non consolida la compagine dell'umana società, non si incarna nel lavoro quotidiano degli uomini per immettervi un più profondo senso e significato.

Valore del profano

L'inserzione dell'impegno della chiesa nel processo generale di umanizzazione suppone d'altra parte il riconoscimento della consistenza teologica del mondo e della legittima autonomia dei valori e realtà temporali. Anche qui ci troviamo di fronte a un tema largamente presente nella dottrina conciliare (cf LG 36d, GS 36), che al riguardo viene incontro ad uno degli aspetti più caratteristici della sensibilità dell'uomo moderno. Vale la pena citare - anche per la vicinanza con l'argomento della scuola che qui ci interessa - un testo molto eloquente del decreto sull'apostolato dei laici:
«Tutte le realtà che costituiscono l'ordine temporale, cioè i beni della vita, della famiglia, la cultura, l'economia, le arti e le professioni, le istituzioni della comunità politica, le relazioni internazionali e così via, come pure il loro evolversi e progredire, non soltanto sono mezzi con cui l'uomo può raggiungere il suo fine ultimo, ma hanno un " valore " proprio, riposto in esse da Dio, sia considerate in se stesse, sia considerate come parti di tutto l'ordine temporale (...). Questa loro bontà naturale riceve una speciale dignità dal rapporto che esse hanno con la persona umana a servizio della quale sono state create» (AA 7b).
Della proclamata autonomia delle realtà temporali sono soprattutto da rilevare due aspetti significativi e di grande importanza:
· Esse, nella misura in cui sono al servizio della persona umana, costituiscono in sé un valore che non può venire strumentalizzato al servizio di altri fini, anche molto nobili. E questo perché, anche nel contesto del piano divino di salvezza, la persona umana è sempre fine, mai mezzo, e di questa dignità partecipano in qualche modo le istituzioni e realtà che alla persona umana e alla sua pomozione sono collegate.
· In secondo luogo, le realtà temporali godono di autonomia di contenuti, metodi, di criteri valutativi, che non possono venire ignorati o contraddetti neanche in nome di valori religiosi ritenuti superiori. Non perché i valori religiosi non meritino altrettanto rispetto e considerazione, ma perché si può pensare che non si tratterà di autentici valori religiosi se in qualche modo fanno violenza o si mettono in contrasto coi genuini valori dell'ordine temporale.[7]
In realtà, il possibile conflitto tra il religioso e il profano a cui stiamo accennando sussiste soltanto quando uno dei due, o ambedue insieme, dimentica le esigenze della propria natura. Per quanto riguarda la fede cristiana, essa non solo non si oppone all'autonomia delle realtà temporali, ma se ne rende garante e ne difende l'autenticità, al riparo da possibili strumentalizzazioni o assolutizzazioni spersonalizzanti. E in questo emerge ancora il servizio che la chiesa, e i cristiani, intendono offrire al progetto di Dio che si costruisce nella storia: essi devono essere sempre i difensori della persona umana e della sua completa promozione, sviluppando senza secondi fini ogni attività che alla persona è ordinata, ma denunciando e combattendo coraggiosamente quanto di spersonalizzante e disumanizzante viene in esse contrabbandato. Non si deve mai dimenticare che molto spesso le realtà temporali vengono di fatto distolte dai loro fini e quindi violentate nella loro autonomia dalla malvagità o incapacità degli uomini, da infinite forme di manipolazioni indebite, da speculazioni interessate. Aprire gli occhi a queste possibili situazioni, denunciarle con franchezza e impegnarsi per il loro superamento sono anche doveri della coscienza cristiana e compiti concreti che appartengono al cuore della missione ecclesiale di servizio al Regno di Dio.

Cristiani e scuola

Da tutte queste considerazioni, risulta già una prima chiarificazione del compito dei cristiani, e della chiesa in genere, nei confronti della scuola. In quanto realtà temporale, e per di più direttamente collegata con l'opera di promozione integrale delle persone, la scuola interessa nella sua stessa realtà temporale la missione della chiesa, proprio al livello del suo impegno fondamentale al servizio del Regno di Dio. Non quindi come mezzo per raggiungere altri fini spirituali, ma nella sua realtà profana di istituzione per l'educazione delle persone, essa interessa direttamente l'azione dei cristiani in quanto tali. Ne deriva anche la necessità di rispettare la scuola nell'ambito della sua legittima autonomia, per quanto riguarda la promozione della cultura, la determinazione di obiettivi e metodi, l'aderenza alle situazioni e alla condizione dei soggetti. Ne risulta anche il dovere di denunciare e combattere quanto nella scuola manca al servizio autentico delle persone. Ma prima di precisare meglio la missione dei cristiani al riguardo, converrà rivolgere l'attenzione alla realtà concreta della scuola, non tanto nel suo concetto ideale quanto nella condizione esistenziale in cui di fatto si trova.

MISSIONE DELLA SCUOLA: OBIETTIVI DICHIARATI E REALTÀ DEFICITARIA

Non è compito di questo articolo esaminare in forma approfondita i principi di una moderna teoria della scuola, né offrire in tutta la sua complessità il quadro dello stato attuale effettivo della realtà scolastica. Al riguardo si ha a disposizione la ricca e documentata produzione bibliografica che su questi problemi offre oggi abbondanza di dati e di prospettive.[8] Qui si tratta semplicemente di richiamare in forma sintetica alcune constatazioni e rilievi, specialmente in ordine all'effettiva rispondenza della scuola alla sua funzione umanizzante, dato che è proprio da questo suo tratto essenziale che nasce e si sviluppa la consapevolezza di un impegno formalmente cristiano in questo campo.

Istanze per una scuola nuova

A livello di principi, a proposito della natura e compiti della scuola in una società pluralista e democratica, oggi si insiste molto sulla funzione umanizzante, educatrice, personalizzante, dell'istituzione scolastica, ed è in questa linea che si orientano gli ideali e gli sforzi per la riforma della scuola. Le espressioni usate al riguardo sono molto eloquenti: si parla oggi spesso della scuola in termini di «mediazione critica della cultura», «stimolo e crescita della creatività personale», «promozione della persona», «educazione liberatrice», «assunzione critica e responsabile dei valori», e simili. Al fondo di questo linguaggio sta la convinzione che la scuola deve mettersi tutta al servizio della promozione integrale della persona, nel pieno rispetto della sua dignità e destino, nel quadro ideale di tutto un insieme di istanze e di proposte, tra le quali ne vorrei qui sottolineare tre:
- L'istanza educativa per una scuola in cui la società si metta al servizio della persona, invece di mettere la persona al servizio della società. Si intende affermare che scopo della scuola non può essere anzitutto quello di fornire uomini e donne efficienti al servizio degli interessi produttivi della società, bensì stimolare la formazione di personalità equilibrate e mature, capaci di sviluppare le proprie inclinazioni e risorse, di trovare il proprio e originale posto nella società e di decidere liberamente il proprio futuro.
- L'istanza personalista per una scuola aperta effettivamente a tutti, con eguaglianza di diritti, dando realizzazione concreta al diritto generale allo studio e alla cultura ed eliminando ogni sorta di discriminazione. Si parla in questo senso di una scuola che non favorisca in forma privilegiata alcuni ceti sociali né trasmetta unilateralmente una cultura élitaria legata al passato.
- L'istanza democratica di una scuola non gestita autoritariamente dai vertici della burocrazia o del potere politico, ma realmente organizzata e seguita da tutte le componenti interessate al fatto educativo: educatori, famiglie, studenti, forze culturali e sociali, ecc. Si auspica in questo contesto una gestione sociale della scuola, un modo cioè di responsabile ed efficace partecipazione di tutta la comunità educativa alla conduzione e rinnovamento della realtà scolastica.

La situazione di fatto

Questi sono obiettivi e istanze dichiarate da parte di tutti. Ma la realtà effettiva della scuola è ben lontana dal rispondervi. Naturalmente, una concreta valutazione della situazione attuale della scuola presuppone una accurata analisi dei dati a disposizione e potrà essere diversa anche a seconda degli strumenti di analisi adoperati e delle diverse angolazioni ideologiche in cui ogni osservatore si trova. Ma qui può essere sufficiente accennare ad alcuni apprezzamenti talmente comuni e condivisi da ritenere ingiustificato un eventuale sospetto di unilateralità interpretativa. Le carenze, insufficienze, arretratezze e ingiustizie dell'attuale assetto scolastico sono oggi nella bocca e nella penna di tutti, a livello internazionale[9] e nazionale, da parte di schieramenti culturali e politici diversi, sicché è possibile parlare di un motivato consenso nel giudicare gravemente deficitaria la situazione reale della scuola in ordine al raggiungimento dei suoi dichiarati fini educativi e umanizzanti. Più concretamente, alcune serie accuse fatte alla scuola possono essere riassunte così:
- L'istanza educativa per una scuola al servizio della persona nella sua originalità e dignità trova in realtà l'ostacolo molto frequente di una scuola livellatrice delle persone secondo i modelli prestabiliti da un certo assetto sociale o ordine stabilito, dove - come ha affermato il Sinodo dei Vescovi - viene formato unicamente «l'uomo come l'ordine stesso lo vuole, fatto cioè a sua immagine; non un uomo nuovo, bensì la riproduzione dell'uomo così com'è».[10] È in questa linea che si collocano le accuse contro il nozionismo della scuola, contro la concezione statica della cultura, contro l'inadeguatezza dei sistemi didattici, contro la rigidità educativa che non favorisce la libera espansione delle singole personalità. Per molti suoi aspetti, la scuola attuale non appare funzionalizzata alla piena realizzazione delle persone, ma funzionalizza le persone in vista di concreti scopi di conservazione sociale.
- L'istanza personalista per una scuola aperta effettivamente a tutti si trova contraddetta dalla condizione cronica di una scuola che ha ereditato dal passato la sua struttura selettiva e élitaria, dove - a dispetto delle dichiarazioni di principio - viene operata di fatto una discriminazione a favore dei ceti privilegiati e a scapito delle categorie meno favorite. Il fatto è generale; anche a livello internazionale è stato denunciato come male endemico della scuola «l'elitismo e la prassi inveterata della selezione precoce, per cui si curano in prevalenza i più favoriti e le popolazioni urbane e si accentuano le discriminazioni di fatto».[11] I dati sono alla portata di tutti: attraverso la differenziazione dei tipi di scuola, e soprattutto per mezzo degli elevati indici di «mortalità scolastica», la scuola opera di fatto una selezione discriminante che tende alla conservazione delle disuguaglianze e ingiustizie sociali[12] .
- Anche l'istanza democratica per una gestione sociale della scuola trova nel suo cammino il fatto sempre lamentato dell'isolazionismo tra scuola e società, la concezione tradizionale della scuola «sistema chiuso», tagliata fuori dai naturali componenti della comunità educativa. In questa situazione, la scuola diventa campo esclusivo di azione - e anche di manipolazione - da parte di ristretti centri di potere politico, economico o culturale, che se ne servono secondo la logica dei propri interessi, in evidente contraddizione con le finalità educative e personalizzanti dell'istituzione scolastica. A questo stato di cose viene anche incontro la diffusa mentalità che considera normale l'affidare alla scuola come sistema chiuso il compito educativo e culturale: è il cosiddetto «principio della delega», che fa sì che genitori, educatori, istituzioni, forze sociali, si disinteressino praticamente del compito educativo riversando sulla scuola le proprie responsabilità.[13]

Una scuola «contro» l'uomo?

Questa breve rassegna di istanze non realizzate richiama alla nostra attenzione una situazione reale che non può essere ignorata o sottovalutata. Nonostante i meriti indiscutibili e i servizi resi dalla scuola alla nostra società, essa rimane troppo al di sotto della sua reale funzione. Non solo: essa è spesso oggetto di relativa ma consistente strumentalizzazione da parte della società e dei poteri che la gestiscono, rappresentando perciò potenzialmente, in certa misura, una di quelle strutture di alienazione che, come i cosiddetti «persuasori occulti», i mezzi di comunicazione sociale, ecc. attentano contro il processo di vera umanizzazione. E infatti, nella misura in cui la scuola diventa fattore di conservazione di un determinato assetto culturale, socioeconomico e politico, essa può di fatto collaborare - in modo più o meno decisivo - al perpetuarsi e acuirsi delle frustrazioni, ingiustizie, discriminazioni e pregiudizi di cui è piena la nostra società.
Mi pare importante ribadire ancora una volta che ci può essere una certa disparità di valutazione della realtà scolastica, a seconda dei metodi di analisi, dei dati confrontati e delle interpretazioni che ne vengono date. Può darsi anche che non tutti trovino perfettamente accettabili alcuni degli apprezzamenti ora fatti, a proposito della situazione deficitaria della scuola. Credo però che si possa ricavare in ogni caso una conclusione operativa di grande importanza in rapporto al problema specifico della presenza dei cristiani nella scuola: la necessità cioè di conoscere e analizzare meglio la realtà della scuola stessa, i suoi problemi di fondo, le sue contraddizioni, il suo reale rapporto coi poteri dominanti della società. Quest'analisi deve superare il livello di costatazione empirica e adoperare strumenti scientifici di analisi sociale. Deve inoltre superare la visione settoriale - intrascolastica - dei problemi della scuola per raggiungere la dimensione sociale e soprattutto politica di tali problemi, perché è solo qui che appaiono nella loro vera portata i nodi risolutori della funzione o disfunzione della scuola in rapporto al suo fine educativo e umanizzanteMa vediamo ora di tirare le somme delle riflessioni fatte, per tentare una risposta più articolata ai quesiti di fondo che hanno motivato tutto questo discorso.

I CRISTIANI NELLA SCUOLA: EVANGELIZZAZIONE NELL'UMANIZZAZIONE

Quanto si è detto sulla missione della chiesa nei confronti delle realtà temporali e sulla natura e situazione effettiva di quella realtà temporale che è la scuola, dovrebbe offrire indicazioni meno approssimative e più realistiche sul problema fondamentale da cui siamo partiti: quello cioè del compito e responsabilità dei cristiani nel campo specifico della scuola. Balzano agli occhi tutta una serie di problemi urgenti in cui è in gioco la sorte dell'uomo, la sua crescita e realizzazione integrale, il suo destino temporale e eterno. Sono problemi che riguardano il cuore stesso del progetto di Dio sul mondo, quel progetto che in Cristo ci è stato rivelato come avvento e promessa del Regno e alla cui realizzazione è consacrata la chiesa tutta come realtà sociale e storica. Sono problemi che - come abbiamo già detto - interessano direttamente la missione dei cristiani nel mondo, non a titolo di premessa o di semplice presupposto per un'azione esplicitamente evangelizzatrice, ma già e soprattutto nella loro intrinseca finalità umanizzante, per il fatto cioè che sono in gioco i valori trascendenti della persona umana e la destinazione salvifica dell'ordine creato. Ecco dunque che la riflessione sulla missione della chiesa nel mondo trova un suo terreno connaturale nel discorso sulla natura e rinnovamento della scuola, trovandovi una sostanziale convergenza di ideali e di scelte operative. Le principali istanze riguardanti la riforma della scuola sono allo stesso tempo obiettivi appartenenti al compito specifico dei cristiani nel mondo, che vedono così arricchirsi di contenuti concreti il loro ideale di servizio e di animazione. Animare cristianamente la scuola vuol dire anzitutto impegnarsi efficacemente perché la scuola sia un vero strumento di umanizzazione e liberazione, perché metta al centro del suo impegno il servizio disinteressato delle persone, perché vincendo ogni discriminazione assicuri davvero il diritto di tutti all'educazione e allo studio, perché democraticamente venga restituita al corpo sociale che la deve animare e gestire.
Non sono pochi né facili i problemi che così si aprono all'azione animatrice dei cristiani. Anzi, abbiamo preso coscienza delle reali contaminazioni e manipolazioni di cui è oggetto la scuola, col conseguente pericolo - per nulla immaginario - di diventare complici del gioco spersonalizzante e alienante dei detentori del potere sociale. Anche sui cristiani impegnati nella scuola incombe questo pericolo: essi possono anche di fatto contribuire al perpetuarsi dell'ingiustizia, sia assecondando le spinte spersonalizzanti della scuola, sia prestandosi - magari inconsapevolmente - al gioco politico di chi in realtà controlla e gestisce secondo i propri interessi le sorti della scuola. Si impone anche per questo la lucidità dell'analisi e il coraggio dell'azione illuminata.

Lo specifico del cristiano

Può sorgere a questo punto una domanda, una di quelle da cui siamo partiti all'inizio: in che cosa consiste l'apporto specifico dei cristiani? Se le cose stanno così, in che cosa si distingue la presenza cristiana nella scuola da quella degli altri uomini interessati alla sua effettiva riuscita?
Ecco, non è possibile ignorare il il fatto che i cristiani, per il fatto di esserlo, hanno certamente un annuncio e una testimonianza che sono tenuti a diffondere, dovunque è possibile e dal momento che è possibile. In questo senso, è evidente che avranno il desiderio e la preoccupazione di far risuonare anche all'interno della scuola il messaggio di Cristo e tutti i valori dell'esperienza cristiana. Ma qui mi sembra urgente sottolineare che il primo e fondamentale apporto dei cristiani alla dinamica umanizzante della scuola non è anzitutto un di più, ma un diversamente. E questo perché alla luce della fede, il compito umanizzante riceve tale luce e fondamento, tale senso e orizzonte, che il cristiano, più di ogni altro, ha ragioni e motivi per impegnarvisi a fondo. I cristiani hanno una grande testimonianza da dare se nel loro impegno per una scuola umanizzante dimostrano una tale purezza di intenzioni, una tale tenacia nel difendere l'uomo contro le manipolazioni, un tale coraggio nel denunciare gli abusi e nello svincolarsi dai centri del potere alienante, da suscitare ammirazione e apparire come i più accaniti difensori della causa dell'uomo. Il loro insostituibile apporto consiste forse nel creare una reale alternativa alla logica spersonalizzante e sfruttatrice di tante istituzioni e interventi della società: i cristiani devono essere gli uomini dell'alternativa, coloro che portano nel mondo della scuola la testimonianza vissuta e convincente del fatto che l'alternativa è possibile e che vale la pena consacrare ad essa le proprie energie e la propria vita.
Inoltre, l'impegno cristiano per l'umanizzazione nella scuola deve essere caratterizzato dal ruolo esorcizzante della fede nei confronti di ogni assolutizzazione dell'umano, di ogni ideologia totalizzante che si erge a interprete esclusiva della vita e della storia. Qui si apre un campo illimitato all'azione dei cristiani, che trova perfetta consonanza coi fini dichiarati della scuola rinnovata: il compito cioè di esercitare una istanza critica all'interno dei valori culturali e di fronte ai diversi sistemi interpretativi del reale, e il compito di iniziare i giovani alla stessa capacità critica nel contesto del dialogo e della convivenza sociale.
Ecco dunque delinearsi in tutta la sua complessità e bellezza la funzione umanizzante della scuola e il contributo che i cristiani, proprio in forza della loro vocazione, sono chiamati a darvi. Possiamo ora, concludendo queste riflessioni, riassumerne ed esplicitarne alcuni tratti significativi che meritano forse di essere specialmente ricordati:
- La funzione dei cristiani nella scuola non è da concepire, in primo luogo, come qualcosa di specifico ed esclusivo dei cristiani in quanto tali: essi sono chiamati anzitutto a collaborare sinceramente con tutte le forze vive della scuola e della società che sono impegnate nella trasformazione qualitativa della scuola stessa. In questo senso, l'attività scolastica dei cristiani non deve dividerli dai non cristiani, o addirittura opporli ad essi, ma deve invece unirli a tutti gli uomini di buona volontà ed opporli soltanto a quanti - credenti o no - impediscono o compromettono la funzione umanizzante della scuola.
- La funzione dei cristiani nella scuola non è in primo luogo azione intraecclesiale, ordinata cioè al bene della chiesa, dei suoi membri, del suo influsso, ecc., ma deve essere soprattutto azione extraecclesiale di servizio disinteressato ai giovani, a tutti i giovani, a tutto il giovane. Nell'azione scolastica della chiesa deve apparire in primo piano il servizio dell'uomo, non di se stessa, e in questo servizio deve impegnare il meglio delle sue energie e delle sue lotte. Solo sulla base di questo effettivo primato dell'impegno educativo e umanizzante può diventare pienamente credibile la difesa dell'insegnamento della religione e del diritto di avere le proprie scuole.
- La funzione dei cristiani nella scuola non consiste propriamente nell'educare per evangelizzare, ma nel promuovere una educazione umanizzante pienamente rispettosa della legittima autonomia dei valori temporali della cultura, della pedagogia, della tecnica, aperta però alle istanze critiche di fronte alla cultura e quindi anche agli orizzonti trascendenti dell'esistenza.
- Nella promozione di un umanesimo liberante e aperto, i cristiani trovano il presupposto e l'aggancio per una più esplicita testimonianza della propria fede e dell'esperienza ecclesiale. La misura e possibilità di questa testimonianza non possono essere stabilite a priori, perché dipendono da molteplici fattori, quali l'omogeneità culturale dell'ambiente, la situazione religiosa dei giovani, le concrete situazioni sociali della regione, la qualità educativa e dialogante degli insegnanti, ecc. Solo dall'esame ponderato di tutte le circostanze personali e ambientali è possibile trarre indicazioni operative precise per una presenza qualificata ed evangelicamente credibile dei cristiani nel mondo della scuola.

NOTE

[1] Cf G. GROPPO, «Recenti dichiarazioni ufficiali della Chiesa sull'insegnamento della religione nella scuola pubblica», in: Istituto di Catechetica dell'Università Salesiana (Ed.), Scuola e religione, 2. Situazione e prospettive in Italia, Torino-Leumann, Elle Di Ci, 1973, pp. 90-98.
[2] «Acta Apostolicae Sedis», 21 (1929) 752. Cf G. GROPPO, loc. cit., pp. 95-98.
[3] Su questo importante argomento, cf oltre ai commenti alla «Gaudium et Spes»: M.D. CHENU, La Chiesa popolo messianico, Torino, Gribaudi, 1967; PH. DELHAYE, Dialogo Chiesa-mondo secondo la «Gaudium et Spes», Assisi, Cittadella Edit., 1968; J.B. METZ, Sulla teologia del mondo, Brescia, Queriniana, 1969.
[4] Cf PH. ROQUEPLO, «Una Chiesa per il mondo in un mondo per Dio», in: Esperienza del mondo: esperienza di Dio?, Torino-Leumann, Elle Di Ci, 1972, pp. 257-291.
[5] Per una breve presentazione e schematizzazione dei diversi compiti della missione della chiesa, cf E. ALBERICH, Evangelizzazione e sacramenti, 1. Punti di partenza per una riflessione pastorale, in «Catechesi». 42 (1973) n. 3, 149, pp. 2-13.
[6] Cf PH. ROQUEPLO, op. cit., pp. 127-148.
[7] Cf G. GIRARDI, Cristianesimo liberazione umana lotta di classe, Assisi, Cittadella Edit., 1971, pp. 24-49.
[8] Ci basti rimandare all'opera sintetica di G. PROVERBIO, Problemi della scuola e della didattica, Torino-Leumann, Elle Di Ci, 1972, all'abbondante e scelta bibliografia pubblicata da «Orientamenti Pedagogici» 19 (1972) nella rubrica: Esperienze educative e didattiche, spec. pp. 261-298; 510-527, e al commento conciliare di V. SINISTRERO, Il Vaticano II e l'educazione, Torino-Leumann, Elle Di Ci, 1970.
[9] Sinodo dei Vescovi, La giustizia nel mondo, Typis Polyglottis Vaticanis, 1971, p. 19.
[10] Sul piano mondiale, è impressionante l'analisi e la documentazione fornita dal cosiddetto «Rapporto Faure» dell'Unesco: E. FAURE et alii, Apprendre à etre, Paris, UnescoFayard, 1972. Cf in proposito: V. SINISTRERO, Il Rapporto Faure all'Unesco, in «Orientamenti pedagogici» 20 (1973) 1, pp. 85-97.
[11] V. SINISTRERO, Il Rapporto Faure all'Unesco, I.c., p. 90; cfr. ID., Il Vaticano II e l'educazione, I.C., p. 588.
[12] Cf ad esempio i dati dell'inchiesta ISVET: R. SCARPATI (Ed.), La condizione giovanile in Italia, Roma, ISVET, 1972.
[13] Cf G. PROVERBIO, op. cit., pp. 119-122.