Il «sistema preventivo» nella vita di don Bosco

Inserito in NPG annata 1979.


Teresio Bosco

(NPG 1979-02-03)


Iniziamo le nostre riflessioni sul «sistema educativo di don Bosco» e sulla sua reinterpretazione all'oggi della condizione giovanile, ascoltando don Bosco.
La scelta di questo approccio è importante per capire bene il «sistema preventivo». Don Bosco non è stato un teorico dell'educazione. Con una certa difficoltà e solo nel 1877 ha scritto il piccolo
«Trattato sul sistema preventivo». E questo non è né uno studio scientifico, né un libro nel senso pieno della parola, ma solo un opuscoletto di 10 pagine, espressione diretta e condensata di una esperienza che aveva già 40 anni di storia alle spalle.
Per questo, don Bosco è «autore» del sistema preventivo in modo molto diverso dagli altri inventori di sistemi educativi. Uno sto­rico salesiano ha scritto: «Non dimentichiamo mai che il sistema preventivo è soprattutto don Bosco stesso», la sua persona, la sua vita, il tipo di presenza tra i giovani. Questa prima riflessione ne fa sorgere un'altra. Non solo il metodo educativo di don Bosco va trovato nella sua persona e nella sua pratica educativa molto più che negli scritti, ma questo metodo va inquadrato in una serie di elementi non direttamente educativi, e che tuttavia influiscono in modo determinante sull'educazione. Per capire don Bosco peda­gogo, bisogna guardare a tutto don Bosco. La sua pedagogia viene illuminata dall'insieme della sua personalità ricca e complessa e dalla sua vocazione straordinaria nella Chiesa.
Abbiamo chiesto di inquadrare così il «sistema preventivo» a Teresio Bosco, di cui è in libreria, in questi giorni, una interes­sante biografia di don Bosco. Egli ha saputo unire la competenza del ricercatore alla passione dell'educatore e del narratore. L'arti­colo non ripercorre tutta la vita di don Bosco. Ci vorrebbe un gros­so volume o ci si perderebbe nella genericità. L'autore si limita a fissare l'attenzione sulla prima parte della vita di don Bosco: la fan­ciullezza, gli anni di studio, gli anni del seminario, l'ordinazione sacerdotale (1815-1841). In questo arco di tempo sono presenti già le grandi intuizioni e le forti esperienze che saranno realizzate poi nel resto della sua vita e nella gestione concreta dell'Oratorio, la prima «istituzione» educativa di don Bosco.

 

GLI ELEMENTI EDUCATIVI SOLLECITATI DALL'AMBIENTE DELLA FANCIULLEZZA

Il primo elemento che marchia a fondo la vita di don Bosco sotto tutti gli aspetti, ma specialmente sotto l'aspetto educativo, è la morte del padre con le sue conse­guenze.
Don Bosco lo ricorda così nelle sue Memorie autografe: «Non avevo ancora due anni quando mi morì il padre e non ne ricordo nemmeno il volto. Ricordo solo le parole di mia madre: "Eccoti senza padre, Giovanni". La santa donna, scop­piando in singhiozzi, mi portava via. Io piangevo perché lei piangeva. A quell'età, che cosa può capire un bambino? Ma quella frase "Eccoti senza padre", mi è rimasta sempre in mente. È il primo fatto della mia vita di cui tengo memoria». Margherita, quando suo marito morì, aveva 29 anni. Abbastanza giovane per il peso da portare (3 figli, la suocera paralizzata in poltrona, casetta e campi appena sufficienti alla sopravvivenza). Ma non spese molti giorni nel compiangere se stes­sa. Si rimboccò le maniche e cominciò a lavorare. I lavori più pesanti, l'aratura, la mietitura, il lavoro di zappa attorno alle viti, le sciupavano le mani. Ma quelle mani sciupate sapevano ugualmente accarezzare con dolcezza i suoi bambini. Per­ché era una lavoratrice, ma soprattutto rimase mamma dei suoi figli.

L'amore

Li tirò su con dolcezza e fermezza. Cent'anni dopo, gli psicologi scriveranno che il bambino, per crescere bene alla vita, ha bisogno dell'amore esigente del padre, e di quello gratuito, sereno e gioioso della madre.
L'amore paterno esigente è quello che stimola all'impegno, al raggiungimento delle mete, che ci esorta in continuità ad essere «degni del padre».
L'amore materno gratuito, sereno e gioioso è quello che dà il gusto di vivere al di là dei risultati, che consola nei giorni di sconfitta, che ricorda al figlio che qual­cuno gli vuol bene «non per quello che fa» ma «per quello che è», per il solo fatto di essere figlio.
Gli psicologi diranno che rimanere orfani significa correre il rischio di squilibrarsi affettivamente su un versante solo: per i figli di mamma nella mollezza senza nerbo, senza stimolo a raggiungere grandi risultati; per i figli di papà nella aridità ansiosa di chi è sempre stimolato, e si trova solo e rifiutato nei giorni di sconfitta. Mamma Margherita trovò in se stessa un istintivo equilibrio, che le fece unire e alternare la fermezza calma e la gioia rasserenante. Era una mamma dolcissima, ma energica e forte. I figli sapevano che quando diceva no era no. E non c'erano capricci che le facessero cambiare parere.
In un angolo della cucina - ricorda don Bosco - c'era la verga: un bastoncino flessibile. Non l'usò mai, ma non la tolse mai da quell'angolo. Quando un giorno Giovanni ne combinò una grossa (e chissà quante variazioni avrà avuto nella real­tà di tutti i giorni questo episodio ricordato da don Bosco), Margherita indicò l'angolo: «Giovanni, vammi a prendere la verga». Il bambino si ritrasse verso la porta: «Che cosa volete farne?». «Portamela e vedrai». Il tono era deciso. Giovanni la prese, e porgendogliela da lontano: «Voi volete adoperarla sulle mie spalle». «E perché no, se me ne combini di così grosse?» «Mamma, non lo farò più». A questo punto, la mamma sorride. Non «tiene il broncio», non «rimane con i nervi tesi». Sorride, e sorride anche suo figlio. E tutto torna di­steso e sereno nella casetta.
Questa contemporaneità dell'amore esigente e sereno è il primo degli elementi educativi che rimarranno come piattaforma stabile alla base della personalità di don Bosco. Egli non seppe mai per esperienza diretta cosa volesse dire avere con­temporaneamente un papà e una mamma. Ebbe una sola fonte di amore, materno e paterno insieme. E divenne, lui don Bosco, un'identica fonte di amore per i suoi ragazzi: un amore che si manifesta contemporaneamente e alternativamente come fermezza calma e gioia rasserenante, un amore paterno e materno.

Il lavoro

Un secondo elemento educativo che Giovanni Bosco assorbe da sua madre fino a farlo diventare sua normale mentalità è il lavoro.
Sua mamma lavora, e i figli le danno una mano secondo le loro possibilità. La vita della famiglia Bosco è povera. Tra le poche case dei Becchi, quella dei Bosco è la più povera di tutte. Una costruzione a un piano, che fa da abitazione, fienile e stalla. In cucina ci sono i sacchi di granoturco, e al di là di una sottile parete rumi­nano due mucche. Povertà vera, ma non miseria, perché si lavora da parte di tutti e il lavoro del contadino rende poco ma rende. I muri sono nudi, però bianchi di calce. I sacchi di meliga sono pochi, ma vengono svuotati lentamente, e finiscono per bastare. Per questo, i bambini di casa Bosco non sono sfiorati dalla tristezza, e nemmeno dall'aggressività. Anche nella povertà si può essere felici, se si lavora e si ha senso del sacrificio.
Giovanni aveva 4 anni, quando sua madre gli assegnò le prime tre o quattro ver­ghe di canapa macerata da sfilacciare. Un lavoro da poco, ma un lavoro. Tra gli otto e i nove anni cominciò a partecipare più attivamente al lavoro familiare, lavo­rando da sole a sole come un piccolo contadino.
Alla sera, andando a dormire sul pagliericcio gonfio di foglie di granoturco, Gio­vanni sente la soddisfazione profonda di far parte attiva di una famiglia che tira avanti, che vince le difficoltà, perché anche lui dà una mano. «Senso di apparte­nenza, senso di valorizzazione e di dignità», lo chiameranno gli psicologi: ele­menti che danno il gusto di vivere, e che don Bosco trasmetterà ininterrottamente ai suoi ragazzi. A Valdocco una delle condanne più gravi che si potrà pronun­ciare per un ragazzo sarà la parola «poltrone». Sarà sinonimo di «estraneo alla famiglia», di «ragazzo senza dignità». Negli anni di Chieri e di Castelnuovo, Giovanni Bosco svilupperà questa sua dedizione normale al lavoro, e i sei labo­ratori che realizzerà in Valdocco, saranno la traduzione concreta di questo modo di vedere e di stimare l'attività lavorativa dell'uomo.

Il senso di Dio

Il terzo elemento educativo che in ordine cronologico (non certo in quello logico!) appare nella fanciullezza di don Bosco è il «senso di Dio».
Dio ti vede è una delle parole più frequenti di mamma Margherita. Lascia che i suoi bambini vadano a scorrazzare nei prati vicini, e mentre partono dice: «Ri­cordatevi che Dio vi vede». Se li vede in preda a piccoli rancori, o sul punto di inventare una bugia per cavarsi d'impaccio: «Ricordatevi che Dio vede anche i vostri pensieri».
Ma non è un Dio-carabiniere quello che lei scolpisce nella mente dei suoi piccoli. Se la notte è bella e il cielo stellato, mentre stanno a prendere il fresco sulla soglia dice: «È Dio che ha creato il mondo e ha messo tante stelle lassù». Quando i prati sono pieni di fiori, mormora: «Quante cose belle ha fatto il Signore per noi». Dopo la mietitura, dopo la vendemmia, mentre tirano il fiato dopo la fatica del raccolto, dice: «Ringraziamo il Signore. È stato buono con noi. Ci ha dato il pane quotidiano».
Anche dopo il temporale e la grandine che ha rovinato tutto, la mamma invita a riflettere: «Il Signore ha dato, il Signore ha tolto. Lui sa il perché. Se siamo stati cattivi, ricordiamoci che con Dio non si burla».
Accanto alla mamma, ai fratelli, ai vicini, Giovanni impara così a vedere un'altra persona, Dio. Una persona grande. Invisibile ma presente dappertutto. Nel cielo, nelle campagne, nella faccia dei poveri, nella voce della coscienza che dice «Hai fatto bene, hai fatto male». Una persona in cui sua madre ha una confidenza illi­mitata e indiscutibile. È padre buono e provvidente, dà il pane quotidiano, a volte permette certe cose (la morte del papà, la grandine sulla vigna) difficili da capire: ma «Lui» sa il perché, e questo deve bastare.
È questa la religiosità prima, normale, che Giovanni assorbe da sua madre e dal suo ambiente, e che con naturalezza trasmetterà ai suoi ragazzi.
Col passare dei primi anni, Giovanni da bambino diventa fanciullo, ragazzo. E Margherita lo aiuta a crescere anche nel «senso di Dio». È illetterata, ma sa a memoria lunghi tratti della Storia Sacra e del Vangelo. E crede nella necessità di pregare, cioè di parlare con Dio, per avere la forza di vivere e di fare del bene.
«Finché ero piccolino - scrive don Bosco - mi insegnò lei stessa le preghiere. Mi faceva mettere con i suoi fratelli in ginocchio mattino e sera, e tutti insieme recitavamo le preghiere in comune».
Il prete era lontano, la chiesa più vicina era quella di Morialdo. E lei non aspettò che un prete trovasse il tempo per venire a insegnare il catechismo ai suoi ragaz­zini. Ecco alcune domande e risposte del Compendio della dottrina cristiana che Margherita aveva imparato da piccola, e che trasmise a Giovanni, Giuseppe e Antonio:
«D. Che cosa deve fare un buon cristiano la mattina subito svegliato? R. Il segno della Santa Croce.
D. Levato poi e vestito, che cosa deve fare un buon cristiano?
R. Mettersi in ginocchioni se può, avanti qualche divota immagine, e rinnovando col cuore l'Atto di fede nella presenza di Dio dire con divozione: Vi adoro, mio Dio...
D. Che cosa si deve fare prima del lavoro?
R. Offrire il travaglio a Dio».
Una delle prime «pratiche religiose» a cui Giovanni partecipò fu la recita del Rosario. In quel tempo era la preghiera serale di tutti i cristiani. Ripetendo cin­quanta volte l'Ave Maria, anche i contadini dei Becchi parlavano con la Madonna, più madre che regina. Per loro, dire cinquanta volte le stesse parole, non era un controsenso: nella giornata avevano battuto la zappa centinaia di volte nei solchi,
e sapevano che solo così si ottiene un buon raccolto. Sgranando la corona, il pen­siero andava ai figli, ai campi, alla vita, alla morte. Giovanni Bosco cominciò così a parlare alla Madonna, e sapeva che lei lo guardava, lo ascoltava. Ma il «senso di Dio» per Margherita, e quindi per Giovanni, non si fermava qui. Se c'era un malato grave nelle case vicine, venivano a svegliare Margherita. Sape­vano che non si rifiutava di dare una mano. E lei destava uno dei figli, perché l'accompagnasse. Diceva: «C'è da fare un'opera di carità». «Fare un'opera di carità». Con questa semplice espressione, a quei tempi, si mettevano insieme molti «valori» che oggi chiamiamo generosità, impegno per gli altri, altruismo, servizio.
La carità, ai Becchi, non si faceva per filantropia o per sentimento, ma per amor di Dio. Il Signore era di casa nella famiglia Bosco. Vi entrava con la faccia del mendicante che chiedeva una minestra calda, del renitente alla leva che fuggiva ai carabinieri, del vecchietto che aveva vergogna a chiedere l'elemosina e veniva a ritirare il pentolino quando tutto era buio.

La ragione

Quando due persone desiderano chiarirsi a vicenda una posizione, confrontarsi su un argomento, l'invito viene espresso con le parole «parliamone, discutiamo, dialoghiamo». Nel dialetto monferrino tutte queste espressioni si possono espri­mere solo con la parola «rasunuma», «ragioniamo». Ragionare, per i monfer­rini, non significa tanto «approfondire con calma», ma «discutere», anche con una certa vivacità. È il corrispondente della parola moderna «dialogo».
È con questo significato che la parola «ragione, ragionare», compare nella fan­ciullezza di Giovanni Bosco. Margherita non è una mamma che impone il suo parere: «È così e basta», «È così perché lo dico io». Accetta invece, tutte le volte che è possibile, di discutere, di dialogare con i suoi bambini. E come pre­tende che riconoscano le sue ragioni, così riconosce quelle dei suoi ragazzetti.
Discute con Giovanni fanciullo di pochi anni quando le arriva in casa con la faccia grondante sangue da una partita di lippa, e accetta che torni a giocare con i com­pagni «che stanno più buoni quando tra loro c'è Giovanni». Discute con lui quando le si presenta con la verga tutta lavorata, a dire di «averle meritate» per la rottura del vaso dell'olio. E si arrende alle argomentazioni del figlio forse de­cenne quando, in casa della nonna, vuole salire sul solaio a vedere «che diavolo faccia tutto quel rumore». Giovanni le dice: «Non avrete mica paura anche voi, mamma?». E Margherita riconosce che non può, non deve aver paura, e lo accom­pagna su per la scala a scoprire che il «diavolo» è una povera gallina spaventata. La parola ragione, nel seguito della vicenda educativa di don Bosco, si caricherà di significati più sfumati e profondi, ma all'inizio ha questo significato specifico: dialogo tra educatore ed educando, confronto aperto, anche vivace, delle rispettive posizioni; rifiuto da parte dell'educatore di imporre a priori la sua posizione; atteggiamento di ricerca del modo migliore di agire, in cui l'educatore è disposto a riconoscere gli argomenti dell'educando: perché tra i due non c'è spirito di ri­valità o di rivalsa, ma amicizia, stima. Per questo il dialogo non finisce con musi lunghi. Si riconosce la ragione e il torto, e si torna alla gioia.
Don Bosco porterà questo atteggiamento in tutta la sua opera educativa. Il ragaz­zo, per lui, non sarà mai un soggetto passivo, un esecutore di ordini. Anche quan­do con i primi salesiani userà l'esempio del fazzoletto che si lascia stropicciare tra le mani, non intenderà mai «obbedienza cieca», ma «obbedienza sacrificata», sempre però ragionevole. Don Bosco mette in discussione il «come dobbiamo fare», sollecita il dialogo, e non fa «finta di ascoltare», ma «ascolta veramente» il parere dei suoi giovani, disposto a cambiare se i loro argomenti sono validi.
Vivacissimi saranno i suoi scambi di battute con Domenico Savio che, con l'intran­sigenza dell'adolescente, esigerà più assistenza e disciplina all'Oratorio; con Giu­seppe Buzzetti che lo inviterà a «dare una buona lezione» al capomastro che ha provocato il crollo di un edificio appena costruito. Ancora più vivaci e aperte saranno le discussioni tra don Bosco e i giovanissimi membri del primo Capitolo della Congregazione, che don Bosco ha tirato su da ragazzetti, che però non ha educato all'accettazione succube, ma al dialogo rispettoso e contemporaneamente aperto e vivace.
Don Amadei, riferendo uno scambio di battute tra don Bosco e don Belmonte a Sampierdarena, scriverà questo inciso: «Don Belmonte, con quella franchezza
che era in uso tra i primi salesiani, disse a don Bosco...». Mi sembrano parole molto significative. Don Bosco, sulla scia di sua madre, non sarà disposto solo a educare, ma anche a «lasciarsi educare» dai suoi: è il marchio del genuino e grande educatore, perché è condensato di amore, stima, fiducia, lealtà, uniformità di carattere, mancanza assoluta di volontà di affermazione sull'educando, rispetto pieno della sua personalità.

Altri elementi educativi

Don Bosco assorbe dalla sua fanciullezza altri elementi educativi importanti. Possiamo quasi soltanto accennarli.

Il coraggio

Margherita non è una mamma apprensiva, insicura. Giovanni non è quindi alle­vato nella paura o tenuto accosto alle gonne. Il coraggio cresce in lui più in fretta della statura. Ha il gusto dell'avventura e del rischio, e Margherita accetta tutta la parte ragionevole di questo gusto: dalle arrampicate sugli alberi alla ricerca di nidi, ai giochi di acrobazia tentati sulla corda con gli inevitabili ruzzoloni. Questo «gusto dell'avventura» e mancanza di apprensione don Bosco lo ebbe con i suoi ragazzi. Alcuni biografi lo attenuarono, lo fecero quasi sparire poiché scrivevano nel periodo del massimo sviluppo collegiale, e nei collegi la disciplina uniforme era più apprezzata del coraggio rischioso. Ma basta leggere alcune pagine della «Vita di Domenico Savio» e qualche relazione sulle passeggiate autunnali nel Monfer­rato, per vedere quanto don Bosco sollecitasse le iniziative coraggiose, e quanto margine lasciasse all'iniziativa fantasiosa dei suoi giovani.

Il gusto di fare insieme

Le biografie di don Bosco narrano molti episodi della fanciullezza con Giovannino come unico protagonista. Ma da molti accenni di don Lemoyne appare chiaro che quasi tutte le avventure della fanciullezza vissuta tra le colline dei Becchi, ebbero due protagonisti: Giovanni e Giuseppe, i due fratelli uniti da un'amicizia profon­dissima. Giuseppe ha due anni più di Giovanni, è meno avventuroso, ma lo segue dovunque, un po' protettore per la maggiore età, e un po' ammiratore delle sue invenzioni fantastiche. Attorno a loro ruotano alcuni amici delle fattorie vicine. Giovanni vive così la bellezza del «fare insieme», del «progettare e realizzare insieme».
Don Bosco non avrà mai nella vita le periodiche aridità e insicurezze del solitario, né mai si ritirerà in quel «sottofondo di personalità» dove il «cresciuto da solo» ama ritirarsi a godersi «in pace» e «tutto per sé» uno spazio di tempo o una soddisfazione personale. E nella sua opera educativa esorterà sempre i suoi ra­gazzi a provare la gioia di «progettare e realizzare insieme»: dalla primissima «società dell'allegria», alle associazioni giovanili dell'Oratorio, alla stessa So­cietà Salesiana. Diffiderà sempre, istintivamente prima, ammaestrato dalla sua esperienza sacerdotale poi, dei «solitari». Le «acque chete», come lui chiamerà i ragazzi che tendono a vivere ai margini della comunità, non gli ispireranno mai fiducia.

Il calore della famiglia

È il completamento necessario di ciò che abbiamo detto sull'amore di mamma Margherita. Chi ha vissuto la vita contadina, sa che per il ragazzo il ritrovarsi insieme attorno alla mensa, o attorno al focolare, o durante le lunghe serate in­vernali, è uno degli elementi che più fanno gustare la dolcezza di vivere, che più comunicano pace e sicurezza. Giovanni gustò a fondo questa realtà, e imparò ad apprezzarla coscientemente prima di altri valori perché gli venne insidiata fin dai primi anni. Le sfuriate di Antonio prima, poi la necessità di abbandonare la sua casa a 12 anni (nel febbraio del 1827) per approdare alla cascina Moglia, gli fe­cero sentire quanto era grande il bene che era costretto ad abbandonare.
«Famiglia» sarà una delle parole più frequenti che don Bosco userà parlando della sua opera educativa. Per tutta la vita egli si sforzerà di far vivere ai suoi ragazzi (molti orfani, molti senza casa) la dolcezza, la pace, la sicurezza di una famiglia.
Nei telegrammi che don Rua e mons. Cagliero si scambieranno attraverso l'oceano durante l'ultima malattia di don Bosco, il nome «don Bosco» è sostituito dalla parola «papà». Non credo sia una semplice abbreviazione. Mentre mi documen­tavo per scrivere la vita di don Bosco, molti indizi mi hanno convinto che a Val­docco, i ragazzi interni dei primi anni chiamavano mamma Margherita semplice­mente «mamma», e don Bosco semplicemente «papà». È una conferma, se ce ne fosse bisogno. Tutto lo sforzo educativo di don Bosco fu diretto a un traguardo unico: trasformare la comunità salesiana in una famiglia. E le sofferenze più pro­fonde don Bosco le provò quando vedeva la sua comunità scivolare lentamente da una famiglia a una azienda.

L'ELEMENTO CARATTERISTICO E ORIGINALE DI GIOVANNI BOSCO

Abbiamo fin qui elencato sette elementi educativi fondamentali assorbiti da Gio­vanni Bosco: amore esigente e rasserenante, lavoro, senso di Dio, ragione, corag­gio, gusto di fare insieme, calore della famiglia. Questi elementi, ripeto, Giovanni Bosco li ha quasi assorbiti inconsciamente dall'ambiente in cui si trova a vivere. Gli furono regalati, se possiamo esprimerci così, da sua madre, dalla sua famiglia, dal contesto umano in cui si svolse la sua vicenda.

Amore personalizzato

C'è però un episodio quasi insignificante, in questi anni della fanciullezza, che ci rivela come in lui sta nascendo qualcosa di originale. Non gli è regalato dalla ma­dre né dall'ambiente. È un elemento suo proprio, caratteristico, che segnerà pro­fondamente la sua personalità e il suo stile educativo.
L'episodio quasi insignificante è quello del merlo piccolo piccolo. Gli uccelli erano la passione di Giovanni. Aveva preso dal nido un piccolo merlo, e l'aveva alle­vato. Nella gabbia intrecciata con rami di salice gli insegnò a zufolare. L'uccello imparò. Quando vedeva Giovanni lo salutava con il fischio modulato, saltava allegro tra le sbarre, lo fissava con l'occhietto nero-brillante. Un merlo simpatico. Ma una mattina il merlo non gli mandò il suo fischio. Un gatto aveva sfondato la gabbia e l'aveva divorato. Rimaneva un ciuffo di piume insanguinate. Giovanni si mise a piangere. Sua madre cercò di calmarlo, dicendogli che di merli nei nidi intorno ne avrebbe trovati ancora. Ma Giovanni non riuscì a capire queste parole di sua madre: a lui non importava niente degli altri merli. Era «quello lì», il suo piccolo amico, che era stato ucciso, che non avrebbe mai più visto. Il pensiero che avrebbe potuto incontrare sulle colline tanti altri uccelli non poteva attenuare la sua sofferenza: perché non cambiava il fatto che il suo piccolo amico era stato ucciso, e che non l'avrebbe mai più visto saltare allegro.
È questa la prima manifestazione dell'amore personalizzato di Giovanni Bosco. È rivolto a un uccellino, ma non per questo è banale, o meno significativo. Gio­vanni Bosco non si affezionerà mai a nessuno «genericamente». Tutti i ragazzi dell'Oratorio si sentiranno amati personalmente da lui, non come componenti di un numero o di una comunità, ma come persone. E la sofferenza di ognuno di­venterà la sua sofferenza personale.
Tra i ragazzi di don Bosco non ci saranno le invidiuzze che circondano certi edu­catori che si allevano accanto i «preferiti». Don Bosco ama tutti i suoi ragazzi, a nessuno vuole «più bene», perché a tutti vuole «tutto il bene» che ha. Lo dirà con un paragone semplice: «A quale dito della mia mano sono più affezio­nato? A tutti. Qualunque dito della mano mi strappassero, proverei un grande dolore».
Don Bosco ama tutti i suoi ragazzi, e li ama così come sono: Rua riflessivo, Ca­gliero impulsivo, Savio impegnatissimo, Giuseppe Buzzetti calmo e sereno, Al­bera Paolino fragile e timido. Albera verrà chiamato dai suoi compagni «il be­niamino di don Bosco», ma in questa espressione non ci sarà nessun'invidia, nes­sun malanimo. Perché non vuole «più bene» a lui che agli altri: solo lo vedono usargli dei riguardi, delle gentilezze speciali per quella sua salute gracile e scarsa: le stesse che avrebbe usato con tutti loro se si fossero trovati in una uguale con­dizione di salute.

Amore in grande

Nell'episodio quasi insignificante del merlo piccolo piccolo, c'è a mio parere, un altro particolare che mette in luce le caratteristiche originali dell'amore di Gio­vanni Bosco, di questo elemento-base del suo essere educatore.
Dice il biografo che «rimase triste alcuni giorni, e nessuno riusciva a farlo tor­nare allegro. Finalmente - sono parole del Lemoyne - si fermò a riflettere sulla nullità delle cose mondane, e pigliò una risoluzione superiore all'età sua: propose di non attaccare mai più il cuore a cosa terrena».
Leggendo però le Memorie Biografiche ci accorgiamo che la stessa «risoluzione» la ripete alcuni anni dopo, alla morte di un suo caro amico, e molte altre volte. E tutti comprendiamo che una risoluzione si ripete molte volte quando si riesce a praticare poche volte.
A me ha fatto piacere costatare che questo fu il proposito che Giovanni Bosco non riuscì mai ad osservare. Anche lui come noi, con il cuore di carne, che ha bi­sogno di amare le cose piccole e grandi. Piangerà con il cuore in pezzi alla morte di don Calosso, di Luigi Comollo, alla vista dei primi ragazzi dietro le sbarre di una prigione. Dirà di chi faceva del male ai suoi ragazzi: «Se non fosse peccato, li strozzerei con le mie mani». I suoi ragazzi testimonieranno di lui con un'insi­stenza monotona: «Mi voleva bene». Moltissimi ripeteranno una sua afferma­zione che portano con sé nella vita come un tesoro: «Don Bosco mi ha detto: sono un povero prete, ma ti voglio così bene che se un giorno rimanessi soltanto con un pezzo di pane, ne farei a metà con te». Il primo che si sente dire queste parole è Carlo Gastini, il piccolo barbiere a cui è morta la mamma e che il padro­ne ha sfrattato da casa sua. Poi se la sentono ripetere Buzzetti, Enria, Rua... Io stesso, da ragazzo, nel paese di Santa Maria presso Penango, ho conosciuto un vecchio prete che era stato alunno per pochi anni di don Bosco. Ricordava poche cose di Valdocco, don Corte, ma quella frase la ricordava benissimo, e la ripeteva sovente a noi aspiranti: «Don Bosco mi ha detto: ti voglio così bene, che se un giorno rimanessi soltanto con un pezzo di pane, lo farei a metà con te». E quei ragazzi sentivano che quelle non erano parole: era la semplice verità. Uno di loro, Luigi Orione, diventerà padre di una Congregazione con oratori e case per i ra­gazzi poverissimi, e pensando a don Bosco dirà: «Camminerei sui carboni ardenti per vederlo ancora una volta, e dirgli grazie».
L'ascetica del tempo insegnava che «attaccare il cuore alle creature» era male. Meglio non rischiare, amare poco. Quella più evangelica del Vaticano II ci dirà che, certo, non bisogna trasformare le creature in idoli, ma che Dio ci ha dato il cuore perché amiamo senza paura. Il Dio dei filosofi è impassibile, ma il Dio della Bibbia, nostro padre e nostro modello, no: egli ama e si adira, soffre e piange, ha fremiti di gioia e sorrisi di tenerezza.
La terra dove don Bosco è nato gli ha dato le caratteristiche della sua razza: la resistenza, lo spirito pratico, la solidità, il buon senso, la pazienza, persino la testardaggine. Ma Dio gli ha dato anche un cuore che ama in grande. Un cuore che non si rassegnerà davanti ai giovani umiliati dall'ignoranza, alla gente tarlata dalla miseria, alle persone inaridite dalla mancanza di Dio. Io credo che il «ca­risma», il dono particolare che fu assegnato a don Bosco fu un cuore totale, che non conosce le mezze misure.

L'INTERVENTO DALL'ALTO

A 9 anni, Giovanni Bosco ha il grande sogno: la turba di fanciulli che giocano, bestemmiano, rissano; l'Uomo venerando che lo ammonisce: «Non con le per­cosse...»; la Donna di maestoso aspetto che gli dice: «Guarda, ciò che vedi lo farai per i miei figli»; la moltitudine di animali feroci che si trasforma in man­sueti agnelli, alcuni di questi agnelli che si mutano in pastori; e alle sue lacrime di smarrimento, l'assicurazione: «A suo tempo tutto comprenderai».
Attorno a questo sogno si accende la discussione della piccola famiglia. 49 anni dopo, nei due grossi quaderni delle «Memorie dell'Oratorio», don Bosco scri­verà: «La nonna che sapeva assai di teologia, era del tutto analfabeta, diede sen­tenza definitiva dicendo: "Non bisogna badare ai sogni". Io ero del parere di mia nonna; tuttavia non mi fu possibile togliermi quel sogno dalla mente. Le cose che esporrò in appresso daranno a ciò qualche significato» (Memorie, ed. Ceria, p. 25).
È la prima irruzione dello straordinario nella vita di Giovanni Bosco. Ai valori regalatigli da sua madre, a quelli che crescono originali in lui, si aggiunge da que­sto momento la voce di Dio, che chiama, orienta, ammonisce.
«Il sogno dei nove anni - scrive Pietro Stella - condizionò tutto il modo di vedere e di pensare di don Bosco. E condizionò la condotta di mamma Marghe­rita. Fu anche per lei la manifestazione di una volontà superiore, un chiaro segno della vocazione sacerdotale del figlio» (Stella, I, 30-31).
Anche il campo educativo di don Bosco è tracciato con risolutezza da questo sogno. Gli viene indicato lo stile: «Non con le percosse, ma con la mansuetudine e con la carità dovrai acquistare questi tuoi amici. Mettiti dunque immediatamente a parlare loro sulla bruttezza del peccato e sulla preziosità della virtù».
Gli viene indicato in maniera chiara il carattere cristiano, quasi sacro della sua azione educativa: «Io sono il Figlio di Colei che tua madre ti insegnò a salutare tre volte al giorno... Io ti darò la Maestra sotto la cui guida diventerai sapiente». Gli vengono assegnati i soggetti della sua azione educativa, e quasi tracciati i limiti entro cui dovrà operare: «Una moltitudine di fanciulli che giocavano tra schia­mazzi e risse, non pochi bestemmiavano». E subito dopo, con immagine simbo­lica: «Una moltitudine di capretti, cani, gatti, orsi e parecchi altri animali... ani­mali feroci». E la Donna di maestoso aspetto gli dice: «Ecco il tuo campo, ecco dove dovrai lavorare. Ciò che in questo momento vedi succedere di questi animali tu lo farai per i miei figli».
Don Bosco fu rigidamente fedele a questo orientamento venuto dall'alto. Fa un po' di sensazione accostare a questo sogno la testimonianza di Stefano Castagno, un ragazzo che partecipò alla vita dell'Oratorio di Valdocco intorno al 1848. Le sue parole sembrano la traduzione del sogno in realtà: «Don Bosco era sempre il primo nei giochi, l'anima delle ricreazioni. Non so come facesse, ma si trovava in ogni angolo del cortile, in mezzo a ogni gruppo di giovani. Con la persona e con l'occhio ci seguiva tutti. Noi eravamo scarmigliati, talvolta sudici, importuni, capricciosi. Ed egli provava gusto a stare tra i più miseri. Per i più piccoli aveva un affetto da mamma. Spesso si bisticciava, ci si pestava. E lui a dividerci. Alzava la mano come per percuoterci, ma non ci picchiava mai, ci tirava via a forza pren­dendoci per le braccia».

GLI ANNI DI CASTELNUOVO E DI CHIERI

Nel dicembre del 1839, dopo la morte di don Calosso e nell'imminenza delle nozze di Antonio, Giovanni Bosco inizia le scuole regolari a Castelnuovo. Dodici mesi dopo si trasferisce a Chieri, dove, tra scuola pubblica e seminario, trascorrerà quasi dieci anni della sua vita.
In questo tempo le intuizioni educative si approfondiscono, e trovano la prima verifica nella realtà. Accenneremo ad alcuni momenti tipici, che segnano orienta­menti decisivi nel suo cammino, e che troveranno riscontro concreto nella sua vita di prete-educatore.

La presenza fisica dell'educatore

Quando parte per Castelnuovo, Giovanni ha conosciuto un prete splendido, don Calosso. L'impatto con i preti di Castelnuovo gli fanno provare una prima delu­sione: non capisce perché si comportino così diversamente da don Calosso, che lo fermava per strada per chiacchierare sulle prediche e sui progetti per il futuro. «Mi capitava - scrive - di incontrare il mio curato sulla strada, accompagnato dal cappellano. Li salutavo da lontano; arrivato alla loro altezza, mi inchinavo dinanzi alla loro veste; ma essi tenevano le distanze e si contentavano di rendermi garbatamente il saluto senza interrompere la loro passeggiata».
Quella veste nera pareva «tagliarli fuori» dagli altri. Nei seminari, a quei tempi, si insegnava che quello era il contegno più adatto alle «persone di Chiesa». Ri­serbo e gravità. Distacco.
«Io ne provavo un gran dispiacere. E dicevo ai miei amici: "Se diventerò prete, farò tutto il contrario. Accosterò i ragazzi, e dirò loro buone parole e buoni con­sigli"».
Anche in seminario, Giovanni troverà lo stesso punto nero. «Il rettore e gli altri superiori - scrive - si andavano a visitare all'arrivo dalle vacanze e quando si ripartiva. Nessuno andava a parlare con loro, se non per ricevere qualche sgri­data. Se qualche superiore passava in mezzo ai seminaristi, era un fuggi-fuggi generale. Quante volte avrei voluto parlare con loro, chiedere consiglio...». E rin­nova la sua decisione: «Quando sarò prete farò tutto il contrario. Accosterò i ragazzi, e dirò loro buone parole e buoni consigli».
Non può immaginare, Giovanni, che questa sua decisione opererà nei seguenti 80 anni una rivoluzione silenziosa tra i preti. Nei seminari si accorgeranno che quel ragazzino, quel giovane seminarista aveva ragione, e educheranno le nuove leve dei preti non più alla gravità che «tiene le distanze», ma alla bontà sorridente che le abolisce.
In questo suo lamento, in questa sua decisione, si manifesta una tendenza istintiva di Giovanni, che diventerà uno degli elementi essenziali del suo sistema educativo: egli capisce che i ragazzi hanno bisogno di stabilire con l'educatore una corrente di sintonia e di simpatia, un'atmosfera di reciproco «piacere». Per stabilire que­sta corrente, questa atmosfera, Giovanni intuisce che è assolutamente necessaria la presenza fisica dell'educatore tra i giovani. Una presenza non sentita dall'edu­catore come un sacrificio, come un dovere pesante, ma come un incontro continuo e gioioso da entrambe le parti.
Don Bosco si troverà tra i suoi ragazzi ogni volta che gli sarà possibile. Nei primi tempi si arrampicherà sui palchi dei muratori per andarli a trovare lungo la setti­mana. E stabilizzato l'Oratorio, solo un motivo grave potrà impedirgli di stare in mezzo a loro a conversare, a giocare. Dirà: «Senza i miei ragazzi non posso stare». Per molto tempo si recò addirittura con loro nella sala di studio. C'erano magari già altri assistenti, ma lui «si trovava bene», e in un banco come quello dei ragazzi «scriveva o meditava il suo prossimo libro».
Al termine della cena (e questo fino al 1870) una fiumana di ragazzi faceva irru­zione nella stanza dove don Bosco stava finendo di mangiare. Si andava a gara per essergli più vicini, per vederlo, interrogarlo, ascoltarlo, ridere alle sue battute. I ragazzi si sedevano attorno a lui, sulle tavole di fronte, seduti, in piedi, qual­cuno addirittura in ginocchio. Don Bosco diceva che questo incontro familiare con i suoi ragazzi «era il piatto migliore della sua cena».
Luigi Orione ricorda che anche negli ultimissimi anni, consumato dai viaggi e dai debiti, con le gambe gonfie e gli occhi quasi spenti, don Bosco non si staccò mai dai suoi ragazzi. Vederli, sentirli, fare dieci passi con loro, gli ridava la vita dopo giornate massacranti, e i ragazzi a decine, a centinaia si stringevano attorno a lui, felici di sentire anche solo una sua parola.

L'allegria

A Chieri Giovanni Bosco fa la sua prima vera esperienza educativa: fonda e dirige la «Società dell'allegria». Si guadagna l'amicizia dei compagni aiutandoli nei compiti. Esagera persino, passando sottobanco traduzioni complete. (A un esame sarà beccato durante una di queste manovre, e potrà cavarsela solo grazie all'ami­cizia di un professore che gli farà ripetere la traduzione di latino).
«Con questo mezzo - scrive - mi procurai la benevolenza e l'affetto dei com­pagni. Cominciarono a venire a cercarmi durante le ricreazioni per il compito, poi per ascoltare i miei racconti, e poi anche per nessun motivo».
Insieme si sta bene. Formano insieme una specie di banda, e Giovanni la battezza «Società dell'allegria». Il regolamento è semplicissimo: non azioni o discorsi che possano far arrossire un cristiano; fare i doveri religiosi e scolastici; essere allegri. Il nome «Società dell'allegria» e il terzo punto del regolamento, «essere alle­gri», ci fa scoprire un altro elemento educativo giudicato essenziale da don Bosco. L'allegria sarà sempre un suo chiodo fisso. Domenico Savio, uno dei suoi migliori allievi, giungerà a dire: «Noi facciamo consistere la santità nello stare molto al­legri. Cerchiamo di evitare il peccato che ci ruba la gioia dal cuore». Per don Bosco contadino, l'allegria è la medicina dei poveri. Per don Bosco cristiano e prete è la profonda soddisfazione che nasce dal sapersi nelle mani di Dio, e quindi in buone mani. È la parola povera con cui si indica un valore grande, la «spe­ranza cristiana».
Nei primi anni in cui don Bosco inizia a Torino il suo Oratorio, molti preti vicino e lontano da lui hanno lo stesso impegno: fare del bene ai ragazzi poveri. Il loro atteggiamento ha una caratteristica comune, che possiamo chiamare «amorevo­lezza seria». Basta leggere il regolamento del santo Ludovico Pavoni, fondatore degli oratori di Brescia, i manuali dei Fratelli delle Scuole Cristiane. Si deve essere amorevoli con i ragazzi, ma non permettere che alzino troppo la voce, che abbiano un'allegria rumorosa. Occorre imporre silenzio, raccoglimento, altrimenti nel ra­gazzo si scatena la «bestiolina».
L'amorevolezza di don Bosco ha una caratteristica diversa, è «allegra». Egli che ha galoppato da ragazzo tra le colline dei Becchi, che giovanotto ha fatto raid sulle colline torinesi, conosce il valore della gioia rumorosa, dello scatenamento allegro delle energie compresse in quella cartuccia esplosiva che chiamiamo gio­vinezza. Invita lui stesso i ragazzi con le parole di Filippo Neri: «Giocate, sal­tate, fate chiasso. A me interessa che non facciate peccati».
L'aria libera, il cortile dove si può correre a perdifiato, sono l'ambiente ideale per don Bosco. Assiste i suoi giovani, certo, perché non facciano e non si facciano del male. Ma è un'assistenza non mortificante, ma stimolante. Egli intuisce che l'educatore non deve rimanere estraneo all'allegria dei ragazzi, deve parteciparvi, deve organizzarla quando non nasce spontanea, e impedire tutto ciò che può rovi­narla.

La povertà dei giovani

Ai bordi dell'estate 1836, un'epidemia di colera si affaccia a Torino. I Gesuiti anticipano la partenza dei loro convittori dal collegio del Carmine per il castello di Montaldo, imponente villeggiatura. Cercano un fidato assistente di camerata che sia anche ripetitore di greco. Don Cafasso manda il chierico Bosco, che ha finito il primo anno di seminario: «Potrai farti un po' di lire», gli dice.
Dal 1° luglio al 17 ottobre, Giovanni vive per la prima volta fra giovani di fami­glie distinte, a contatto con virtù e vizi dei figli di papà. Il Lemoyne, nel 1° volu­me delle M.B., in seguito a una confidenza avuta da don Bosco evidentemente molti anni più tardi, scrive: «A Montaldo... poté conoscere la difficoltà di acqui­stare su quei fanciulli quel pieno ascendente che è necessario per far loro del bene. Quindi si persuase non essere egli chiamato a occuparsi dei giovani di famiglie signorili».
Sarà una delle sue convinzioni assolute; come non è chiamato a educare le ragazze, in maniera identica non è chiamato a educare i figli dei ricchi.
Proviamo a riflettere. Perché? Ci sono dei poveri morali» certamente anche tra i figli di famiglie signorili, tra i ricchi. Quindi anche loro hanno bisogno di un prete. Ma don Bosco afferma che lui o un salesiano che lavori tra loro non riu­scirà ad «acquistare quel pieno ascendente che è necessario per far loro del bene». In altre parole: il sistema educativo di don Bosco non funziona tra di loro. Perché? La risposta a questa domanda la credo molto utile per capire come don Bosco pensava il suo sistema di educazione.
Mi provo a rispondere, cercando gli elementi della risposta nella vita di don Bosco. I ragazzi delle famiglie signorili, ricche, hanno i soldi (o li ha papà, che è la stessa cosa). Il rapporto tra educatore e educando facilmente diventa rapporto di cose: tu mi dai la scuola, l'istruzione, la sala con il calciobalilla per divertirmi, io ti pago, e tutto è finito. Non c'è riconoscenza, ma tutt'al più pretesa di un diritto.
Il sistema educativo di don Bosco, basato su uno scambio di affetto gratuitamente dato e gratuitamente ricambiato, non funziona. Il professore rimane professore, difficilmente diventa amico, fratello. Il direttore è visto più come capo di un'azien­da che padre di una famiglia. L'incaricato dell'oratorio come colui che affitta un campo da calcio o gestisce un bar, più che come l'organizzatore dell'allegria di una banda di ragazzi.
È mia convinzione profonda (non la voglio imporre a nessuno, ma la espongo onestamente) che il sistema di don Bosco non funzione dove non c'è povertà. Non solo povertà nell'educatore, ma nei ragazzi tra cui egli lavora. E povertà mate­riale, cioè impossibilità da parte dell'educando di impostare un rapporto di soldi (e quindi di minimizzare il rapporto di persone); e volontà da parte dell'educa­tore di impostare un rapporto di affetto e di riconoscenza (e non di dare e avere cose).
Nel 1872 don Bosco vide un bravo ragazzo, Eusebio Calvi di Palestro, preoccu­pato e triste. Gli domandò il perché, e si sentì rispondere: «I miei non possono più pagare la pensione, e io sono costretto a interrompere gli studi». Don Bosco: «Quanto è la tua pensione fino a oggi?». Eusebio: «Dodici lire al mese». Don Bosco: «Scrivi a tuo papà che la fissiamo a cinque. E che pagherà se potrà. Vieni nel mio ufficio che ti faccio il biglietto per l'economo».
Nel 1873 un altro bravo ragazzo, Francesco Piccollo, si trovò nella stessa situa­zione. Scrive lui stesso: «Ero in seconda, e mi dicono che c'è mia madre. Vado in parlatorio e la trovo che piange: "Vedi Cecchino - mi dice - noi siamo poveri, e l'economo mi ha detto che se continuiamo a non pagare la pensione, dovrà rimandarti a casa". Dovendo andare in scuola, la lasciai in pianto. Ma quando uscii la rividi lieta e sorridente. Mi disse: "Senti Cecchino, sono stata da don Bosco, e mi ha detto: buona donna, dite al vostro ragazzo che se l'economo lo manda via dalla porta, rientri dalla chiesa, e venga da me. Don Bosco non lo manderà via mai". Quella sera stessa l'economo mi fece chiamare, e io spaventato scappai da don Bosco. "Vieni pure ", mi disse. Prese un foglietto: "Quanti mesi di pensione deve tua mamma?". Gli dissi il numero, e don Bosco, con delicatezza, scrisse la ricevuta della pensione per tutto l'anno». Don Amadei, il biografo, si affretta ad aggiungere: «Quante migliaia di ragazzi ricevettero questi segni di affetto da don Bosco!».
Vorrei che riflettessimo su questi due episodi, senza lasciarci vincere dalla prima, superficiale impressione.
Eusebio Calvi, Francesco Piccollo e tanti altri ragazzi, non videro nel comporta­mento di don Bosco un «bel gesto», il gesto - per intenderci - di un principe che può disporre di molto denaro e con animo grande condona le tasse. Eusebio Calvi sapeva che le 12 lire mensili erano la metà del minimo necessario per il suo mantenimento. (La retta dei collegi di condizione modesta era di 24 lire mensili). Le 7 lire che gli venivano tolte dalla retta e le 12 che già mancavano, don Bosco sarebbe andato ad elemosinarle facendosi venire le gambe gonfie a forza di salire scale, bussando a molte porte, inghiottendo risposte mortificanti. E questo non lo sa solo Eusebio Calvi, ma tanti altri ragazzi, che nei momenti difficili don Bosco manda in chiesa a pregare, mentre lui sale le scale dei ricchi.
Francesco Piccollo sa che il bigliettino di ricevuta che don Bosco gli consegna per l'economo, non è solo un rettangolino di carta: è sudore, fatiche, umiliazioni che il suo don Bosco andrà volentieri a subirsi per lui, perché gli vuol bene. Qui troviamo la ragione per cui questi gesti colpiscono fino in fondo i ragazzi, destano in loro l'amore per don Bosco, e il desiderio di ricambiarli.
Francesco Piccollo continua a scrivere la sua testimonianza con queste parole: «Passarono altri tre anni. Ero ormai in quinta. Un giorno, tirato in disparte don Bosco gli sussurrai all'orecchio: "Voglio farle un regalo. Credo che le farà pia­cere". Don Bosco: "E che regalo vuoi farmi?". Francesco: "Prenda me!". Don Bosco sorrise: "Che cosa vuoi che me ne faccia di un bel tomo così?". Ma subito si fece serio, e mi disse: "Grazie, Francesco. Non potevi farmi un regalo più gradito. Io lo accetto, non per me, ma per offrirti e consacrarti al Signore e all'Ausiliatrice"».
Francesco Piccollo divenne salesiano, Eusebio Calvi divenne salesiano, moltissimi altri ragazzi aiutati dal sacrificio e dall'amicizia di don Bosco divennero salesiani: perché vollero ricambiare il suo amore, e gli donarono se stessi. «Prenda me!». Il rapporto di cose era saltato, il rapporto educativo di don Bosco invece aveva raggiunto il suo compimento, nel dono reciproco e totale di affetto e di persone.

Gli studi teologici del seminario

Prendiamo in considerazione un ultimo elemento della vita seminaristica di Gio­vanni Bosco: gli studi teologici. Cito:
«La teologia dogmatica di allora, poneva ogni cosa sotto la luce del conto da ren­dere al giudice divino, nell'attesa della vita o della morte eterna...
La teologia morale incentrava ogni cosa nel rapporto tra legge divina e libertà, educava a considerare il proprio agire come responsabile adeguazione alla legge divina...
Anche l'oratoria sacra per i seminaristi contribuiva ad alimentare lo stato di an­goscia che poteva germinare in anime religiose sensibilissime. Argomentava... del conto rigoroso che il divino sovrano avrebbe richiesto...» (P. Stella).
Dogmatica, morale, oratoria sacra contribuiscono quindi ad alimentare la paura del conto rigoroso che si dovrà rendere a Dio. L'uomo viene quasi schiacciato da questa visione continua e incombente del giudizio divino, e il suo stato di pecca­tore è una delle realtà più richiamate all'attenzione.
Anche il ragazzo, in questa visione antropologica, ne esce con una fisionomia alterata: più un «inclinato al male» da raddrizzare, che un figlio di Dio da cre­scere nella fiducia nel Padre. Era quindi da educare con rigore, da vigilare con sfiducia, perché in continua possibilità di perdersi.
Don Bosco portava dagli anni precedenti e dall'istintivo ottimismo una visione diversa. Il suo rapporto educativo tendeva a impostarsi sul binomio amicizia-fiducia, e non su quello rigore-sfiducia. Anche don Cafasso, negli anni primi del suo sacerdozio, gli diede una mano a rimuovere molti schemi rigoristi dalla sua azione sacerdotale.
Ma certo, essendo don Bosco un uomo normale e un figlio del suo tempo, gli anni di studi seminaristici incisero su di lui, e in qualche maniera dovettero condizio­narlo. In certe prediche sulla confessione, in certe narrazioni di sogni è difficile non vedere (oltre alla preoccupazione di un educatore che ha intruppati in breve spazio centinaia di giovani) un'eco di questa sua formazione al rigore.
Ma tutta la vita di don Bosco è lì davanti a noi per dirci quanto rapidamente gli avvenimenti, il contatto vivo con i suoi ragazzi, la riflessione continua sulle sue esperienze, lo aiutarono a vincere le suggestioni rigoriste che gli studi del semi­nario gli avevano insinuato.
La confessione che il ragazzo Luigi Orione celebra con lui nell'ottobre del 1886 (ad appena 16 mesi dalla morte) è la manifestazione più solare di quanto il bino­mio amicizia-fiducia abbia prevalso nella personalità educativa di don Bosco. Da­vanti a quel ragazzo teso, turbato, angosciato, che ha consultato formulari e ha riempito tre quaderni di peccati, don Bosco sorride, prende i quaderni, li straccia, e dice a Luigi: «La confessione è fatta. Non pensare mai più a quanto hai scritto». E guardandolo con dolcezza gli mormora: «Ricordati che noi due saremo sempre amici».
La vita vissuta accanto ai suoi ragazzi, le lunghissime ore passate al confessionale, gli hanno insegnato che qualcosa del rigore della confessione-tribunale è sbagliato, che certi schemi che funzionano bene sui libri di morale non funzionano affatto nella vita dei suoi ragazzi, ma li incamminano sulla strada pericolosa del com­plesso di colpa.
Il don Bosco che confessa Luigi Orione è l'educatore giunto alla maturità piena, in cui amicizia e fiducia hanno spazio totale, anche perché si è lasciato educare dalla vita concreta dei suoi ragazzi.

DON BOSCO EDUCATORE PRETE

5 giugno 1841. Giovanni Bosco è ordinato prete. L'imposizione delle mani del vescovo fissano definitivamente la sua paternità: non di sangue ma di spirito e di cuore, non chiusa nel raggio di una piccola famiglia ma aperta a tutti i ragazzi che incontrerà nella sua vita.
Le intuizioni educative fondamentali in lui ci sono ormai praticamente tutte: reli­gione liberatrice; amore personalizzato che è fiducia, rispetto, clima di famiglia; ragione che è dialogo e mutuo rapporto educativo; laboriosità che è senso di digni­tà; allegria che è speranza cristiana; povertà che annulla i rapporti cosificati ed esalta i rapporti personali.
Ora per don Bosco comincia lo scontro con la realtà concreta, la lotta contro gli ostacoli della vita quotidiana, il continuo tiro della fune con l'istituzione che tende a rendere anonimi i rapporti personali, a sostituire con regolamenti e orari la calda vita di famiglia.
Ho accennato al sorgere dei principali atteggiamenti educativi di don Bosco, ma è chiaro che a questo punto è tutta la sua vita che occorre leggere in chiave edu­cativa, per capire lo sforzo realizzativo, le modifiche che la realtà impone, le carat­teristiche nuove che man mano si coagulano attorno alle prime intuizioni, fino a dare una fisionomia precisa al sistema educativo di don Bosco.
Molte volte qualcuno domandò a don Bosco di spiegare in un libro il suo «si­stema di educazione». La mancanza di tempo, l'impossibilità di fermarsi per riflettere sufficientemente e organicamente sulle linee portanti del suo atteggia­mento educativo, impedirono a don Bosco di darci un'opera «scientifica».
Nel 1876 prese il coraggio a due mani, e tirò giù uno «schizzo» del sistema educativo «in uso nelle case salesiane» poi stampato nel 1877. Sono nove pagine che i Salesiani trovano nell'appendice delle proprie Regole, e con le quali sono invitati a confrontarsi sovente.
Se però don Bosco scrive con difficoltà trattati, è un mago nel comunicare la vita vissuta, nel raccontare. Per questo molti esperti affermano che, mentre il Tratta­tello sul sistema preventivo è piuttosto scarso, il «sogno» che don Bosco narrò in una lettera del 10 maggio 1884 è l'espressione più viva e commovente della sua sensibilità educativa.
È leggendo il condensato di quella lunga lettera che chiudo questo articolo. Se seguiamo con attenzione le parole di don Bosco, vedremo come in filigrana tutti gli elementi educativi che sono germogliati nella sua giovinezza e che abbiamo tentato di illustrare.
Don Bosco si trova a Roma per affari importanti della sua Congregazione. Nella notte «sogna» l'antico oratorio (quello in cui vivevano Domenico Savio, Michelino Rua, Giovanni Cagliero) e lo confronta con quello che in quel 1884 vive a Valdocco. Subito dopo detta la lettera al suo segretario.
«Mi pareva di essere nell'antico oratorio nell'ora della ricreazione. Era una scena tutta vita, tutta moto, tutta allegria. Chi correva, chi saltava, chi faceva saltare. Si cantava, si rideva da tutte le parti, e dovunque chierici e preti, e intorno ad essi i giovani che schiamazzavano allegramente. Si vedeva che fra i giovani e i superiori regnava la più grande cordialità e confidenza. Io ero incantato a questo spettacolo, e il mio accompagnatore mi disse:
- Vede, la familiarità porta affetto e l'affetto porta confidenza. È ciò che apre i cuori, e i giovani diventano schietti in confessione e fuori di confessione, e si prestano docili a tutto ciò che vuol comandare colui dal quale sono certi di essere amati.
In quell'istante si avvicinò a me un antico allievo, Giuseppe Buzzetti, e mi disse:
- Vuole vedere i giovani che sono attualmente all'oratorio?
Vidi tutti voi che facevate ricreazione. Ma non udivo più grida di gioia e canti, non più quel moto, quella vita come nella prima scena. Nel viso si leggeva noia, spossatezza, diffidenza. Molti giocavano con spensieratezza, ma altri se ne stavano soli, appoggiati ai pilastri, su per le scale, altri davano attorno occhiate sospettose: san Luigi si sarebbe trovato a disagio in loro compagnia.
- Quanto sono differenti da quelli che eravamo noi una volta! - esclamò Buzzetti.
- Purtroppo! Ma come si possono rianimare questi miei cari giovani?
- Con la carità.
- Ma i miei giovani non sono amati abbastanza? Tu sai gli stenti e le umiliazioni che ho sofferto e soffro per dare loro pane, casa, maestri, e specialmente la salvezza dell'anima. E i direttori, prefetti, maestri, assistenti consumano i loro anni gio­vanili per loro.
- Ci manca il meglio - insistette Buzzetti -. Che i giovani non solo siano amati, che conoscano, vedano di essere amati.
- Ma non vedono che quanto facciamo è tutto per loro amore?
- No.
- Che cosa ci vuole dunque?
- Guardi, guardi i ragazzi in ricreazione. Dove sono i nostri salesiani? Osservai, e vidi che i superiori non erano più l'anima della ricreazione. La maggior parte di essi passeggiavano tra loro parlando, senza badare agli allievi; altri sorve­gliavano alla lontana; qualcuno avvertiva ma con atto minaccioso.
Allora Buzzetti continuò:
- Negli antichi tempi lei stava sempre in mezzo a noi, specialmente in tempo di ricreazione. Si ricorda di quei begli anni? Era un pezzo di Paradiso. L'affetto era una cosa normale.
- Certamente. E allora tutto era gioia per me. Ora però vedi come gli affari moltiplicati e la mia sanità mi impediscono di comportarmi come allora.
- Ma se lei non può, perché i suoi salesiani non prendono il suo posto? Devono amare ciò che piace ai giovani, e i giovani ameranno ciò che piace ai superiori.
Ora i superiori sono considerati come superiori e non più come padri, fratelli e amici; quindi sono temuti e poco amati. Perciò se si vuol fare un cuor solo e un' ti anima sola, per amore di Gesù bisogna che si rompa la barriera di diffidenza e sia sostituita dalla confidenza cordiale.
- Come fare per rompere questa barriera?
- Familiarità coi giovani specialmente in ricreazione. Senza familiarità non si dimostra l'affetto, e senza questa dimostrazione non ci può essere confidenza.
- Chi vuol essere amato bisogna che faccia vedere che ama. Il maestro visto solo in cattedra è maestro e niente più, ma se va in ricreazione coi giovani diventa a come fratello. Chi sa di essere amato, ama. E chi è amato ottiene tutto, specialmente dai giovani. Questa confidenza mette una corrente elettrica fra i giovani e i superiori. Questo amore fa sopportare ai superiori le fatiche, le noie, le ingratitudini, i disturbi, le mancanze, le negligenze dei giovanetti. Gesù Cristo non spezzò la la canna che stava per rompersi, non spense il lumino che vacillava. Ecco il vostro modello. Allora non si vedrà più chi lavorerà per vanagloria, chi punirà solamente per vendicare l'amor proprio ferito, chi si lascia rubare il cuore da una creatura e per far la corte a quella trascura tutti gli altri ragazzi, chi per rispetto umano ha paura di ammonire chi va ammonito. Perché si vuole sostituire alla carità la freddezza di un regolamento?».
Don Bosco conclude la lunga lettera con queste parole che (secondo la testimo­nianza del segretario) dettò piangendo:
«Basta che un giovane entri in una casa salesiana, perché la Vergine SS. lo prenda subito sotto la sua protezione speciale. O miei cari figliuoli, si avvicina il tempo nel quale dovrò staccarmi da voi e partire per la mia eternità. Sapete che cosa desidera da voi questo povero vecchio che per i suoi cari giovani ha consumato tutta la vita? Nient'altro fuorché ritornino i tempi felici dell'oratorio: i giorni dell'affetto e della confidenza tra i giovani e i superiori; lo spirito di condiscen­denza e sopportazione, per amore di Gesù Cristo, degli uni verso gli altri; i giorni dei cuori aperti con tutta semplicità e candore; i giorni della carità e della vera allegrezza per tutti».