I Salmi: voce del

dialogo fra Dio

e il Suo popolo

Bruno Forte

“Psalterium meum, gaudium meum” – “Salterio mio, gioia mia”: queste parole di Sant’Agostino [1] colpiscono per un duplice motivo. Il primo è l’uso dell’aggettivo possessivo in rapporto al libro dei Salmi: sembra che Agostino lo percepisca come un suo possesso, qualcosa che profondamente ama e verso cui si sente attratto, lasciando trapelare in questo modo una nota d’intimità, rivelatrice del suo profondo rapporto con Dio. Proprio questa relazione d’amore con il Signore, veicolata dal ricorso alla preghiera dei Salmi, spiega come essi siano per il santo Vescovo d’Ippona fonte di gioia: chi ama e si riconosce amato sperimenta la gioia e la bellezza d’esistere. Per Agostino il Salterio è una memoria dell’amore ricevuto da Dio, un veicolo per corrispondervi, dicendo all’Amato parole d’amore, una pregustazione della gioia che accompagnerà il dialogo dell’amore che non avrà più fine. Comprendere le ragioni di questa gioia, che scaturisce dalla familiarità con i Salmi, è lo scopo della riflessione che segue, articolata in sette punti, come le sette luci di una “menorah” accesa nel santuario della lode di Dio, espressa con la voce dei canti del Salterio.

1. Il “libro delle lodi”

Sefer Tehillim, “libro di lodi”, è chiamato in ebraico il Salterio, per sottolineare il motivo principale che lo percorre: celebrare e lodare Dio per l’opera compiuta verso le Sue creature e in particolare verso il popolo dell’alleanza con Lui. Psalmoi sono dette in greco queste composizioni, con allusione all’esecuzione musicale che normalmente ne accompagnava il canto: una lode canora, una musica dello spirito, per dire all’Eterno lo stupore, la riconoscenza, l’invocazione, la supplica e perfino il grido del cuore del singolo e della comunità intera. Proprio così i Salmi sono preghiera: d’Israele, di Cristo, della Chiesa. Secondo la tradizione ebraica, anzi, il Salterio è un vero e proprio Pentateuco della preghiera, un insieme, cioè, di cinque libri, in analogia a quelli della Torah: una sorta di Torah pregata in risposta al dono divino della Torah. Ciascuno dei cinque libri si conclude con una dossologia finale (41,14; 72,19; 89,52; 106,48; 150,6: I libro: Salmi 1-41; II: 42-72; III: 73-89; IV: 90-106; V: 107-150), mentre gli ultimi quindici salmi (Salmi 146-150) sono interamente salmi di lode: il che mostra come sia “la lode” ciò verso cui tende l’esperienza che il credente fa di Dio, di cui i Salmi sono voce. Il Salmo 150, poi, l’ultimo del Salterio, si conclude con l’espressione: “Ogni vivente dia lode al Signore” (V. 6), quasi a sottolineare come l’insieme dei Salmi sfoci nella lode, che dà voce all’intero creato.
A conferma di questo primato della lode nel libro dei Salmi sta anche una semplice osservazione di vocabolario: il verbo “lodare” (h-l-l) si trova 94 volte nel Salterio (su 167 ricorrenze in totale nella Bibbia ebraica: il 56%) e il termine “lode” (tehilla) compare nei Salmi 30 volte sulle 59 presenti in tutti i libri biblici (51%).
L’atteggiamento proprio della lode, peraltro, - e cioè il riconoscimento fiducioso della sovranità divina e il conseguente decentramento da sé per affidarsi all’Eterno - è anche alla base dei Salmi di invocazione e di supplica. Si può concludere che la lode sta “all’inizio e alla fine” dell’esperienza di fede testimoniata dal Salterio (Paul Beauchamp). In base a questa esperienza, si può dire che il tempo della lode è “sempre”, perché non c’è tempo che ne sia “escluso” (“ogni giorno e per sempre”, “senza fine”, “dal sorgere del sole al suo tramonto”, “da ora e per sempre”, “finché esisto”, “di generazione in generazione”, “sempre”): l’atteggiamento della lode diventa quasi una partecipazione al tempo eterno di Dio. Il luogo della lode è non meno esteso: nel santuario, in Sion, a Gerusalemme, nell’assemblea, negli atri del Signore, fra i popoli. Lo spazio della preghiera nei Salmi tende a divenire quello di una lode cosmica. Dal santuario e dal tempio la lode, attraverso il riferimento allo spazio “santo”, si estende a ogni luogo e dimensione della vita. La lode stessa diventa uno spazio: così, nel Salmo 22, Dio stesso “siede in trono fra le lodi di Israele” (v. 4)
Tempo e spazio sono in tal modo trasfigurati dalla lode salmica nell’unico, eterno santuario di Dio, che anche così abita in mezzo al suo popolo.

2. L’unica, duplice finalità dei Salmi

Dal punto di vista storico si può dire che “il Salterio è il respiro poetico e orante di almeno un millennio della storia letteraria di Israele” [2]. La stessa attribuzione al re David, l’Amato da Dio, figura e antenato del Messia, mostra come nei Salmi è la voce dell’intero popolo eletto che si esprime. Il contesto cultuale comunitario non è una semplice cornice, ma un fattore importante, perché nell’ebraismo la pietà privata è inseparabile da quella della comunità, senza nulla togliere al fatto che i Salmi sanno essere voce e confessione del cuore umano che soffre, invoca, spera, si affida e ringrazia. L’attribuzione a David illumina anche la duplice finalità di queste composizioni: esse nascono dall’amore all’Eterno e dal bisogno di essere aiutati e sollevati da Lui. In entrambi i sensi, scopo dei Salmi è celebrare l’Eterno. Il primo scopo è così pregnante che una tradizione rabbinica descrive così la loro genesi: quando David va a coricarsi, appende la cetra accanto al letto e, durante la notte, il Signore manda il vento del Nord ad agitarne le corde, affinché il Re amato si svegli e si ricordi di cantare le sue canzoni d’amore all’Altissimo. È tenera e commovente quest’immagine di un Dio che sente così intensamente il bisogno delle parole d’amore della Sua creatura, da sollecitarle Lui stesso.
L’altro scopo dei Salmi è indicato già dal racconto che riferisce la causa per cui David fu chiamato dal re Saul a suonare e cantare: il re è agitato a causa delle colpe che ha commesso e si dibatte nella lotta con l’Avversario, che ha preso possesso del suo cuore. In questo contesto drammatico sono solo la musica e il canto del giovane David a dargli un po’ di sollievo e di pace: “Quando dunque lo spirito di Dio era su Saul, Davide prendeva in mano la cetra e suonava: Saul si calmava e si sentiva meglio e lo spirito cattivo si ritirava da lui” (1 Samuele 16,23). I Salmi di David hanno dunque una funzione terapeutica, sono come una medicina dell’anima che, aprendo il cuore al desiderio, alla supplica e alla lode di Dio, aiuta a liberarsi dalle forze del male che ci assalgono. Proprio così David e i suoi canti prefigurano l’opera liberatrice e salvifica del Messia, tanto che il libro degli Atti degli Apostoli non esita ad affermare: “Poiché (David) era profeta e sapeva che Dio gli aveva giurato solennemente di far sedere sul suo trono un suo discendente, previde la risurrezione di Cristo e ne parlò” (Atti 2,30s). Peraltro, le ultime parole di David esprimono la convinzione di questa attesa messianica: “Oracolo di Davide, figlio di Iesse, oracolo dell’uomo innalzato dall’Altissimo, del consacrato del Dio di Giacobbe, del soave salmista d’Israele. Lo spirito del Signore parla in me, la sua parola è sulla mia lingua…Non farà dunque germogliare quanto mi salva e quanto mi diletta?” ( 2 Samuele 23,1s. 5).

3. I Salmi preghiera cristiana

L’intero Nuovo Testamento conferma questo legame del Cristo a David e al Salterio, sia perché testimonia che Gesù pregava con le parole dei Salmi - così ad esempio sulla Croce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Marco 15,34, citazione del Salmo 22,2) -, sia perché riferisce a Lui “Figlio di Davide” le profezie davidiche: “A quale degli angeli Dio ha mai detto: Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato? (Salmo 2,7)… Al Figlio invece dice: Il tuo trono, Dio, sta nei secoli dei secoli… (Salmo 45,7s)… A quale degli angeli poi ha mai detto: Siedi alla mia destra, finché io non abbia messo i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi? (Salmo 110,1)” (Ebrei 1,5. 8. 13). Si può dunque affermare che “nei salmi di David è il Cristo promesso in persona a parlare (Ebrei 2,12; 10,5) o, come anche ci viene detto, lo Spirito Santo (Ebrei 3,7). Dunque le medesime parole di David sono pronunciate in lui dal Messia futuro. Le preghiere di David sono dette anche dal Cristo, o meglio è Cristo stesso a pregare nel suo precursore David”. [3]
È convinzione dell’intera tradizione cristiana che i Salmi siano la voce di un dialogo con Dio divinamente ispirato, “voce della sposa che parla al suo Sposo” [4], della Chiesa che parla a Cristo, e con Lui e in Lui al Padre. Proprio così, i Salmi vanno considerati scuola della preghiera, strumento di cui l’Eterno si serve per insegnare al suo popolo e a ogni cuore, che sia aperto al dono dall’alto, la via dell’autentica relazione con Lui: “Le parole che vengono da Dio saranno i gradini della scala per giungere a Dio…Se la Bibbia contiene anche un libro di preghiera, questo ci insegna che la Parola di Dio non è solo quella che Dio ci dice, ma anche quella che vuol udire da noi, in quanto Parola del Figlio che ci ama. È grazia di grande rilievo il fatto che Dio ci dica come poter parlare e comunicare con lui
Questo ci è consentito in quanto preghiamo nel nome di Gesù Cristo. I salmi ci sono dati perché impariamo a pregare nel nome suo” [5].

4. I Salmi voce della nostalgia di Dio

Scuola divina della preghiera, i Salmi contengono ricchezze inesauribili, come una porta dischiusa sull’abisso del Mistero.
Il poeta inglese Thomas S. Eliot parlava del Salterio come del “giardino dei simboli”! Ai molteplici registri simbolici corrispondono anche molteplici generi letterari: inni, suppliche, salmi di fiducia e di ringraziamento, salmi liturgici, sapienziali e regali, convergenti tutti nell’esprimere una relazione d’amore, quella certa e fedele di Dio verso di noi e quella sempre precaria e bisognosa di aiuto del popolo e dei singoli verso il Signore, come suggeriscono anche i tanti verbi di adesione personale (scegliere, amare, desiderare, dilettarsi, custodire, osservare…). In questa selva lussureggiante non è facile orientarsi: tutti i Salmi meritano di essere meditati, assimilati, pregati. Perciò Dietrich Bonhoeffer - che della preghiera salmica si era costantemente nutrito nel suo cammino di fede verso il martirio - non esitava ad affermare: “Una comunità cristiana perde un tesoro incomparabile se non ricorre al salterio, mentre scopre in sé una forza insospettata, quando lo ritrova”. [6]
Per fare un esempio della bellezza e profondità racchiusa nei Salmi, in cui la lode e la supplica sempre si intrecciano, dando voce all’universale nostalgia dell’Eterno, basti ricordare i Salmi delle ascensioni, la sezione del Salterio (dal 120 al 134), che reca per ognuna delle composizioni la dizione ebraica Shir hamma’alot - Cantico delle ascensioni. Che cosa vuol dire quest’espressione? Per alcuni essa si riferisce alla struttura delle composizioni, orientate in un crescendo verso un vertice tematico (ad esempio, nel Salmo 121: “Non si addormenterà, non prenderà sonno il custode d’Israele. Il Signore è il tuo custode, il Signore è la tua ombra e sta alla tua destra”: vv.4 e 5). Per altri, si tratta dei canti eseguiti mentre si salivano i gradini del tempio: “cantica graduum”, come si diceva in latino, “cantici dei gradini”. Poiché però in Esdra (2,1) e in Neemia (7,6) gli esiliati che ritornano a Sion dall’esilio babilonese vengono chiamati “quelli che salgono”, con riferimento all’altitudine della Città santa, questi Salmi vengono normalmente considerati i canti del pellegrino che “sale” a Gerusalemme, che vive il “ritorno” o la “salita” (‘aljah) verso il luogo santo scelto da Dio. “Tutti questi canti - scrive il grande Commentatore ebreo medioevale David Kimchi (ca. 1160-1235) - riportano le parole degli esiliati. In essi si parla dell’angustia dell’esilio e anche della speranza nella salvezza e della certezza che essa infine giungerà”. [7]
Proprio così, i Salmi delle ascensioni divengono metafora universale della vita, del cammino dell’uomo, cioè, verso la Città celeste dov’è la vera dimora e patria di ciascuno di noi. L’ascendere fisicamente, peraltro, si presta facilmente ad essere colto come simbolo dell’ascensione a Dio, cui tutti siamo chiamati: vivere è “anelare alla vita eterna” (Miguel de Unamuno), desiderare Dio e la comunione con Lui al di sopra di tutto. Colui che ci ha fatti per sé, attira a sé il nostro cuore inquieto: “Nos fecisti ad Te et inquietum est cor nostrum donec requiescat in Te” [8]. Questo significato è espresso in maniera quanto mai icastica dalle prime parole del primo dei Salmi delle ascensioni: ‘el-Jhwh, “verso il Signore”. “Al Signore nella mia angoscia ho gridato ed egli mi ha risposto” (120,1). Entrare nel mondo evocato da questi Salmi vuol dire educarsi al desiderio di Dio, riconoscendo in Lui la vera meta, da sempre intravista e non ancora posseduta, e cogliendo nel Suo abbraccio promesso il porto sospirato cui orientare la navigazione della vita personale e della storia di tutti. Proprio così, i Salmi delle ascensioni sono una specialissima scuola del desiderio più vero, e perciò una scuola di preghiera.

5. Dio e l’uomo nei salmi della lode

Chi è l’Eterno cui si rivolge nei Salmi la lode e il grido della supplica? È anzitutto un Dio davanti al quale ci si può meravigliare, presente nei grandi avvenimenti della storia, ma anche nell’esistenza dei singoli, nel quotidiano di tutti. Un Dio libero, grande nell’amore, e perciò mai scontato, tutt’altro che “un idolo” che non ascolta e non parla, ma un Dio il cui agire è sempre inedito, capace di novità. Un Dio “maestro del desiderio”, che si offre e si ritrae, chiama e risponde. È Agostino a insistere sul rapporto fra desiderio e preghiera, che attraversa tutto il mondo dei Salmi in risposta all’iniziativa divina: “Il tuo stesso desiderio è la tua preghiera: e se continuo è il desiderio, continua è la preghiera - Ipsum desiderium tuum, oratio tua est; et si continuum desiderium, continua oratio” (Epistula 130, 18-20). “Chi desidera, anche se tace con la lingua, canta con il cuore - Nam qui desiderat, etsi lingua taceat, cantat corde” (Enarrationes in Psalmos 86, 1). Uno degli effetti preziosi dei Salmi è proprio quello di alimentare il desiderio di Dio in chi li prega. Si può entrare, pertanto, nella meditazione di questi canti facendo propria la bellissima preghiera che Gregorio di Nissa scrive ispirandosi alla vita di Mosè, letta come modello del cammino della fede: “Rendici, Signore, come Mosè ardenti amanti della bellezza, che, accogliendo quanto via via ci appare immagine del Desiderato, bramino di saziarsi del modello originario, volendo anzi con richiesta temeraria, che supera i limiti del desiderio, godere della bellezza non attraverso specchi e riflessi, ma faccia a faccia... Come a Mosè, dona anche a noi di sapere che si vede veramente il Tuo Volto quando vedendolo non si cessa mai di desiderare di vederlo...” [9].
La lode, che pervade il Salterio, rivela così anche il volto dell’uomo davanti a Dio. Nei Salmi si trova spesso l’invio alla lode formulato alla seconda persona plurale (“lodate”). L’ambiente della lode è spesso l’assemblea liturgica. È come se la lode evochi un’esperienza che non può essere “privata”, ma comunitaria e liturgica, voce del “noi” che è l’umano nel suo insieme. L’antropologia dei Salmi si rivela così profondamente relazionale: l’uomo non è solo, vive anzi strutturalmente in rapporto all’altro, che è sempre, consapevolmente o inconsapevolmente, rapporto col Dio da cui veniamo e verso cui andiamo pellegrini, insieme con tutti gli altri abitatori del tempo. La lode testimonia un “decentramento da sé” che non va unicamente nella direzione di Dio, ma anche nella direzione dell’altro, compagno in umanità. Proprio così, l’orante del Salterio si scopre fatto per lodare e celebrare, e dunque per amare e riconoscersi amato, per invocare e rendere grazie del dono, per donare e offrire se stesso nel movimento del cuore, che nella lode si esprime. Proprio così la lode, nella sua sovrabbondanza, nel suo tempo illimitato, nel suo spazio infinito, nel suo farsi voce di ogni vivente e dell’intera creazione, è esperienza di quella gratuità e di quella eccedenza che caratterizza l’esperienza di Dio in ogni uomo: cifra potente della vita dell’essere umano di fronte a Dio. La lode dei Salmi ci educa a essere e volerci umani, e a spenderci con Dio, per Lui e con la forza del Suo amore, per la piena umanità di tutti, secondo il Suo volere.

6. Il motivo della lode: parola e silenzio del Dio vivente

Che cosa spinge il Salmista a lodare il Signore? Il motivo della lode sta nel duplice riconoscimento, da una parte dell’agire di Dio nella storia d’Israele, dall’altra – e sulla base della stessa esperienza salvifica – dell’azione creatrice di Dio. Il Dio che suscita la lode dell’orante è il Dio dell’avvento, l’Eterno che venendo nella storia dischiude il cammino, accende l’attesa, offre una promessa sempre più grande del compimento realizzato. Questo Dio interviene inseparabilmente attraverso la Sua parola e il Suo silenzio [10]. Il silenzio eloquente di Dio nei salmi non è solo quello della silenziosa scrittura dei cieli (cf. Sal 19,2), né è solo la misteriosa presenza, con cui l’Eterno viene a sconvolgere tutte le possibili attese, offrendosi al suo eletto nella “voce del tenue silenzio” (cf. 1 Re 19,11-13). Il nascondimento del volto divino non è solo esperienza psicologica della Sua assenza o vicenda storica legata al tempo della rovina, in cui Dio sembra ritrarre la Sua protezione dal popolo eletto: il silenzio di Dio ha un valore teologico, un invito a credere ed affidarsi all’assente Presenza ed a perseverare nell’abbandono al Volto cercato, anche quando questo Volto fa sentire tutto il peso tragico del Suo nascondimento: “Io ho fiducia nel Signore, che ha nascosto il volto alla casa di Giacobbe, e spero in lui” (Is 8,17). Questo silenzio è uno sperimentare nella drammaticità del fallimento che la via di Dio non è solo quella della parola e della risposta, ma anche quella conturbante del silenzio, cui corrispondere nello spazio vuoto dell’ascolto fedele e della lode
“Lo studio del silenzio nella Bibbia conduce, al di là di una semplice fenomenologia del silenzio, verso il punto sensibile dove si scontrano due concezioni teologiche... L’una, installata nella sicurezza di una fine conciliatrice, che pone sull’altra riva, di fronte all’Alfa di questa, un Omega, tanto solidamente ancorato alla terra ferma quanto le arcate simmetriche di un ponte sospeso... L’altra concezione introduce in questo edificio troppo bello l’indizio di insicurezza, non proteggendo il ponte contro alcuna scossa accidentale, non garantendo l’uomo che lo attraversa contro alcun pericolo, fosse pure mortale...” [11]. Se “il Dio dei ponti sospesi” è il Dio della Parola che colma gli spazi dell’attesa, il “Dio dell’arcata spezzata”, che costringe a un ascolto senza risposta, restituisce all’uomo la dignità del rischio, perché lo responsabilizza davanti al futuro senza garantirgli niente, rendendolo in tal modo attento al valore dell’opera presente, a prescindere da ogni risultato o ricompensa promessi. “Dio si è ritirato nel silenzio, non per evitare l’uomo, ma, al contrario, per incontrarlo; è tuttavia un incontro del Silenzio con il silenzio. Due esseri di cui l’uno tentava di sfuggire all’altro sulla scena luminosa del Faccia a Faccia, si ritrovano nel rovescio silenzioso dei Volti nascosti... Cessando di essere un rifugio, il silenzio diventa il luogo della suprema aggressione. La libertà invita Dio e l’uomo all’appuntamento ineluttabile, ma è l’appuntamento dell’universo opaco del silenzio”. [12]
I tempi del silenzio divino generano così i tempi dell’ascolto e della lode, quei tempi della preghiera umile e perseverante che sono i tempi della libertà, perché nella loro dolorosa ambiguità pongono l’uomo solo di fronte alle sue scelte, del tutto libero rispetto al Dio che si ritrae. Di fronte al silenzio di Dio e alla sua inquietante ambiguità, l’essenziale è la semina, l’atto che si compie lasciando nelle mani del Dio nascosto l’intero avvenire. Gli eventi del silenzio di Dio fondano così la storia umana della libertà e creano le condizioni indispensabili per una preghiera vissuta nella gratuità dell’ascolto e della lode pura: se ogni calcolo con la promessa è sospeso, se il Dio dell’alleanza è il Dio nascosto e imprevedibile nel suo silenzioso ritrarsi, pur senza cessare di essere il Dio fedele, nessuna motivazione utilitaristica potrà ispirare la lode o l’invocazione rivolte a Lui. Non è l’aspettativa della ricompensa che motiva il comportamento dell’orante, ma la dignità pura della semina, il rischio consapevolmente vissuto davanti al silenzio di Dio. L’esperienza del silenzio fascinoso e tremendo di Dio diventa così la sentinella che impedisce alla preghiera biblica di tradursi in calcolo e così salvaguarda tanto la libertà e la gratuità dell’atto umano, quanto la gratuità e la libertà dell’agire divino.

7. La “difficile libertà” e la lode divina

In tal senso la Bibbia è il libro della difficile libertà, perché il Dio vivo che in essa parla chiede senza dare altra motivazione che la stessa, oscura richiesta, come succede nel dramma di Abramo sul monte del sacrificio. È il libro della Torah, del comandamento amato più di Dio, perché Dio può ritrarsi e tacere, ma la Parola continua a domandare e a esigere di essere obbedita: “Amare la Torà più di Dio significa giungere a un Dio personale”. [13]
E la lode diventa così soprattutto abbandono nella mani dell’Amato, infinita confidenza e resa alla Sua voce che chiama: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15,34 – Sal 22,2). “Abbà, Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu” (14,36). Voce di una gratuità, che non calcola con i doni, ma tutto dona all’Amato, la lode è voce di chi è libero della libertà più grande: quella da se stessi, che apre all’esodo da sé senza ritorno, in cui consiste propriamente l’amore.
È in questo spirito di lode pura, frutto di una scelta autentica di libertà, che si inscrive in particolare l’ultimo canto del Salterio, dove tutto è lode e nulla è richiamato per motivarne l’origine e la necessità, se non lo stupore davanti alla grandezza di Dio e delle Sue opere.
Con le parole del salmo 150 – vertice dossologico dei salmi e riprova che la lode è il motivo ispiratore che li percorre tutti – è giusto allora chiudere questa riflessione, osservando come possa parlare e cantare così solo chi ama e si riconosce infinitamente amato dall’Amato:
1 Alleluia Lodate Dio nel suo santuario, lodatelo nel suo maestoso firmamento
2 Lodatelo per le sue imprese, lodatelo per la sua immensa grandezza
3 Lodatelo con il suono del corno, lodatelo con l’arpa e la cetra
4 Lodatelo con tamburelli e danze, lodatelo sulle corde e con i flauti
5 Lodatelo con cimbali sonori, lodatelo con cimbali squillanti
6 Ogni vivente dia lode al Signore. Alleluia.

 

NOTE

1 Enarrationes in Psalmos: PL 37,1775.

2 G. Ravasi, Salmi, in Nuovo Dizionario di Teologia Biblica, Paoline, Cinisello Balsamo 1988, 1399.

3 D. Bonhoeffer, Il Libro di preghiera della Bibbia. Introduzione ai Salmi, in Id., Opere, vol. 5, Queriniana, Brescia 1991, 102.

4 Concilio Vaticano II, Costituzione sulla sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium, 84.

5 D. Bonhoeffer, Il Libro di preghiera della Bibbia, o.c., 100s.

6 Ib., 107.

7 D. Kimchi, Commento ai Salmi, Città Nuova, Roma 2001, vol. III, 303.

8 S. Agostino, Le Confessioni, 1,1.

9 Vita di Mosè, Mondadori, Milano 1984, II, 232s.

10 Cf. le tesi di A. Neher, L’exil de la parole. Du silence biblique au silence d’Auschwitz, Paris 1970 (tr. it.: L’esilio della Parola. Dal silenzio biblico al silenzio di Auschwitz, Marietti, Casale Monferrato 1983).

11 Ib. (tr.it.), 146.

12 Ib., 178.

13 E. Lévinas, Difficile liberté, Paris 1963, 193.


(Chieti, Scuola della Parola, 24 Febbraio 2011)