(NPG 1973-8/9-11)

 

Sul tema «famiglia aperta» è stato scritto molto.
In parecchie pagine, ci riconosciamo a pennello. E quindi rimandiamo senz'altro.
Per questo va detto subito che non intendiamo affrontare l'argomento della famiglia con una trattazione esauriente. Non rientra nei nostri progetti editoriali. Non sarebbe adeguato ricercare quindi in questo studio tutto quello che si potrebbe scrivere sull'educazione all'amore e al matrimonio.
Ci pare però necessario riprendere alcune indicazioni per ritradurle secondo le categorie della rivista. Non lo facciamo per monopolizzare ogni battuta. Vogliamo fare un discorso prevalentemente educativo: i destinatari di queste pagine sono gli educatori e gli animatori dei gruppi giovanili. Per questo è necessario:
* Conservare una certa organicità di quadri, per non costringere a traslocare ogni volta che si cambia programma: ne scapiterebbe irrimediabilmente l'efficacia educativa. Le scelte più qualificanti vanno ritrovate in ogni proposta pastorale.
* Prospettare una meta che sia vivibile pienamente nell'oggi. I giovani non sanno attendere; giustamente, se è vero che il momento educativo non è area di parcheggio ma banco di prova. Il modo di vivere l'amore matrimoniale e di caratterizzare la propria famiglia va progettato in perfetta sintonia con il modo di vivere oggi, per esempio il rapporto interpersonale nel gruppo.
Questi due motivi ci hanno spinto a prospettare la «meta» (la famiglia aperta) sottolineando quegli aspetti di cui sia possibile un rodaggio pieno nell'attuale spazio di pastorale giovanile.

PARTIAMO DAI FATTI...

Un grosso problema dovrebbe far pensare gli operatori pastorali. Molti giovani, impegnatissimi prima del matrimonio, tirano i remi in barca quando il fidanzamento diventa «serio» e spariscono dalla circolazione dopo i primi mesi di matrimonio.
Lo stesso si può affermare per quanto riguarda il nodo dell'integrazione. Spesso il matrimonio segna l'inizio di una fase calante nella contestazione e nell'impegno politico.
Le cause possono essere molteplici: la maturità acquisita stempera gli entusiasmi giovanili a livello utopico; le nuove preoccupazioni e responsabilità chiedono un ritmo più tranquillo e attento.
C'è da domandarsi però se tutto dipenda da questi fattori «normali» (e, tutto sommato, anche positivi) o non ci sia qualcosa di grippato più a monte.
Le analisi che Valsecchi ha disseminato in alcuni studi[1] e riprese anche nell'articolo che apre la nostra monografia, ci inducono a considerare con una certa attenzione, una prospettiva un po' consumista di «famiglia».
Con un obiettivo di famiglia del genere, l'integrazione veloce e livellatrice è lo sbocco immediato.
«La sessualità è il fondamentale "luogo umano" ove la persona cresce e matura: con essa, infatti, progressivamente si apre a un rapporto oblativo. In una tale visione, la prima significante mèta dell'esistenza sessuata è il consociarsi e concrescere delle due persone, in un incontro "io-tu" che sia abitato sempre più autenticamente dall'amore: nell'amplesso, che di questo incontrarsi è l'occasione più tipica, non sono gli organi che fanno qualcosa, ma le due persone in cammino verso una mutua pienezza.
E un discorso nuovo e importante, che caratterizza la cultura sessuale del nostro tempo; ma non è tutto. Sarebbe povero e monco se lo si considerasse concluso: come povera e stagnante sarebbe, alla fine, la pulsione sessuale, se il suo scorrere terminasse nel lago chiuso di un rapporto duale. Ci vuole il "terzo", che faccia esplodere il cerchio. Nella visione "naturalistica" del passato esso era presente (anche troppo, fino a confiscare ogni interesse): là, l'esercizio della sessualità, poiché sentito e vissuto nel quadro della propagazione, rappresentava per i due una grossa assunzione di rischio sociale. L'incontro tra loro avveniva, spesso disattento, spesso superficiale, certamente: ma in ordine a un terzo. E nella nuova visione "personalistica"?
A forza di dire che una matura sessualità (vera salvezza per l'uomo) esige - ed è verissimo - che l'io venga strappato alla sua solitudine da un "tu", si rischia di esclusivizzare e isterilire in questa dualità di rapporto la sua incalcolabile potenza di crescita personale e sociale. Le occasioni e le spinte a un simile processo riduttivo non mancano. Si pensi a come il nuclearizzarsi delle famiglie, imposto dall'industrializzazione e dall'inurbamento e avvenuto per giunta all'interno di una società dominata dal miraggio del consumo, abbia astutamente utilizzato la seduzione individualistica dell'idillio romantico, "i due cuori e una capanna", dandogli una nuova parvenza di credibilità sociale: con la conseguenza, sembrerebbe, di arricchire la capanna e impoverire i cuori. Ma ritrascrizioni di quell'idillio piuttosto insipido, sono state e sono tuttora possibili a livelli di più alta nobiltà: quante volte ci siamo chiesti, ad esempio, se la concezione del matrimonio come "comunione di amore e di vita" tra i coniugi, tanto bene proposta dal concilio a innovare l'antico concetto istituzionale e tanto cordialmente accolta nella cosiddetta spiritualità coniugale, non sia servita a coprire di apparente dignità la situazione della famiglia-nucleo e la sua mediocre dinamica affettiva, e da questa mistificazione abbia ricevuto una parte del suo credito: dal fatto cioè che si presta a trasferirvi sornionamente prospettive e modalità di amore piccolo-borghesi, troppo suggestive per lasciarsi facilmente sconfiggere. C'è dunque il rischio che anche il discorso sulla sessualità finora condotto, possa fornire una fondazione (o meglio una copertura) culturale a una sorta di comodo egoismo a due: che poi sarebbe il tradimento di una sessualità pienamente umana».[2]

ESIGENZE PER SALVARE L'AMORE E LA PERSONA

Alcuni filoni legati culturalmente al marxismo hanno fatto un'analisi impietosa della famiglia, decretando la sua estinzione per mancanza di presa rivoluzionaria.
Partono da una costatazione abbastanza facile: la famiglia è principio di conservazione. Il suo peso, nei giochi sociali, è tutt'altro che neutrale. E la palla al piede che blocca l'ardore di molti e che frena ogni progetto rivoluzionario.
Le motivazioni addotte non sono poche. Qualcuno parla di «diretta e cromosomica» trasmissione ai figli dello stesso standard sociale in cui erano i genitori. Altri di una pressione di livellamento per costringere a valutazioni sociali, economiche, politiche di intonazione conservativa. Una grossa fetta riprende, con angolature più decise e marcate, alcune delle critiche espresse nella citazione riportata sopra.
Il caldo della famiglia, la sua funzione di «oasi verde», la capacità di sedare i conflitti attraverso i mille comforts di cui è prodiga... permettono di riprendere fiato nel bollore di una società avvertita alienante: il tempo libero consumato in famiglia ristora le forze tanto da permettere la sopravvivenza rassegnata e tranquilla.
In poche parole, l'adeguazione tra famiglia e funzionalità al sistema è perfetta.
Qualche volta, alcune correnti psicanaliste non sono meno impietose. La famiglia è letta come il luogo dove è possibile consumare uno «spazio affettivo».
Nella nostra società il consumo dello spazio affettivo tende a diventare un fine: l'affettività per l'affettività. E così la famiglia diventa un nuovo «grembo materno» all'interno del quale ritrovare pace e sicurezza. Una sicurezza evidentemente alienante perché maturata in determinazioni estrinseche. Bombardare la famiglia significa liberare l'uomo insicuro da possibilità alienanti, per costringerlo a ricercare la sicurezza dove essa poggia con stabilità.
In poche battute abbiamo liquidato problemi enormi. Il genericismo e l'imprecisione sono quindi all'ordine del giorno.
Abbiamo accennato ad alcune problematiche in corso perché molti giovani vi si riconoscono, anche se spesso solo istintivamente.
Una serie di sbocchi negativi (si pensi, per esempio, alle «comuni» o alla riduzione della sessualità al solo fatto genitale o a grossi filoni dell'erotismo dilagante...) sono frutto, talvolta mal digerito, di simili suggestioni; ma anche molte riscoperte interessanti hanno la loro radice immedita proprio qui.
Non basta ignorare il problema, per averlo risolto. O cancellare con un colpo di spugna tutto quello che non quadra con la nostra costituzione mentale. Un progetto di famiglia che voglia essere credibile, dovrà tener conto dei brandelli di innegabile verità presenti, qui come dovunque, e ripensare, con una connotazione di concretezza storica, la perennità di cui è carico.
E abbastanza facile intuire che è messa sotto accusa una concezione «borghese», chiusa e disimpegnata, di famiglia. La famiglia «cristiana» è tutt'altra.
Purtroppo, per molte e differenti cause, varie famiglie cristiane ne hanno talmente assimilato lo spirito da indurre l'identificazione e quindi la contestazione contro una concezione cristiana di famiglia, perché ritenuta di estrazione borghese.
Molte istanze che ci provengono dalle sponde sopra ricordate sono decisamente vere.
Sono legate all'identità dell'uomo e del cristiano. Sono profondamente significate nel progetto «salvato» di matrimonio. Spesso però la contestazione accesa ci aiuta a riscoprire dimensioni della perenne verità che l'enfasi portata su altri aspetti aveva fatto passare in second'ordine.

Una famiglia per la realizzazione della persona

La verità dell'amore porta ad allargare la propria responsabilità a tutti gli uomini, in un processo a cerchi concentrici.
L'impegno di responsabilità personale non scade di validità con il cambio dello stato giuridico: il giovane non ha maggiori chances dello sposato, solo perché ha più tempo libero. L'amore, intristito in un rapporto io-tu che sfuoca od elimina tutti gli altri uomini, è un amore che tradisce l'identità cristiana e la maturità umana.
L'amore è un dono per un impegno più grande. Scoprire l'altro, nell'estasi della famiglia, costringe a raffinare tanto la propria sensibilità di rapporto con gli altri, da avvertire una maggiorazione di responsabilità. In questo servizio a cerchi concentrici, il rapporto d'amore diventa fecondo in pienezza, proprio perché si apre ad una fecondità a più vasto raggio.
La famiglia è fattore di maturazione della coppia nei termini in cui ciascuno vive in totalità l'oblatività del proprio amore. Il «luogo» privilegiato è evidentemente la persona con cui si condivide strettamente la vita, i figli che sono il segno tangibile di una più vasta fecondità. Nell'estensione la necessaria personalizzazione diventa più autentica, come, per reciproco, un amore per vocazione «universale» (come è l'amore verginale del celibato) è autentico solo quando si personalizza.
Un amore matrimoniale, chiuso e timoroso, che non sa abbracciare in una disponibilità di servizio tutti gli uomini, che non si consolida nel turbine di un quotidiano più vasto delle quattro mura di casa, è un amore che non matura la persona. La intristisce in un gretto egoismo, gratificando in piccoli ideali, borghesi e consumistici, l'alienazione che produce.
Alla base di tutto questo discorso c'è una definizione di persona. L'accettazione dei conflitti all'interno di sé, alla ricerca di una sicurezza che è più avanti di ogni conquista, rientra tra gli elementi qualificanti la maturità di un «cristiano».
La gratificazione che può nascere da una famiglia «chiusa» (lontana cioè dalla mischia della storia) ha la forza di sedare i conflitti, spingendo ad eliminare uno dei due poli. Le tensioni, le crisi, le attese dell'esterno (si pensi, tanto per fare un esempio concreto e quotidiano, al peso della famiglia nell'esercizio dello sciopero...) vengono lasciate fuori di casa, per la paura di perdere la gratificazione che la famiglia può dare. E il gioco è reciproco.
Ma così, la persona non matura, perché va lentamente sfuocando la coscienza del suo irrinunciabile rapporto sociale o, meglio, si rapporta con il sociale in termini tali da poter continuare a fruire indisturbata della gratificazione che gli proviene da una famiglia chiusa ad ogni dimensione esterna.

Una famiglia per portare avanti la Pasqua di liberazione

L'impegno di portare avanti, in laboriosa speranza, la pasqua di liberazione di Cristo, il passaggio di tutte le cose «da morte a vita» fino alla resurrezione finale, non è l'utopia riservata al tempo libero giovanile. Il cristiano e la comunità cristiana sanno di essere provocati a questo preciso impegno dalla loro identità e vocazione.
La realizzazione della liberazione totale non coincide con tutto ciò che generalmente passa sotto il nome di «impegno politico». Ma neppure è riducibile alle sole dimensioni interiori e spirituali. Anche le strutture sono segnate dal peccato. E hanno bisogno di essere liberate, per creare spazio alla liberazione dell'uomo. L'impegno politico è quindi parte necessaria, anche se insufficiente, di ogni serio progetto di liberazione, alla luce e nel mistero della pasqua di Cristo.
L'affermazione rimbalza di getto sulla famiglia. La famiglia che non avverta una vocazione «politica», che non sia cioè «aperta» al conflitto per la liberazione con impegni concreti, tocca solo di striscio il mistero della sua adesione alla morte e risurrezione di Cristo.
Rendere concreta l'affermazione comporta il pullulare di mille problemi. Rimbalzano di colpo le critiche che provengono dalle sponde marxiste. Di fatto la famiglia è spesso strumento di conservazione invece di essere per la liberazione; sana i conflitti rimuovendoli con la consumazione dello spazio affettivo; lega e tarpa i progetti impegnati, tacitando poi le coscienze con i valori che potrebbero essere messi in gioco in un impegno troppo aperto.

Per capire, leggiamo l'esperienza di gruppo

La dinamica di gruppo ci viene in aiuto per comprendere, nel profondo, i fatti che stiamo descrivendo a battute.
Ci sono gruppi che non riescono ad aprirsi, che non sanno accettare i sommovimenti che ogni matura interazione con l'esterno comporta, che non vogliono diventare reale strumento di liberazione, assumendo il quotidiano come materia da macinare all'interno.
Generalmente sono minacciati da due gravi rischi: la chiusura e l'involuzione; quindi, in un caso e nell'altro, sono in serio pericolo di morte, anche se apparentemente le cose sembrano filar bene.
La pressione dell'esterno rimbalza all'interno del gruppo: non ci si può difendere solo ignorandola. Sotto la spinta degli avvenimenti che incalzano, il gruppo tende ad irrigidire le strutture di coesione e a sclerotizzare sempre di più le norme interne. Lentamente si arrocca su posizioni sicure, ma, proprio perché più facili ad essere difese, sempre più chiuse e ristrette.
Un'immagine espressiva di questo stato di crisi: le città medioevali cinte d'assedio. I difensori, quando non riuscivano a spezzare il cerchio, si rifugiavano sempre più verso l'interno, fino alla rocca. La difesa sembrava più facile: eppure la condanna alla capitolazione era più pronta.
La chiusura è una condanna a morte.
Altra tentazione: l'involuzione. Ogni persona appartiene a gruppi diversi, necessariamente: scuola, lavoro, amici... Ogni gruppo induce un proprio modo di vedere le cose, spesso contraddittorio. Nessuno può resistere con conflitti di norme, di «modi di vedere» opposti: si camminerebbe a passi da gigante verso la pazzia.
E necessario mettere ordine tra le proposte diverse. Mettere ordine significa scegliere: non esistono altre serie possibilità.
Nel momento della scelta, nessuno è neutrale. Il gruppo cui si appartiene con maggior intensità, di cui ci si sente membro affermato, gioca la funzione di parametro con cui confrontare le proposte, per discriminare il «buono» da tenere e il «cattivo» da rifiutare. Il gruppo è il luogo psicologico in cui si operano le scelte. Se il gruppo vive in una coesione molto intimistica, tutta protesa ad offrire gratificazione purché ciascuno si impegni a non turbare la calma... se il gruppo è l'«oasi verde» in cui ci si rifugia dal bollore rovente del «fuori»; in una parola se il gruppo è «chiuso», le scelte sono normalmente in prospettiva conservativa. Quindi verso una costante involuzione. L'involuzione è la tassa che si paga per la conservazione. Ma l'involuzione è principio di morte.

Rilanciamo alla famiglia

Abbiamo assunto le categorie dalla dinamica di gruppo, perché più vicine alla nostra quotidiana esperienza.
Rilanciamo tutto il discorso verso la famiglia. Il paragone non è forzato. Non solo la famiglia è una delle modalità primordiali di gruppo, quindi le intuizioni della dinamica di gruppo sono estensibili alla sua vita. Ma, soprattutto, la forza di gratificazione psicologica che tiene in piedi un gruppo non maturo (minato cioè dall'involuzione e dalla sclerosi), ha più forte presa nell'esperienza familiare, per l'intensità con cui sono vissuti i rapporti interpersonali e per la necessaria frequenza di questi scambi. Una famiglia non-aperta è una famiglia votata alla conservazione e alla continua involuzione, per i suoi membri. Quindi lontana, per definizione dalla pasqua di liberazione che è un «far nuove tutte le cose», di giorno in giorno.
L'apertura è la condizione essenziale, in ordine psicologico se si vuole per realizzare la fedeltà alla propria vocazione teologica.
La Parola di Dio rilancia lo stesso discorso nella «strana» dialettica di perdere-salvare: solo chi sa gettare la propria vita ha la certezza di ritrovarla.

«FAMIGLIA APERTA»: CHE SIGNIFICA?

È tempo di precisare nei particolari operativi il senso della nostra scelta. Che significa «famiglia aperta»?
Una definizione di sintesi è abbastanza facile: è aperta la famiglia che matura la persona in uno spazio di profonda libertà, i cui membri vivono un atteggiamento di disponibile servizio e che accetta di essere continuamente confrontata con la vita che pulsa all'esterno, per giocare il proprio ruolo di liberazione.
Abbiamo già detto che si è scritto abbastanza sulla famiglia aperta. Il progetto non è quindi tutto da inventare. Anche perché, grazie alla viva diffusa sensibilità umana e cristiana, le parole sono la trascrizione dei fatti. Molte famiglie sono già un preciso modello di «famiglia aperta»: la veloce rassegna di esperienze, presenti in queste pagine, lo conferma. Troppo facile resta però l'equivoco: il cambio delle parole non connota un reale rinnovamento a livello di fatti.
Per questo, per non slittare nel generico, riprendiamo la definizione per parti.

Verso i figli e verso la propria «storia»

La prima esigenza di apertura è nel rapporto genitori-figli.
Troppo facilmente il rapporto educativo, quando non è vissuto in rispettosa e graduale libertà, diventa manipolante.

Verso i figli

«I primi a cui la famiglia deve veramente aprirsi sono i figli: questa fondamentale apertura è segno espressivo e operativo di ogni altro impegno comunitario.
Nell'educazione dei figli, la famiglia non deve mai barricarsi entro i propri angusti confini. Capita purtroppo che le famiglie siano talora così soffocanti e inibitorie, da non permettere ai figli quasi neppure di sospettare quanto vasto mondo li circonda. Molti possono essere esemplarmente impegnati nel campo sociale e ecclesiale, a patto però di uscire fuori dalle mura di casa: appena vi rientrano devono invece umiliare le loro dimensioni e le loro aperture interiori, per adattarsi a respirare solo l'aria meschina dei piccoli interessi della loro convivenza domestica. Sembra che a molti non sia concesso di essere magnanimi se non quando dimenticano di essere membri di una famiglia.
Una comunità familiare «aperta» vuole uno scambio molto articolato tra genitori e figli, non soltanto nella direzione che va dai primi ai secondi. I genitori debbono anche stimolare e accogliere l'azione educativa che i figli a loro volta esercitano sui genitori stessi. Solo in questo modo la famiglia si rinnova (e perciò non muore come comunità) attraverso un processo di «concrescita» tra genitori e figli ove i distinti apporti si integrano reciprocamente. Quante idee nuove, quanti stimoli, quanti problemi, quanti dibattiti e fermenti i figli possono recare ai loro genitori rinnovandone la mentalità e le dimensioni di vita!
La famiglia, allora, diventa il frutto di un'azione comune tra genitori e figli: e si capisce con quanta verità i figli possano dire di non essersi soltanto «trovati» in una famiglia, ma di averla essi stessi costruita così e in certo senso di averla scelta».[3]

Verso il passato

Una seconda dimensione di apertura educativa è quella spinta verso la «propria storia». Il discorso è vastissimo. Lo risolviamo con poche battute perché rientra in una delle istanze già tante volte sottolineate.
Nessuno di noi può vivere separato, reciso, dal suo passato. Da quello estremamente prossimo dato dai propri genitori e dalla famiglia di origine, soprattutto; e da quello più lontano ma non meno incidente della «cultura» del proprio ambiente. La capacità di guardare in avanti è legata a doppia mandata allo sguardo critico verso il passato.
I valori ereditati non possono, evidentemente, essere trapiantati di peso nella nuova situazione. Vanno reinterpretati, per diventare significativi. Ma sono e permangono, comunque, valori: altrimenti non si potrebbe parlare di «reinterpretazione».
Colui che pensa di partire da zero diventa troppo spesso un desposta nei confronti degli altri: quanto ha faticosamente maturato, in una dialettica di prova ed errore (in cui gli errori abbondano, grazie alla... solitudine nella ricerca), diventa principio di oppressione nei confronti degli altri.
La capacità, invece, di prendere le distanze da ogni esperienza, per guidare verso un progetto futuro che trascende radicalmente ogni vissuto, è intimamente legata alla conoscenza amorosa della propria storia.

Gli impegni

Il matrimonio non può segnare il termine degli impegni. Il binomio «famiglia-lavoro» non è indice di maturità.
E inutile fare esempi. Anche perché crediamo che il tipo di impegno che uno si assume dipenda da due costanti: la disponibilità-vocazione personale e le urgenze presenti nel luogo concreto di azione. Quindi il pluralismo è di casa.
Ci sono compiti per i quali la presenza della persona «sposata» (quindi matura e responsabile, con una percezione realistica delle cose) è indispensabile. Pensiamo ai comitati di quartiere, ai consigli scuola-famiglia e, per stare al terreno esplicitamente ecclesiale, ai consigli pastorali, all'impegno per la formazione dei fidanzati, ad una catechesi specializzata.
Altri compiti sono direttamente legati alla professione, sentita e vissuta non come strumento per recuperare il quanto-basta per vivere, o il sur-plus da consumare, ma come luogo concreto in cui si matura, con qualificazione, il progetto di liberazione.
Due rilievi vanno fatti per rendere concreta la nostra affermazione.

- L'impegno di un membro della famiglia come impegno di tutta la famiglia
Stiamo parlando di famiglia «aperta» e non di aperture di un membro o dell'altro.
Facilmente non tutti potranno assumersi grossi impegni: le necessità della casa legano la mamma alle quattro mura. Chi ha «più tempo» disponibile, lo ha perché si trova le spalle coperte da altri...
Motivi di giustizia e soprattutto la compartecipazione gioiosa a tutti di tutto, chiedono di mettere in comune progetti e responsabilità.
Le decisioni maturate assieme - in un missaggio in cui l'utopia del figlio si stempera nella lunga esperienza dell'anziano, la sensibilità femminile ingentilisce la dura rigidità di chi è nella mischia - permettono davvero il cammino in avanti del servizio.

- Gradi di realizzazione
Stiamo facendo dei discorsi in astratto. Spesso la voglia di impegnarsi frana sotto l'incalzare delle preoccupazioni e dei «condizionamenti» legati alla stessa natura familiare (i figli piccoli costringono la mamma ad un duro lavoro domestico...). Non vogliamo prospettare un modello che sia attingibile solo a ceti benestanti, quando la baby-sitter può sostituire la madre nei lavori domestici...
Il progetto è concreto quando assume modalità. C'è uno spirito che non è legato da alcun condizionamento: la tensione verso «il rimbalzo all'interno» di tutte le preoccupazioni della vita, il modo di progettare l'educazione dei figli... E ci sono cose che si possono fare solo con alcune condizioni.
L'assunzione di impegni, magari a livello di coppia, sarà un punto d'arrivo possibile dopo un certo assestamento strutturale, se è stato vissuto come desiderio anche quando era fisicamente impossibile.
Non vogliamo entrare nei dettagli operativi e quindi non intendiamo esprimere nessun giudizio di valutazione nei confronti di grossi fatti sociali, come, per esempio, il lavoro della donna e gli sviluppi che questo fatto produce nell'ambito familiare. Ci basta aver sottolineato il fatto anche per evitare di scivolare verso una proposta che sia adeguata solo ad una piccola fetta di famiglie «fortunate», la cui disponibilità all'impegno coincide con una più remota disponibilità economica...
Abbiamo toccato il nodo cruciale della questione e, purtroppo, l'abbiamo fatto in termini astratti. Ci sarebbe da ricominciare da capo, per indicare in concreto «quali impegni» e con «quali modalità». Ma è complicato... perché si corre il rischio di inscatolare in battute precostituite la spontanea creatività di ogni persona. In questa monografia esistono le trascrizioni di molte esperienze. Sono, con lo studio teorico, la presentazione del «nostro» modello di famiglia. Rimandiamo quindi a quelle pagine il lettore giustamente preoccupato di saperne di più.

La famiglia, crogiuolo delle tensioni

La dimensione più vera dell'apertura cui la famiglia è chiamata non sta nelle cose che fa, ma in ciò che essa è.
Una serie di impegni non fanno la famiglia aperta. Qualche volta possono diventare la fuga in avanti, uno sfogo a frustrazioni di altra natura. Ciò che caratterizza l'apertura della famiglia è, per noi, il coraggio che essa ha di situarsi nel cuore dei conflitti che corrono nel tessuto sociale.
La famiglia è aperta nei termini in cui è inserita nella storia, se il suo corpo quotidiano sono le «cose» che fanno le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di tutti i giorni.
La vita entra con irruenza in casa. Lì è macerata, in uno sforzo di comprensione profonda, reinterpretata alla luce della Parola di salvezza. La comprensione piena porta all'impegno. Al «che cosa possiamo farci, noi-qui-ora?». Le risposte sono tante, proprio perché dipendono da tante circostanze.
Questo confronto con la storia diventa lo spazio dell'educazione reciproca. Ciascuno, in famiglia, è chiamato ad offrire materiale su cui confrontarsi, sapendo cogliere la realtà secondo l'angolo prospettivo caratteristico della sua sensibilità.
Ciascuno collabora a interpretare la realtà, con il contributo del proprio carisma personale e della propria fede. Ciascuno si assume quella parte di responsabilità che è in grado di gestire.
La corresponsabilità diventa comunione: fra tutti, i figli compresi; per non coinvolgerli in scelte motivate dai genitori come se fossero degli oggetti che si spostano di luogo solo in base alle esigenze esterne.
La faticosa ricerca di valori in cui tutti i membri si riconoscano (quale progetto di vita? come rapportarsi con il denaro, la carriera, il successo? quale immagine di cristiano costruire? quale società? la professione, perché?...) crea una comunione molto intensa e profonda. Tale che nessuna dispersione di attività può infrangere e nessuno scossone alternativo può turbare.
Le pagine sulla vita di coppia, nate dalla sofferta esperienza quotidiana, danno una mano per capirci di più, in questo groviglio complicato che e la famiglia aperta.

La famiglia nella comunità ecclesiale

Il discorso sulle caratteristiche della famiglia aperta termina con il preciso riferimento ecclesiale, a due titoli diversi.
La buona volontà passa attraverso la scelta degli strumenti adeguati per tradurla in pratica. Se con «i buoni propositi» non si progettano anche «i mezzi per metterli in pratica», i primi resteranno sempre nella sfera dei possibili...
E abbastanza facile costatare che creare una famiglia «aperta» significa andar contro corrente. Quindi mettere in cantiere qualcosa di «difficile», di duro.
Solo «in tanti» si resiste alla pressione verso il conformismo. Solo se l'impegno è commisurato ad un progetto di reale interazione con altre famiglie, animate dalla stessa «buona volontà», i sogni non franeranno alla prima occasione.
Non rientra nei nostri progetti privilegiare un'istanza a scapito di altre; ma questa sottolineata di «essere in tanti», quando si cerca di portare avanti un progetto spesso alternativo, ci pare davvero capitale. Sono troppi i giovani partiti sparati e poi scomparsi dalla circolazione dei vari impegni, dopo i primi mesi di matrimonio. Da soli non hanno retto l'urto. C'è una esigenza di «chiesa» (di comunione più vasta di quella familiare) ed una di «sostegno» (del gruppo come appoggio, anche a questo livello) da salvare. Insistiamo con queste urgenze per coerenza con una scelta in cui ci riconosciamo: la «buona volontà» diventa seria quando chiama in causa la ricerca dei mezzi adeguati per concretizzarsi.
Non entriamo nei particolari: sono noti i diversi movimenti di spiritualità familiare tesi, grosso modo, verso questa meta.
Un secondo motivo vogliamo sottolineare.
La chiesa passa attraverso un'esperienza ma nello stesso tempo la trascende perché è l'adesione ad un progetto di salvezza universale.
La famiglia è «chiesa» se vive la propria vita interna secondo prospettive ecclesiali e, nello stesso tempo, se è aperta ad una comunione ecclesiale sempre più ampia, fino alla coscienza dell'universalità.
Allargare il proprio ambito, in una convergenza dinamica sui valori che fanno la chiesa, è fatto essenziale per la verità della propria identità ecclesiale. Cercare il proprio posto nella comunità ecclesiale - in un servizio, in una esperienza, in una offerta di disponibilità - significa mettere in cantiere gli strumenti per rimanere «aperta». Ma soprattutto realizzare la condizione indispensabile della propria effettiva ecclesialità.

ALLA RADICE DI TUTTO: L'AMORE COLTIVATO

Abbiamo sottolineato a fondo l'impegno all'apertura come momento di maturazione interpersonale, come spazio di crescita della famiglia.
Il discorso è parziale, se non è inserito nel contesto più ampio della ricerca di momenti di «intimità», di tranquillità familiare.
C'è una alienazione che proviene dall'assenza di apertura. E di questo si è parlato molto.
Ma c'è un'alienazione opposta: la apertura non bilanciata fagocita la famiglia, la riduce ad un albergo di gente frettolosa. Ancora una volta è questione di contrappeso di valori e di ricerca di un equilibrio dinamico tra momenti opposti e complementari.
Le parole sono pesate. Non crediamo ai calendari che prevedano con fissismo i tempi per una cosa e per l'altra. Crediamo invece più intensamente alla ricerca di un sano dosaggio di «interno-esterno», di azione-riflessione per la reciproca verità (per tornare al linguaggio legato ai problemi dei gruppi giovanili) e al contrappeso dei momenti opposti quando le esigenze hanno imposto un accento particolare.
L'amore è vero e maturante se è vissuto in donazione. Ed è possibile vivere in donazione solo se si coltiva con intensità l'amore. Le due dimensioni si richiamano, fino al punto che privilegiare un aspetto significa, in ultima analisi, non solo perdere l'opposto ma snaturare intrinsecamente anche quello coltivato.
Una famiglia non aperta non è una famiglia in cui circola intenso amore, se per amore non intendiamo una gretta consumazione affettiva. E, per converso, una famiglia non è matura in rapporto all'intensità di apertura. La coppia priva di momenti di intimità, di tranquillità, di «silenzio-per-noi», di preghiera e contemplazione, potrà gestire mille attività, eppure intristisce come famiglia e lentamente brucia alla radice ciò che fa.
Non approfondiamo ulteriormente il discorso.
Era necessario affermarne l'urgenza. Ritorneremo sull'argomento, con un intervento specifico.

NOTE

[1] Ne ha parlato in La famiglia si fa aprendosi, in La Rocca, 15 maggio 1969,. 15, e poi in Il matrimonio, Suggerimenti di morale cristiana, Roma 1970, 38-50; più recentemente nell'articolo Matrimonio e comunità, in Servitium 5 (1971), 413-428 e nella conferenza Riflessioni sul matrimonio, poligrafata dalle Équipes Notre-Dame, Roma 1971.
[2] A. VALSECCHI, Nuove vie dell'etica sessuale, Queriniana, 1972, pag. 54-56.
[3] Enciclopedia della famiglia, Il matrimonio, Sales 1970, pag. 41-42.