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Abbiamo deciso di lavorare per la «liberazione»: che facciamo?


B. Bartolini - R. Tonelli

(NPG 1973-03-40)

 

Molti gruppi giovanili sono, ogni giorno, alle prese con il grosso nodo pratico: che facciamo?
È una domanda «intelligente», perché significa un sacco di cose «intelligenti». Significa aver scoperto che non si può stare tutto il tempo a parlare, a costruire castelli per aria sull'onda di analisi interminabili; che, in una parola, non è serio restare con le mani in mano.
Ma nello stesso tempo, l'interrogativo connota il desiderio, almeno recondito, di non buttarsi allo sbaraglio, nella prima avventura che capita a tiro.
L'interrogativo inoltre apre ad una scelta a monte di tutto: l'attività per il gruppo (e quindi una sola attività, tale che faccia, presto e bene, «coesione» nel gruppo) o il gruppo per le attività?
I discorsi sulla liberazione rilanciano i problemi di sempre: azione per l'uomo concreto qui-ora o azione sulle strutture? Terzo Mondo di casa propria o Terzo Mondo lontano?
Le pagine che seguono tentano una risposta a tutte queste istanze.
La «proposta» può essere ribaltata in una prospettiva complementare. «Liberazione»: un gran progetto. Concretamente, che significa?
Che cosa fare, per rispondere, con un impegno personale o di gruppo, al «dono» della liberazione? Come tradurre nella realtà di tutti i giorni l'anelito a «far nuove tutte le cose» per cui Cristo è morto e risorto?
A questo livello, una proposta sintonizzata sulla lunghezza d'onda dei gruppi giovanili ecclesiali, può diventare significativa, con un briciolo di adattamento, a chiunque senta l'impulso di giocare la propria identità umana e cristiana in un progetto di liberazione.

 

VERSO UNA COESIONE FATTA SUI VALORI

Concretamente, che si fa?

Moltissimi gruppi giovanili avvertono l'urgenza di impegnarsi per la liberazione dell'uomo. Ma non sanno dove sbattere la testa. Quando si siedono attorno ad un tavolo per programmare qualcosa, la fantasia si grippa e i progetti sfumano.
La forte sensibilità acquisita proibisce di imbarcarsi per la prima strada aperta. Si avverte chiaramente che non è più sufficiente raccogliere carta... per dare una mano al Terzo Mondo. La coscienza della radicalità dei problemi e la percezione dei contenuti teorici di un processo di liberazione chiedono qualcosa di più. Ma, che cosa?
Il problema è serio. Perché la mancanza di obiettivi riconosciuti validi all'unanimità, è il principio della morte di molti gruppi. E perché la tentazione di rivestire con parole grosse realtà stantie, è il fantasma di cui tutti i gruppi vivi hanno terribile paura.
Ad interrogativi seri, risposte serie: la correlazione è immediata. Certo, non è facile: anche questa nostra proposta non può che essere generica.

Diamo un nome alle stato di crisi

Prima di procedere, sembra opportuno tentare di dare un nome più preciso agli interrogativi che martellano l'esperienza dei gruppi in crisi per mancanza di attività.
- Abbiamo parlato di crisi di obiettivi: la mancanza di fantasia sufficiente a programmare qualcosa di serio. Sotto sotto, si nasconde qualcos'altro.
Sono tante le cose da fare: è possibile non riuscire a scoprirne una adatta? Di fatto è possibile. Perché? Non ci si guarda attorno a sufficienza. O si è vittime del circolo vizioso «prima la formazione e poi l'azione»: gli interventi possibili sarebbero tanti... ma non siamo ancora sufficientemente pronti per imbarcarci in un'impresa del genere. Quindi cerchiamo di prepararci. Intanto... aspettiamo, non facendo nulla, in una attesa che dura secoli.
Ecco la prima chiarificazione: i gruppi sono in crisi perché non hanno occhi abbastanza acuminati per guardarsi d'attorno o perché hanno paura di tentare la qualificazione partendo dall'azione.
- Il secondo motivo di crisi è abbastanza prossimo al primo, anche se con sfumature esterne diverse.
Quando il gruppo è catturato da un desiderio di coesione a carattere intimistico e chiuso (i rapporti primari sono l'unica sorgente di coesione per il gruppo), nel suo sottobosco serpeggia una paura inconsapevole: guai a programmare attività diverse, c'è il pericolo di perdere l'unità di gruppo. Meglio non far nulla che fare cose diverse: almeno c'è l'alibi di star cercando qualcosa da fare. E, nel frattempo, ci si crogiuola al caldo di una coesione da consumo.
È estremamente difficile trovare «quella» attività che sia congeniale a tutti i membri del gruppo (difficile e pericoloso: dove va il pluralismo dei servizi e l'attività proporzionata al carisma personale?). Quindi si dedica il tempo a cercare. E nella attesa, permane la posizione di stallo.
La strada da battere è tutt'altra: pluralismo di attività ma convergenza decisa verso un centro-valore che dia significato all'insieme delle cose che il gruppo gestisce. Unità non sull'uniformità, ma nella convergenza dialettica dei valori.
Ma ci ritorneremo.
Intanto ecco il secondo «perché» della crisi: la paura di sbriciolare il gruppo in tante attività diverse.
- La medaglia ha, come sempre, il suo rovescio. Il gruppo è in crisi perché le molte attività gestite non sono ricondotte all'unità, attraverso una verifica costante sul «modo» con cui le attività sono vissute. Il gruppo ha un'anima tutta protesa verso l'impegno di liberazione. Fa tante cose.
Ma molte di esse sono vissute in una forma così superficiale e affrettata, che di «liberazione» non ne hanno neppure l'ombra.
Si fanno grandi cose, ma con un metodo che è tutto sulla strada della alienazione. Difficilmente il gruppo si rende conto, come gruppo (come insieme sociale diverso dalla somma degli individui che lo compongono), che le cose non vanno per «questo» preciso motivo. A spanne avverte che qualcosa non va. Il perché vero sfugge alla presa normale della esperienza. Quindi entra in crisi, essendo in crisi la sua identità. La voce di qualche membro, più sensibile degli altri, potrebbe rischiarare il conflitto. Ma generalmente è tacitato per quell'innato principio di sopravvivenza in cui il gruppo si dibatte.
In sintesi, la crisi di taluni gruppi impegnati politicamente solo a parole, sta nel «modo» con cui le attività sono vissute: manca il raccordo reale tra il progetto di liberazione in cui il gruppo si riconosce e la pratica attuazione del progetto nei momenti delle attività. Il gruppo soffre la malattia della retoricità.
- Un ultimo motivo di crisi può essere scoperto nella assolutizzazione della propria esperienza. A ciò il gruppo è spinto dalla spirale involvente di quella che la dinamica di gruppo chiama «pressione di conformità» (si vedano le pag. 47-71 di «La vita dei gruppi ecclesiali», LDC, Torino-Leumann 1972).
Ciò che qui-ora il gruppo fa, diventa principio di verifica del «resto del mondo». Si noti: non la motivazione (potrebbe essere parametro sufficiente proprio perché universale), ma l'azione nuda e cruda (mai criterio di verifica, perché necessariamente particolare, in quanto storica).
E allora piovono le scomuniche da gruppo a gruppo. «Chi non fa quello che noi facciamo...». La pressione di conformità ha spinto a creare coincidenza tra azione e progetto, per cui solo «quella» determinata azione è principio sufficiente di liberazione.
La liberazione dell'uomo non può essere un'attività opzionale: tutti debbono impegnarsi. Non scegliere di lavorare per la liberazione significa decidere di lavorare contro.
Il sillogismo si conclude: quindi chi non fa quanto noi facciamo... è dalla parte degli oppressori da eliminare.
La crisi sta ancora una volta nella mancanza di raccordo esplicito tra attività e progetto: il raffronto con gli altri gruppi non corre sul filo del progetto ma della sola attività.

C'è un rimedio?

Se le cose stanno così, c'è un rimedio allo stato di crisi?
Evidentemente sì, almeno a livello teorico. Un rimedio che cura con un sol gesto i due mali: la mancanza di attività in cui buttare le proprie energie e la mancanza di collegamento tra attività e progetto di gruppo.
Basta rileggere con una diversa chiave di interpretazione le pagine che precedono, per rendersi conto della terapia da prescrivere a simili gruppi.
Prima di tutto è necessario convogliare lo spontaneo attivismo del gruppo verso la ricerca di una identità condivisa.
Ogni gruppo deve rompersi la testa per scoprire quella che in termini tecnici è stata altrove chiamata la propria «identità» (chi siamo) e la propria «funzionalità» (che cosa siamo chiamati a fare). Sono due parole, magari un po' complicate a prima vista, che nascondono una realtà enormemente seria e impegnativa.
Lentamente e faticosamente il gruppo è chiamato a costruirsi una propria visione delle cose, una sua ideologia, un suo modo condiviso di rapportarsi con il quotidiano. A questo livello nasce una coesione ben più profonda e stimolante di quella costruita attorno ai soli rapporti primari.
Gli urti e gli scossoni non mancheranno.
Se il gruppo sa conservarsi vivo e aperto, saranno violenti, perché la sclerosi, ammantata di «pace» e di ordine, è immanente, mentre, al contrario, nessuna ideologia può diventare cristallizzata se vuole continuare ad essere di servizio.
Da questa identità fluiscono le varie attività. Molte e pluraliste, perché congeniali al carisma dei singoli o dei sottogruppi; e contemporaneamente «risposta» alle attese del luogo, della «chiesa locale» di cui il gruppo e parte.
Impegnare per la liberazione è offrire uno sbocco alla sopravvivenza matura del gruppo. La «liberazione» ha in sé i requisiti sufficienti per diventare il «progetto» che definisce l'identità del gruppo.
Perché la liberazione... e non per esempio l'animazione dei preadolescenti?
La liberazione è vivibile secondo due dimensioni:

- Come valore totalizzante
La scelta di impegnarsi per la liberazione è valore centrale, totalizzante: prende la vita, fino alle ultime pieghe. E non può che essere così.
Una vita non può essere buttata se non per un «fatto» che ad essa dia significato globale. Le mezze misure e le scelte a tempo parziale creano i disintegrati e i falliti.
L'impegno per la liberazione non è una delle tante cose che possono essere compiute durante una giornata. O è il perno di tutte le scelte e di tutti i gesti. O è una scelta falsa e alienante. Uno specchietto per tacitare la coscienza.
Il proprio essere cristiani, la propria «vocazione» alla fede si inserisce a questa dimensione, creando uno spazio nuovo alla identità umana, al progetto di sé che ciascuno si é costruito. L'identità cristiana innerva l'identità umana. Nella sintesi nasce un unico totalizzante progetto di sé. Questo a livello personale e a livello di gruppo.

- Come valore che permetta il pluralismo nell'unità
Il valore totalizzante della liberazione deve essere concretizzato in precise scelte operative, pena la sua insignificanza.
L'unico progetto di sé viene vissuto con modalità diverse, momento per momento. I singoli gesti quotidiani incarnano, specificano, differenziano il proprio progetto globale.
A queste condizioni la persona e il gruppo sono maturi.
I singoli progetti concreti con cui si realizza la scelta-progetto di fondo devono rispondere però ad alcuni precisi requisiti:
* La vocazione globale alla liberazione si concretizza in scelte, legate alla capacità-carisma personale e alle urgenze provenienti dal «luogo» di azione.
* Ogni scelta-vocazione dovrà conservare il continuo riferimento al valore globale, creando una effettiva unità anche nel pluralismo di gesti. In concreto:
- il valore «liberazione» dà il significato;
- la scelta (doposcuola, quartiere, preadolescenti, anziani...) lo incarna e lo concretizza.

IL CAMPO D'INTERVENTO: «TERZO MONDO» QUI O LÀ?

La scelta di lavorare per la liberazione si scontra spesso con un altro grosso nodo: dove lavorare? Strutture o persone? È meglio progettare interventi a livello strutturale, in casa propria, anche per la liberazione del Terzo Mondo? Oppure è meglio «partire» veramente per il Terzo Mondo, per un servizio che, se non toglie le cause della fame e dell'oppressione, dà una mano a chi ne soffre gli effetti? Non è necessario moltiplicare gli interrogativi, anche perché ogni gruppo vivo se ne pone a dismisura.
Qualche volta le soluzioni condivise diventano nuovi assoluti, tanto da lanciare scomuniche a tutti coloro che progettano interventi su altre sponde ideologiche.
Non vogliamo, di certo, risolvere il dilemma.
Ci pare utile, però, avanzare qualche proposta con cui confrontarsi. Il tema coinvolge una problematica molto vasta, su cui la rivista ha spesso insistito. Per questo, il lettore affezionato troverà tra le righe molte cose risapute.

La situazione come appello

Molte volte abbiamo affermato: i fatti muovono all'azione. Bisogna sbattere la testa contro i fatti per decidere a rimboccarsi le maniche.
La presa di coscienza di un fatto può provocare però varie reazioni: il sentimento ci fa commuovere, una commozione che può restare epidermica ed essere momentanea.
L'intelligenza vuol comprendere, è spinta perciò a ricercarne le cause (sociali, storiche, politiche, individuali) e a fare progetti di soluzione. La volontà è chiamata all'impegno, all'azione.
Della situazione si può fare una lettura puramente umana e una lettura di fede: può stimolare la coscienza morale e la coscienza cristiana.
Di fronte alla sofferenza e all'ingiustizia una coscienza sana sente la responsabilità di intervenire in nome dell'uomo.
Il credente inserisce questa «risposta» naturale in un contesto di fede. Le esigenze concrete del prossimo sono per lui «Parola di Dio» che lo chiama a collaborare con lui alla salvezza «totale» dei fratelli ad essere «segno» concreto del suo amore per loro. Il credente vede in ogni uomo, specie sofferente, il volto di Cristo. L'amore concreto per l'uomo è per lui la verifica dell'autenticità dell'amore di Dio.
Vedere e non intervenire è diventare «complici» dell'ingiustizia. O complici o ribelli: non c'è via di mezzo!

Politica del samaritano e impegno politico

La coscienza morale e la coscienza religiosa muovono ad intervenire. Ma come? Non basta intervenire comunque, non basta la buona volontà, non basta «fare qualcosa». L'amore dell'uomo esige che l'intervento sia un reale servizio e non un palliativo.
Sono ormai note a tutti le critiche che vengono fatte ai gruppi che Si impegnano nel Terzo Mondo facendo piccole realizzazioni. Ma sono giuste? È vero che l'amore al prossimo è o amore politico o non è amore; che non si risolve una situazione particolare di ingiustizia senza toccare il contesto globale, che senza cambiamento di strutture non Si ha la liberazione dell'uomo. E perciò è vero e giusto che ci si impegni in vari modi a livello strutturale e politico.
Ma è anche vero che l'amore all'uomo che soffre «ora» e che non può aspettare, spinge ad intervenire «subito», concretamente. L'essenziale è che questo intervento non sia fatto in modo paternalistico ed alienante. Se c'è posto per un'azione politica, nel senso specifico del termine, c e anche posto per la politica del Samaritano che scende da cavallo ed interviene subito prima di organizzare uno stato in cui l'uomo non possa derubare e ammazzare un altro uomo. E non è detto che questo tipo d'intervento non sia a suo modo «politico».

La scelta degli ultimi

Molte volte i rapporti fra le persone sono governati dalla legge del più forte. La dinamica sociale è una dinamica «ascendente» in cui ognuno cerca di scavalcare gli altri, di essere superiore agli altri, di dominare gli altri, di arricchirsi a spese degli altri. Sotto il levigato termine scientifico di «mobilità verticale» si nasconde spesso un egoismo spietato.
Frutto di questa dinamica è la stratificazione sociale, la distinzione fra classe dominante e classe subordinata. Nella scala sociale ci sono i primi e ci sono gli ultimi.
Anche la dinamica tra i popoli e le nazioni è una dinamica di forza: l'imperialismo è una realtà. Ci sono popoli interi che sono «ultimi» nella scala internazionale. Popoli sfruttati da altri popoli; popoli ricchi che diventano sempre più ricchi e popoli poveri che diventano sempre più poveri.
Molti, e specialmente i giovani, avvertono l'esigenza di capovolgere questa logica di egoismo e di morte in una logica di amore e di vita. Per attuarla vi sono varie vie: dalla violenza rivoluzionaria alla testimonianza personale e di gruppo. La via da scegliere è determinata dalle circostanze e dalla vocazione di ognuno, rese oggettive nel confronto un progetto etico (evidentemente non vogliamo entrare nei dettagli). È certo che rifiutare di essere «arrampicatori sociali», andare a vivere in mezzo agli ultimi, a lavorare «con loro», a collaborare concretamente con loro per la liberazione dall'ignoranza, dalle malattie, dallo sfruttamento è una scelta possibile, profondamente umana ed evangelica.

Perché scegliere gli ultimi «lontani» e non gli ultimi «vicini»?

Il problema esiste. È vero quello che ripete mons. Camara che il modo principale di aiutare i paesi sottosviluppati è impegnarsi all'interno dei propri paesi, perché non facciano una politica imperialistica. Però c'è spazio anche per una presenza «di persona» nei paesi sottosviluppati. La conoscenza diretta delle persone, l'immergersi nelle situazioni-limite di sottosviluppo, «lavorare insieme» a quelle popolazioni e non solamente mandare fondi, è un mezzo da non trascurare per abbattere steccati, per creare quella coscienza planetaria che sente vivamente l'interdipendenza delle nazioni. E poi oggi lontananza e vicinanza sono concetti relativi.

Un progetto di vita alternato

Scegliere gli ultimi significa scegliere un progetto di vita alternativo a ,quello proposto dalla cultura corrente.
Significa scegliere l'uomo e la sua liberazione e non la carriera, il denaro, l'affermazione di sé sugli altri. Scegliere l'amore e non il potere.
Questa scelta radicale si può tradurre in forme concrete diverse.

Fare le stesse cose con motivazioni diverse

Oggi in alcuni gruppi vivono e lavorano insieme ragazzi che si ispirano a concezioni della vita diverse.
L'azione comune esige valori condivisi fino in fondo. Un gruppo di lavoro con i poveri e per i poveri (con impegni precisi da condurre a termine in un periodo lungo per non tradire la loro fiducia e la loro speranza) non è un gruppo di gente che si mette insieme per divertirsi. Solamente una fede solida e condivisa in certi valori e non un'amicizia giovialona da pacche sulle spalle può essere il principio di unità e di esistenza del gruppo. Ma questi valori, principio d'unità e molla dell'impegno, devono essere «esplicitamente» cristiani?
La risposta astratta non è difficile.
In concreto le cose sono molto più complesse e si aprono varie possibilità: ci può essere un gruppo che fa opera di umanizzazione con motivazioni esplicitamente cristiane, che celebra l'Eucaristia; ad esso possono aderire dei «non credenti» che credono nell'opera che il gruppo conduce avanti. E ci può essere un gruppo che non si rifà a motivazioni cristiane, ma a scopi politici e umanitari a cui possono partecipare dei credenti.
La realtà è così varia che in concreto possono esistere anche altre forme di collaborazione tra credenti e non credenti. Ognuna pone problemi pratici, la cui soluzione va «inventata» caso per caso.

PROPOSTE PER UNA PROGRAMMAZIONE DIVERSA

Rassegna di attività concrete di liberazione

Abbiamo costruito una piattaforma comune: situarsi all'interno di essa significa parlare un linguaggio in cui è possibile intendersi. Per scendere maggiormente al concreto, vogliamo offrire una rassegna di possibili «attività» in cui i gruppi (e i singoli) possono incarnare il progetto di liberazione Lo facciamo in forma induttiva, guardandoci attorno e vagliando le proposte sul mercato dei gruppi giovanili ecclesiali.
Con una scelta di fondo radicale. Ne abbiamo già parlato a conclusione dell'articolo sui gruppi impegnati politicamente (1973/1, pag. 69). «Ci sono mille interventi possibili per realizzare un impegno politico efficace. Per quale optare?
Una risposta non può essere data in astratto. Due sono le componenti che entrano in gioco: la vocazione personale (o l'identità di gruppo) e le urgenze che provengono dalla realtà. Ma all'interno di questi ambiti, l'arco è ancora molto vasto. Ci sembra che un'ulteriore istanza possa fornire nuove discriminanti: il gruppo ecclesiale è chiamato a scegliere tra i tanti possibili interventi quelli che salvano maggiormente la propria ecclesialità. Ci sono gesti che comportano scelte di violenza, che immettono in una spirale a cerchio chiuso. Non sono da scomunicare. Ma forse sono «meno ecclesiali» di altri... È difficile dire in concreto qualcosa di più.
Una maggior chiarificazione può venire dall'esperienza.
Sul mercato ci sono opzioni interessanti: è opportuno almeno confrontarsi con esse.
Molti gruppi ecclesiali hanno scelto il servizio ai piccoli come verifica prioritaria del proprio impegno politico.
Altri gruppi insistono sul lavoro gratuito per i poveri. Altri sulla compartecipazione sofferta e reale alla vita degli oppressi e dei poveri.
Altri preferiscono programmare interventi a favore degli emarginati, gli eterni «ultimi» nella logica del sistema».
Per facilitare l'opera di chiarificazione e il raccordo con il più vasto progetto di liberazione, accanto al titolo offriamo un doppio materiale di lavoro:
* una batteria di «problemi» che la scelta pone (potrebbero fornire l'indice di una serie di incontri a livello di gruppo destinati a comprendere il significato ultimo della scelta);
* e una bibliografia accessibile (generalmente la prima voce indica un sussidio maturato nel nostro contesto culturale, una buona base per un lavoro proficuo e pastoralmente qualificato).

L'animazione cristiana dei preadolescenti

* problemi e prospettive:
- ricerca di un metodo di educazione alla fede per i preadolescenti, tale da poter essere «liberante»;
- prospetto di mete educative e pastorali cui tendere;
- prospetto di un metodo per condurre l'animazione dei preadolescenti (gruppo, temi e contenuti, rapporto tra attività di tempo libero e riflessione,...);
- i responsabili dell' animazione: reperimento, formazione, priorità nel servizio.

* bibliografia:
Note di Pastorale Giovanile, 1971/6-7
Maggi, Per uno sviluppo della socialità nel preadolescente attraverso l esperienza di gruppo, Centro Pastorale Giovanile, Torino (lo studio è riportato anche in «Note di Pastorale Giovanile» 1972 passim)
Catechesi ai preadolescenti: orientamenti metodologici, sussidi e tecniche, LDC 1971
Temi di catechesi ai preadolescenti, LDC 1971
Per una pastorale dei preadolescenti, LDC 1971
Barella, Ragazzi - parrocchia - famiglia, LDC 1969
Saris, Scuola - pastorale - famiglia, LDC 1972.

Il doposcuola

* problemi e prospettive:
- quando il doposcuola (metodo e contenuti) diventa agenzia di liberazione e non di cattura;
- studio del rapporto tra scuola e doposcuola;
- studio del rapporto tra doposcuola ed educazione alla fede;
- il raccordo con le famiglie nel doposcuola: contatti, «rottura» delle proposte che fa la famiglia borghese, la maturazione psicologica dei preadolescenti e la figura paterna;
- il gruppo dei responsabili del doposcuola;
- pericoli di strumentalizzazione dei preadolescenti a sfogo delle ansie politiche dei giovani.

* bibliografia:
Il doposcuola: un servizio dei giovani per i ragazzi, LDC 1972 (cf bibliografia sulla «scuola»).

La scuola

* problemi e prospettive:
- che significa «il quotidiano come luogo teologico per la propria salvezza», nei confronti della scuola
- problemi di identità per un giovane cattolico nella scuola
- rapporto tra scuola-cultura-impegno politico
- la scuola per la vita o la vita come scuola?
- la partecipazione ai momenti in cui si fa la scuola (assemblee, collettivi, manifestazioni...)
- identità cristiana e collaborazione con gruppi di matrice marxista
- il ruolo del gruppo ecclesiale in raccordo con l'impegno nella scuola
- gruppi e movimenti ecclesiali di presenza nella scuola
- rapporto scuola
- mondo del lavoro.

* bibliografia:
Proverbio, Problemi della scuola e della didattica, LDC 1972
Barbagli, Le vestali della classe media, Il Mulino 1970
Barbagli, Scuola, potere e ideologia, Il Mulino 1972
De Bartolomeis, La ricerca come antipedagogia, Feltrinelli 1970
Fachinelli, L'erba voglio, Einaudi 1971
Fadiga, Il sistema scolastico italiano, Il Mulino 1971
Freire, La pedagogia degli oppressi, Mondadori 1971
Illich, Distruggere la scuola, Centro di Documen. Pistoia 1972
Lodi, Il paese sbagliato, Einaudi 1970
Lettera a una professoressa, Fiorentina 1967
Visalberghi, Scuola aperta, La nuova Italia 1967
(Come appare facilmente questa bibliografia tende a creare il «problema» della scuola, per educare ad una certa criticità. Il primo testo prospetta anche progetti risolutori).

Giovani operai e mondo del lavoro

* problemi e prospettive:
- conoscenza del mondo del lavoro e del movimento operaio
- problemi che nascono nella collaborazione tra studenti e operai nel processo di liberazione
- linee per una evangelizzazione del mondo dei giovani operai: chi-come-dove?
- rapporto tra cambio sociale e liberazione da condizioni di alienazione e proposta di salvezza (quale salvezza, per la liberazione totale dell'uomo?) nell'ambiente di lavoro
- scelta preferenziale nella chiesa e testimonianza di povertà e solidarietà
- sindacati e movimento operaio.

* bibliografia:
Note di Pastorale Giovanile, 1972/6-7
(cf bibliografia specializzata).

Quartiere

* problemi e prospettive:
- rapporto tra chiesa locale e comunità locali;
- significato e valore della presenza dei giovani cristiani nel quartiere (come-quale livello-quando)
- impegno politico e soluzione dei problemi locali
- significato delle strutture ecclesiali (parrocchia e centro giovanile): devono ignorare le strutture sociali? fare opera di supplenza? fare da alternativa cattolica? devono «sbaraccare» se stesse per lasciar posto unicamente a strutture sociali?

* bibliografia:
Il quartiere, luogo dell'impegno di liberazione (in preparazione un servizio sulla Rivista che contiene bibliografia specializzata).

Animazione dei gruppi

* problemi e prospettive:
- problemi aperti nella conduzione del gruppo, perché possa veramente essere il luogo di progettazione e di sostegno di un servizio di liberazione
- dinamica di gruppo e servizio alla maturazione della persona
- tecniche di animazione
- formazione di animatori.

* bibliografia:
Tonelli, La vita dei gruppi ecclesiali, LDC 1972
Mucchielli, La dinamica di gruppo, LDC 1969
Pastorale e dinamica di gruppo, LDC 1970
Minguzzi, Problemi di psicologia di gruppo, Cooperativa Libraria Universitaria di Bologna 1970
Olmsted, I gruppi sociali elementari, Il Mulino 1968
Limbos, L'animatore socio-culturale, Armando 1972
Zenetti, I giovani prendono l'iniziativa, LDC 1967
Zenetti, I giovani rinnovano la liturgia, LDC 1972.

Servizio agli emarginati e agli anziani

* problemi e prospettive:
- significato e problemi che pone il servizio agli emarginati sociali
- la «scelta» degli anziani come scelta prioritaria di servizio?
- rapporto tra servizio immediato e impegno politico globale
- servizio e qualificazione professionale
- rapporto tra servizio al terzo mondo locale e al terzo mondo «mondiale».

* bibliografia:
Gli anziani: un problema per i giovani, LDC 1972 (contiene una accurata bibliografia, anche a livello tecnico)
Per i problemi dei disadattati:
Avanzini, L'insuccesso a scuola, Dehoniane 1972
Bertolini, Delinquenza minorile e disadattamento, Armando 1971
Bertolini, Delinquenza e disadattamento minorile: esperienze di rieducazione, Laterza 1964 Canevaro, I ragazzi scomodi. Disadattamento dei ragazzi o della società?, Dehoniana 1970 Bissonier, Ragazzi difficili a scuola di catechismo, LDC 1967
Rouqués, Catechesi e iniziazione cristiana degli insufficienti mentali, LDC 1971
Guglia, Pazzi come li vogliamo, Dehoniane 1971
Zavalloni, Introduzione alla pedagogia speciale, La Scuola 1969
Thevenin, Ho ucciso mio figlio, Borla 1971
Franchini, Delinquenza minorile, Cedam Padova 1961.

Gruppi di impegno sociale

(In ogni città esistono e operano molti gruppi di impegno sociale, per il Terzo Mondo o per il «terzo mondo» locale: è sufficiente guardarsi d'intorno e optare. Ogni gruppo ha un suo modo specifico di rapportarsi con l'impegno sociale. È importante conoscere a fondo l'ideologia del gruppo, prima di dare la propria adesione, per non pretendere poi dal gruppo una risposta alla propria...).
* bibliografia:
A. Valastro, I giovani e i problemi sociali e missionari, LDC 1969 (contiene una rassegna pregevole e documentata dei gruppi e organismi più significativi)
L'impegno politico per il Terzo Mondo, in «Mondo e Missioni», ott. 1972.

Per verificare la propria attività: liberazione o alienazione?

Non è sufficiente impegnarsi per un servizio agli anziani o preoccuparsi per l'animazione dei preadolescenti o scegliere un impegno di doposcuola... per realizzare una effettiva azione di liberazione. C'è un modo di servire gli anziani che è da liberazione ed un altro che, al di là della buona volontà, favorisce il perdurare di stati di alienazione e di oppressione. Ogni gruppo ed ogni persona è chiamata ad un disponibile e coraggioso esame di coscienza per verificare le scelte perseguite.
Liberazione o alienazione?
Per offrire un contributo a questo difficile processo di verifica, trascriviamo una griglia di lavoro. Su questa falsariga possono essere esaminati i progetti concreti presentati nelle pagine precedenti. La griglia è generica, proprio per permettere l'adattamento ai singoli progetti.
1. Analisi di ciò che si fa e delle proposte contenute nei «testi indicati dalla bibliografia, per «comprendere» razionalmente il fenomeno:
- esperienze e attuazioni nel proprio ambiente
- aspetti positivi e aspetti negativi o carenti
- tentativi falliti e relative cause
- reazioni sorte nell'ambiente
- reale e attuale sensibilità al progetto presente nel proprio ambiente.
2. Rassegna delle attese:
- quali sono le attese presenti nel proprio ambiente a proposito del progetto
- che cosa la gente comune si aspetta
- che cosa si aspettano coloro che sono direttamente coinvolti
- che cosa si attendono coloro che non vogliono nessun cambio
- che cosa si attendono realisticamente coloro che, a tutti i livelli, hanno il potere
- che cosa sarebbe opportuno fare per rispondere oggettivamente ai bisogni (elenco di urgenze e relativa priorità e gradualità)
- come reagirebbe l'ambiente in presenza di possibili interventi.
3. Verifica in confronto con un progetto ottimale di liberazione:
- quando e a quali condizioni un'azione è liberante e quando invece non lo è (metodi-contenuti-condizioni)
- condizionamenti presenti in colui che «libera» e in coloro che «devono essere liberati» (la terminologia è chiaramente inadeguata: non c'è soggetto e oggetto, altrimenti non c'è liberazione... ma proselitismo!)
- strutture e istituzioni con cui si dovranno fare i conti
- esplicita prospettiva di fede e di educazione presente nel progetto:
* come è coinvolta la fede
* in quali momenti
* difficoltà per non disintegrare fede e azione
* soluzioni.
4. Costruzione di un progetto realistico e realizzabile
(si tratta di impastare il punto 3 con i punti 1-2, elaborando un progetto concreto e dettagliato, con relativi tempi di scadenza):
- linee di azione
* proposta di cambi a livello personale e a livello istituzionale per rendere possibile la realizzazione
* definizione del ruolo delle attuali istituzioni e metodi concreti per operare le necessarie modifiche
* definizione dei compiti e dei tempi di lavoro
* impostazione di strutture di corresponsabile gestione del lavoro
* urgenze: calendario di priorità
* elaborazione di un testo-sintesi globale con la proposta completa di intervento
- persone coinvolte
* a chi può essere affidata la realizzazione del progetto (direttamente e con
funzione di appoggio)
* a quali condizioni
* come trovare la gente disponibile e come formarla
* gruppo e programmazione dettagliata
* condizionamenti e leadership
- l'ambiente in cui si agisce
* elementi che favoriscono o sfavoriscono spontaneamente la realizzazione del progetto, nell'ambiente
* reazione spontanea e razionalizzata della parrocchia o del centro giovanile
* come portare a conoscenza dell'ambiente le linee di intervento (sensibilizzazione, coscientizzazione, coinvolgimento)
* progettazione ed elaborazione di strumenti di sensibilizzazione (verifica e conoscenza di quelli già esistenti).
5. Il progetto concreto nel piano globale di liberazione (la singola attività all'interno della chiesa locale):
- studio di raccordo tra i gruppi impegnati in un piano di liberazione anche se in progetti-pluralistici
- momenti di verifica globale e progettazione specifica
- contributo per evitare l'integrismo attraverso l'esperienza di chi fa azioni diverse
- contrappeso dei valori (preghiera e azione / riflessione e intervento / attività e celebrazione)
- raccordo con tutto il centro giovanile o la struttura parrocchiale (consiglio pastorale)
- raccordo con gruppi di matrice diversa
- raccordo tra soluzioni locali e urgenze globali
- collegamento tra i vari gruppi impegnati in un progetto di liberazione in vista di un «movimento» (si vedano, a questo proposito, le pag. 109-126 di La vita dei gruppi ecclesiali, LDC 1972).

Il decalogo del buon animatore

Un buon animatore di gruppo
1. Lavora molto per far lavorare gli altri, suddividendo bene i compiti, per dare a ciascuno un proprio ruolo nel gruppo.
2. Cura la vita interna del gruppo, eliminando nelle cause tensioni, frustrazioni, conflitti di potere; controllando gli stereotipi di gruppo e facendo spazio al dissenziente e al nuovo nella ricerca della verità; per realizzare un'atmosfera che permetta un lavoro serio e produttivo, in un contesto di intensa maturità personale.
3. Sa che il gruppo è una realtà diversa dalla somma dei suoi membri e quindi manipolabile sia da forze interne (morale, disimpegni) che da forze esterne (pressioni, fretta, luogo e ambiente disadatto); si preoccupa perciò di controllare tutte le possibili sorgenti di manipolazione.
4. Consapevole che il gruppo ha una vita «esterna» complementare ai momenti «interni», non smonta mai di servizio, anche terminata la riunione o l'attività.
5. Crede che la coesione si fa più sui valori che sui sorrisi, più sul lavoro che sulle parole, più sulla maturazione delle persone che sulla pace interna del gruppo.
6. Convinto che ciascuno ha un contributo insostituibile da offrire nella ricerca comune, non permette che l'incontro si trasformi in una «scuola», in cui chi crede di sapere vende a scatola chiusa a chi crede di non sapere.
7. Guida a verificare periodicamente il lavoro svolto, per confrontarlo con il progetto iniziale; pur disposto a collaborare per modificare il progetto, quando fosse valutato non più oggettivamente rispondente nel cammino in avanti del gruppo.
8. Con un sano realismo, si fida sempre poco dello spontaneismo e quindi cerca una sufficiente organizzazione (schemi di lavoro e materiale previo, verbali, sintesi conclusive...).
9. Si sente uno del gruppo, con tutti in stato di ricerca, pur sapendo conservare le distanze, quel tanto che basta per guidare il gruppo verso la maturità, senza lasciarsi catturare dai suoi momenti di crisi.
10. Sa di essere un educatore, sempre e dappertutto, quindi non si accontenta di guidare tecnicamente il gruppo, ma fa delle proposte esplicite, più con la sua vita che con le parole.
11. Crede fermamente che l'ecclesialità del gruppo non dipende dalle etichette o dalle formule esterne, ma prima di tutto dalle scelte concrete con cui il gruppo vive la dinamica interna della sua vita quotidiana.
12. Ha una grande paura di trasformare il suo ruolo in un centro di potere, sconfessando con i fatti ogni desiderio di servizio.

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