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Pastorale e dinamica di gruppo /1


Riccardo Tonelli

(NPG 1972-03-02)

 

Abbiamo concluso gli «appunti di pastorale giovanile» (cf la serie di articoli apparsi nel 1971) sottolineando l'«opzione gruppo», come punto di unificazione di tutti gli interventi pastorali, per i giovani degli anni 70.
Ci pare opportuno riprendere, da quelle pagine, le annotazioni che descrivevano il significato e il motivo della scelta.
«Per essere veramente di servizio all'unità della persona, la pastorale ha bisogno di un principio unificatore.
Non c'è metodo organico senza una prospettiva unificatrice nelle varie parti. Quindi il discorso su un "punto unificatore" è scontato, se si vuole agire organicamente.
Ora per unificare non basta la mèta unica: occorre anche un fattore, uno strumento prescelto, tra i tanti che agiscono.
E questo fattore educativo è per noi la dinamica di gruppo. Questo elemento pervade ogni struttura ed ogni dinamica educativa che si muove in un certo luogo di formazione umana e ne realizza la unificazione sia nei fini e sia nelle attività. È il punto unificatore dichiarato.
Il gruppo-comunità è quindi principio di unificazione della pastorale giovanile: è lo spazio più adatto per la circolazione e l'integrazione dei valori e per la verità della vita liturgica: quindi il luogo normale della catechesi e della liturgia.
La scelta è stata fatta a partire dalla convergenza di due elementi:
* segni dello Spirito (fedeltà a Dio):
- la salvezza è un movimento comunitario: la chiesa non può essere percepita se non a partire da una forte esperienza di comunità viva-operante-impegnata (RdC, 153).
- la fede si comunica per partecipazione: è dono di Dio che richiede però una decisione personale (frutto, nell'ordinaria amministrazione, del sostegno di una comunità) ed un "clima" di corrispondenza oggettiva in cui maturare.
Oggi è caduto il clima di appoggio e di "corrispondenza" che la "cultura" forniva. I giovani più sensibili avvertono questo stato di conflitto tra i valori religiosi di natura loro totalizzanti e la riduzione tra «i valori che non contano» che ne ha fatto la società dei consumi.
* segni dei tempi (fedeltà all'uomo):
- i giovani hanno scoperto il gruppo come spazio di creatività e di libertà in un contesto tecnico che spersonalizza.
- la società porta a socializzarsi più intensamente, in tutti i campi dell'umana attività.
- la psicosociologia sottolinea l'importanza educativa del gruppo come momento ideale per la circolazione e l'interiorizzazione dei valori.
Diventa di conseguenza un dominante modo di educare quello di educare il singolo attraverso il gruppo e con il gruppo: lo studio, il lavoro, la disciplina, le attività di tempo libero, la formazione della personalità, la terapia psicologica, l'ascetica, l'apostolato, la ricerca della verità, la autocritica, ecc.: tutto va vissuto "in comunione", costruendo attorno ai vari fini comuni una dinamica di gruppo, naturalmente a diversi gradi d'intensità e di durata» (cf Note di Pastorale Giovanile, 1971, 12, pag. 15 ss.).
Dunque la pastorale ha bisogno della dinamica di gruppo. E quindi buttiamoci a capofitto in essa...
Ci sono due grosse affermazioni da fare, immediatamente. All'interno di esse è comprensibile il taglio con cui sono stilati questi appunti.
- La dinamica di gruppo è una scienza precisa e impegnativa. Non è sempre sufficiente muoversi sull'onda del buon senso. I fenomeni che caratterizzano la vita dei gruppi sono stati studiati a fondo. Le leggi e le costanti formano ormai un'ampia letteratura. Evidentemente ci troviamo alla presenza di «leggi» molto duttili, sempre soggette a grossi margini di errori, sempre dense di incertezze. Quando protagonista è l'uomo, riesce difficile schematizzare e «prevedere» le sue reazioni.
Ma i limiti non sono tali da giustificare il rifiuto teorico o pratico di questa «scienza». Molti educatori avrebbero risparmiato fatiche e sudori... se avessero pagato un sufficiente tributo alla dinamica di gruppo.
- La dinamica di gruppo è nata in prospettive consumistiche. È stata studiata per fornire un servizio adeguato ai grandi complessi industriali degli Stati Uniti, perché scoperta altamente funzionale alla produzione e alla conservazione dello status quo.
Quindi non può essere trasferita di peso in terreno pastorale. Le leggi della dinamica di gruppo sono al servizio del gruppo. La pastorale vuole porsi al servizio della persona. In un contesto, il gruppo e fine; nell'altro è mezzo. Ci sono punti di raccordo, molti e stimolanti. Ma anche gravi punti di frizione.
Inoltre è facile, leggendo testi di dinamica di gruppo, avvertire di trovarsi in presenza di riflessioni «disimpegnate»: finalizzate all'ordine, alla pace sociale a tutti i costi, alla conservazione.
Non sempre questi punti di arrivo sono funzionali ad un serio progetto pastorale.
Dalla sintesi di questi due «contesti», sono nati gli articoli che presenteremo nel corso di quest'anno editoriale. Una serie di riflessioni sui «fenomeni» della dinamica di gruppo, più rilevanti per la conduzione pastorale del gruppo e letti con una precisa e sottolineata attenzione all'interno: la maturazione delle persone, attraverso il gruppo.

 

Prima parte

I fenomeni che caratterizzano il gruppo primario

 

VERSO UNA DEFINIZIONE DI GRUPPO

Si parla di gruppo in tantissimi contesti: è facile avere la sensazione di trovarsi di fronte ad un termine per lo meno ambiguo. Proporre riflessioni sulla dinamica di gruppo diventa quindi possibile solo dopo avere precisato il senso dei termini usati.
Una definizione di «gruppo» comporta una scelta precisa di contenuti attraverso cui «descrivere» la linea di cammino ed una meta ottimale cui tendere. Se il gruppo è, nella sua pienezza, un punto cui tendere, più che un dato di partenza, parlare di gruppo significa individuare il perno da coltivare con la cura più intensa.
Generalmente la parola gruppo serve a descrivere situazioni sociali caratterizzate da un «insieme» di persone, come, per esempio:
- persone in attesa di un treno
- ragazzi che giocano al pallone
- una famiglia
- gli abitanti di un quartiere
- coloro che esercitano una stessa professione
- gli abitanti di una nazione.
In tutte queste situazioni sociali, ciò che ha rilevanza è l'essere «insieme». Immediatamente salta agli occhi la innegabile diversità di intensità di legami che intercorrono tra queste persone. Catalogare queste situazioni sociali come «gruppi», senza ulteriore aggettivazione, significa mettere l'accento sul fatto quantificabile di «essere assieme»; non tanto sui rapporti reciproci. Ma questo è oggettivamente «poco». Siamo troppo nel generico. Una esperienza comune aiuta ad approfondire la riflessione. Immaginiamo 5-6 persone (un «gruppo» di persone) che facciano un lungo viaggio in treno, nello stesso scompartimento.
All'inizio del viaggio, ciascuno è immerso nei suoi problemi. Il fatto di condividere lo stesso scompartimento e di tendere fisicamente alla stessa meta opera una modifica sociale in ciascuno; ma è di fatto irrilevante. Praticamente sembra che ciascuno ignori l'altro (anche se realmente non è così!). Ad un certo punto capita un «incidente» (una discussione tra il controllore ed un passeggero); qualcuno interviene; si scambiano battute. Il ghiaccio è rotto. L'«incidente» è servito da elemento catalizzatore. Ora tra i passeggeri corrono scambi (e non solo verbali) che tendono a diventare sempre più intensi, col passare del tempo. Se la lunghezza del percorso lo permette, dopo un po', ogni viaggiatore «interagisce» profondamente con gli altri. Nell'arco breve della vita di questo «gruppo» sono identificabili tre momenti caratteristici: dall'inizio all'incidente; i primi tempi dopo l'incidente; la profonda reciproca partecipazione verso il termine del viaggio.
Si noti come possa risultare difficile registrare con precisione l'inizio e il termine di un «momento»: le caratterizzazioni si sovrappongono ai bordi C'è un «prima» e un «poi» sicuro; ma non un punto di confine ben delimitato.
I 6 viaggiatori erano «gruppo» sin dall'inizio del viaggio comune? Quando (e perché) lo sono diventato, ammesso che non lo fossero? Che cosa quindi caratterizza l'essere gruppo?
La definizione di gruppo che stiamo cercando, deve tener conto di queste domande. Soprattutto in vista del significato di fondo della nostra ricerca. Oggi, la pastorale cerca il gruppo. «Quale» gruppo le è funzionale? Su quale punto concentrare gli sforzi educativi, per fare gruppo?

Tre punti di vista

Possiamo trovarci d'accordo su un'affermazione: non tutti gli agglomerati di persone sono «gruppo». Una condizione fondamentale per poter parlare di gruppo è la presenza di un certo «quantitativo» di rapporti interpersonali.
I 6 viaggiatori sono gruppo «solo» quando hanno incominciato di fatto ad interagire, e con un minimo di percezione riflessa.
Ma il problema rimane. Dove si situa la specificità dell'essere gruppo? La domanda non è oziosa. Tutt'altro. L'abbiamo già ricordato. La sottolineatura ci permetterà di programmare gli interventi per far passare dal non-gruppo (semplice agglomerato) al gruppo. La risposta ci dirà, perciò, quali elementi andranno coltivati con una cura tutta speciale, per «usufruire» della forza portante del gruppo, in prospettiva pastorale.
Possono essere presi in considerazione i tre seguenti aspetti (ben caratterizzati, anche se complementari) per giungere ad una definizione di gruppo:
- il sentimento di essere assieme, il senso del «noi»
È l'aspetto più estrinseco. Nasce dal condividere, riflessamente o meno, una certa situazione. I 6 viaggiatori dello scompartimento di cui si è parlato sopra... si sentono un «noi», perché condividono una certa situazione sociale. Terminato il viaggio, ciascuno riscompare nell'anonimato. Anzi, senza quell'incidente non avrebbero, forse, neppure avuto la coscienza riflessa di essere un «noi».
- l'influenza che proviene da una comune appartenenza
Appartenere ad un certo raggruppamento per un certo periodo, anche breve, connota uno stare «alle regole del gioco» e quindi influenza il comportamento personale. L'influenza cessa quando viene a cadere l 'appartenenza.
I ragazzi che indossano la stessa maglia sportiva accettano una disciplina di squadra, un gioco e una strategia comune; sentono che la vittoria non può nascere che da una attenta collaborazione. E «ci stanno», diventano «diversi». La «posizione sociale», il nuovo stato, li ha cambiati. Ma per poco tempo, per i] tempo della «partita». Finita questa, ciascuno ritrova... gli amici e nemici di prima.
- l'influenza che deriva dall'essere in rapporto con altri
Ci troviamo di fronte ad uno dei fenomeni più caratteristici della vita «assieme» (di esso si parlerà a lungo più avanti). Il comportamento di una persona «modifica» quello di un'altra se i due sono in reciproco rapporto. Anzi, più il rapporto (l'interazione) è intensa, più l'influenza è grande.
Ad alcuni equipaggi di aerei (gruppi sociali, per professione, molto coesi) è stato, in un esperimento, presentato un problema di difficile soluzione. A questo problema si doveva dare una soluzione personale ed una soluzione discussa in gruppo. La prima segreta, in busta chiusa; la seconda, successiva, «concordata». L'esperimento ha portato a queste «strane» conclusioni. Le risposte concordate differivano dalle risposte personali:
ciascuno era di fatto disposto a riconoscere di aver sbagliato quando aveva sigillato la sua risposta. Le risposte concordate tendevano a combaciare con la risposta del capo-equipaggio. In concreto, le risposte di gruppo erano diverse dall'insieme delle risposte personali. L'autorità del gruppo «traeva a sé» le risposte di gruppo.
I testi di dinamica di gruppo sono pieni dei resoconti di esperimenti del genere. Tutto questo per ricordare che le interazioni tra i membri di un gruppo (i processi attraverso cui le persone si influenzano in rapporto agli scambi verbali e non verbali) determinano modificazioni nel loro comportamento sociale. L'essere in rapporto con altri ha influenza sul proprio comportamento.

Il gruppo come campo di interazioni

Ciascuna delle tre prospettive può dare origine ad una diversa definizione di gruppo.
Nelle riflessioni che prospetteremo in queste pagine, scegliamo come punto discriminante, come «contenuto» attraverso cui definire il gruppo, la terza indicazione: la intensità di interazioni e l'influsso che ne deriva. Il gruppo è quindi (in questi «appunti») un insieme dinamico costituito da individui che si percepiscono vicendevolmente come più o meno interdipendenti per qualche aspetto. È quindi un «campo» (in parallelo con i campi magnetici studiati dalla fisica): non l'insieme degli individui, ma l'insieme dei rapporti che intercorrono tra gli individui. Non alcuni individui «insieme», ma i rapporti che corrono tra gli individui quando essi sono assieme.
Per l'ambiguità del termine «gruppo», si parla di gruppo primario e di gruppo secondario: il primo è il «vero» gruppo, capace di avere un peso pastorale ed educativo (all'interno del discorso che stiamo facendo); il secondo è il «punto di partenza», il dato di realtà... da cui tante volte muoversi per giungere ad un gruppo primario.
Con Mucchielli [1], gruppo primario è il gruppo caratterizzato dal fatto che tutti i membri possono conoscersi direttamente, intrecciando relazioni a faccia a faccia, formando un gruppo con una propria vita affettiva e con suoi obiettivi comuni.
Secondario è il gruppo non ancora primario, quel gruppo cioè non ancora caratterizzabile come sopra. Se il contesto non porterà a precisazioni ulteriori, parlando di gruppo, in questi «appunti», intenderemo il gruppo primario.
La definizione ci permette una prima conclusione, evidentemente molto imprecisa ed embrionale: creare gruppo significa coltivare le interazioni tra i membri del gruppo. Non c'è altra strada, se gruppo è «insieme di interazioni» (insieme di individui che interagiscono profondamente). La domanda rimbalza con altri toni, più concreti: come è possibile coltivare le interazioni tra i membri?
La risposta forma l'oggetto di molte delle riflessioni che seguiranno.

LE CARATTERISTICHE PSICOLOGICHE DEI GRUPPI PRIMARI

La presenza di interazioni tra i membri del gruppo non è l'unico fenomeno caratterizzante il gruppo primario, anche se ne è il principale. O meglio, dalla presenza di interazioni fluiscono altri fenomeni, non meno importanti.
Per una comprensione più precisa, allora, è necessario portare l'attenzione sulla rassegna di quei «fatti», quei fenomeni psicologici che caratterizzano ogni gruppo primario.
Parlare di «fatti caratterizzanti i gruppi primari», significa porre due affermazioni complementari:
* Si tratta di fatti-fenomeni sempre esistenti nei gruppi primari, anche se spesso a livello solo latente. È importante ricordarlo, soprattutto in prospettiva pastorale. Se un gruppo di giovani ha un campo intenso di interazioni... la presenza di interazioni non è l'unica realtà di fatto esistente. Da essa si dipartono altre «note» (quelle che tra poco descriveremo): il gruppo tenderà, per esempio, a risolvere i drammi di conflittualità all'interno e verso l'esterno, accettando magari un equilibrio di compromesso; il gruppo avrà un punto di presa (emozioni e sentimenti collettivi) su cui si può far leva per farlo vibrare, anche a discrezione di chi intendesse manipolarlo; ecc.
L'operatore pastorale, se sente di trovarsi in presenza di un gruppo ricco di coesione interna, sa che esso è carico di altre entità, sicuramente presenti (anche se a livello latente) e pastoralmente ambigue (possono essere cioè la strada per una più facile integrazione di valori come la via per una spersonalizzazione più massificante).
* Si tratta di realtà che costituiscono i parametri per definire la primarietà del gruppo. Non ci sono strumenti per definire immediatamente e direttamente se il gruppo è primario o no. La presenza di questi fenomeni «dice» concretamente se il gruppo è o non è primario. Se il gruppo vive sotto l'incubo di tensioni continue, se il gruppo non ha ancora un suo «codice di valori»... con tutta probabilità esso ha ancora molta strada da percorrere per raggiungere quella coesione che lo faccia strumento di maturazione delle persone che lo compongono.
Queste righe introduttorie sono essenziali per comprendere il senso delle affermazioni che seguiranno. Ma, forse, sono comprensibili in tutta la loro portata, solo dopo una attenta lettura delle pagine successive.

Le interazioni

Vengono così chiamati gli scambi che intercorrono tra i membri del gruppo: attraverso gli scambi si producono influssi reciproci e quindi cambiamenti, nei pensieri, nei sentimenti, nelle reazioni.
Gli scambi più frequenti sono quelli a carattere verbale. Ma essi non sono gli unici, evidentemente. Né quelli più influenti. La «testimonianza», l'essere oggettivamente e/o l'essere percepito come modello nel momento in cui ci si rapporta con altri, mette in movimento, con maggior incidenza, quel processo sociale e psicologico al cui termine sta il «cambio» di comportamento. Cerchiamo di descrivere i meccanismi psicologici dell'interazione.
Generalmente un individuo entra in un gruppo per il desiderio di ricevere qualcosa, qualcosa di cui ha bisogno e la cui attinzione è perseguita nell'associarsi. Ma la collaborazione apre all'interdipendenza di azione. L'azione di uno stimola l'altro e viceversa. L'obiettivo diventa un affare di tutti i membri del gruppo. E gli interscambi un quasi-strumento di attinzione. Ma non tutto termina qui. Interagendo, ci si influenza.
Il punto di arrivo di questo processo è, nell'ordinaria amministrazione, un inconsapevole condiviso ridimensionamento degli obiettivi e delle attese (il motivo per cui ci si è associati) in rapporto alle reali possibilità di risposta del gruppo concreto.
Il desiderio di efficacia (raggiungere lo scopo progettato nel momento dell'associarsi) ha «cambiato» il fascio delle attese dei membri del gruppo, in modo tale che ciascuno percepisca il gruppo come «capace» di rispondere alle proprie attese.
In una parola, lo scambio interpersonale ha messo in moto una serie di processi di reciproco influsso; essi hanno operato un «cambio» di progetti. Il problema descritto ha rilevanze pastorali molto importanti. Da una parte il fenomeno «interazioni», così essenziale per la costruzione di un gruppo primario, è facilitato proprio dal gruppo stesso. Spesso è sufficiente «avviarlo». È una spirale che prende.
Dall'altra però le interazioni sono un irreversibile principio di conservazione (evidentemente: irreversibile se manca la coscienza «vigile» e critica di un buon animatore). Per un desiderio di efficacia, il gruppo può tendere ad obiettivi sempre meno alti, proprio per aver la gioia di raggiungerli, senza aver affatto la coscienza di questo continuo tarparsi le ali, di questo lento ma inesorabile «sedersi» (la storia critica di molti gruppi lo potrebbe confermare molto facilmente... solo che qualcuno avesse il coraggio di scriverla...). Per spiegarci con un esempio, ipotizziamo A e B come membri di un gruppo, protesi verso il raggiungimento di un obiettivo X. Se X non è presto raggiunto, avviene una tensione/frattura tra A e B: il loro gruppo si sfalda.
Ma poiché A e B sono gratificati psicologicamente dal loro essere assieme, ciascuno, inconsapevolmente, interagendo con l'altro, modifica il comune progetto, rendendo X sempre più attingibile, ma per questo meno stimolante, meno in avanti.
La gratificazione sociale e psicologica che proviene dall'essere assieme è sempre presente nell'esperienza di gruppo. Qualche volta è l'obiettivo dell'associarsi; qualche altra, in caso di obiettivo operativo (si è in gruppo per raggiungere qualcosa), subentra molto presto.
Per una più attenta considerazione del fenomeno «interazioni», per cogliere i molti altri aspetti qui sottaciuti e per usufruire di strumenti di analisi delle interazioni (la cosiddetta tavola di Bales ne è un esempio classico, per le interazioni verbali, e i tests sociometrici di Moreno per la ripartizione simpatia/antipatia) rimandiamo alle pagine 138-142 e 85-88 di Mucchielli.

Le norme

Il fenomeno è talmente centrale nella esperienza di un gruppo che lo faremo oggetto di un'analisi specifica in un capitolo a parte.
In quel contesto riprenderemo, sotto un angolo di attenzione un po' diverso, il rapporto interazioni-efficienza di gruppo. La norma è la piattaforma che realizza il fenomeno sopra descritto (cf più avanti, nel capitolo sulla «pressione di conformità»).

Esistenza di scopi collettivi

Uno degli elementi di coesione (il cemento del gruppo) è la comunitarietà degli scopi: il sentirsi tutti protesi verso un qualcosa da fare, da raggiungere, verso un obiettivo comune e preciso.
Molti gruppi sono in continua crisi perché, si dice, i membri avvertono la mancanza di «amicizia» all'interno. Da qui le infinite sedute sull'amicizia.
A parte il termine, inespressivo sul terreno della dinamica di gruppo (che significa «amicizia»?), c'è tutto un capovolgimento di prospettive da porre in cantiere.
L'amicizia (nel suo significato oggettivo di «rapporti interpersonali frequenti e intensi») è il punto di arrivo, non il punto di partenza. Il gruppo primario si caratterizza attraverso la frequenza delle interazioni (l'amicizia). La proposta di scopi collettivi comuni crea lo spazio per queste interazioni. Pensare di raggiungere la coesione del gruppo primario, preoccupandosi di riflettere sull'amicizia tra i membri è quindi slittare verso un circolo vizioso: significa affermare che «per avere interazioni tra i membri, bisogna preoccuparsi di coltivare le interazioni reciproche!».
Se il gruppo si troverà proteso verso un obiettivo comune (uno scopo comunitario), all'interno del gruppo ci sarà spazio per interazioni tra i membri. E quindi si giungerà a quell'«amicizia» (frequenza di intensi rapporti a faccia a faccia) che definisce la primarietà del gruppo. La strada opposta ci sembra utopica. Ma c'è dell'altro, da aggiungere.
Non basta uno scopo «comunque». Qui il discorso diventa impegnativo, soprattutto se ha come oggetto terminale la maturazione della persona. Più lo scopo è a carattere collaborativo (esige cioè che i membri del gruppo «lavorino assieme», per attingerlo) e più è - nello stesso tempo - competitivo verso l'esterno (in antitesi, in lotta, in alternativa con il mondo esterno), più il gruppo troverà presto coesione, proprio perché le difficoltà verso l'esterno e la necessaria collaborazione all'interno, «stringono» i rapporti interpersonali.
Per ottenere disciplina in un soggiorno tra ragazzi è sufficiente impiantare una gara a punteggio, in modo tale che ogni squadra sia «contro» l'altra e il punteggio non sia individuale, ma unico per ogni squadra... La competitività verso le altre squadre, viste come un insieme di nemici da combattere e vincere, e la necessaria collaborazione all'interno di ogni squadra (basta un individuo che non giri e il punteggio ne rimane influenzato), fanno il miracolo. La disciplina è raggiunta, presto e bene: anzi le squadre arrivano ad imporsi un'autodisciplina, più esigente di quella cercata dall'autorità (l'indisciplina è frutto di mancanza di gratificazione, di percezione di sentirsi degli spostati...).
Sembra tutto molto logico.
Proprio qui nasce il «problema» pastorale ed educativo.
Se il centro di attenzione è la formazione del gruppo, la competitività con l'esterno sia la benvenuta! Ma se il centro di attenzione è la maturazione di una personalità cristiana... una troppo accentuata competitività incomincia ad essere problematica. C'è il rischio di educare dei buoni figliuoli di quella civiltà dei consumi, che si regge sulla competitività, piuttosto che dei figli di quel «regno», che ha come dimensione fondante l'essere «chiesa», l'essere in comunione con tutti...
Un ultimo rilievo.
Una lettura attenta di queste riflessioni ha evidenziato un fatto: non abbiamo parlato di «tipi» di obiettivi, ma della semplice necessità che il gruppo abbia «un» obiettivo.
In una visione estrinsicistica l'importante era il «tipo» di fine: societates sunt ut fines (il fine, «quel» fine, caratterizzava la societas, prescindendo tranquillamente dal fatto che la società fosse più o meno «gruppo»). In una prospettiva opposta, più preoccupata della coesione interna che della caratterizzazione verso l'esterno, è importante sottolineare la presenza di «un» fine, capace di convogliare in unità i progetti di tutti i membri.

Esistenza di emozioni e sentimenti collettivi

Tutti noi, almeno una volta, abbiamo fatto un'esperienza come la seguente. Invitati a parlare ad un gruppo che non conoscevamo, abbiamo preparato con cura le cose da dire: un discorso bello, stimolante, da far restare tutti a bocca spalancata. Ma, di fatto nessuno è rimasto a bocca spalancata. Il gruppo ha reagito con fredda e distaccata attenzione. Oppure è capitato esattamente il contrario. Qualche volta sono state sufficienti tre battute per far vibrare un gruppo: un'attenzione da sentire le mosche volare...
Da cosa dipendono queste reazioni così, apparentemente, contrarie? Da insufficiente preparazione, da stanchezza, da... poca-fede? Può darsi! La spiegazione più semplice, però, è spesso un'altra.
Nel primo caso non si era sulla lunghezza d'onda giusta. Nel secondo caso, invece, è stata immediatamente sintonizzata la lunghezza ideale. In altre parole, era stato centrato o meno il «sentimento» collettivo. Ogni gruppo ha un suo fascio di emozioni e sentimenti, diverso dalla somma delle emozioni dei suoi componenti (ricordiamo la definizione di gruppo da cui siamo partiti: un «campo»...). Esso dipende dalle situazioni in cui il gruppo si trova, dalla sua vita, dalle sue esperienze e scelte. Da questo fascio nascono azioni e reazioni collettive.
Pastoralmente, è possibile fare moltissime annotazioni: l'operatore può «strumentalizzare» il gruppo, facendolo vibrare irrazionalmente, solo perché mette in movimento «la» corda del gruppo (proprio per non permettere questa manipolazione troppo facile, sta la funzione dell'animatore come «stimolo a razionalizzare l'esperienza del gruppo») oppure può destinarsi al fallimento solo perché non conosce ancora sufficientemente il punto di vibrazione del gruppo. Può essere accettato o rifiutato in base più ai toni che prende che ai contenuti che comunica Ciascuno può tirare le conclusioni concrete che gli sembrano più stimolanti Una, per tutte: l'urgenza di «conoscere» il gruppo, prima di entrare in dialogo con esso (la conoscenza del gruppo è ben diversa dalla conoscenza dei singoli membri...).

Esistenza di un inconscio collettivo

Ogni gruppo vive una sua storia, intessuta di cose tristi e di cose liete Nulla passa senza lasciare una traccia.
La storia comune del gruppo, la sua esistenza collettiva, il suo passato sono all'origine di fenomeni latenti, o di «punti sensibili» che, senza essere presenti attualmente alla memoria, fanno parte della vita del gruppo e delle sue attuali reazioni.
Talvolta il gruppo vive alcune tensioni (conflitto di leadership, per esempio, o mancanza di obiettivi precisi, o demoralizzazione...): la smania di sopravvivenza, la fretta di procedere, un errato senso di «pace in casa», di accordo nonostante tutto (si leggano a questo proposito le storie critiche dei movimenti cattolici milanesi, citate da Rusconi-Saraceno) portano a «rimuovere» la tensione, a ributtarla all'indietro senza fare un serio sforzo per verbalizzarla e sanarla, ad assumere posizioni non sufficientemente integrate e motivate. Sul momento, tutto è tornato normale. Ma il conflitto rimosso ha prodotto un inconscio che affiorerà, drammaticamente, in successivi momenti di crisi, rendendo la crisi spesso inguaribile. Vale anche l'aspetto contrario.
Una esperienza lieta (un campo-scuola particolarmente stimolante, una attività ben riuscita...) crea uno stato inconscio di carica positiva, ottimistica, che darà la forza di superare contrasti e tensioni nei momenti duri. Concludendo questi «appunti» tracceremo una sintesi della vita di un gruppo «ideale», tecnicamente e pastoralmente ben funzionante. In quelle pagine si parlerà della necessità di riflettere e di «celebrare» (una celebrazione di gioia), dopo ogni attività di gruppo. Quell'affermazione si ricollega al fenomeno di cui stiamo parlando. La riflessione - fatta in un contesto di gioia matura - guida a interiorizzare le esperienze vissute, senza lasciarsi catturare dagli aspetti meno riusciti (è difficile che tutto abbia funzionato a pennello...). La storia vissuta diventa sempre spinta in avanti e sostegno nei momenti difficili.

Formazione di una struttura informale

In ogni gruppo esiste una «catena» attraverso cui passa l'informazione e quindi il potere. La descrizione grafica (organigramma) di questa struttura è generalmente possibile, proprio perché i gangli sono definiti con una certa ufficialità, sono noti e controllabili.
L'insieme di questi ruoli ufficiali costituisce la «struttura formale» del gruppo.
In Mucchielli, a pag. 107, sono offerti alcuni schemi di struttura formale, in riferimento alla trasmissione delle informazioni; le pagine successive contengono altre interessanti annotazioni relative alla gratificazione sociale e alla efficienza e interesse produttivo, in rapporto alla centralità di posizione di un individuo nell'organigramma. Chi occupa una posizione centrale ha maggior informazione e quindi di fatto maggior potere; questo ingenera in chi occupa quel posto:
- maggior indipendenza
- maggior senso di responsabilità
- maggior soddisfazione.
L'organigramma (descrizione grafica della struttura formale) non è l'unico elemento descrittivo degli scambi presenti in un gruppo primario.
In parallelo e, soprattutto quando la struttura formale è rigida, in contrapposizione alla «catena» attraverso cui passa informazione-potere, nei gruppi primari esiste una seconda «catena» attraverso cui passa la simpatia/antipatia. Attraverso ad essa circola nel gruppo l'influenza, la posizione dei membri scartati e di quelli popolari, la nascita di «combriccole» e sottogruppi, i poli di attrazione e di repulsione. Questa struttura è chiamata «informale» perché non ufficiale e, spesso, difficilmente descrivibile «graficamente», proprio perché a livello inconscio-sotterraneo.
La non percettibilità di questa struttura non infirma affatto il peso che essa gioca nella vita quotidiana del gruppo. Tutt'altro. Pastoralmente è necessario avvertirne la presenza, coglierne i termini di movimento (utilizzando, per esempio, le tecniche sociometriche di Moreno, cf Mucchielli pag. 85-88): l'influsso educativo e pastorale, nella stragrande maggioranza dei casi, «passa» soprattutto attraverso la struttura informale. Ignorarla significa vanificare ogni progetto.
Un altro fatto merita un'attenzione particolare, soprattutto nell'attuale contesto sociale.
Il perno della struttura formale potrebbe essere cristallizzato nella funzione del leader istituzionale. Quello della struttura informale, nella funzione del leader carismatico.
I due poli sono egualmente utili, necessari, per il cammino in avanti del gruppo e per la «serietà» del servizio che esso intende fare.
Il leader istituzionale come «principio di realtà», come consolidamento e punto di sicurezza istituzionale (di quella sicurezza che proviene cioè dalle istituzioni).
Il leader carismatico come «contestazione permanente» dentro l'istituzione, per non permettere lo spontaneo irrigidimento dell'istituzione con la relativa morte della sua funzione di servizio (per una comprensione più ampia del rapporto persona-società-istituzioni, cf l'articolo sullo stesso argomento, in Note di Pastorale Giovanile, 1972 /2)
Il cammino in avanti sta nella dialettica tra i due poli; o, meglio, nell'accettare uno il ruolo dell'altro, nell'integrare nel proprio messaggio originale i contributi positivi dell'altro.
Nei gruppi è troppo facile il tentativo di sopraffazione reciproca o di passaggio di ruolo (il leader carismatico viene istituzionalizzato, gli si dà autorità formale, magari per «controllarlo»; o il leader istituzionale si trasforma in carismatico, per non perdere la corsa...). La compresenza dei due ruoli può dare origine a preoccupanti conflitti di leadership, con relative tensioni nella vita del gruppo.
Questi «rischi» appellano alla presenza attenta, critica, amorosa e vigile di un buon animatore: è lui, nella storia del gruppo, il perno di una sintesi dinamica, per permettere il servizio reciproco dei ruoli, senza giungere all'annullamento di nessuno; per guidare a superare le tensioni, senza rimuoverle sotto la bandiera di un pacifismo oltranzista quanto diseducativo.

Verso un equilibrio interno ed esterno

Ogni gruppo ha una sua vita interna ed è - che lo voglia o no - in continuo rapporto con la società globale (il mondo esterno, a piccola o grande gittata).
Ogni rapporto tra persone è soggetto facilmente a frizioni. Il gruppo può - e la esperienza lo conferma - avere tensioni all'interno e «vita difficile» verso l'esterno.
Ma tende all'equilibrio. Non può vivere in stato di conflittualità permanente. Il gruppo primario si caratterizza per una ricerca positiva di un punto di equilibrio interno e verso l'esterno, per superare le tensioni esistenti. È tanta però l'ansia dell'equilibrio da accettare il compromesso o la «doppia vita», per raggiungere la pace.
In altre parole, attraverso le vicissitudini della propria esistenza, il gruppo instaura un sistema di equilibrio nel suo ambito e nei confronti del contesto sociale di cui è parte, senza per altro rinunciare ai suoi progetti. Quando questo equilibrio viene scosso da avvenimenti, il gruppo, se resiste e sopravvive, tende a ricostruirselo nuovo (a questo proposito, si veda più avanti il fenomeno della «redifinizione dei limiti di tolleranza», dopo la crisi provocata dal dissenziente). Non sempre però l'equilibrio, soprattutto quando è frutto di compromesso, è maturante per le persone.
Se la formazione della persona è il punto di attenzione delle nostre riflessioni (e non la costituzione di un gruppo ben funzionante), «troppo» equilibrio, troppa armonia... dovrebbero destare dei sospetti, far avvertire cioè che è incombente la tentazione della «doppia vita», del compromesso.
Il discorso è serio e da leggersi con attenzione.
Talvolta dopo lunghe e difficili tensioni, dopo inutili trattative... un gruppo «smette di dare fastidio». Qualcuno potrebbe intonare il peana della vittoria. «Il buon senso ha avuto ragione...». Tutt'altro. Quel gruppo, stimolato dal conflitto-competitività con l'esterno, ha stretto i ranghi, ha moltiplicato le interazioni tra i suoi membri, ha raggiunto una notevole dose di primarietà... e quindi, spontaneamente, ha trovato il punto di equilibrio che gli permetta di andare d'accordo con l'autorità esterna e con le proprie scelte. Non sta trionfando il «buon senso», ma il compromesso...
Abbiamo terminato la rassegna delle caratteristiche psicologiche dei gruppi primari. La preoccupazione descrittiva è scivolata spesso verso suggerimenti educativi e pastorali. Rientrava nel nostro progetto.
Anche perché le caratteristiche elencate sono la strada da battere verso la costituzione di un gruppo primario (oltre ad essere i parametri per definirlo e gli elementi sempre presenti, quando il gruppo è già primario: si rilegga quanto è stato scritto in apertura del capitolo).
Nessun capitolo di questi «appunti» tratta esplicitamente della metodologia per «fare gruppo»: ma tutti ne parlano indirettamente. Sta all'educatore saggio ritrovare gli elementi di cui ha bisogno.
Così, per esempio, se la competitività è funzionale alla coesione di gruppo nei primi passi di vita l'animatore la ricercherà con cura speciale. Raggiunta però una iniziale maturità del gruppo, egli lavorerà verso una sua decentrazione. Per poi, eventualmente, rispolverare la strada della coesione, se i rapporti interni minacciano di allentarsi.
Dove insistere di più e dove di meno... non lo si può dire a tavolino. Va inventato da chi è con le mani in pasta. A tavolino si può tratteggiare un progetto globale e indicare un quadro ideale.

[1] Nel corso di questo e dei successivi articoli, faremo frequenti richiami al testo di R. Mucchielli, La dinamica di gruppo, L.D.C. Lo pensiamo come testo-base per una comprensione globale della dinamica di gruppo (pur con i limiti denunciati nell'editoriale). Per approfondire tecnicamente questi appunti e soprattutto per costruirsi un quadro mentale in cui situarli (i fenomeni che descriveremo sono «alcuni» dei tanti che caratterizzano i gruppi), si consiglia vivamente una lettura del libro.

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