La chiesa italiana e l'educazione alla fede

Inserito in NPG annata 1971.


Claudio Bucciarelli

(NPG 1971-08/09-60)

 

La Chiesa italiana sta facendo qualcosa di molto concreto, per delineare alcune linee di una educazione alla fede, che continui ad essere «fedele a Dio e fedele alla persona concreta dei giovani d'oggi».
Ci sono delle opzioni e delle indicazioni di metodo che ormai sono decisive. La Rivista le sta indicando con uno sforzo analitico e sta filigranando le sue proposte pastorali all'interno di esse. Ma, in questo studio monografico. non poteva mancare, come punto di confronto. un discorso di sintesi.
L'abbiamo chiesto a C. Bucciarelli, anche per la collaborazione che offre nella commissione incaricata di elaborare il nuovo «catechismo» dei giovani.

 

È una costatazione penosa e forse ormai banale: i giovani s'allontanano sempre più dalla fede della Chiesa. La fede della loro fanciullezza e prima adolescenza crolla. Una certa cosiddetta «pratica religiosa» è decisamente abbandonata. I giovani se ne vanno con un certo senso di noia di disinteresse, con una tenace impressione di non voler più comparire in un mondo dove sembra non esserci niente da cambiare, niente che sollecita la loro libertà e la loro creatività.
Qualche cosa sembra essere perduto per sempre nel cammino della loro crescita cristiana, «qualche cosa» che non era più capace di riempire la passione dell'adolescente e del giovane di divenire se stesso. Educatori genitori, preti si sentono sconfitti, scoraggiati, inquieti. Il carico di dissonanze e conflitti tra loro e la nuova generazione è troppo forte. Nei più sensibili, l'angoscia affiora a livello della loro condotta: avvertono serie difficoltà ad innestarsi nel mondo e nel tempo dei giovani, che non è più il loro. I «linguaggi» non sono più i medesimi. La gerarchia dei valori è stata capovolta. I modelli di una generazione non sono più sovrapponibili a quella nascente. I vecchi ruoli crollano, i nuovi non sono ancora pienamente stabiliti.
Tutta la Chiesa sente battere sui suoi fianchi il possente dinamismo di una classe giovanile che non ha più orecchie per ascoltare, ma occhi per vedere e mani per partecipare; tutta la Chiesa è lavorata «alla figura» - per usare un termine pugilistico - dalla contestazione, dall'insoddisfazione, dall'impazienza di una giovinezza che desidera «altre cose», che esige di essere riconosciuta nei suoi bisogni, nei suoi valori, nelle sue esperienze, nei suoi tentativi originali di entrare in una fede più a misura dell'uomo e della vita, di avere a che fare con una morale che la riguardi veramente.
Non è facile quindi parlare della fede dei giovani d'oggi e la cosa diventa ancora più ardua perché il problema della fede, oggi, tocca intimamente ciascuno di noi. Tuttavia dobbiamo chiederci: esiste il problema della fede nella nuova generazione? E se esiste, come si pone? Ha esso caratteri nuovi che lo distinguono dal normale processo di revisione cui sempre i giovani hanno sottoposto le convinzioni ereditate? Il fatto che la maturazione intellettuale e storica sui problemi del mondo, comporti spesse volte la perdita della fede è da attribuirsi semplicemente all'orgoglio, all'indifferenza, al menefreghismo, alla rabbia o piuttosto alla fragilità della nostra educazione alla fede? E se si tratta di quest'ultima, quali sono gli aspetti tipici di questa fragilità? Quali suggerimenti essi danno a chi ha responsabilità educative? Solo se questi interrogativi sono presi sul serio, con la chiara disponibilità a dar loro una risposta vera e non di comodo, solo in questo caso saremo in grado di capire l'arduo problema dinanzi al quale la Chiesa tutta intera si trova, senza dilazionarlo.

LE NOSTRE «LIBERAZIONI» E I GIOVANI

A mio parere si fa ancora troppa retorica sui giovani e sul loro impegno cristiano; ma a volte capita di peggio: ci si adagia a vivere tra i giovani in modo retorico. S'intende, una retorica aggiornata secondo la «lunghezza d'onda» dei comportamenti giovanili odierni, ma sempre retorica che la ragione sfrutta per difendersi dall'autenticità e dalla verità.
E così, vivendo in mezzo ai giovani, invece di prendere sul serio quanto hanno da dire e quanto hanno da chiedere, si traccia il punto d'impatto psicologico e pedagogico tra loro e noi nelle zone marginali o della sentimentalità seducente dei loro stati d'animo e delle loro emozioni oppure nella condivisione acritica di una rabbia contestatrice aliena da ogni speranza, e si ha come risultato o un paternalismo di nuova maniera molle, flaccido, madrigalesco, o l'infantilismo amabilmente stupidotto di chi non è mai riuscito a crescere e a maturare. Questo modo di essere e di fare di tanti educatori crea, a lungo andare, un'atmosfera falsa.
I giovani seri si liberano ben presto da questo educandato che non sopporta intelletti virili e inquietudini feconde. I giovani superficiali, amorfi o arrabbiati che siano, hanno tutto da guadagnare in una impostazione di vita estranea al vero rischio delle cose serie, dell'impegno sudato, sofferto e pagato di persona, e restano invischiati in un giovanilismo di maniera. C'è da chiedersi se un educatore del genere ama davvero i giovani o non piuttosto se stesso in loro, se è la loro maturazione che cerca o non piuttosto il permanere di un dominio che altrimenti gli sarebbe negato. Per chi si prende cura del giovane è di decisiva importanza aver coscienza di questa sua intangibile alterità, del suo diritto ad essere se stesso e nello stesso tempo chi si prende cura dell'educazione alla fede dei giovani deve avere il coraggio di effettuare radicalmente nella sua vita una serie di autentiche liberazioni: la liberazione dai suoi miti educativi, la liberazione dai suoi comportamenti ed atteggiamenti, la liberazione da tutto ciò che è «sacro» in lui, la liberazione dalla mania di commemorare il suo presente e il suo passato.
All'educatore è richiesta innanzitutto la capacità di ascoltare. Quel che ci deve sedurre è la manifestazione della presenza di Dio in alcuni «segni dei tempi» tipici della dimensione profetica giovanile, è l'apparizione di «valori nuovi», il pulsare della vita che si fa strada faticosamente tra le cose morte, il riproporsi in termini nuovi dei perenni problemi dell'esistenza che solo i fanatici dei manuali e dei libri credono risolti una volta per sempre.

RIBELLIONE COME DISPONIBILITÀ ALLA FEDE

Mai come oggi i giovani hanno conquistato la parola. E la parola è rivelazione del pensiero, è rivelazione di sé, è comunicazione con l'altro. Per questo i più sensibili fra loro - quelli cioè che fanno opinione si ribellano ad un certo stato di cose. E la loro ribellione non è fine a se stessa, ma il più delle volte è determinata dall'insofferenza dell'ingiustizia e dalla volontà di creare un mondo più fraterno. Tanti loro discorsi sono orientati a rimettere in questione tutto o quasi e a mettere in comune le esperienze. Non accettano l'abuso di potere e la soffocazione paternalistica e autoritaria della personalità; contestano e negano l'egoismo di gruppo che ha codificato la morale borghese spesse volte puritana ed ipocrita; criticano la famiglia fondata sul controllo possessivo e sulle sicurezze di carriera; contestano un tipo di società sempre in cerca del «benessere» e incapace di offrire un «più essere»; rifiutano l'alienazione di molte forme di vita religiosa; non sopportano il compromesso; fanno propri il coraggio e la virtù della disobbedienza; demitizzano una concezione legalistica del sesso per coglierlo invece nella sua dimensione personale. Ci troviamo, insomma, di fronte e alle prese con giovani che non ci concedono sconti e sono alieni dal conformismo. Non ci permettono di salvare la nostra «buona coscienza» di uomini moderni o di rivoluzionari, se non spendiamo la nostra vita con estrema sincerità.
Non è difficile accorgersi che questa ondata di ribellione contro una concezione di vita basata sull'esclusivismo levigato e la morale della finzione e dei tabù non è puramente negativa: si manifesta soprattutto nella ricerca, sia pure faticosa e incerta, di nuovi rapporti umani all'interno della famiglia, della scuola, del gruppo, della comunità politica e di quella religiosa; rapporti che riscoprono e cercano di realizzare quelle idee di tolleranza, di sincerità, di rispetto della persona, di importanza della vita comunitaria; idee spesso predicate dagli adulti, ma troppo raramente presenti nella loro vita sociale.
In questo contesto possiamo verificare, oggi, che una certa «educazione cattolica» di un passato non certo remoto, ha manifestato il suo macroscopico tallone di Achille. Ne è risultato una «fede» che ha promosso una religione nozionistica, vuota dalla parte di Dio e dalla parte dell'uomo. Una religione limitata alla prassi, al costume, al precetto, svuotata di tutta una carica d'amore e di risposta di fede, incapace di immettersi nella situazione reale, storica, del mondo. Questo tipo di educazione religiosa rimasta libresca e disincarnata, appare sempre più incapace di formare personalità autentiche, capaci di discernere i valori reali del tempo. E per questo ha formato spesso dei mediocri giovani che non accettano l'impegno responsabile con Dio e con i fratelli, riducendo la religione ad una metafisica di parole, ad un comportamento di difesa, ad un culto fatto di segni vuoti perché orientato a quel Dio «tappabuchi» contestato da Bonhoeffer e a cui i giovani andavano solo per un matrimonio d'interesse.
In molti giovani d'oggi, infatti, più che di crisi di fede c'è mancanza di fiducia nel cristianesimo istituzionalizzato. Nelle istituzioni cristiane essi non trovano più l'espressione di quello che vivono nel mondo, né forse una testimonianza capace di porsi in forma incisiva davanti ad un nuovo senso della storia con tutti i suoi attuali problemi: pace e non violenza, fame e sottosviluppo, baraccati e handicappati, dimensione planetaria ed ecumenica, giustizia sociale e internazionale, pluralismo ideologico generatore di dialogo. Essi vedono che quando vi è qualche cristiano - prete o laico che sia - che si butta in queste cose per affrontarle e viverle a fondo, il più delle volte è frenato, controllato, vigilato, attaccato dall'istituzione ufficiale, che in certe zone è più incline all'equilibrismo giuridico che all'equilibrio del buon senso che dovrebbe permettere ed incoraggiare un pluralismo d'esperienze. A parecchie istituzioni cristiane allora, i giovani rimproverano la pratica incapacità di staccarsi da un loro «dominio», da un loro «potere», il più delle volte compromesso e confusamente mescolato con altri «poteri» sociali, che dietro al loro «ordine apparente» nascondono il «disordine dell'ingiustizia». Essi affermano con i loro discorsi o con i loro atteggiamenti che «non si può far violenza a Dio con la scusa di amarlo di più» e mettono in crisi il vecchio modo di tante istituzioni cristiane di occuparsi dei poveri, degli «ultimi». I giovani, infatti, aderiscono con pieno consenso ad affermazioni del genere che stralcio da un articolo di un noto giornalista italiano: «la Chiesa come istituto di mediazione tra il ricco che dona e il povero che riceve, e che quindi prende un po' di potere dagli uni e un po' di potere dagli altri, la Chiesa che fa sentire buoni i ricchi e tiene buoni i poveri, diventando così funzionale al sistema dell'esclusione e del privilegio, se poteva corrispondere ai tempi passati, non corrisponde più ai nostri».
Infine, i giovani rimproverano a parecchie istituzioni cristiane - e soprattutto alle più note - la concreta mancanza di compromettersi con stile giovanile nei «fatti» piccoli e grandi della storia attuale; il rischio di tali istituzioni sovente si limita all'elaborazione di studiati comunicati, dando così l'impressione di evadere dal reale e di non capire praticamente che la Chiesa non è tanto una realtà che si deve incontrare con il mondo di oggi, ma il «modo fondamentale» di vivere e di essere il mondo, perché è solo «in situazione» che gli uomini fanno atti di fede salvifici e non attraverso «documenti».
Molti altri giovani restano al margine del «fatto religioso». Alcuni altri arrivano ad impegnarsi per l'uomo al di fuori del riferimento religioso. La fiducia nel mondo dei «vecchi» investe l'immagine che di Dio si sono andati formando. Non c'è, a loro avviso, correlazione tra la volontà di vivere in pieno la loro giovinezza e la realtà religiosa che si esprime ancora, spesse volte, in inibizioni, freni, norme vincolanti, collegamenti più o meno strani con i canali del controllo sociale o del potere economico.
È necessario tuttavia prendere atto della loro seria volontà di vivere in pieno la vita. Il loro respiro è nel vivo di un mondo sempre più secolarizzato, nel quale lo splendore delle cattedrali o delle solenni liturgie non è che un fenomeno di folklore accompagnato da un rivestimento sacrale di cristianesimo.

RIBELLIONE ALLE DEFORMAZIONI DELLA FEDE

È proprio per l'attenzione a quest'analisi interiore dell'animo giovanile di oggi che, a questo punto, ci è possibile capire quanto oggi i giovani più sensibili - quelli che fanno opinione e che fanno storia - attendano dall'educazione cattolica.
La fede ridotta a culto di pratiche religiose, a devozione, ad attivismo non soddisfa più i giovani proprio perché non è fede autentica, integra in tutti i suoi elementi. Avere questa certezza significa, per un educatore, avere un criterio di fondo per comprendere le ragioni d'innumerevoli smarrimenti e la giusta linea di riscatto educativo. La fede non si identifica con il senso religioso che è ancora una risorsa della natura ed appartiene alla sfera del sentimento. E perciò non basta certo educare alle «pratiche religiose», anche se fatte con riti aggiornati, perché la fede cresca. Anzi, essendo il comportamento devozionale dei riti religiosi strettamente congiunto alle risorse dell'emozione e del sentimento, esso diviene facile soprattutto per chi è dominato, nella sua struttura psicologica, dalla componente dell'emotività; il che non è difficile da riscontrare nell'età evolutiva. A giudicare la fede dal comportamento di certi giovani assidui alle nostre attività parrocchiali, dovremmo ammettere ch'essa è tutt'altro che una luminosa visione del mondo. Il sentimento e l'emozione sono due componenti meravigliose nell'uomo, ma sovente possono nascondere l'ambiguità dell'egocentrismo e del soggettivismo; la religione sentimentale può essere quindi orpello di gravissimi egoismi.
Un'altra attitudine che le palesi o nascoste esigenze dei giovani non riescono ad accettare è il cosiddetto volontarismo religioso, così tipico nel mondo giovanile fino alle soglie del Concilio e, forse, anche dopo, soprattutto in certi strati della vita parrocchiale di certe Chiese locali. Tale volontarismo religioso produce l'agonismo nell'animo giovanile senza troppo preoccuparsi che la lotta abbia tutte le misure della verità di Dio. Tale attivismo è il rifugio di intelligenze malformate: nel caso della vita di fede esso è funesto perché dissimula la propria libidine di potenza sotto i segni della verità cristiana, che invece viene strumentalizzata e svuotata. E, per ultimo, i giovani non vogliono più saperne del moralismo religioso, che fa dell'ideale cristiano un ideale di perfezione individuale, riducendo il messaggio evangelico ad un insieme di norme ascetiche e facendo della «grazia» non una «nuova creazione», ma solo uno strumento medicinale della vecchia creazione oppure un impegno alla costruzione di «cieli nuovi» dimenticandosi di costruire anche «terre nuove».
I giovani d'oggi si ribellano a questa triplice deformazione della fede cristiana ed hanno ragione, perché quando si interpreta il Cristianesimo come una pratica evasione da tutto ciò che è reale, prima o poi esso ci si svaluta fra le mani come una moneta in corso d'inflazione. E il dramma di un certo tipo di «cristiano» di oggi è quello di scoprirsi senza Dio, un ateo pratico, perché senza mondo, senza uomo, senza storia. Molti cristiani, infatti, non hanno il gusto dell'uomo perché non sono persone serie. Hanno radicato il vizio del «potere»: dispongono di ogni cosa, anche di Dio. Non sono «poveri». Per un giovane l'affermazione «fatti santo» dà sui nervi in questa prospettiva, perché intuisce che non bisogna giocare all'uomo serio senza esserlo. Un «santo» che non può essere guida dell'uomo, perché più smarrito di lui, non è un santo.
Tali istanze e reazioni dei giovani s'infiltrano quindi, e giustamente, in tutta la vasta problematica della pastorale giovanile per una più autentica educazione alla fede ci costringono ad una radicale e coraggiosa revisione di «contenuti», di «itinerari pedagogici» e di «criteri metodologici».

REVISIONE O RISCOPERTA DI «NUOVI CONTENUTI»?

Quasi ogni giorno mi avviene di dover prendere atto, concretamente, della morte della fede in giovani che pure non offrono appigli alle spiegazioni tradizionali dell'incredulità: orgoglio, cedimenti sessuali, reazione nei confronti dell'autorità gerarchica e così via. Per lo più la motivazione che affiora alla loro coscienza è l'incompatibilità tra la fede della loro prima adolescenza e la realtà storica che stanno scoprendo; più precisamente: la visione del mondo che essi via via si costruiscono sulla base dell'esperienza e della cultura non riesce a far corpo con le anguste rappresentazioni religiose a cui si erano assuefatti da adolescenti.
Dobbiamo, quindi, decisamente abbandonare l'immagine comoda del giovane che se abbandona la fede lo fa sicuramente per bassi interessi, scambiando incomparabili valori con le misere e deviate soddisfazioni dell'orgoglio e dei sensi. Avviene sempre di più che la coscienza in cui si spegne la fede abbia precisamente l'impressione contraria: quella di lasciare l'angusto e gretto mondo cristiano per lotte nobili e generose, per adottare una disciplina mentale più severa e coerente, per entrare nel vasto gioco del mondo con un impegno senza riserve, senza inibizioni, virile insomma, e di più ampio respiro morale. Si tratta ovviamente di una impressione sbagliata, ma quasi invincibile per i dati di esperienza su cui si fonda, secondo i quali la vita religiosa appare «tutto», fuori che una visione del mondo e «tutto» chiede all'uomo fuori che l'uso serio dell'intelligenza.
Ed è proprio su questi dati di fatto che bisogna riscoprire in modo nuovo i contenuti perenni del messaggio evangelico e i giovani sono «psicologicamente» disponibili a questa scoperta, perché essi non hanno niente da difendere, non sono sclerotizzati in modelli stereotipati di pensiero e di azione, possono quindi collocarsi con libertà e creatività di fronte alla società degli adulti e immaginare come trasformarla in senso più umano, perciò più cristiano. Essi rappresentano «il momento» più adatto, oggi, per progettare e sperimentare un nuovo tipo di umanità, un nuovo tipo d'uomo e non solo con dimensione italiane e nemmeno europee, ma un nuovo tipo d'uomo con dimensioni mondiali e planetarie.
Quali sono allora questi contenuti evangelici da riscoprire in modo nuovo?...
Per ragioni di chiarezza tenterò di elencarne i principali con un breve commento, anche se ognuno di essi avrebbe bisogno di una più meditata riflessione al di là e al di sopra di ogni... elencazione:

La riscoperta della fede come visione del mondo e della storia

I giovani che accettano Cristo non possono permettersi di perdere il treno con la storia. Essi avvertono che la loro fede è salda e autentica solo se esprime una visione religiosa del mondo e della storia in cui sono con solidarietà compromessi. La fede deve avere la misura della nostra epoca. E la nuova generazione giovanile manifesta, con la sua stessa inquietudine, la necessità di considerare la fede come una visione della vita e della storia, capace di dare una «ragione» alla nuova vastità che il mondo ha conquistato nella sua coscienza quotidiana. Solo chi sa che la fede è una partecipazione alla conoscenza con cui Dio conosce il mondo e, conoscendolo, lo trasforma, riesce ad evitare la seduzione delle «culture», perché, anche quando meritano rispetto e ammirazione, esse gli appaiono inadeguate alle possibilità conoscitive dell'uomo e alle dimensioni oggettive del reale. Il giovane autenticamente «credente» che si avventura nelle ricerche culturali saprà sempre mantenere la visione della fede al di sopra di ogni altra visione prodotta dall'ingegno umano e tuttavia saprà di continuo scoprire le connessioni tra fede ed azione storica: saprà insomma che la cultura, la vita, la storia, non possono giudicare la fede, ma è la fede che le deve giudicare.

La riscoperta della dimensioni ecclesiali della fede

La liberazione della fede dalle sue decadenze sentimentali e volontaristiche per mantenerla al suo livello di «visione» della conoscenza che Dio ha del mondo e della storia è già una fedeltà alla struttura ecclesiale dell'atto di fede. L'atto di fede è un atto personale e tuttavia non è un atto privato. Il cristiano deve essere consapevole che la fede della Chiesa è più illuminata che non la fede del singolo. Lo Spirito guida infallibilmente tutta la sua Chiesa verso la verità intera; ecco perché il singolo, si tratti pure del più illuminato dottore della Chiesa, non potrà mai avere argomenti contro la fede della Comunità, col rischio altrimenti di essere un separato. Mentre nella conoscenza profana la ricerca personale è condizione indispensabile e insostituibile di verità, nella conoscenza di fede la ricerca personale deve subordinarsi alla fede della Comunità. La formula «io credo» è legittima, ma il suo vero senso è in quest'altra formula «noi crediamo». Anzi questa seconda formula è sempre implicita nella prima e tende a diventare manifesta con una coscienza più autentica dalle nuove generazioni. Solo in questo caso il valore di testimonianza della Fede è integro in tutti i suoi elementi.

La riscoperta della fede in Cristo come «memoria profetica»

Che la «verità» nel cristianesimo sia una «Persona» e che la fede significhi la risposta a questa Persona, è ormai un dato largamente acquisito nella catechesi e nell'educazione alla fede. Ma ciò che rimane forse da scoprire in modo più globale sono le conseguenze di questo fatto, assai importanti per la dimensione della fede nei giovani. Infatti, se le dimensioni della fede devono essere ecclesiali, occorre dire che non c'è per la Chiesa un modo di essere con gli uomini, diverso da quello scelto da Dio stesso, che in Gesù Cristo, come dice Schlier, si è definitivamente deciso per il mondo, con una radicale decisione di amore, che lo ha fatto uscire dal suo essere solo Dio, per essere anche uomo, assumendo su di sé ciò che vi è di più estremo negli uomini, perfino il loro peccato e arrivando fino alle ultime conseguenze: «Da Dio all'uomo, dall'uomo alla morte, dalla morte alla vita verso il futuro che porterà la sua ultima rivelazione». Ora la fede deve educare all'assunzione vitale di questa «memoria» che è Cristo, morto e risorto per la salvezza del mondo, e in questo mistero la distinzione passato, presente, futuro non ha più senso, perché il tempo salvato è il tempo di Cristo, ove l'eternità e il tempo si sono coniugati misteriosamente. Quando quindi compiamo come cristiani i segni della salvezza non ripetiamo tale Evento (l'Evento non si ripete), ma attraverso quei segni sacramentali facciamo passare la nostra esistenza, che è strutturalmente legata al passato, presente e futuro, nella perenne contemporaneità dell'evento di Cristo che non ha bisogno di ripetersi. Noi cristiani compiendo la «memoria» di Cristo compiamo un atto retrospettivo, psicologicamente. Ma secondo la fede questo atto non è retrospettivo perché Cristo è sempre presente, l'evento pasquale è. Noi ci immergiamo in ciò che è. Il modo psicologico del ricordo non è altro che un modo umano per entrare nel presente, anzi nel futuro, perché l'evento pasquale consuma i tempi, è il loro senso ultimo. Per il cristiano infatti la categoria storica non è il passato, ma il futuro. Ora comprendiamo che nella Chiesa la «Memoria» è profetica e quando i giovani assumono nella loro vita questa realtà, allora si possono anche bruciare i catechismi, perché non servono e sono un intralcio.

La riscoperta dell'alfabeto di Dio

«Il Dio della Bibbia - scrive G. Ruiz - non viene da una soluzione dell'enigma del sapere umano né a supplire o a rendere inutile lo sforzo autocreatore dell'umanità». Nell'educazione alla fede dei giovani, allora, bisogna assolutamente abbandonare la concezione «ortopedica» di un Dio che arriva come pronto soccorso per dipanare le matasse imbrogliate dell'umanità oppure la concezione «anestetica» di un Dio che aiuta a morir bene. Spesse volte nella nostra catechesi si è parlato di questo Dio ed è il Dio dei filosofi, non quello di Gesù Cristo. Quel Dio che ha fatto esclamare a Voltaire: se non ci fosse Dio, bisognerebbe inventarlo. Se non c'è, non torna più nulla. In questa concezione Dio viene trasformato in un remoto e statico Direttore Generale della Società Anonima Universo: si sa che Egli c'è e che dirige gli affari (sebbene questi andrebbero avanti anche senza di Lui), non lo si vede mai, ma si riconosce la sua guida, mentre si «rappresenta la propria arte» come ultima cifra di un abile calcolo umano che poi serviva molto a tanta gente, perché diventava il Dio garante dell'ordine costituito. Un Dio comodo tutto sommato, un Dio fondamento della Chiesa e del cristiano che non deve macchiarsi le mani con il sangue delle guerre, anche se può benedirle. Ecco perché questa idea di Dio è piaciuta molto ad una certa mentalità borghese, miscredente praticamente, perché appunto la sicurezza dell'ordine fondato su Dio forniva una garanzia sacra. Per i giovani questo Dio è morto. Essi sono psicologicamente disposti ad accettare il Dio della Bibbia, il Dio di Gesù Cristo. Tutta la Bibbia è attraversata da un angoscioso «perché» che non trova mai una risposta immanente e con ciò intendo sottolineare l'insistenza con cui attraverso la Bibbia viene presentato Dio che incide verticalmente sopra gli avvenimenti umani, completamente al di fuori di ogni interpretazione logica immanente. A questo punto è chiaro che le relazioni tra l'uomo e Dio si esprimono con le categorie della «povertà»: un Dio gratuito è un puro dono e può essere accettato unicamente da chi riconosce la sua possibilità di riceverlo, ossia la sua povertà. Se i giovani assimilano questa concezione sul piano della loro vita, capiranno che chi crede in Dio non ha il privilegio di salvarsi, ma soltanto il dovere di testimoniare al mondo che Dio vuol salvare tutti e che a Dio non si va da soli, ma si va con, e si va rimanendo fedeli alla storia dell'esistenza umana che attraverso noi o attorno a noi Egli ha voluto scrivere con le lettere del suo alfabeto.

La riscoperta e l'inserimento dei giovani in comunità profetiche

La religione allora può essere davvero alienante tutte le volte che ci porta a riporre l'essenza di Dio e della nostra vita al di fuori della storia, ma la religione non è più alienazione quando ci porta a riconoscere Dio e a riconoscere il compimento del nostro destino attraverso i fatti della storia. La fede ci fa aderire alla storia con una forza che nemmeno il semplice spirito di umana solidarietà può procurare. L'uomo di fede è un uomo che si immerge nella storia in modo esatto, perché la comunità a cui appartiene è la Comunità dell'esodo che come freccia è lanciata nel mondo per indicare il futuro. Perché la fede dei giovani sorga, cresca e si alimenti, c'è bisogno allora di comunità cristiane che siano veramente profetiche. È di vitale importanza l'appartenenza dei giovani a tali comunità in cui il cristiano è educato alla contestazione razionale in nome dell'uomo di tutto ciò che deturpa la sua dignità e all'integrazione profetica di ogni ideologia umana. Ed è per questo che tali comunità cristiane devono essere «povere», lontane da ogni «potere» religioso, politico-partitico, economico. Solo a questa condizione in esse ciò che è essenziale e necessario diventerà segno, e la loro fedeltà a Cristo sarà indistruttibile in quanto la loro povertà, da seduzione sociologica e psicologica, diventerà vessillo alzato verso tutte le genti affinché in esse riconoscano il sacramento di Dio. Liberare la Parola e riportarla alla sua povertà non significa certo portare i giovani negli empirei delle contemplazioni extrastoriche visto che mai come oggi sentono la necessità di un ff impegno politico» nel cambiare il mondo, ma tale impegno politico va anch'esso liberato dalle sue prostituzioni e per i giovani che hanno compreso ciò che significa «profezia» nella Chiesa, la «politica» diviene così un fatto di capitale importanza, perché essa va assunta nel significato più ampio del termine, cioè come «scelta», come «presa di posizione», come «proposta» di valide alternative a tutte le funzionalizzazioni e le strumentalizzazioni che la società fa dell'uomo.
Qualcuno potrebbe pensare che le difficoltà dei giovani d'oggi di interessarsi di Dio, di interpellare Cristo, di disporsi alla fede della Chiesa, dipendano dalla crisi e dalla molteplicità delle proposte della cosiddetta spiritualità cristiana. A me pare che l'accento non vada tanto posto sulle modalità di spiritualità, ma sull'uomo. Nessun discorso su Dio e quindi su Cristo e la Chiesa è possibile se si ignora l'uomo, quello vero anche se ferito o tradito o sbagliato, e la sua storia, perché Dio entra in comunione con l'uomo vivo. Quando l'uomo non ci sia, Dio è esiliato in un suo amaro e disperato silenzio.

OPZIONI PER UNA PEDAGOGIA RELIGIOSA IN FUNZIONE GIOVANILE

La linea personalistica, che si fa strada oggi nella catechesi, impone un cambio di prospettiva: porta cioè a porsi dal punto di vista dei soggetti e di quanto essi possono e debbono assimilare, e a diminuire la preoccupazione della quantità delle cose imparate, rispetto a quella della qualità di un'assimilazione che coinvolga la persona, fino a diventare «mentalità di fede» per la persona stessa. Questo nuovo orientamento della catechesi trova la sua motivazione profonda nel rinnovamento del movimento biblico e liturgico. Più le riforme all'interno della Chiesa ponevano in luce le autentiche fonti dell'annuncio, più urgente si faceva il problema del modo con cui la realtà della fede potesse arrivare ad investire, attraverso la catechesi, l'uomo dei nostri giorni. Quindi è stato il movimento liturgico-kerigmatico che ha provocato praticamente nuove considerazioni esistenziali-antropologiche e tali considerazioni sono proprie della catechesi personalistica. Ora, a mio parere, è in tale linea personalistica della catechesi che occorre ritrovare le motivazioni e i criteri pedagogici per una catechesi giovanile che educhi alla autenticità della fede. Infatti i presupposti di tale linea si orientano come obiettivo alla riscoperta dell'uomo situazionale e dell'uomo biblico, la cui «sintesi» non è data dalla formula «Dio parla, l'uomo risponde», bensì da quella opposta: «l'uomo interroga la vita e Dio gli risponde».
Ecco, allora, alcune fondamentali opzioni di pedagogia religiosa, che mi sembrano caratteristiche di una pastorale catechistica giovanile orientata all'educazione della fede:

Opzione per il principio teologico-pastorale dell'incarnazione

Il Dio che si fa uomo, la Parola che si fa carne significano per la catechesi un mistero che si fa lievito della pasta umana e non una realtà indipendente dalla realtà storica dell'umanità. Di conseguenza la catechesi giovanile non deve mai presentare problemi religiosi disincarnati da problemi umani, ma problemi umani urgenti per l'uomo, messo in tensione da quei problemi. La riflessione sui vari aspetti della salvezza cristiana obbedisce sempre al mistero e ciascun suo aspetto è meditato come «salvezza» divina dell'uomo, è presentato «nel significato salvifico che ha per la vita quotidiana dell'uomo» (RdC 52).
Il volto di Dio allora che dobbiamo presentare ai giovani sarà sempre un volto umano, cioè un Dio non solo attento ai nostri problemi, ma incarnato ad essi. Un Dio che non appare un «ospite» nell'umanità, ma veramente di casa, tra noi, un «Dio con noi» che ci offre una salvezza divina più ampia, dove vi è tanto la liberazione dall'Egitto quanto il dono della terra promessa, dove si costruiscono sia «terre nuove» come «cieli nuovi».

Opzione per il principio esistenziale della «vita quotidiana»

Questo «partire dalla vita» come punto d'innesto con il mistero cristiano, è estremamente congeniale ai giovani d'oggi; significa sollecitudine per l'uomo, intesa come preoccupazione per una realizzazione esistenziale della fede, significa che un cristiano può soltanto crescere nella fede mentre cresce nella vita. Infatti, se il fine della catechesi è la fede del «soggetto», ciò che conta decisamente, allora, è di illuminare i rapporti della vita quotidiana con la luce della fede. In una catechesi così intesa non ci può essere frattura tra fede e vita, perché entrambi si coinvolgono reciprocamente: la vita viene creduta e la fede vissuta. Ed è naturale che in questo contesto l'organismo delle virtù teologali «in situazione» costituisca la personalità dinamica del credente, cioè l'uomo che interviene in ogni situazione per interpretare, progettare, esperimentare, per verificare il suo interventismo in rapporto con l'esperienza di «sé», con il «tu», con il «noi» e con «l'assoluto», tanto da non vivere soltanto e soprattutto ciò che celebra, ma da celebrare ciò che vive (cf art. di G. Negri su Note di Pastorale Giovanile n. 12/1970: «Divergenze, convergenze, punti d'innesto per una proposta di educazione cristiana ai giovani»).

Opzione per la basilare convergenza tra novità cristiana ed età giovanile

Sappiamo che è nella psicologia giovanile non guardare troppo al passato e «tagliare» con una tradizione che li ha delusi. I giovani, come il messaggio cristiano, sono tesi, «protesi in avanti» (Fil 3,13) per raggiungere, attraverso successive realizzazioni, una perfezione sognata. Questa spinta in avanti è congeniale alla tensione escatologica di tutto il mistero cristiano nel suo progressivo dinamismo di «novità di vita» pasquale. E nello stesso tempo è nello stile giovanile questo movimento «in avanti», questo guardare al domani non con volontà di rinuncia, ma con volontà di progresso. Una tale convergenza tra spirito giovanile e cristianesimo dà alla pastorale giovanile un particolare accento rispetto alle altre età della vita umana: nel popolo di Dio il «carisma giovanile», così inteso, intensifica la conformazione di tutti a Cristo «proteso in avanti» verso la risurrezione finale e universale. In questa prospettiva anche le dimensioni «verticale» ed «orizzontale» nel cristianesimo troveranno la loro armonizzazione e non saranno più il centro di animate discussioni pastorali: però, non si tratterà tanto di scegliere una delle due opposte istanze, ma di contenerle in una tensione vissuta. Solo che questa «tensione» non dovrà essere di tipo volontaristico, ma dovrà avverarsi nel proprio spazio, che è quello «biblico» della fede e non quello delle sintesi spurie di una catechesi vista come impatto di teologia speculativa e di ideologia cattolica.

Opzione per la partecipazione dei giovani all'elaborazione di un «linguaggio» della fede

Abbiamo visto che nella linea della catechesi personalistica non si riesce a cogliere se il filo conduttore è l'uomo o è Cristo. Da una parte l'uomo è problematizzato nella vita, ma a quel livello profondo di ogni problema, dove si è protesi verso il divino; dall'altra è Cristo, uomo e Dio, ma così impegnato nel salvare l'umano, che non è possibile parlare a fondo di Lui senza parlare a fondo dell'uomo. Tanto più un uomo è se stesso - dice giustamente il catechismo olandese - tanto più Dio è operante in lui.
Ora, è proprio a questo punto che occorre chiederci: «è possibile parlare di creatività a proposito del linguaggio della fede? La fede non si elabora, la si riceve; non la si crea, essa ci precede; non c'è quindi lo spazio per la libertà e la creatività, ma solo per l'obbedienza!?». È giusto porci questi interrogativi, anticipare queste obiezioni. E diciamo subito che è esatto affermare che l'iniziativa della fede è di Dio, che la sua Parola non è un'invenzione umana, ma, come abbiamo già visto, l'alfabeto di Dio è l'esistenza umana e la fede cresce soltanto mentre cresce nella vita, e tutto ciò implica una risposta personale, libera dell'uomo, in generale, ma di quest'uomo «qui», che vive, ama, soffre, lavora, in questo momento. Se Dio ci prende tremendamente sul serio, noi dobbiamo prendere tremendamente sul serio l'uomo, al di là dei fatui e pretenziosi spiritualismi, che nulla hanno a che fare con lo Spirito Santo. Cercare l'uomo concreto, quello «in situazione», trovarlo, per servirlo ed amarlo, significa disporci alla fede, viverla e forse anche reinventare una pastorale della fede che ci impegni in modo più responsabile con Dio-Verità. Per questo i giovani hanno un «loro» posto insostituibile nella elaborazione di un «linguaggio» della fede a quattro livelli ben precisi a mio parere: nella elaborazione di un linguaggio «religioso», di una «creazione liturgica», di una ricostruzione di una «rinnovata morale», nel problema della «relazione educativa» finalizzata all'educazione della fede. È chiaro che tale discorso andrebbe maggiormente chiarificato - cosa che spero di fare in un prossimo articolo - ma per ora limitiamoci a questo enunciato, lamentando solo che nella situazione giovanile attuale a proposito di questa elaborazione di un «linguaggio» della fede da parte dei giovani, c'è forse una conquista iniziale della «libertà», ma assai poca «creatività»; e la cosa dipende sia dai giovani, come dagli attuali educatori.

Opzione per un pluralismo pastorale innestato nelle situazioni di vita della chiesa locale

Il «Rinnovamento della catechesi» è esplicito ed illuminante a questo riguardo: «chiunque voglia fare all'uomo d'oggi un discorso su Dio, deve muovere dai problemi umani e tenerli sempre presenti nell'esporre il messaggio» (RdC 77). Di conseguenza vi deve essere nella catechesi giovanile una accentuazione della Chiesa locale (RdC 8) in quanto vivente in «quel» determinato luogo, cioè intesa come impegno dei credenti nei problemi della società concreta in cui si trovano «... non c'è problema umano, non c'è avvenimento d'attualità che non debbano trovare sensibili e pronti alla riflessione sacerdoti e fedeli» (RdC 149). Per questa provvidenziale affinità e convergenza la pastorale può incontrare intensamente i giovani, i quali ricercano e profetizzano un «progetto d'uomo» costruttore di «terre nuove». I giovani vengono evangelizzati soprattutto dentro e attraverso un intervento cristiano nelle urgenti situazioni locali. Per questa vitalità impegnata e «localizzata» concretamente, la pastorale giovanile accentua dell'evento pasquale la dinamica del «far tutto nuovo», che è l'essenza stessa della salvezza e quindi della fede. Ma appunto perché questa fede è donata ad un uomo «in situazione» ed in «evoluzione cronologica, psicologica», occorre nell'età giovanile, più che nelle età precedenti, prospettare un pluralismo di programmi, di impostazioni, di metodi, perché il dono della fede possa sempre innestarsi nel terreno più adatto e più disposto del modo di vivere dei giovani.
Una «fede» che si muove in un mondo giovanile che si muove: una Chiesa che accetta cioè il mondo giovanile in trasformazione come un mondo legittimo, e perciò, pone se stessa in uno stato di adeguazione permanente al mondo giovanile che si trasforma e pone quindi la trasformazione come «norma» del proprio essere: del proprio «essere storico», non del proprio «essere essenziale». Ecco allora che in ogni Chiesa locale, soprattutto a livello giovanile, dovrebbe essere possibile una larga federazione d'esperienze, rispettose di un pluralismo di maturazione e sensibilità religiosa, di un pluralismo di diversa umanizzazione dei valori umani, di un pluralismo culturale rispondente alle varie mentalità e categorie professionali. Un pluralismo di modalità, pur nella convergenza degli intenti. (Per una più approfondita analisi su tali opzioni per una pedagogia religiosa in funzione giovanile, rimando al mio articolo «Appunti sulla catechesi giovanile» apparso su Orientamenti Pedagogici n. 5/1970).

INDICAZIONI METODOLOGICHE PER L'EDUCAZIONE DEI GIOVANI ALLA FEDE

Da un'attenta revisione ed assunzione dei «contenuti» conseguenti alla discrezione dell'animo giovanile di oggi di fronte al problema della fede, dalle «opzioni» fondamentali che dovrebbero caratterizzare la pedagogia religiosa in funzione giovanile, provengono soprattutto alcune linee metodologiche in ordine ad una catechesi giovanile finalizzata all'educazione alla e della fede.
Queste indicazioni ricercano tra il «linguaggio» del messaggio cristiano e del mondo giovanile i segni che sono più comprensibili per un sostegno all'iniziazione cristiana dei giovani e soprattutto ricercano il metodo non tanto come indispensabile apparato didattico, ma come quel «modo» quello «stile» elastico capace di organizzare tutte le forze dell'animo giovanile per un'assunzione «cosciente» della fede cristiana. Premessa comune, quindi, ad ogni indicazione metodologica in questo senso, è quella di ricordare come la pastorale catechistica giovanile, anche sul piano metodologico, non va separata dalla pastorale ecclesiale, dove annuncio della Parola, esperienza liturgica e azione caritativa sono tre aspetti dell'unico mistero di salvezza: Cristo (RdC 30).
Un'altra linea comune ed ancora generale alla catechesi giovanile è quella che va sotto il nome di metodo d'approfondimento e di concentrazione (RdC 174) che, data la «radicale ambivalenza e ambiguità» (RdC 129) dei segni di tempi emergenti dalle situazioni di vita, aiuta giovani ed educatori a non restare prigionieri delle situazioni stesse. Il metodo come «approfondimento» o come esigenza di pienezza e completezza, conduce sempre dall'esperienza visibile alla realtà invisibile rivelata, da ciò che è in superficie alla realtà profonda e misteriosa delle realtà umane, dall'esperienza di una vita creduta all'esperienza di una fede vissuta, con il vantaggio di ritrovare il mistero di Cristo non «al di là», ma «al di dentro» delle realtà umane, ove incarnazione e trascendenza fanno «sintesi». Il metodo come «concentrazione» opera una «concentrazione antropologica» con cui si passa dagli innumerevoli problemi ed interessi nell'uomo alle sue aspirazioni centrali e basilari, promotrici di tutto e capaci di unificare «questo tutto» nel profondo dell'uomo; una «concentrazione teologica» quale è indicata nei cc. IV e V del RdC, come ricapitolazione dei vari aspetti della realtà cristiana nel nucleo centrale ed unitario, che è Cristo, nostro Signore e Salvatore. La scelta di un fondamentale «metodo d'approfondimento e di concentrazione» risolve i problemi più spinosi dell'educazione alla fede dei giovani, perché capace di conciliare l'occasionalità degli interessi con la visione organica ed ordinata del mistero cristiano. Tale metodo inoltre si situa nella direzione della ricerca d'un «progetto d'uomo» a cui i giovani tendono reagendo agli avvenimenti storici ed incanala in modo costruttivo e realistico la spontanea «criticità giovanile», il loro bisogno di essenzialità ed autenticità, la ricerca appassionata della verità, il rifiuto dell'inganno dei miti e degli slogans, il moralismo formale, la ricerca di una dimensione interiore dell'esistenza per uscire da una certa loro solitudine e provvisorietà. (Per un'analisi più approfondita del metodo di approfondimento e concentrazione si veda R. Tonelli «Appunti di pastorale giovanile», in Note di Pastorale Giovanile, 197 1/4).
Da queste premesse possono scaturire tre possibili indicazioni metodologiche circa la catechesi giovanile finalizzata all'educazione della fede; tali indicazioni ci sembrano essere le più rispettose e congeniali all'innesto fra esperienza giovanile e mistero cristiano. Esse sono: il metodo della dinamica di gruppo; il metodo della proposta; il metodo della revisione di vita. Un breve cenno di analisi per tutte e tre.

Il metodo della dinamica di gruppo

Per la maggior parte dei giovani la vita di gruppo dove si realizzi una vera esperienza comunitaria inserita nel più ampio contesto della Comunità Chiesa-locale, può veramente costituire il primo contatto «vitale», la prima iniziale esperienza di Chiesa, la porta d'ingresso ad una esperienza ecclesiale piena e totale. Un gruppo, cioè, assolve ad una funzione di mediazione nel senso che è il primo, più piccolo cerchio, di una serie indefinita di cerchi concentrici, che danno luogo ad altrettante successive mediazioni nell'itinerario concreto di una persona nella sua esperienza religiosa comunitaria (RdC 171); il gruppo assolve ancora ad una funzione di personalizzazione (RdC 169), perché, rispondendo a specifiche esigenze psicologiche e sociologiche, facilita l'adeguamento della proposta cristiana alle particolari esigenze di ciascuno; infine il gruppo assolve ad una funzione di interiorizzazione (RdC 170) perché, assumendo i concreti problemi della vita, li inscrive nella dimensione religiosa ed attribuisce significato ai valori che formano il tessuto dell'esperienza umana. È nell'esperienza di gruppo giovanile che si realizza la scoperta della «verità nella carità», perché l'ascolto della Parola fatto in modo comunitario e il confronto della vita reale con Essa, la preghiera comunitaria, il servizio della carità, sono tutte dimensioni ecclesiali che vengono a configurarsi come impegno comunitario e continuativo a costruire concretamente la Chiesa nel mondo, a dare cioè alla fede quella dimensione storica di cui i giovani sentono l'esigenza, una fede informata dalla carità nel vivo tessuto delle situazioni reali.
Ogni gruppo giovanile impegnato in questo senso deve educare alla fede di tutta la Chiesa, altrimenti l'educazione alla fede che in esso si realizza, rimarrebbe incompleta e forse sterile. In questa prospettiva perciò il gruppo giovanile che si propone finalità di «fede cristiana», non rappresenta una piccola comunità autosufficiente, ma è piuttosto un segno della Comunità ecclesiale e un mezzo pedagogico per il vitale inserimento in essa dei suoi componenti.

Il metodo della proposta

Tale metodo si rifà sostanzialmente al principio di concentrazione (RdC 174) e al principio del dialogo (RdC 180) visto nel procedimento delle sue tre fasi: nella prima fase il dialogo consisterà soprattutto nell'accostare i segni dell'intervento divino nel mondo ai dati delle situazioni e dei problemi vivi per i giovani e ciò per mettere in rilievo un bisogno di soluzione e un desiderio di salvezza; nella seconda fase il dialogo consisterà nel mostrare come il mistero di salvezza nel suo insieme e in ciascuna sua parte si innesta nell'uomo concreto come una personale e comunitaria salvezza; nella terza fase il dialogo consisterà nel progettare atteggiamenti, cambiamenti di mentalità, novità di comportamento in conseguenza alla scoperta, scelta vocazionale a tutti i livelli per collaborare alla presenza e all'azione di Dio nel mondo.
Tale metodo trova le sue motivazioni profonde sia nella teologia, perché l'atto di fede è un atto essenzialmente libero e Dio ci salva «mediante» noi, per questo nella Bibbia Dio è presentato come «Colui che chiama» (Rom 9,12), si propone all'uomo, inizia con l'uomo un dialogo, «secondo un proprio disegno» (2 Tim 1,9); sia nella psicologia giovanile che si identifica con l'età delle scelte e delle decisioni personali, con la tensione all'autonomia e all'originalità. (Per una più approfondita analisi di tale metodo rimando alle mie dispense «Appunti di metodo sulla catechesi dei giovani» ed. PAS - Roma - pp. 19 ss.).

Il metodo della «revisione di vita»

Su tale metodo si è scritto moltissimo ed è ormai di dominio pubblico, anche se spesso male applicato. Mi limito, quindi, a scrivere soltanto i punti-chiave di tale procedimento, così congeniale soprattutto ai giovani nel pieno periodo evolutivo (14-19 anni). Tale metodo è un modo concreto di vivere la propria fede nella vita di ogni giorno perciò procede sempre «dal concreto visibile al concreto invisibile per giungere al concreto vissuto». La riflessione avviene in un particolare clima di affiatamento comunitario, di attività ricercate e realizzate comunitariamente per il raggiungimento di queste tre linee direttrici: la ricerca della persona umana nella situazione di vita; la ricerca di Dio nella situazione di questa persona; la ricerca della propria vocazione da parte di Dio. (Per una più approfondita analisi si veda il libro di Negri-Tonelli: Linee per la «Revisione di vita», ed. LDC, Torino-Leumann).

CONCLUSIONE

In tutti questi tre metodi è visibile la «lezione» dei fatti per capire. questa la scuola di Dio e di Cristo e lo deve essere della Chiesa. Infatti il nostro Dio, fatto uomo, è un Dio impegnato con noi ed è impegnato fino in fondo tanto che si fa conoscere non nei concetti nostri, ma nei suoi fatti, nei suoi atti. Dio si conosce negli atti che compie, questo è fondamentale. Non c'è una conoscenza del «Dio in sé», del «Cristo in sé», saltando gli «atti» che il Padre e il Figlio hanno compiuto. Si devono quindi accogliere i «fatti» del Padre e del Figlio come loro epifania e per accogliere tali «fatti salvifici» non bisogna tanto rivolgere gli occhi in alto dove i «fatti» non ci sono, ma in basso dove si trovano: la storia, la pagina viva in cui Dio si racconta è quella della storia umana, non quella delle metafisiche in cui non avviene mai niente.
Rimanere contemplativi senza entrare nella pasta, non permette di misurare la funzione del lievito. Pensare, giudicare senza agire: è il modo migliore per... fabbricare degli uomini che giudicano senza pensare. Perché è facendo che si pensa e si capisce fino in fondo, fino ad inventare ogni giorno la vita secondo la fede.