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Appunti di pastorale giovanile /3


Riccardo Tonelli

(NPG 1971-08-02)

 

Ci siamo proposti di presentare, in questa annata, una sintesi del metodo pastorale con cui si caratterizza Note di Pastorale Giovanile.
Il numero 4 ha offerto una visione di analisi del «metodo»: l'innesto nelle attese spontanee dei giovani, la rivelazione del loro volto più profondo e più autentico, per rendere l'uomo cosciente a se stesso, interrogato e problematizzato come è dalla vita. Cristo e, a questo livello, risposta di Dio: un Dio «dal volto umano n, in situazione con un uomo «dal volto divino».
In questa terza parte, si tenta una lettura in filigrana, per ritrovare il pulsare della vita all'interno delle fredde schematizzazioni precedenti: un lungo esempio commentato rilegge e ripercorre la metodologia indicata.
Sono richiamate, anche se a tratti velocissimi e quindi necessariamente imprecisi, alcune scelte teologiche che inquadrano il discorso, soprattutto per quanto riguarda il coordinamento tra naturale e soprannaturale.
Lo studio si conclude con una serie di suggerimenti operativi: formano quasi il bagaglio pratico, il fabbisogno da battaglia, per tradurre dalla carta alla vita, quanto è qui suggerito.
L'argomento sarà ripreso nei numeri che seguiranno.

 

Terza parte

RIFLESSIONI SUL METODO

La scelta metodologica presentata affonda le sue radici in alcune istanze a carattere teologico. Da qui nasce la sua validità. Esse sono le stesse che fondano la revisione di vita. È sufficiente perciò richiamarle prima di tentare di sviluppare un esempio che aiuti la comprensione delle indicazioni metodologiche.

Una scelta teologica

La teologia conciliare ha messo in evidenza un fatto: chiunque vive la propria vita con un senso di onestà professionale, in base al punto di percezione attuale della sua coscienza, è all'interno della Chiesa e quindi collabora alla costruzione del Regno, in sé e negli altri. Se le cose stanno così soggettivamente, diverso è invece il discorso sul piano oggettivo: si vanificherebbe la specificità della appartenenza cristiana.
Ciò che qualifica il cristiano è la presa di coscienza che la propria vita quotidiana, le cose ordinarie che fanno il ritmo della sua giornata, sono la collaborazione che egli presta a realizzare il Regno, sono un modo per rendere attuale oggi, ciò che la morte e la risurrezione di Cristo ha compiuto nel tempo.
La presa di coscienza, la percezione esplicita di essere collaboratori con Cristo, all'opera per la salvezza della storia, è l'elemento qualificante. Il cristiano è colui che ha la coscienza della sacramentalità della sua vita. È opportuno ricordare che questa «presa di coscienza» è dono dello Spirito: nasce dalla virtù infusa della fede che, innestandosi nella disponibilità del soggetto e in un terreno preparato quotidianamente dalla coltivazione di atteggiamenti corrispondenti (come è indicato più oltre), si traduce in espliciti atti di fede.
C'è quindi differenza, ontologica, tra l'agire del cristiano e quello del non cristiano, proprio in questa coscienza esplicita, anche se i risultati materiali, tecnici, sono identici.
L'impegno pastorale consiste nel guidare a una presa di coscienza soggettiva sempre più esplicita.
All'interno di questa scelta teologica precisa, prende consistenza il metodo pastorale per cui si è optato.
Per collaborare con Cristo a far passare da morte a vita tutte le cose, è necessario compiere gesti che siano «umani», su misura d'uomo: cioè coscienti, motivati. È questa la prima legge, la prima urgenza.
Solo all'interno di un gesto umanamente cosciente, è possibile costruire la consapevolezza della dimensione pasquale che esso gesto assume, a partire dalla scelta di fondo operata per Cristo.[1]

Un esempio

Per spiegarci meglio, facciamo un esempio. Il ragazzo che gioca la partita al pallone collabora alla realizzazione del Regno solo se gioca la partita in dimensione umana: si sente uomo, a contatto con altri uomini. Nessun gesto non umano potrà diventare gesto cristiano. E una proposta di fede, a livello di situazioni non ancora umane, è fuori luogo, dà origine ad un processo di rigetto o, peggio, alla disintegrazione tra fede e vita. Per quel giovane che gioca, il primo momento di un cammino verso Cristo sarà la «discesa nel profondo» del suo gesto tecnico, di dare il calcio al pallone, per ritrovarvi una dimensione di umanità, la sua parte di uomo. Ma c'è di più, da conquistare.
La sua presenza nella squadra è di uomo con altri uomini: il centrattacco a cui vuole o deve passare il pallone è prima di tutto un uomo: non è prima di tutto colui che sa calciare bene e fare goal. Il gesto del calciare il pallone, ritrovato nella sua umanità, fa scoprire in rapporto a tanti altri uomini.
A questo livello, incominciano ad affiorare i primi interrogativi. Il centrattacco non sa giocare bene... quindi non gli passerò mai il pallone? Se ne ho scoperto l'umanità; se ho percepito i problemi che egli sta vivendo, le crisi di solitudine che lo tormentano, forse avvertirò la voglia di passargli il pallone. Ma perché farlo? Che significato ha il fare ciò? Perché passargli il pallone, per farlo contento... quando non segnerà? Qui sta di casa la proposta di Cristo. I vari interrogativi si condensano in uno, di fondo: qual è il modo più autentico di essere uomo, di realizzarmi? Cristo mi fa una proposta: il modo più riuscito di essere uomo è di dare la propria vita per gli altri: quindi di passare il pallone anche se non ne ricavo nulla.
Passare il pallone anche se si sa che non riuscirà a segnare... vuol dire credere praticamente che, nel Regno, l'efficienza nasce dall'inefficienza: la vita fiorisce sulla morte.
E il discorso procede. Si può avere la certezza che la strada è questa. «Lo so, ma non ci riesco!». Cristo è già in azione, in me e prima di me, perché io ci riesca. Se voglio riuscirci, devo tenermi collegato a Lui. Siamo in una grande prospettiva di fede!
E tutto supera i ristretti confini della partita al pallone, perché diventa collaborare alla costruzione del Regno, a portare avanti la Pasqua, per tutti gli uomini, per la storia. Proprio all'interno di quel piccolo gesto banale, che diventa così sacramento di cose infinitamente più grandi. E in forza della esemplarità e della grazia di Cristo.
Rileggendo, in prospettiva di analisi, l'esempio portato, si possono sottolineare alcune cose che sembrano rilevanti.[2]
* Il primo gesto cristiano è l'invito a vivere da uomo, la partita al pallone ritrovandovi tutta la densità della propria umanità e di quella dei compagni. Qui è il primo, essenziale, intervento pastorale: è in un piano strettamente educativo, «umano»: ma, proprio per questo, fa parte del contesto molto più vasto della fede, almeno a livello di oggettività.
D'altra parte, quel giovane, se la sua coscienza non ha ancora attinto altri livelli, fa atti soggettivamente salvifici proprio nel vivere da uomo la sua partita al pallone.
* Ma mentre vivrà in pienezza umana il suo interesse, si sentirà interpellato da molti interrogativi che pongono in gioco il suo voler essere un uomo riuscito.
Dare voce a questi interrogativi, spesso tanto flebili che neppure il protagonista li avverte: è il secondo intervento pastorale in linea di continuità con il precedente. Ogni interrogativo cerca una risposta. Cristo è la risposta di Dio.
* L'educatore propone Cristo come risposta agli interrogativi che il giovane avverte, nel vivere il suo interesse: a quegli interrogativi veri, non prefabbricati, della sua vita quotidiana.
Questo è il terzo gesto pastorale: la guida alla coscienza di una dimensione molto più vasta, che coinvolge il progetto di Dio nelle piccole cose che fanno la vita di tutti i giorni.
Tutto ciò comporta tempi lunghi, attese, silenzi: «in molte occasioni, il catechista deve essere più abile a tacere che a parlare. Il metodo della catechesi non porta all'invadenza e alla presunzione. Ci sono dei momenti in cui il catechista avverte di aver detto abbastanza e di non poter più insistere» (RdC 167).
Ma l'attendere significa, prima di tutto, credere nel concreto alla scelta teologica cui si accennava sopra: credere cioè che la salvezza non consiste in alcuni «riti» prefissati, ma nello stato di coscienza (nell'impegno cioè a vivere in coerenza attiva all'ideale che una persona si è maturato e a quel livello a cui di fatto è giunta. Tutto ciò comporta però, per la sua verità, una continua autocritica e una quotidiana tensione a superarsi, in cammino verso il Trascendente).

L'educazione alla fede nel processo educativo

Si noti come la pastorale giovanile che qui è prospettata non è una aggiunta di fede ad un processo di umanizzazione: una giustapposizione di valori (ai valori umani che uno vive si aggiunge Cristo come nuovo o super-valore), ma diventa lo stesso processo educativo in continuo movimento. Il passaggio da una vita non-umana perché vissuta a livello istintivo ad una vita umana, vissuta cioè a livello motivazionale, induce necessariamente la ricerca di significati ultimi, di un Assoluto capace di «spiegare» la problematicità che la vita impone.
Non esiste soluzione di continuità tra la educazione e l'educazione alla fede; ma l'educazione alla fede copre tutto l'arco del processo educativo anche se si inserisce esplicitamente solo a quel livello di densità educativa umana in cui il giovane avverte l'urgenza di Dio che sia risposta totale alla propria voglia di essere uomo.
Una proposta di fede non inserita in questo processo rischia il rigetto, proprio perché avvertita non in continuità con la propria vita.
Del resto, il rapporto educazione-educazione alla fede è continuo: perché ogni livello di maturazione raggiunto apre ad uno più intenso.

Nel coordinamento tra naturale e soprannaturale

In altre parole, il metodo proposto ha come radice il coordinamento di fatto esistente, nell'attuale economia della salvezza, tra naturale e soprannaturale.
Però, purtroppo, per una teologia troppo illuminista in cui siamo maturati, le istituzioni educative hanno molto poco questo coordinamento. Ne è urgente quindi una riscoperta pratica.
* Per quanti lavorano nel lato soprannaturale della realtà, è quanto mai necessaria una riscoperta dell'incarnazione, finché appaia chiaro che non si può essere soprannaturali senza essere naturali. Si tratta di capire veramente che cos'è il farsi uomo di Dio, che cosa è il creare l'uomo da parte di Dio, che cosa significhi il portare nella risurrezione eterna anche il corpo, dando così un'eterna dimensione umana al Regno di Dio. Noi che stiamo risorgendo con Cristo, non stiamo diventando angeli, ma uomini nuovi.[3]
* Per quanti invece lavorano dal lato naturale della realtà, il coordinamento richiede una seria riscoperta della profondità dell'uomo, in ogni sua attività ed interesse. L'uomo sì, ma dal volto divino: portato cioè a quei livelli di coscienza di sé dove avverte bene il suo mistero, la sua gravitazione ad andare sempre oltre e aldilà di ogni cosa.
Anzitutto è fondamentale rendere coscienti del lato umano delle cose tecniche: in ogni attività tecnica, la persona dà motivi e significati umani a quello che fa. Sovente motivi e significati rimangono velati e inconsci: l'educatore dovrà perciò ampliarli e porli al centro della coscienza. In secondo luogo è fondamentale cogliere la trascendenza di questo lato umano presente in tutte le esperienze ed attività. Trascendenza in tre sensi:
- nel senso che il motivo personale è unitario, centrale e costante per diverse e svariate attività ed esperienze;
- nel senso che esso tende sempre a dare alle singole attività un significato più grande, più alto e profondo di quello che esse sono;
- nel senso che questo significato più grande fa capo a Dio, in un modo o nell'altro, nei linguaggi più vari.

Il fatto del peccato

Una lettura affrettata delle note precedenti può far dimenticare una triste realtà che condiziona, dal di dentro, ogni processo pastorale.
Nella storia, è di fatto in azione il mysterium iniquitatis.
Il peccato esiste. E condiziona, con il suo peso, ogni sviluppo verso l'autenticità di se stesso e verso l'accettazione gioiosa del Cristo.
Ma anche il peccato, va riletto in termini di concretezza esistenziale. Non è una realtà astratta, fuori, che scatta dall'esterno. Il peccato blocca il nostro processo verso la pienezza di umanità. La discesa nel profondo di se stessi è resa ardua, faticosa, dal peccato che è esteriorizzazione, intransigenza, egoismo: il peccato individuale che preferisce uno spazio di distrazione accettata, per non affaticarsi in quell'impegno da mozzare il fiato, che deriva dalla scoperta di Dio e dell'uomo. E il peccato sociale, il riverbero di tutti i nostri peccati nella società, che crea quello stato di disumanizzazione, principio di ogni strumentalizzazione.
Anche scoperta la significanza di Dio per la propria realizzazione, il peccato blocca il «ci sto» con cui uno si compromette.
O, nella opzione di fondo condivisa, riporta a posizioni di disimpegno accettato, per preferire se stesso a Dio, per volersi realizzare contro o fuori il piano di Dio, per volersi realizzare indipendentemente dagli altri. Peccati sociali e individuali hanno creato un caos nella religiosità di fondo dell'uomo, ma non riescono mai a sopprimerla: gli uomini finiscono sempre per crearsi un dio, e se non trovano quello vero, utilizzano magari un vitello d'oro o una macchina da corsa.
Per questo, in una educazione intelligente e aperta, non ferma ad un gretto moralismo, il peccato stesso riporta negli «ingranaggi» del metodo pastorale.
La presenza del peccato è ricerca di un salvatore: è quindi motivo di incontro tra il giovane, intransigente e continuamente cosciente della propria incoerenza fino allo spasimo e Dio, coerente fino alla morte di croce, e pieno d'amore fino a correre incontro, per primo, al figlio che torna a casa.
«Il libero aprirsi dell'uomo alla salvezza soprannaturale è radicalmente ostacolato dal peccato. Tacendo questo aspetto dell'antropologia cristiana, non si rende pienamente ragione della missione di Cristo, che è posta in relazione al peccato e si svolge attraverso il mistero della croce» (RdC 93).
Tutto ciò il giovane lo avverte - o va guidato ad avvertirlo - proprio perché ha l'esperienza che le strutture sono alienanti, perché l'uomo è alienato, nel più profondo di se stesso.
Se tutta l'esperienza conduce alla ricerca di un liberatore, di un salvatore, si può però giungere, imboccando una strada sbagliata (una scelta a carattere metafisico: Dio è onnipotente quindi mi salva; o a carattere fideistico: mi fido ciecamente di lui che mi salva) al Dio-tappabuchi, che giustappone una salvezza divina ai problemi politici, sessuali, socioeconomici, ecc.
In coerenza con il mistero dell'incarnazione e quindi con gli assunti del nostro metodo, dal peccato, personale e sociale, si giunge alla salvezza solo attraverso questi passaggi che tentano una lettura «profonda» della realtà delle situazioni:
* ogni problema, nella sua profondità e quindi nella sua verità, è problema «religioso» (ricerca inconsapevole e deviante di un «assoluto»),
* quindi non può essere salvato che innestandolo in un salvatore divino (il «come» è sviluppato a fondo nelle parti metodologiche):
* da qui l'apertura a Cristo, il Salvatore.

Suggerimenti operativi

La traduzione del metodo pastorale, dalla carta alla vita, è tutt'altro che facile.
Per questo, può essere opportuno aggiungere qualche annotazione di carattere più pratico.

- Quando il Documento base ci dice che i contenuti della fede devono diventare «motivo e criterio per tutte le valutazioni della vita» (52), ci ricorda che il «luogo» dei contenuti della fede è il sistema motivazionale, in modo tale che entrino in campo quando le sfide della vita costringono a dare una risposta e quindi sorge il bisogno di motivazione. Il sistema motivazionale è l'unico campo in cui può intervenire l'educatore della fede, se non vuole creare personalità disintegrate.
Le stimolazioni esterne non dipendono da lui: non può mettere il giovane in una campana di vetro, per immunizzarlo: il primo contatto naturale porterà la morte.
E neppure può influire direttamente sulle sue «risposte»: modi di fare, anche qualitativamente cristiani, che non affondino le radici in motivazioni cristiane, sono manifestazioni di uno stato pericoloso di disintegrazione tra fede e vita. Invece di accontentare, chi troppo facilmente si accontenta della facciata esterna, dovrebbero preoccupare...
Forse, su questo campo, c'è ancora molta strada da fare.
Intervenire sul sistema motivazionale significa, sulla scia di quanto è stato ricordato precedentemente:
* guidare a non compiere alcun gesto in prospettive deterministiche (S-R), saltando cioè il confronto con il sistema motivazionale;
* guidare a verificare sempre il proprio sistema motivazionale, alla ricerca di un'autenticità vera, a misura d'uomo;
* proporre, dopo i due momenti precedenti, i contenuti della fede come modo nuovo (tanto umanamente qualificato da essere degno di un figlio di Dio!) di vedere e di vivere la realtà. Per fare ciò, bisogna:
1. quanto alla memoria che un gruppo di contenuti sia associato a situazioni di vita tipiche e comuni (quelle che «sfidano» l'uomo);
2. quanto all'io che questo gruppo di motivi sia profondamente articolato con l'immagine di sé e del proprio mondo che il giovane possiede abitualmente, evitando l'estraneità dei contenuti;
3. quanto alla valutazione che questo gruppo di contenuti sia «promettente salvezza» più di qualsiasi altro e in un modo concreto e rispondente al momento di vita.

- Il passaggio dal superficiale al profondo, per il confronto con un sistema motivazionale centrale, è naturale ma non spontaneo: è cioè nell'ordine dello sviluppo dell'uomo, ma per il peccato (individuale e sociale) non avviene per scatto automatico.
La pastorale prevede quindi dei momenti istituzionalizzati, in cui «provare» questo processo, quasi al rallentatore, per crearsi una abitudine strutturale.
Hanno la funzione di tempo forte, nel ritmo di routine della vita.[4] Nella programmazione abituale, questi «momenti» possono essere offerti da un corso di esercizi spirituali, da una giornata di ritiro, da una revisione di vita, e più frequentemente, da un momento di preghiera (riflessione, esame di coscienza, ecc.) e da interventi educativi.
Tutto ciò è davvero di servizio alla maturazione della persona se condotto secondo la linea «normale» del processo, anche se con un ritmo rallentato (innaturale, quindi). Si tratta cioè di partire sempre dalle situazioni quotidiane di vita (e non creare un pericoloso anodino «deserto»), ricercare le motivazioni che sostengono le scelte (i contenuti della fede a livello motivazionale), verificare l'autenticità del proprio sistema motivazionale (conflitto non tra me e Dio, ma tra i me autentici cui Dio è alleato, e i me falsi), per ricostruire una serie di gesti qualificati.
Quando gli interventi educativi non riprendono questo ritmo (rallentato per favorire la comprensione e l'integrazione di tutti i passaggi, ma «normale»), si produce nel soggetto quella pericolosa disintegrazione tra fede e vita, bollata dal RdC.
Per la capacità formativa, è opportuno assorbire lo spirito della revisione di vita, come mentalità-base di ogni intervento educativo ed utilizzarne frequentemente il metodo: dalla vita (le situazioni quotidiane, lette in chiave di profondità) alla parola di Dio (che ha la funzione di interpretazione dell'esistenza e diventa lo specchio di verità della realtà; il volto «rivelato» delle cose) per tornare alla vita (un interventismo riorganizzato: maturato nella comunità, nel confronto tra verità delle cose e parola di Dio).
Oltre tutto, lo spirito della revisione di vita, per l'autenticità del rapporto vita-fede, naturale-soprannaturale, salva dalla tentazione di fermarsi all'uomo, nella sua parzialità e frammentarietà, dimenticando che solo Cristo è la verità dell'uomo, il suo vero volto, perché Figlio di Dio e Figlio dell'uomo.

- Difficilmente una persona riuscirà a crearsi delle abitudini che permettano di realizzare con autonomia, facilità, costanza il processo sopra indicato, se vive normalmente in un contesto di massificazione. La società ha bisogno di uomini superficiali, da manipolare: quindi coltiva la superficialità. Sono perciò necessari punti di sostegno.
L'educatore curerà l'inserimento in spazi in cui sia quasi disciolto nell'aria questo clima di umanizzazione, con due interventi:
* il gruppo è il luogo naturale di umanizzazione: è necessario l'inserimento in un gruppo, per crearsi una abitudine ad una azione sempre motivata (evidentemente, non il gruppo comunque);
* ogni ambiente educativo ed ogni convivenza dovrà assumere il ruolo preciso di centro di umanizzazione, trasformando tutte le strutture massificanti.

- Un processo di integrazione di valori avviene oggi soprattutto attraverso la presenza di modelli di comportamento. All'interno dei gruppi o delle convivenze educative questi «modelli di comportamento» sono rappresentati da una «élite»: un gruppo di giovani più impegnati, profondamente inseriti nelle normali situazioni di vita, che «tirano» con la loro testimonianza.
La forza persuasiva di questa élite nasce da due elementi: il fatto che è incarnata, che vive cioè le stesse situazioni della massa; e il fatto che perciò può sfruttare la grande opportunità educativa dei momenti occasionali, quando la circolazione dei valori è capillare, costante e incontra la maggior disponibilità degli animi alla persuasione.
Ci troviamo - è facile avvertirlo - nella traduzione educativa di una esperienza comune: l'influsso deleterio dei «cattivi compagni».
Il processo élite-massa è stato studiato a fondo.[5]
In questo contesto è sufficiente indicare alcuni momenti di sintesi per individuare la funzione dell'élite nel progetto pastorale che stiamo elaborando. Il loro compito è sostanzialmente su queste linee:
* guida, attraverso il quotidiano modo di fare, ad un continuo impegno di umanizzazione in tutti gli interventi;
* testimonianza, quasi «a voce alta», della «risposta di Dio in Cristo», come realizzazione totale di se stessi attraverso l'innesto della propria autenticità in Cristo risorto: «chiunque segue Cristo, l'Uomo perfetto, si fa lui pure più uomo» (RdC 61): «il cristiano rende ragione della speranza che è in lui» (RdC 24);
* pronto intervento (RdC 43), come modo pratico di vivere la propria fede;
* attenzione ad ogni situazione, per guidare gli altri, con «il dialogo esteriore ad un dialogo interiore» (le battute scambiate sono messe in dialogo, innestate, integrate con le situazioni problematiche che fanno l'assillo dei partecipanti): sulla linea delle indicazioni del RdC: «ciascun membro del popolo di Dio deve farsi attento ai rapporti quotidiani con gli altri» (23); «per chi è figlio di Dio non dovrebbe trascorrere giorno senza che in qualche modo sia stato annunciato il suo amore per tutti gli uomini in Gesù Cristo» (198).
Un elenco di elementi da coltivare per creare il quadro della gestione educativa di una élite, capace di influire positivamente sulla massa, è già stato indicato nell'articolo citato in nota 5.

- L'accettazione di queste linee pastorali, comporta un impegno enormemente più serio nell'educatore. Le strutture non fanno più da supporto: bisogna inventare a ritmo con le singole persone. Dio si rivela attraverso l'uomo, attraverso una visione umana della realtà.
Il tramite principale di questa rivelazione è l'educatore: nessuno o ben pochi riusciranno a scoprire il volto divino dell'uomo, nei riflessi del suo volto umano, se non passando attraverso l'umanità dei loro educatori. Ma un'umanità così trasparente verso il divino, che necessariamente conduca in avanti, a superare ogni livello raggiunto, verso una pienezza di profondità sempre più grande.
Per questo l'educatore sarà, oggi più che mai, un uomo di fede: innamorato dell'uomo, centro di umanizzazione in una società che massifica, ma visibilmente «uomo del divino».
Avrà quindi bisogno di molta preghiera, per ritrovare in Dio quell'inventiva pastorale pratica e quella capacità di lettura delle situazioni che gli dia la capacità di far passare continuamente dal dialogo esteriore a quello interiore.
Dovrà credere più ai tempi lunghi, che ad una efficacia immediata: se non potrà parlare esplicitamente di Dio a chi non ha voglia di essere uomo, per molto tempo dovrà chiudere nel proprio cuore lo zelo che gli arde dentro e non potrà consolarsi, «contando» i risultati immediati, tangibili, della sua azione apostolica: si ritroverà la chiesa vuota e le aule di catechismo deserte. E tutto, per un discorso di fede più autentico.
E questo fa soffrire, innegabilmente. Ma diventa coerenza pratica con la propria fede.

NOTE

[1] Le riflessioni sono svolte in modo eccellente in Roqueplo, Experience du monde, experience de Dieu?, Cerf, di prossima traduzione presso la LDC.
[2] Vedi il sussidio litografato in Supplemento a «Note di Pastorale Giovanile»: Gruppi sportivi e catechesi.
[3] Cf Una teologia per la RdV, in Linee per la revisione di vita, LDC.
[4] Cf Io studio monografico di «Note di Pastorale Giovanile», sugli esercizi spirituali (1970/1) (soprattutto gli articoli di Negri e Tonelli).
[5] Negri, Mai élite senza massa e mai massa senza élite, in «Note di Pastorale Giovanile», 1970/4; Aa.Vv., Pastorale e dinamica di gruppo, LDC, pp. 65 ss.

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