Luigi Della Torre

(NPG 1970-08/09-92)

 

Oggi è estremamente difficile documentarsi sulle esperienze liturgiche dei gruppi giovanili. E anche là dove abbiamo una certa documentazione, mancano ancora delle analisi approfondite. Ci troviamo di fronte a problemi complessi, sia perché il mondo giovanile è dinamico e non lo possiamo fissare in nessuna esperienza parziale, sia perché la stessa situazione liturgico-pastorale è in rapido movimento.
Mi limiterò quindi a presentare alcuni problemi e a indicare alcune prospettive.

DALLE MESSE DEI GIOVANI ALLE LITURGIE DEI GRUPPI

Tutti conosciamo il fenomeno delle messe dei giovani, esploso, come massima punta di manifestazione, nel 1968, attraverso l'aspetto più vistoso: l'espressione musicale da una parte e la vasta partecipazione dei giovani a funzioni ministeriali nell'assemblea, dall'altra.
Non si è trattato di qualcosa di eccezionale, tanto meno di eterodosso o rivoluzionario; ma solamente di un modo di prendere sul serio i motivi della riforma liturgica, superando il rischio di un nuovo ritualismo.
Le messe dei giovani sono state nel 1968 un elemento di rottura molto prezioso, per far comprendere che le assemblee hanno bisogno di muoversi, di trovare loro particolari forme espressive, pur nei quadri rituali definiti.
* Mentre emergeva questo fatto, incominciava il fenomeno dei gruppi ecclesiali, anche se non lo possiamo certo datare solamente dal 1968. I gruppi che accentuano la loro comunione ecclesiale scoprono man mano l'importanza della celebrazione come momento della loro esperienza di fede e di comunione fraterna. Non riducono questa loro tensione alla sola celebrazione, ma avvertono che, senza la celebrazione liturgica non è possibile prendere coscienza piena di questi valori, né realizzarli in forma autentica.
E c'è un altro fatto interessante, caratteristico per esempio della comunità dei «Martiri canadesi»: i gruppi animatori delle messe dei giovani (in genere si tratta di messe domenicali, quindi messe di massa) avvertono la necessità di approfondire la loro esperienza liturgica in celebrazioni proprie infrasettimanali, come «piccolo gruppo», perché è all'interno solamente di queste celebrazioni più ristrette che possono comprendere, verificare quei valori che poi si sforzeranno di comunicare all'intera assemblea, nelle messe dei giovani.
Però, attraverso queste esperienze soprattutto di gruppo, s'incomincia a rendersi conto che la liturgia riformata non risponde appieno a queste esperienze e a queste esigenze.
* Contemporaneamente, si va delineando, sotto la pressione dei piccoli gruppi, una nuova riflessione ecclesiologica. La Chiesa del Vaticano II si è presentata soprattutto nell'immagine del «popolo di Dio». Questa, però, non sembra essere la categoria principale e specifica della riflessione del Nuovo Testamento, che presenta l'esperienza delle nuove comunità in termini di fraternità. Si sta operando nella coscienza di fede e nella esperienza uno spostamento da una immagine di chiesa locale in base alla visione «assembleare» a quella di comunione fraterna in gruppi a dimensione «domestica» in convergenza anche con i contributi nuovi della psicosociologia.
Logicamente allora si sente l'urgenza di un passo indietro nei confronti dei modelli liturgici ai quali si è ispirata la riforma. La riforma attuale è soprattutto un aggiornamento illuminato, una restaurazione della liturgia sulla base di modelli rituali che la Chiesa ha elaborato, in una particolare situazione storico-culturale (IV e V secolo), dove il popolo cristiano si riuniva in vaste masse assembleari, all'interno delle basiliche. Sembra che ci si possa appellare ad altro punto di riferimento di modelli celebrativi: quelli dell'età post-apostolica. In quell'età si coglie il contesto tipicamente familiare, con tutto un particolare tipo di rapporti, di spontaneità, di espressione. Quindi anche questo fenomeno dei gruppi che cercano di realizzare una loro liturgia, va visto all'interno di questo ripensamento ecclesiologico e di avanzamento nella ricerca di modelli tradizionali. Non tanto per ricopiare, ma per sentire dietro le spalle, nella tradizione della Chiesa, qualcosa di valido su cui appoggiarsi, onde procedere con sicurezza in avanti, nella linea di un'autentica tradizione.

PROBLEMATICA TEOLOGICO-PASTORALE DELLE LITURGIE DEI GRUPPI PARTICOLARI

È opportuno, prima di procedere, sgombrare il campo da un errore di impostazione.
Il problema delle liturgie dei gruppi particolari non lo si pone solo in rapporto ai gruppi ristretti che fanno liturgia, ma in rapporto alle loro specifiche caratteristiche ed esigenze. Si è parlato tanto, cioè, in un passato recente, del condizionamento della dimensione del gruppo nei confronti di una celebrazione. Effettivamente, una celebrazione con 300, 400, 500 persone, richiede forme rituali, stile di presidenza, modalità di partecipazione, ben differenti rispetto a quelle esigite da un gruppo di una decina di persone. Non si tratta però semplicemente, in questo contesto, della questione di adattamento alle dimensioni numeriche del gruppo, ma di una ricerca di contenuti aderenti alle esperienze di fede dei componenti il gruppo.
Si parla di gruppi particolari: di gruppi che hanno una loro specificazione. Quindi gruppi giovanili, gruppi di adolescenti, gruppi di fanciulli, gruppi omogenei dal punto di vista socio-culturale, gruppi che, pur diversificati internamente, sono uniti da uno scopo comune, come per esempio da una ricerca comune di fede.
Sono tutti gruppi specifici. Oggi si incomincia a parlare di liturgie per questi gruppi. Ciò che conta, non è più il fatto numerico, ma una dimensione personale. Il fatto numerico gioca, nell'impostazione, ma non può essere preso come unico criterio per stabilire l'esigenza di una liturgia pastoralmente adattata.

Alcune affermazioni teologico-pastorali del Vaticano II

Ciò premesso, partiamo da alcune affermazioni teologico-pastorali del Vaticano II. Esse sono non una citazione letterale ma una rilettura di alcuni interventi tra i più significativi.
* La liturgia come azione dell'assemblea, e non come entità in sé esistente e preesistente alla concreta celebrazione. Un'affermazione del genere rifiuta decisamente una terminologia abbastanza diffusa: la Chiesa che prega, la preghiera della Chiesa, la liturgia della Chiesa, noi partecipiamo alla liturgia della Chiesa.
Non esiste una Chiesa astratta che celebra la liturgia, che prega, da cui noi partecipiamo e preghiera e liturgia. Esiste la liturgia di questa Chiesa concreta, di questo gruppo di giovani, di questa comunità parrocchiale. Essi sono la Chiesa che prega.
* Liturgia come insieme funzionale di elementi significativi, non come successione di elementi cerimoniali.
È invalsa questa mentalità purtroppo: l'atto religioso consiste nell'obbedienza alle rubriche. Ora cominciamo a renderci conto che ciò che stiamo facendo nella liturgia è funzionale nei confronti dell'assemblea e del complesso della celebrazione, per esprimere una realtà della fede.
Ogni realtà della mia fede soggettiva personale è inserita nella realtà della fede della Chiesa. Per questo dobbiamo essere collegati con tutta la Chiesa, con tutta la sua tradizione; ma il collegamento deve risultare significativo e non solo formale. Desidero attirare l'attenzione sul duplice condizionamento storico dei segni liturgici, per il loro legame con gli eventi biblici della salvezza e con l'attuale esperienza di fede della Chiesa. Noi abbiamo dei condizionamenti storici che sono necessariamente normativi per la nostra fede, e, in un certo senso, anche per tutte le altre espressioni ecclesiali.
Questo condizionamento storico ci sarà sempre; anche se gli elementi sacramentali più essenziali sembrano essere quelli più facilmente sganciabili da una esperienza storicamente localizzata e più partecipabili dell'esperienza universale: il mangiare insieme, il bagno nell'acqua, per esempio, sono una forma simbolica di fondo, comune a tutte le culture. Se alcuni condizionamenti ci saranno sempre, i segni liturgici devono avere anche un legame con l'attuale esperienza di fede della Chiesa. Del resto, noi ci trasciniamo tutto un apparato culturale di secoli passati. Quindi in quei secoli, la Chiesa ha espresso la sua fede in una forma storicamente significativa.
* La liturgia come elemento significativo, nelle forme del culto, dell'esistenza cristiana e dell'attività ecclesiale.
Non possiamo leggere il documento sulla liturgia se non dopo aver letto con intelligenza il documento sulla Chiesa. E nel documento sulla Chiesa finalmente comincia ad emergere la concezione neotestamentaria del culto: il vero culto gradito a Dio è l'esistenza quotidiana vissuta in un certo modo. Il Vaticano II che sembra aver dato molta importanza alla liturgia, ha sottolineato il primato all'esistenza cristiana nel mondo. Questo è fondamentale. E dev'essere da noi riaffermato.
Si comincia a capire allora il legame che la liturgia «in segni» deve avere in rapporto con la liturgia «del mondo». Veramente la celebrazione liturgica è un momento sacramentale dell'esistenza cristiana vissuta nel mondo, tramite la Chiesa. I cristiani vivono nel mondo la loro fede. Poi, trovandosi insieme, esprimono e verificano questa loro esperienza, nell'incontro con la parola di Dio e trovano nel sacramento la forza per continuare la loro testimonianza.
Da queste affermazioni, derivano tre implicazioni per la liturgia dei gruppi.

Implicazioni per la liturgia dei gruppi

* Se l'assemblea è il soggetto della celebrazione liturgica, la liturgia del gruppo per essere vera non può essere solo la messa in opera diligente di una proposta liturgica generale e generica, ma deve calare nella situazione specifica del gruppo e da essa emergere.
L'assemblea diventa condizionante per la liturgia che si celebra. Ogni assemblea deve trovare l'equilibrio tra la proposta liturgica della Chiesa e l'attuazione specifica nella sua situazione.
Lo ricordano anche le norme ufficiali. Il numero 313 dell'Istruzione generale sul messale romano dice: «L'efficacia pastorale della celebrazione aumenta se il testo delle letture, delle orazioni e dei canti, corrispondono il meglio possibile alle necessità, alla preparazione spirituale e alle capacità dei partecipanti. Questo si ottiene usando convenientemente di una molteplice facoltà di scelta che sarà descritta più avanti». Il gruppo, rispetto all'assemblea, accentua lo spostamento nell'equilibrio tra la proposta tradizionale, e la specificazione, perché la celebrazione corrisponda veramente al proprio cammino nella fede. Certe cose non sono vere: è inutile farle; altre invece rispondono meglio alla situazione concreta nella quale un determinato gruppo si trova, sono più consone al suo rapporto con la Chiesa e con il mondo: queste saranno intensificate maggiormente.
* I segni della celebrazione devono essere posti con un linguaggio comprensibile, e perciò all'interno del sistema dei riferimenti culturali che normalmente servono al gruppo per pensare, per dialogare, per agire. I nostri gruppi pensano, parlano, agiscono secondo un certo linguaggio, secondo certi modelli; fa stridore il fatto che quando partecipano alla liturgia, sentano che c'è qualcosa di estraneo: parole che non dicono, espressioni che non incidono, gesti che rimangono al di fuori.
Ora, le questioni di linguaggio per la trasmissione e l'assimilazione della fede che si pongono nella catechesi, non possono essere ignorate nella celebrazione. È una prospettiva a lungo termine; però dobbiamo cominciare a tenerne conto.
* La vita del gruppo, sia in sé che negli addentellati con l'esistenza quotidiana di ciascun membro, deve essere presente nella celebrazione, per comprenderla nella luce di fede, per convertirla e rinnovarla nella prospettiva del Regno di Dio, per impegnarla nel servizio.
Si deve curare un flusso dalla vita alla celebrazione e da questa alla vita. All'interno dei gruppi che fanno liturgia, si deve abbozzare faticosamente un movimento di fede, di emergenza dalla base: dalla Chiesa dove agisce e opera lo Spirito, nel confronto della vita con la parola di Dio, nella ricerca di un'espressione della preghiera che orienti tutta l'esistenza, nel ritrovarsi insieme in certi simboli che sono carichi di novità cristiana.
È quindi necessario curare questo flusso, questo movimento.
Nella Chiesa, esigenze del genere, ci sono sempre state, certa problematica si è sempre presentata. Non sono nuovi i gruppi particolari che celebrano le loro liturgie: le comunità religiose, le corporazioni, le confraternite, le associazioni, tutte più o meno hanno avuto delle forme espressive della loro spiritualità. Era una spiritualità tesa ad un senso che oggi definiamo devozionalistico, ma le devozioni che costituivano l'espressione della loro spiritualità si sono manifestate durante la liturgia ufficiale, canonizzando così le liturgie particolari.
* Nei periodi in cui si sono avvertite esigenze specifiche per vari gruppi di fedeli, anche di carattere educativo, la liturgia ufficiale era decisamente chiusa ad ogni rinnovamento; è spiegabile che la prassi pastorale degli ultimi secoli non ci dia modelli in questo senso. Sono convinto che questa prassi pastorale ci presenta ora delle esigenze cui rispondere.
È comprensibile che in un momento di liturgia in movimento come è il nostro, le esigenze pastorali ed educative si facciano sentire anche all'interno della liturgia.
* L'avvenire delle liturgie dei gruppi è in dipendenza dal progetto ecclesiologico cui si ispirerà l'azione pastorale, attenta ai segni dei tempi e rispettosa dei segni dello Spirito.
Sembra che questo progetto ecclesiologico contempli una edificazione articolata della Chiesa, in gruppi di comunione fraterna e in assemblee di comunione ecclesiale.
Il discorso qui sarebbe lungo; ma mi limito a qualche considerazione. Dovremmo andare verso un interscambio tra le liturgie di gruppo e quelle delle assemblee. Soprattutto è viva la necessità pedagogica dell'esperienza di liturgie di gruppo all'interno del processo di iniziazione cristiana. I fanciulli, gli adolescenti, i giovani, vanno educati alla partecipazione alle assemblee vaste domenicali (che non sono sempre le più educative). Ma in questo itinerario d'iniziazione cristiana è necessario fare spazio per esperienze vive e autentiche di liturgie di gruppo.
A questo proposito annoto una sottolineatura: celebrazioni liturgiche non equivalgono sempre e solo a celebrazioni dell'Eucaristia. Ho parlato sempre di liturgie senza parlare di messa in modo specifico, perché la messa non è l'unico modo di fare liturgia. A questo proposito c'è tutto un settore di celebrazione della Parola da studiare e da sperimentare.

STRUTTURE LITURGICHE E CELEBRAZIONI DI GRUPPO

Alcuni problemi concreti relativi alla traduzione delle principali strutture della liturgia nella celebrazione di gruppo

* Struttura del soggetto celebrante
Il soggetto che celebra la liturgia è l'assemblea; l'insieme dei fedeli presenti con i ministri sacri. La composizione classica dell'assemblea si potrebbe definire tipicamente basilicale: il popolo cristiano presieduto gerarchicamente e guidato ministerialmente. Il presidente o il ministro si rivolge all'assemblea, ma ciascuno nell'assemblea si sente interpellato personalmente. È praticamente assente la dimensione di rapporto comunitario: il fedele sente che è in mezzo a tanti altri, ma non intesse relazioni specifiche con gli altri.
I gruppi preferiscono assumere una disposizione circolare, in cui ciascuno si senta in relazione con gli altri, li guardi in faccia. Ciascuno emerge per gli altri, è qualcuno, con un nome, una fisionomia ben definita. Non è solo una legge psico-sociologica del gruppo, ma diventa la realizzazione simbolica della verità della celebrazione, nel quadro del mistero della salvezza.
Non togliamo il ruolo del presidente. Egli diventa però più fraterno, rendendo più vera l'Eucaristia che si fa.
Quindi il gruppo, proprio nella disposizione circolare, dà alla liturgia tutto un altro tono.

* La liturgia della parola
La liturgia della parola, in queste assemblee basilicali, si realizzava con una proclamazione unidirezionale. La parola di Dio era proclamata dal lettore; l'intervento presidenziale di tipo magisteriale riportava la sua interpretazione della parola di Dio, le sue reazioni a questa parola.
Nel gruppo invece, la parola di Dio incomincia a circolare. Viene proclamata, suscita delle reazioni, ciascuno comunica la sua reazione agli altri. Si realizza veramente una circolazione della parola di Dio.
Ed è possibile attuare più concretamente le funzioni della parola di Dio. Quali sono le funzioni della parola omiletica? L'esegesi, il «kerigma» (in certe circostanze), la catechesi, la parenesi, la testimonianza, la profezia, la mistagogia.
Il sacerdote è capace di assicurare tutte queste funzioni in modo autentico? Assicura la funzione esegetica, di cui, tra parentesi, non c'è sempre bisogno. Potrà essere l'esperto della funzione mistagogica. Qualche volta realizzerà l'esigenza kerigmatica. Forse anche quella catechetica. Ma la testimonianza? La profezia? Abbiamo bisogno di testimonianza e di profezia nelle nostre assemblee, perché la parola veramente si incarni, diventi segno, scuola. Non sempre il sacerdote è nella condizione migliore per portare questo contributo.
Non dobbiamo quindi aver paura in questi gruppi ristretti di passare dalla omelia presidenziale alla omelia partecipata e presieduta.

* La preghiera
Nel gruppo si può maggiormente realizzare la preghiera emergente dal confronto della parola con la vita del gruppo, in comunione con la Chiesa e con il mondo. Questo richiede uno stile di presidenza che suscita, guida, interpreta la preghiera comune. Ciò non significa mettere da parte i formulari; ma utilizzarli in modo intelligente.

Nel gruppo si accentua l'aspetto conviviale dell'Eucaristia

Si prende sul serio il fatto che la messa è convito: quando il gruppo è preparato, tutti mangiano, tutti bevono (e il bere fa più convito, fa più pranzo). Ci sarebbero tante cose da dire.
Evidentemente non è tutto. Ci sono altri problemi: come far emergere, all'interno dei gruppi, la coscienza che l'Eucaristia è memoriale, sacrificio, supplica, rendimento di grazie; come collegare questo all'esperienza di circolazione della parola che si è udita?
Non è questo il contesto per affrontare questi interrogativi.
Lo scopo delle nostre riflessioni era di indicare alcuni orientamenti nuovi, per rendere la liturgia più autentica, in faccia ai giovani e ai gruppi giovanili che vivono in un contesto di pluralismo e di secolarizzazione. Queste riflessioni non sono conclusive ma dialogiche. Indicano una strada; non ne dettagliano il percorso.