Giancarlo Milanesi

(NPG 1970-08/09-10)

 

Tra i fattori che condizionano la crescita di una personalità, l'ambiente occupa una posizione importante, ma non esclusiva; il rapporto tra questi diversi fattori costituisce uno dei più complicati problemi che la psicologia, la sociologia e l'antropologia culturale abbiano affrontato. La storia di queste discipline registra a questo proposito il succedersi di terminologie e di teorie diversissime: fondamentalmente però il problema si è venuto configurando come chiarificazione del rapporto esistente tra eredità e ambiente, tra nature e nurture, tra fattori di maturazione e fattori di educazione.
A me sembra che per chiarire la portata dell'influsso dell'ambiente occorra rifarsi al concetto di socializzazione da cui potrà svolgersi un quadro di concetti utili al nostro tema.

PRECISAZIONE CONCETTUALE ATTORNO AL TERMINE DI SOCIALIZZAZIONE

La socializzazione è descritta sotto il profilo sociologico in questi termini: «È il processo attraverso cui la società trasmette la sua cultura da una generazione all'altra e adatta l'individuo ai modelli accettati e approvati di vita sociale organizzata. La funzione della socializzazione è di sviluppare le attitudini e le discipline di cui l'individuo ha bisogno, di comunicare le aspirazioni, i sistemi di valori, gli ideali di vita in corso in una società particolare e specialmente di insegnare i ruoli sociali che un individuo deve giocare» (Fichter, Sociologia fondamentale, Onarmo, Roma, p. 35).
O più precisamente: «È il processo attraverso cui la società trasfonde nei membri i suoi requisiti funzionali che la fanno sopravvivere, istruendo ed educando l'individuo alla comprensione della struttura di "status" e alle prescrizioni relative ai ruoli socio-professionali e al comportamento sociale...» (Carbonaro).
Da queste definizioni emergono alcune problematiche assai interessanti:
- Sembra comune a tutte le definizioni il presupposto dell'esistenza di un contenuto culturale che costituisce come un'eredità sociale da trasmettere, un dato obiettivo preesistente al soggetto da socializzare, un quadro di valori, ideali, modelli di comportamento strutturati in un sistema relativamente stabile che si «impone» al soggetto.
- Incerta è la definizione dell'atteggiamento del soggetto di fronte al contenuto culturale che gli viene proposto dal di fuori. Ci si chiede soprattutto come interagisce con questa eredità sociale l'altra eredità, quella bio-psicologica, che caratterizza ogni soggetto in particolare.
- Analoghe incertezze per quanto riguarda le modalità secondo cui si realizza il processo di socializzazione. Si tratta di un semplice apprendimento meccanico-automatico o di un rapporto intenzionale educativo?
- Ci si chiede anche quali siano i limiti cronologici della socializzazione di un individuo; la socializzazione dura solo nell'arco dell'età evolutiva o è un processo continuo? E, inoltre, vi sono delle possibilità per una risocializzazione per individui già formati in una determinata cultura?
- Ci si chiede anche quali siano gli agenti di socializzazione e quale sia il loro influsso differenziale nelle varie tappe della crescita dell'individuo. La famiglia, la scuola, i gruppi di coetanei, le associazioni di partito, di divertimento, di cultura, di lavoro, la società globale sono comunemente indicati come gli agenti più influenti di socializzazione.
- Da ultimo emerge il problema essenziale dello scopo o del terminus ad quem della socializzazione: si tratta semplicemente di adattare, inserendolo, un individuo alla società in cui deve vivere (giustificando così la prospettiva di un certo relativismo sociale e culturale) o non piuttosto di creare uno spazio di libertà e di umanizzazione in cui ogni individuo cresca verso la maturità nel rapporto dialettico tra sé e l'ambiente?
A questi interrogativi hanno cercato di rispondere le diverse scuole psicologiche, sociologiche, antropologiche. Possiamo per maggiore comodità raggrupparle in due orientamenti distinti:
1. Una concezione deterministica.
2. Una concezione relazionale.

LA CONCEZIONE RELAZIONALE DEL PROCESSO DI SOCIALIZZAZIONE

Rimandando ad altro contesto lo studio delle scuole di concezione deterministica, possiamo fissare schematicamente i punti essenziali della concezione relazionale:

* È innegabile una certa eredità biologica, inscritta nel patrimonio cromosomico, che è differenziato sufficientemente nei diversi individui.
* È innegabile una certa eredità psichica che è in parte legata ai condizionamenti bio-fisiologici, in parte è congenita (proviene cioè dalla esperienza pre-natale), in parte è acquisita precocemente (nelle esperienze psichiche dei primi anni della vita).
* È anche innegabile una certa eredità sociale che possiamo precisare nel concetto di cultura. Prendiamo la definizione classica di Kroeber e Kluckhohn: «La cultura consiste in ben definiti modi di pensare, sentire ed agire, acquisiti e trasmessi principalmente per mezzo di simboli, costituenti le realizzazioni distintive di gruppi umani, comprese le produzioni materiali. L'essenza della cultura consiste nelle idee tradizionali (che sono storicamente derivate e selezionate) e nei loro connessi valori». In altre parole la cultura è un sistema formatosi storicamente di modelli di vita espliciti o impliciti, che tende ad essere condiviso da tutti i membri di un gruppo sociale (Kluckhohn e Kelly).
Definita in questo modo, la cultura rappresenta l'espressione più tipica di quello che noi abbiamo chiamato ambiente; è in altre parole la filosofia di vita soggiacente ad ogni società, che viene proposta o imposta ad ogni nuovo nato nel corso della sua socializzazione. L'interiorizzazione della cultura è condizione di inserimento e di adattamento alla società.
* Il rapporto tra eredità biologica, eredità psichica ed eredità culturale si configura come un processo di interazione, in cui i diversi fattori hanno causazione reciproca. Non vi sono condotte umane puramente biologiche o psichiche o sociali; ma fin dalla prima esperienza ogni condotta umana è il risultato del reciproco condizionamento di elementi biologici, psichici e sociali.
Da questa interazione emerge fin dall'inizio una struttura tipica che è il «Sé», la quale rappresenta a un tempo il risultato della socializzazione e il filtro selettore attraverso cui le successive esperienze di rapporto tra i diversi fattori vengono fatte passare. È chiaro che dandosi fin dall'inizio delle differenze ereditarie sia sul piano biologico che su quello psichico, il Sé si caratterizza come elemento selezionatore tipicamente originale in ogni individuo. In altre parole, ogni individuo si pone di fronte all'eredità culturale in atteggiamento attivo, rivivendo personalmente il quadro di valori che la società gli propone e partecipando direttamente alla rielaborazione dei contenuti culturali stessi. Ogni persona sociale riflette la cultura ma anche la produce, dando origine ad una spirale di rapporti reciproci che dimostrano il carattere fondamentalmente innovativo di ogni esperienza culturale.
In definitiva si può affermare che la crescita della personalità avviene attraverso le scelte che più o meno consciamente ogni individuo realizza muovendosi entro i limiti dell'eredità bio-psichica da una parte e quelli dell'eredità socio-culturale dall'altra; cosicché accanto ad un nucleo di valori comune a tutte le persone che partecipano alla stessa cultura (personalità di base) si vengono specificando tratti originali e, inoltre, accanto a valori tradizionalmente trasmessi emergono valori nuovi. Come affermano Kluckhohn e Murray: ogni individuo è come tutti gli altri (in quanto ha la stessa esperienza sociale di base), è come alcuni altri (nella misura in cui ha in comune i tratti fondamentali della stessa cultura), è come nessun altro (nella sua originale individualità creativa).
* Concludendo provvisoriamente su questo punto:
- La socializzazione non si risolve necessariamente in un assorbimento passivo dei valori ambientali, con esaltazione dei caratteri del conformismo, della massificazione, del conservatorismo culturale.
- D'altra parte la socializzazione non è un processo che crei «ex novo» i valori; essi sono in gran parte tramandati da una generazione alla seguente, sia pure con ampie possibilità di creatività, originalità, innovazione culturale.
- Vi sono tuttavia situazioni concrete in cui l'equilibrio tra fattori conformisti e fattori innovativi viene compromesso; in cui cioè prevalgono o le forze della pressione sociale proveniente dall'ambiente o le spinte innovatrici provenienti dai fattori endogeni dello sviluppo dei singoli. Tali situazioni possono essere riferite o alle differenti tappe della socializzazione, o alla diversa caratterizzazione delle strutture sociali, o ai diversi agenti di socializzazione.
Ciò conferma il carattere non deterministico dei processi di socializzazione; la personalità sociale matura è perciò frutto di una serie di interventi educativi che mirano a creare negli individui la coscienza del necessario rapporto con l'ambiente e la capacità critica nei riguardi dell'ambiente stesso.
Mead, sia pure in prospettiva antropologica, ritiene infatti persona socialmente matura quella che è autocritica e riflessiva e perciò capace di controllare il proprio comportamento, di intuire i sentimenti e le aspettative degli altri, di partecipare con successo all'interazione sociale e alle relazioni interpersonali senza soccombere al conformismo e al gregarismo.

DESCRIZIONE DIFFERENZIALE DEGLI AGENTI DI SOCIALIZZAZIONE E DELLA LORO INFLUENZA

Chiarito il carattere relazionale del processo di socializzazione, conviene ora analizzare più da vicino l'influsso dei vari agenti di socializzazione, di quei gruppi-istituzione cioè che mediano il rapporto tra il Sé e l'ambiente. L'analisi viene riferita principalmente alla socializzazione postinfantile, perché tale è l'interesse della nostra indagine.
Premetteremo che quasi tutti gli studiosi sono d'accordo nell'ammettere l'influsso differenziato di questi agenti nelle diverse tappe o stadi di sviluppo dell'individuo. Ne analizzeremo alcuni.

1. La famiglia

Per il periodo di sviluppo che ci interessa (seconda adolescenza) noteremo:
* La socializzazione primaria, che si realizza principalmente durante la prima e la seconda infanzia nell'ambito della famiglia, fornisce il nucleo principale dei valori dell'individuo (ovviamente tali valori rispecchiano in gran parte i valori della società ambiente e solo in minima parte provengono da una elaborazione autonoma e originale della cultura da parte della famiglia).
* Tale nucleo appunto perché appreso in situazione di condizionamento emotivo-affettivo intenso tende a conservare una strutturazione permanente nel tempo.
Le ricerche di Peck e di Havighurst sul carattere morale dei giovani tendono a sottolineare la persistenza dei valori interiorizzati nella famiglia anche durante la prima adolescenza e sembrano insinuare che gli influssi della cultura dei coetanei (peer culture) e di quella ambientale più vasta (attraverso i mass media) si riducono a meccanismi o di rafforzamento della cultura familiare o di compensazione-evasione parziale.
* Pur persistendo più di ogni altro, l'influsso della famiglia sembra essere nettamente ridotto durante la giovinezza.
Vi concorrono anzitutto alcune caratteristiche strutturali della famiglia moderna (specialmente in aree industriali-urbane); la riduzione delle funzioni si risolve spesso in una riduzione di efficacia educativa, mentre dovrebbe favorire una maggiore circolazione di affettività gratificante (funzione espressiva della famiglia nucleare) e una maggiore capacità di preparazione per la vita sociale (funzione strumentale).
La riduzione dell'efficacia educativa è comunque connessa con le caratteristiche culturali della famiglia stessa e della società in cui essa è inserita.
Sciolta infatti la profonda unità strutturale della società pre-tecnologica, ogni gruppo-istituzione si appropria di un nucleo di valori, li elabora e li presenta all'individuo come a un consumatore che deve operare una scelta. In altre parole la situazione di pluralismo culturale (più gruppi socializzanti spesso in rapporto competitivo se non conflittuale) si fa sempre più presente di mano in mano che l'individuo si inserisce in nuovi gruppi; da questo momento la famiglia perde il monopolio della socializzazione e lo cede via via alla scuola, al gruppo dei coetanei, ai gruppi-associazioni culturali, ricreativi, partitici, religiosi, alla società globale.
Spesso non le rimane altro compito che quello di continuare ad educare il senso critico di fronte ai vari messaggi culturali che le nuove agenzie sociali si incaricano di presentare al giovane. Ma la sua funzione di principale fornitrice dei contenuti culturali sembra ormai finita.
* Applicando al problema della secolarizzazione:
Se la cultura della società-ambiente è permeata di valori secolari è probabile che anche la famiglia trasmetta nella prima infanzia un nucleo di valori secolari (sia pure con certe attenuanti, perché sembra che nel nostro contesto sociale la responsabilità educativa verso i nuovi nati favorisca una certa reviviscenza di valori religiosi anche presso genitori già abbastanza conformisti nei confronti di una società priva di valori religiosi o con valori religiosi in crisi. Tale reviviscenza tuttavia è molto precaria, perché l'importanza attribuita ai valori religiosi è in tal caso poco più che retorica, destinata pertanto a cadere appena il soggetto ne prenderà coscienza, in età più matura).
È però possibile che, pur essendo inserita in una società secolarizzata, una determinata famiglia elabori sulla piattaforma di una cultura secolare un nucleo di valori religiosi (in senso tradizionale o nuovo) da trasmettere ai nuovi nati; sarà però difficile impedire che questi valori non vengano percepiti in chiave conflittuale rispetto alla cultura ambiente e perciò vengano in seguito progressivamente emarginati qualora non maturi un'alta coscienza critica nell'educando.
Nell'un caso e nell'altro perciò i valori appresi mediante la socializzazione della prima infanzia tendono a permanere, sia pure attraverso o oltre la revisione critica cui vengono sottoposti durante l'adolescenza, in un processo continuo di confronto con altri valori.
In definitiva il carattere più o meno secolare della cultura giovanile in rapporto all'influsso della socializzazione familiare è legato al grado di maggiore o minore conformità della cultura familiare rispetto alla cultura dell'ambiente, al grado di efficacia educativa della famiglia stessa (vedi le ricerche di Peck e Havighurst), al grado di conflittualità che si instaura durante l'adolescenza tra cultura familiare e cultura degli altri agenti di socializzazione.

2. La scuola

Il ruolo socializzante della scuola durante l'età giovanile è in discussione: alcuni studiosi pensano che la scuola sia decisamente il fattore più importante di trasmissione di contenuti culturali in questa età, altri invece ritengono che il ruolo della scuola sia di fatto solo istruttivo-informativo riducendosi all'insegnamento di nozioni e di abilità che facilitano meramente l'adattamento professionale alla società.
In realtà si può dire che:
* Generalmente la scuola assolve almeno in modo indiretto alla funzione di trasmissione di contenuti culturali, ma di solito tali contenuti sono un riflesso speculare delle caratteristiche strutturali e culturali della società stessa. La scuola cioè difficilmente è in grado di elaborare valori propri (sia pure a partire dalla matrice culturale tradizionale) e di anticipare così innovazioni sociali. In questo essa svolge una funzione anche più conservatrice della famiglia stessa, diventando spesso strumento di controllo sociale nel senso più restrittivo. In questi casi non è raro che si possano ravvisare più chiaramente nella struttura della scuola e nei contenuti trasmessi, gli elementi caratteristici del ritardo culturale di una determinata società, come le recenti contestazioni giovanili hanno messo in evidenza.
* L'influsso della scuola, a parte la qualità dei contenuti trasmessi, è comunque notevole in questa età anche perché catalizza le possibilità di formazione di una ideologia, soprattutto attraverso alcune discipline particolarmente formative.
L'influenza è legata poi anche alla personalità degli insegnanti (spesso «vincenti» nel confronto con altre figure di adulti), al carattere anticipatore dei suoi contenuti, al grado di conflittualità rispetto ad altri fattori socializzanti. Su questo ultimo punto si potrà notare che, rispetto a tutte le altre fonti di «inculturazione», la scuola gode del vantaggio di un più lungo contatto, di un influsso graduale, di una vera esperienza di gruppo; ciò sembra ricompensare le carenze di profondità e di strutturazione dei valori trasmessi.
* In particolare riferimento al problema della secolarizzazione, occorre sottolineare che è attraverso la scuola che i giovani vengono a contatto con gli aspetti più riflessi dei fenomeni di secolarizzazione in atto nella società; le istanze secolarizzanti, soprattutto quelle connesse con le moderne scienze antropologiche e quelle più ancora radicate nelle scienze storiche, filosofiche, nelle letterature, più facilmente sono percepite nell'esperienza scolastica.
Questa considerazione però vale solo per quella porzione di gioventù (ancora troppo ridotta in Italia) che può frequentare la scuola superiore e l'università.
Si potrà inoltre obiettare che le istanze secolarizzanti percepite dai giovani nella cultura trasmessa dalla scuola vengono in gran parte neutralizzate dall'insegnamento della religione; ma l'obiezione cade, sia perché la scuola di religione non tocca generalmente vertici di efficienza eccelsi, sia perché quando è ben fatta svolge funzione nettamente secolarizzante.

3. La «youth» o «peer culture»

Si discute ancora sulle possibilità di una peer culture o di una youth culture e perciò, di riflesso, sull'influsso di essa sui processi di socializzazione. Quando si parla di cultura giovanile si vuole affermare la possibilità di una strutturazione relativamente autonoma dei modelli di vita impliciti e espliciti dei giovani rispetto ai valori provenienti dalla socializzazione familiare o scolastica o ecclesiastica o di massa. Si intende cioè preconizzare una situazione in cui il comportamento giovanile costituisce nell'ambito di una più vasta cultura globale un'area indipendente, originale, innovatrice. Gli autori che si sono interessati al problema (da Parsons a Erikson, da Schelsky a Coleman, da Davis a Cohen) pongono molte condizioni alla realizzazione di tale ipotesi (sviluppo tecnologico avanzato, superamento del familismo, struttura democratica, pluralismo non conflittuale, ecc.) e riducono l'ambito delle condotte entro cui è possibile una certa autonomia culturale. Si conclude così con l'affermazione dell'esistenza di una sottocultura giovanile, in quanto i valori dei gruppi giovanili sono ancora in gran parte derivati dalla matrice culturale della socializzazione familiare, scolastica ecc. e tendono ad acquisire autonomia solo nell'area delle condotte private (sfera affettivo-emotiva) e del tempo libero (sfera ricreativa, musica, arte, moda, letture ecc.).
Sia pure in questo senso restrittivo, una sottocultura giovanile elaborata dai giovani stessi sembra possibile in alcuni contesti sociali e sembra rivestire grande importanza come ambiente e come agente di socializzazione.
* Non sono pochi gli autori (ad esempio Riesman) che attribuiscono alla cultura dei coetanei un'importanza maggiore di quella della famiglia nell'età dell'adolescenza. Altre ricerche sottolineano il grande tasso di lealtà e di conformismo che si verifica verso questa cultura giovanile; vi concorrono evidentemente componenti psicologiche determinanti come il bisogno di riconoscimento, di accettazione, di appartenenza, che spesso sono negati dalla famiglia, dalla scuola, dalle associazioni.
* Il sentimento di appartenenza si manifesta spesso solo al livello della aspirazione o del desiderio; i gruppi che incarnano la peer culture non sono necessariamente gruppi reali, ma talora solo gruppi di riferimento (gruppi ai quali si desidera appartenere). Ma il risultato, rispetto agli esiti della socializzazione, è il medesimo; il sentimento di appartenenza verso questi gruppi è talmente forte che spesso decide a proprio favore eventuali conflitti di lealtà ed appartenenze, orientando così nettamente in un senso o nell'altro i contenuti culturali o valori dei giovani.
* In relazione ai processi di secolarizzazione si potrà ipotizzare più di una situazione in cui la cultura giovanile sia più o meno secolarizzata; è probabile in tal caso che anche il quadro di valori dei singoli ne venga condizionato, soprattutto quando tale cultura è percepita come conflittuale rispetto ai valori portati dai gruppi religiosi e quando il conflitto si risolve a favore della peer culture (e ciò sembra essere il caso più frequente proprio per le caratteristiche di gratificazione psicologica che tale scelta comporta).
Mettersi in conflitto con la cultura dei coetanei è per i giovani compito arduo, specialmente quando i valori della peer culture sono intesi come veicolo di innovazione, di autonomizzazione, di protesta.

4. La società globale

La società moderna più di ogni altra sembra esercitare una forte influenza nel suo insieme sulla formazione della personalità dei giovani; i mezzi di socializzazione a sua disposizione sembrano potere condizionare più di ogni altro agente sociale l'interiorizzazione dei valori.
Si parla spesso di società di massa e si indicano i mezzi di comunicazione di massa come principali responsabili della struttura mentale dei giovani d'oggi.
D'altra parte viene da più fonti sottolineata la contrapposizione spesso conflittuale tra giovani e società che si manifesta o come tentativo di emarginazione dei giovani da parte della società o come scelta di autosegregazione dei giovani stessi.
Per un verso sembrerebbe che la società abbia a disposizione mezzi capaci di esercitare una pressione continua ed efficace sui giovani, fino a ridurre al minimo la protesta contestatrice e ricondurre alla piena integrazione le piccole élites di insoddisfatti.
Per altro verso sembrerebbe che l'autosegregazione o l'emarginazione dei giovani rappresenti solo una fase transitoria e preparatoria che fa parte di una più vasta strategia intesa a rovesciare l'attuale aspetto sociale mediante l'elaborazione di una cultura autonoma e innovatrice e l'instaurazione di nuove strutture (o se si vuole la distruzione delle precedenti). La fase finale sarebbe resa possibile dalla progressiva maturazione di una massa di manovra più consapevole della necessità della partecipazione sociale, che ora non sembra ancora pronta.
* Sembra, da un certo punto di vista, che i giovani si siano rassegnati ad accettare l'imposizione dei modelli di cultura della società di massa, cedendo al conformismo, adattandosi al progressivo livellamento dei valori, accettando il pluralismo come un alibi per il qualunquismo morale, ignorando i vari tentativi di manipolazione e non avvertendo più i sintomi dell'alienazione.
* Da un altro punto di vista invece risulta evidente la crescente importanza di condotte reattive e protestatarie dei giovani, che sembrano avere preso coscienza del pericolo di disumanizzazione connesso con la dinamica (o per lo meno con alcuni aspetti della dinamica) della società di massa. Risulta ormai modificato profondamente il cliché del giovane borghese, scettico, integrato, depoliticizzato e de-ideologizzato. Almeno al livello delle élites si va profilando un nuovo tipo di giovane.
* In definitiva ci si chiede se nella fase definitiva della sua socializzazione il giovane può trovare uno spazio di autentica scelta o se si trova ancor più condizionato dall'ambiente; con Riesman possiamo chiederci se egli debba essere necessariamente un uomo-diretto-dal-di-fuori, o se la socializzazione si risolva per lui in una autentica promozione sociale. La risposta a questi interrogativi deve anzitutto tener conto delle premesse che abbiamo avanzato fin dall'inizio: la socializzazione è un processo complesso di interazioni tra fattori biologici, psicologici e ambientali attraverso cui la persona singola acquisisce o apprende i valori della società e selettivamente li interiorizza. L'affermazione viene poi confermata nel caso particolare da altre considerazioni: la società di massa ha certo una dinamica conformizzante ma mette in evidenza buone possibilità per uno spazio di autentica scelta dei valori. La caduta di certi condizionamenti mortificanti propri di una società chiusa, particolarista, ipercontrollante, l'affermarsi del pluralismo a tutti i livelli della vita sociale, il clima di anonimato proprio delle grandi città, hanno favorito l'evolvere di una situazione in cui il giovane si trova di fronte ai vari messaggi culturali nella posizione del consumatore cui viene presentata una pluralità di scelte.
Ovviamente questa mera possibilità di scegliere viene resa attuale da una serie di interventi educativi che maturano il senso critico e la coscienza delle implicanze negative di quella dinamica. In altre parole, in questa fase finale della socializzazione come nelle precedenti il dilemma tra condizionamento dall'esterno (l'ambiente) e autenticità personale viene risolto mediante una promozione integrale della persona, resa consapevole dei limiti entro cui si esercita la sua libertà.
* Se ne possono vedere gli spunti di applicazione anche al caso della secolarizzazione:
- A parte un giudizio sul significato della secolarizzazione, una società secolarizzata non costituisce senz'altro un condizionamento univoco che predetermina l'orientamento religioso di un soggetto giovane. Precisando meglio la portata del processo di secolarizzazione si dovrebbe concludere che un mondo secolarizzato realizza perfettamente, all'opposto, le condizioni per una scelta religiosa matura, presentando i valori religiosi svincolati da ipoteche sociologiche pesanti e i valori profani nella loro portata propria.
- La libera scelta dei valori religiosi nel quadro di una società secolarizzata sembra potersi esercitare soprattutto quando è alta la coscienza, nei giovani, del carattere innovativo del discorso secolare; quando cioè il processo di secolarizzazione viene percepito come un elemento di cambio sociale profondo che trova sempre disponibili i giovani più maturi. Non sarebbe così se la secolarizzazione rappresentasse una modalità di manipolazione e di strumentalizzazione della condizione giovanile.
- Rimane comunque difficile una scelta in senso religioso per un giovane inserito in una società secolare; le esperienze di gruppo rimangono prive di un contenuto religioso, in quanto la religiosità istituzionale ha perso ogni rilevanza sociale e l'esperienza religiosa è ridotta a puro fatto privato. Da qui la necessità di strutture intermedie nuove, non compromesse con la religiosità istituzionale, che possano dare alla religiosità individuale un supporto gruppale flessibile e significativo.

Conclusione

Abbiamo appositamente lasciato da parte le considerazioni riguardanti la influenza dei gruppi a carattere associativo, specialmente quelli a contenuto religioso, in quanto sono oggetto di altra relazione.
Altre considerazioni erano possibili in altre direzioni del discorso psicologico e sociologico. Qui basta aver indicato una traccia da verificare sul piano concreto e in rapporto al problema specifico della secolarizzazione della cultura giovanile.