Giancarlo Negri

(NPG 1970-06/07-30)

 

L'efficienza e la funzionalità di un centro giovanile si misurano, spesso, dalla vita di gruppo che vi si conduce.
Il rapporto sacerdote-massa diventa sempre più un'utopia e un grosso handicap al processo educativo. La psicosociologia ha motivato quanto gli operatori pastorali avevano «istintivamente» scoperto.
Ma l'affermare che si rende urgente un'organica articolazione in tanti gruppi, è ancora discorso generico.
Gli interrogativi affiorano vivi:
- in quali rapporti reciproci si devono porre i vari gruppi?
- come e «dove» ritrovare un punto d'incontro, per non naufragare nel caos pastorale, frutto del ritmo affannoso di molti centri giovanili?
- che funzione hanno in questo coordinamento i vari leaders, gli animatori, il sacerdote responsabile?
- il movimento spontaneo attorno agli interessi assicura già l'eliminazione di pericolose lacune?
- come è possibile programmare un allargamento di interessi, per costruire veramente «forti personalità»?
Lo studio sull'intergruppo risponde a questi interrogativi.
Una doppia attenzione può rendere la lettura più costruttiva.
Il tono è quello pratico e quotidiano, anche se l'analisi tecnica può ingenerare l'idea di una macchinosità ricercata («è la vita che è complicata», ci ricorda l'A.).
Il problema dell'intergruppo è urgente per ogni convivenza educativa; per questo, qua e là, si può avvertire uno sconfinamento oltre i termini di questa monografia.

CASI CONCRETI E PROBLEMATICI

L'intergruppo negativo

Siamo in una parrocchia. Esiste un gruppo di 20-25 tra ragazzi e ragazze; per fare un esempio, il gruppo denominato Mondo X. Funziona, ma per conto suo, ignorando i programmi parrocchiali e di un vicino oratorio; ha una intensa attività di gite, di riunioni, di impegni che lo portano completamente fuori, non si sa bene dove. Intanto assorbe tipi molto validi, che diventano letteralmente assenti dalla comunità giovanile zonale. Che cosa capita? tensioni e recriminazioni da più parti; tensioni tra i giovani di Mondo X ed i giovani del luogo; tensioni con altri gruppi, infastiditi dall'aria di superiorità del gruppo in questione. E questi diversi malesseri fanno male a tutti, sperperano energie preziose, scoraggiano o irrigidiscono.
È un caso di «intergruppo negativo»: esiste l'intergruppo, cioè l'influenza del Mondo X su altri gruppi di giovani e di adulti (gruppi giovanili, gruppo del clero locale, gruppo di Azione Cattolica), come esiste nei membri del Mondo X l'influenza delle varie reazioni dei circostanti; ma questo insieme di reciproche influenze è negativo, paralizzante, deprimente. Perché non far passare il tutto al positivo? Ecco il problema.
Siamo in un oratorio, in un circolo giovanile, in un istituto scolastico, in una comunità di quartiere, in un collegio, insomma in una convivenza umana, costituita o dal comune luogo di residenza o dal comune posto di lavoro, di studio, di tempo libero; casi simili di intergruppo negativo sono di comune esperienza: un campo di reciproche tensioni, causato dal gioco di influenze reciproche:
- un gruppo verso l'altro;
- un gruppo verso la massa;
- la massa verso un gruppo e i gruppi.

Forme di intergruppo negativo

L'esperienza accumula tutto un campionario di intergruppo negativo e bastano alcuni riferimenti per risvegliare l'esperienza di ognuno:
- un gruppo a torto o a ragione passa per aristocratico e viene odiato, crea tensioni e malcontento;
- un gruppo è conosciuto come molto simpatico e tutti vogliono entrarci, rovinandolo con la quantità;
- un gruppo avverte una forte rivalità verso un gruppo parallelo e tutte le energie dei due gruppi vengono esaurite nella lotta sotterranea o scoperta;
- un gruppo si impegna altrove e ignora il suo prossimo, fino al limite della sopportazione;
- un gruppo ha dei programmi che intralciano o la vita degli altri gruppi o l'andamento di tutta la comunità o convivenza;
- un gruppo assorbe tanto da far trascurare gli impegni della convivenza (studio, partecipazione a iniziative, ecc.);
- i gruppi coesistono senza reciproca stimolazione e competizione regolata, quindi hanno poco slancio, poca presa, vivacchiano, trascinati più dagli animatori che da un impulso spontaneo avviato.
Queste e altre situazioni consimili pongono sul tappeto il discorso del rapporto tra i gruppi, sorti in una comunità o convivenza. È il problema dell'intergruppo.
È possibile non pensarci, lasciarlo andare per conto suo, dato che si hanno già tante altre cose a cui pensare in una convivenza educativa? Sarebbe come non organizzare il funzionamento dei polmoni in un organismo di cui curiamo il cuore: verrà a morire il cuore e tutto il corpo. Si può curare il cuore di un uomo senza curarne i denti, ad esempio, ma non si può curarne il cuore senza contemporaneamente badare ai polmoni. Questo esempio serve a capire come in una convivenza gruppi e intergruppo vanno di pari passo.
Prima di esaminare ciò più in dettaglio, rispondiamo ad un'altra obiezione che viene spontanea: dato il complicarsi delle cose, non si può fare a meno anche dei gruppi, conducendo avanti la convivenza con il solo rapporto insegnante-scolaresca, direttore-circolo giovanile, capo istituto-comunità, attivando i giovani con le varie attività ma senza che da queste attività si passi ai gruppi?
È impossibile, perché i gruppi vengono spontanei e se non sono inquadrati in una collaborazione, finiscono con il costituire nella massa centri di resistenza efficaci.
Torniamo ora al meccanismo: convivenza-gruppi-intergruppo.

La convivenza si impone ai gruppi e così nasce l'intergruppo

Partiamo dai denominatori comuni ad un certo numero di persone: residenti nello stesso quartiere, studenti nello stesso istituto, giovani nello stesso centro, fedeli che si incontrano nella stessa parrocchia. Tra questi individui uniti da un denominatore comune stabile, nasce una convivenza umana, cioè un gioco di relazioni ancora informali, di reciproche influenze spontanee, di schermaglie, di approcci, di attese, di occasioni acuenti le attese, come una gita ben riuscita. La stessa cosa non capita nei presenti in un supermarket o in un cinema, perché manca il fattore continuità. Ora questa convivenza in attesa o diventa comunità viva e promotrice di vita o pesa su tutti come un aborto di società umana, facendo sentire la coscienza sporca a ciascuno, perché non trasforma i rapporti necessari in rapporti amicali e questo senso di colpa incide su tutto il resto e la vita è rallentata, ammalata.
* Ma come diventa comunità questa convivenza?
Siccome alcuni gruppetti cominciano da soli a trasformare i rapporti necessari in rapporti amicali, la strada obbligatoria è la strada dei gruppi spontanei. Se invece un parroco, un capo d'istituto, un comandante di caserma, un direttore di centro giovanile, passano senz'altro a imporre norme, lanciare iniziative, movimentare la massa nel suo insieme, avviene che si mandano mille biglietti-invito ad una conferenza e vengono 8 vecchiette e 4 pensionati devoti. E basti questo per dire tutto. Se invece siamo in un collegio, dove è impossibile non partecipare alla messa, sarà presente il 100 per 100, ma con che interiore partecipazione?
* Dunque si ritorna al meccanismo dei gruppi spontanei.
Ma appena essi vengono scoperti dalla massa o dagli altri gruppi contemporanei, sorge subito l'intergruppo, cioè il gioco di rapporti tra gruppo e gruppo, tra gruppi e massa, la quale prende essa pure, per imitazione, una certa coscienza di gruppo e così ci troviamo inevitabilmente ad aver a che fare con questo «intergruppo».

L'intergruppo responsabile del tono della convivenza

Ogni capo di convivenza educativa o lavorativa o parrocchiale sa che cosa è il clima, il tono, l'atmosfera dominante: si tratta di una disposizione d'animo che è in ciascuno ma che è comune e che viene da imponderabili fattori.
Questo clima della comunità è in fondo la forza operativa numero uno: se esso è positivo, si lancia un'iniziativa e subito l'opinione pubblica è favorevole e tutti si impegnano.
I fattori imponderabili che lo costituiscono sono dati da quella rete invisibile di interazioni tra individuo e individuo in un gruppo, tra gregari e leaders, tra gruppo e gruppo, tra gruppi e massa, tra gruppi e animatori tutta quella cosiddetta «struttura informale» di simpatie-antipatie, di influenze positive e negative, che è chiamata informale proprio perché non la si vede come la rete dell'impianto elettrico, ma che risulta da tanti piccoli indizi, da tante piccole reazioni dell'uno verso l'altro, che sfuggono ai distratti. Moreno ha lanciato i suoi psicogrammi e sociogrammi, per rendere visibili questi campi di forze reali.[1]
L'intergruppo è nell'ordine delle strutture informali finché è spontaneo e finché, come vedremo, il «cenacolo dei leaders» non lo rende formale e cosciente, sempre con il pericolo di renderlo strutturalizzato e così ucciderlo o perderlo.
L'intergruppo diventa allora prezioso: è la benefica influenza, sottile e quasi impalpabile, che dal funzionamento positivo e fecondo dei singoli gruppi fluisce nei capillari di tutto il corpo della comunità e lo spinge verso una uguale positività di inclinazioni e di atteggiamenti. Oppure è il contrario.
Occorre, dunque capirne il funzionamento e servirlo con l'apporto di una animazione equilibrata e mai esagerata in modo che esplichi sia nei singoli gruppi e sia in tutta la convivenza il bene che può dare.
Per fare un esempio preciso si immagini l'influenza di una forte personalità in una comunità; ebbene un gruppo ben funzionante di giovani è una forte personalità rispetto a tutti gli altri e influisce di conseguenza: questo è intergruppo.

LA DINAMICA DELL'INTERGRUPPO

Gruppi spontanei di lavoro e gruppi di interesse

Partiamo sempre dai gruppi spontanei in una convivenza. Ve ne sono di due tipi: i gruppi di lavoro ed i gruppi di interesse. Riassumiamo brevemente nozioni già note:

* I gruppi spontanei di lavoro sono, ad esempio, quelli di una classe scolastica nella quale tutti i conviventi al principio formano un gruppo secondario obbligatorio (scuola d'obbligo) e poi per il lavoro (ricerche di storia, compiti in comune di italiano, ecc.) si organizzano in gruppetti che a poco a poco diventano primari (cementati da simpatie reciproche varie). Il lavoro causa la continuità dell'unione e il resto nasce da tanti fattori (simpatie predominanti, leaders, insegnanti-animatori, eventi opportuni, ecc.).
Quando il gruppo è primario, molte altre energie e possibilità si destano, molti «carismi» individuali sono attivati e potenziati, la vitalità del gruppo cresce, si apre a nuove iniziative, acquista una propria fisionomia, un sentimento di appartenenza che tutti i circostanti avvertono e per lo più invidiano, un prestigio sociale che crea possibilità di influenza extragruppo, nella convivenza.

* I gruppi spontanei di interessi si formano attorno ad interessi comuni, come un certo sport, un certo hobby, un certo gusto per i problemi sociali, politici, apostolici, un certo servizio ecclesiale (liturgia), ecc. Sono facilmente gruppi prima secondari e poi, se l'animatore lavora, diventano gruppi primari e per far questo si assestano un poco: alcuni gruppi si sfaldano, altri si ricostituiscono, finché in ognuno la dinamica delle forze interpersonali è equilibrata e favorevole allo sviluppo dei «carismi individuali». Anche per questi gruppi si verificano la vitalità, la coesione, il prestigio sociale dei gruppi di lavoro, pur con sfumature diverse.

Carismi e lacune di un gruppo

Fermiamoci ora sui «carismi» di un gruppo: ad esempio, il gruppo liturgico raccoglie coloro che hanno interesse per la liturgia; tra questi alcuni avranno il talento, il carisma e non solo l'inclinazione. Nell'atmosfera e nella attività del gruppo quei talenti e carismi si potenziano, si affinano, si impongono agli altri fino ad affinare anche loro e quel gruppo; quando si esibisce in pubblico, desta incontestabili ammirazioni per la sua elevata prestazione. Così diciamo dei «carismi» e talenti di un gruppo sportivo, di un gruppo musicale: un recital organizzato dal gruppo musicale ha qualità esemplari.
Naturalmente si suppongono attive le forze essenziali di un gruppo:
- i leaders;
- i precisi e vivi rapporti personali animatore-leader e, meno, animatore-membro del gruppo;
- l'animazione del gruppo nel suo insieme di coesione e vitalità.
Pensiamo ora ai gruppi di classe o di lavoro: essi sono partiti senza interessi predominanti, ma con l'andare del tempo il formarsi del gruppo primario ha anche attivato carismi e talenti individuali, prima nascosti per timidità o pigrizia, talenti di tipo più formale, ad esempio, il senso della solidarietà, la generosità, l'impegno verso i poveri, l'allegria, ecc. finché ogni classe o gruppo di lavoro acquista una sua particolare fisionomia, un suo «pallino», attorno a cui tutti ruotano vivamente e operosamente fino a imporsi all'opinione pubblica della convivenza.

* Ma accanto al discorso dei carismi, lato dove il gruppo è di alta qualità, occorre fare il discorso delle lacune, lato dove il gruppo è povero, disinteressato, scadente. Ogni gruppo giovanile è quasi per definizione unilaterale nei suoi slanci ed impegni, diventando per conseguenza lacunoso rispetto ad altri valori pure importanti per una personalità equilibrata. Ad esempio il gruppo liturgico, ben qualificato su questo lato, sarà un po' alienato dalla vita del mondo sociale, sarà costituito da individui fisicamente trascurati, culturalmente disimpegnati. D'altra parte il gruppo sportivo, pieno di figure atletiche e fisicamente allenate, mancherà di interessi culturali, sarà scadente nelle partecipazioni liturgiche. Che fare allora?

Reciproche esigenze e reciproci scambi tra i gruppi

Nella convivenza i gruppi hanno per forza una vita «ab intra» ed una vita «ad extra», come anche Paolo VI disse per la Chiesa nel discorso del 12 agosto 1965. La vita ab intra è costituita da tutte le iniziative portate avanti entro il gruppo per coltivare il comune interesse e valore; e la vita ad extra è costituita da quanto si fa in vista dei circostanti, degli altri gruppi e degli altri con cui si convive nella stessa comunità o convivenza.
Consideriamo ora vari aspetti di questa vita «ad extra»:

* Essa si caratterizza come esigenza di qualità per quanto riguarda il valore proprio del gruppo. Siccome tutti i circostanti e conviventi cantano, giocano, partecipano alla liturgia, discutono occasionalmente di politica, su di essi si applicherà l'esigenza dei soci del gruppo liturgico, ad esempio, come esigenza che si facciano bene le funzioni di chiesa; si applicherà l'esigenza del gruppo musicale, che strepiterà e premerà perché si canti bene e con stile, ecc. Naturalmente dipende molto dal coordinatore e dagli animatori orchestrare queste spontanee esigenze di qualificazione perché non urtino. Ma tutti siamo convinti che esse possono costituire la migliore forza di promozione e qualificazione di tutta la comunità, proprio perché è una forza spontanea, viva, derivata da talenti e carismi. Questa esigenza di qualità potrà essere guidata fino a diventare la forza promotrice di quel particolare valore in tutti gli individui della convivenza ed allora i soci del gruppo sportivo, ad esempio, si trasformano in piccoli allenatori, in correttori di comportamenti, in stimolatori a beneficio della massa.

* In un secondo momento e date particolari condizioni, il gruppo si caratterizza nella sua vita ad extra come capacità di scambio di valori con gli altri gruppi. E quando, grazie ai meccanismi a cui accenneremo, un gruppo comunica al gruppo vicino la sua qualità e riceve da quel gruppo parte della sua caratteristica: un socio del gruppo sportivo andrà a parlare della cura del corpo al gruppo liturgico ed un socio del gruppo liturgico andrà a parlare di liturgia al gruppo sportivo.

* Si configura allora un meccanismo nel quale un gruppo ha questi rapporti ad extra:
- rapporto oblativo verso tutti gli individui della convivenza, qualificandoli secondo il suo talento;
- rapporto oblativo in modo speciale con qualche altro gruppo, qualificandolo del suo talento;
- rapporto recettivo di qualità da parte di qualche altro gruppo, rimanendo qualificato dal talento degli altri.
La cosa sembra macchinosa, ma è spontanea e molto naturale: basterà che quando un gruppo ha un certo valore, lo si apra alla vita ad extra, al pensiero degli altri, il che avverrà da sé quanto all'esigenza di qualità, alla reazione per uno scadente esercizio dell'uno o dell'altro valore umano.
E in tal modo proprio quei talenti, quei «carismi», che Dio pone negli animi umani, sono fatti circolare a beneficio di tutti, elevano il tono della comunità e stimolano ad un qualificato modo di vivere.
L'educatore per quanto voglia non ha mai tutti i valori in modo elevato: o è esigente nello studio, ma non capisce niente di sport e di vita fisica, o è molto devoto, ma manca di adeguato gusto culturale ed estetico. Così troviamo centri giovanili dove la sciatteria, la meschinità, la grettezza squalificano tutto l'insieme.
Attivando invece nei gruppi i talenti, i carismi, i doni che nella gran massa degli individui Dio sparge, questi promuovono nella massa molti valori umani per una via più logica e vitale. Non resterà che far circolare poi quei valori e le corrispondenti esigenze che rimangono scoperti

Le interferenze tra i gruppi e l'esigenza del coordinamento

A questo punto l'intergruppo si riempie di pratici problemi di interferenze tra vari programmi, tra varie iniziative dei gruppi, che possono disturbarsi a vicenda invece di scambiarsi i valori e le qualità.
Ma per capire il gioco di queste interferenze bisogna porsi sul piano dell'individuo singolo, che appartiene operativamente a diversi raggruppamenti. In una convivenza dove sono vivaci i gruppi e l'intergruppo è funzionante, abbiamo per ogni individuo queste tre appartenenze contemporanee:
- appartenenza alla convivenza o comunità per i programmi di tempo lavorativo (lo studio, la scuola, l'officina), per certe attività di tutta la massa (gite comuni);
- appartenenza come interno ad un gruppo, il suo gruppo, dove è interno perché questa appartenenza è di prima scelta e lo coinvolge nei suoi interessi più vivi;
- appartenenza come esterno ad altri gruppi, quelli che esplicano una attività ad extra, riguardante tutti i non interni al gruppo, con particolari servizi di addestramento, di informazione, di promozione.[2]
Ora questo interferire di diverse appartenenze da una parte è naturale, perché è la persona umana che ha un reale «pluri-interesse» (Herbart), sia pur in misura diversa ed è quindi portata a pluriattività, ma dall'altra ha tutti i rischi della confusione, del disordine sia nella organizzazione interna dell'individuo, sottoposto a diverse chiamate contemporanee, e sia nell'andamento della convivenza e in essa dei singoli gruppi.
Sorge allora il bisogno di un accordo, di una intesa, di un tavolo attorno a cui i programmatori dei singoli gruppi si uniscano e si intendano.

Il cenacolo dei leaders, perno dell'intergruppo

Dallo spontaneo ordinarsi delle cose sorge quindi l'esigenza di una struttura di intergruppo.
Lo si chiama «cenacolo» tanto per dare un nome che a molti non è del tutto nuovo. Esso costituisce il fulcro programmatore di tutta la attività della convivenza. Vi si riuniscono i leaders dei singoli gruppi ed essi sono da una parte rappresentanti dei loro compagni, veri delegati, che portano agli altri la voce, le esigenze, le proposte del loro gruppo e dall'altra sono leaders in quanto avvertono una problematica, che forse gli interni del loro gruppo non avvertono, portati come sono ad un «egoismo di gruppo» (Wilkowski).
I «leaders» sono principio pratico di intergruppo, in quanto essi, per il fatto di incontrarsi insieme, sono più intimamente esterni a tutti i gruppi, dialogando ciascuno con i loro leaders, assumendone le prospettive, sentendone le esigenze e assimilandone i valori. Essi portano poi questa coscienza degli altri gruppi nell'interno del loro proprio gruppo sia come stimolo di giusta rivalità e sia come scambio di valori.
Intanto nelle riunioni di cenacolo essi svolgono un preziosissimo coordinamento dei vari programmi.
Tale coordinamento è esigito dal fatto di coesistere tutti insieme nella stessa convivenza che ha vari titoli per imporre il coordinamento:
- ciascun gruppo usufruisce di attrezzature appartenenti a tutti nella convivenza comune;
- la convivenza elabora alcuni programmi comuni, nei quali tutti i membri dei singoli gruppi si incontrano su un piano comune e a titolo comune di alunni, di operai, di parrocchiani, di giovani d'un centro, ecc. Questo livello comune potrebbe a rigore ignorare le particolari appartenenze degli individui all'uno o all'altro gruppo, ma in tal modo tra vita di convivenza e vita dei gruppi si creerebbe un compartimento stagno, invece di far circolare tra tutti la vitalità di ogni singolo gruppo con le sue alte qualità;
- certe iniziative, a cui tutti i gruppi finiscono con il giungere, come la preparazione alle feste liturgiche, un impegno verso la società più vasta, possono essere coordinate con parti vissute in comune come comunità e parti invece suddivise per gruppo, favorendo un aumento di fraternità. Inoltre le singole attività e iniziative dei singoli gruppi, possono volta per volta disturbare la maggioranza, oppure impedire l'iniziativa d'un altro gruppo. E sono questi casi che forniscono la materia del cenacolo.
Dal gioco di queste iniziative dosate, coordinate, alternate tra momento di massa, momento di interni, momento di esterni, nasce un lavoro sull'individuo di grande valore formativo proprio per la ricchezza di apporti, di convergenza di influenze, la naturalezza di rapporti.
Fino a questo punto non si è che accennato agli adulti, animatori o educatori in questa convivenza educativa. Come essi si inseriscono in questo complesso e che funzione svolgono?

LA DINAMICA DEGLI ANIMATORI NELL'INTERGRUPPO

La parte degli educatori

Innanzi tutto ricordiamo i vari ruoli educativa ben precisi, come il professore di una materia scolastica, l'allenatore della squadra, l'orientatore vocazionale, l'economo, il direttore musicale, l'infermiere, ecc. Questi adulti si muovono nella convivenza in un ruolo ben preciso, richiesto dalla vita, giustificato dalla non autonomia dei giovani nei vari settori. Di per sé essi sono fuori della dinamica di gruppo nel suo senso stretto. Si chiede loro:
- di mantenere normalmente le esigenze del compito che svolgono,
- di dosare queste esigenze secondo la scala di valori della comunità,
- di dialogare in modo educato ed educativo con quanti entrano nella sfera del loro ruolo,
- e soprattutto di essere disponibili ad assumere la funzione di animatore, quando la base, cioè i giovani di un gruppo in costruzione, lo richiedono. È naturale che ci si orienti verso gli adulti-educatori per scegliersi il proprio animatore, quando la nascente vita di gruppo lo richiede.

Gli animatori di un gruppo

Altrove [3] si è mostrato come si procede nel delicato inserimento di un animatore entro il gruppo spontaneo e in senso giusto «promosso».
L'animatore di un gruppo tiene conto della personalità totale di ogni singolo individuo del suo gruppo. In questo si differenzia dai leaders, che sono per lo più unilaterali secondo il talento attorno a cui si amalgama il gruppo.
Gli animatori svilupperanno un discorso più intenso e già multilaterale con i leaders, finché la totalità di valori di una vera personalità viene assimilata da questi leaders, aprendoli così all'incontro con gli altri gruppi, al cenacolo, alla dinamica della vita ad extra ed aprendo poi a tutto ciò anche gli altri membri del gruppo, maturando così l'intergruppo. Si punta molto sulla efficienza del dialogo formativo animatore-leaders, perché la strategia educativa è basata oggi prevalentemente sulla circolazione, attiva e ben accetta nella massa, di queste «forti personalità», come dice la Gaudium et Spes al par. 31. Perciò l'animatore cercherà di formarli veramente, non rinserrandole in élites aristocratiche, ma responsabilizzandole al dono di sé ai fratelli nella convivenza.[4]
L'animatore è un adulto e in parte viene spontaneamente scelto dal gruppo perché si ha fiducia in lui e gli si crede, in parte è marginalmente fornito dalla convivenza.
Gli animatori si incontrano con i leaders al cenacolo e dialogano con questi per giungere alla migliore programmazione della vita dei gruppi e dell'intergruppo.

I tre promotori di valori

Ma sia in queste programmazioni di cenacolo, sia nelle iniziative «interne» di ogni gruppo, sia nel dosare le iniziative «esterne» di ogni gruppo secondo il suo carisma, il pericolo delle unilateralità, delle esagerazioni in un senso e quindi delle corrispondenti lacune nell'altro è sempre molto facile.
Non sembrerà ovvio, ma è reale il fatto che moltissimi insuccessi educativi sono dovuti a sviluppi unilaterali di alcuni valori con carenze di altri: in tal modo tutto si deforma e precipita. La completezza delle maturazioni, l'equilibrio unitario tra di esse è in primo piano per maturare «forti personalità»: queste, più che nel fanatismo per un particolare valore, forza indubbiamente importante, nascono dal convergere di varie attività, di varie maturazioni.
Ora, dato il pericolo di trascurarne alcune, diventa necessaria nella convivenza, nei gruppi, nel coordinare l'intergruppo, la funzione di promozione, di vigilanza, di esigenza rispetto ad un particolare gruppo di valori.
- L'animatore non può fare questo, perché è, come si è detto, sintetico, cioè aperto a tutti i valori, come è la persona, proprio per il fatto di essere direttamente in dialogo con la singola persona nella convivenza e nel gruppo. E perciò può mancare di finezza per l'uno o l'altro valore se da solo deve contemporaneamente coltivarli tutti in rapporto alla persona.
- I leaders d'altra parte sono unilaterali, per cui coltiveranno un certo tipo di valori e di interessi, ma ignoreranno quasi il resto.
- Sorge allora l'esigenza di un nuovo ruolo: quello di promotori dell'una o l'altra dimensione della personalità o area di valori omogenei. I promotori insieme ricoprono tutta l'area dei valori essenziali alla personalità, ma si dividono il campo in tre aree, ciascuna affidata ad un promotore il quale perciò è analitico e incompleto rispetto agli altri due promotori.
- Perché tre aree di valori e non quattro o dieci, è già stato spiegato più volte in questa rivista [5] e non è il caso di ripetersi: l'area della cultura e della pastorale catechistica, l'area dell'attività e pastorale liturgica l'area delle relazioni sociali e pastorale ecclesiale.
Questi tre promotori possono essere benissimo anche animatori di un gruppo. Ma come promotori vigilano perché tutte le istanze ed esigenze della loro area siano attivate, promosse ed equilibratamente portate avanti. In pratica essi sono esperti e consulenti per gli animatori, poiché sono questi in diretto dialogo con gli educandi nella convivenza, nei gruppi, nel cenacolo. Ma essi ora per una bibliografia, ora per una analisi critica di un operato, ora per una programmazione, ora per un problema a cui rispondere, hanno bisogno di uno specializzato di settore, il quale servirà tutte queste richieste spontanee e in più interverrà quando si rischia di dimenticare e trascurare la sua area.

Il coordinatore o direttore

Educatori, animatori, promotori sono tutti adulti che intervengono nella massa della convivenza giovanile con un compito specifico. È naturale che uno di essi sia «coordinatore» per tutti, sviluppando il ruolo di unificatore dell'insieme degli interventi adulti nella massa degli educandi, pur organizzata in gruppi e intergruppo, sia come contenuto e sia come organicità.
Altre istanze giustificano da parte della massa dei conviventi questa funzione di coordinatore:
- l'istanza di avere un rappresentante o sacramento o simbolo della comunità, cioè di tutti gli individui nel denominatore comune che li lega insieme in una convivenza: scuola, lavoro, tempo libero, in strutture di centro giovanile o parrocchia o istituto scolastico;
- l'istanza di ognuno di poter dialogare come persona con tutta la comunità attraverso il suo simbolo e rappresentante che è appunto il coordinatore;
- l'istanza di un simbolo del «padre», cioè di un personaggio che rappresenti e incarni l'assoluto come padre.
In concreto l'animatore è in certo senso il prolungamento del «fratello maggiore» Gesù Cristo.
Queste ed altre istanze fanno esigere la presenza di un «coordinatore» che sia anch'esso «sintetico» come i vari animatori, in quanto si rivolge direttamente alle singole persone o alla comunità, ma inglobando tutti i valori, che invece a livello di promotori e di leaders come pure a livello di «interni» sono distribuiti secondo un certo gioco di preferenze e di inclinazioni unilaterali.
Egli ha una grande funzione nell'intergruppo in quanto rappresenta vivamente, come si è detto, la grande comunità o convivenza nei riguardi del singolo individuo e del singolo gruppo. Tale istanza, resa autorevole perché sostenuta dal capo di istituto, è un fattore di apertura e di equilibrio poiché i gruppi più sono entusiasti e più tendono all'egoismo di gruppo che non sente interesse per «gli altri». In pratica si sta dicendo che questo coordinatore potrebbe essere contemporaneamente il promotore dell'area «relazioni sociali e pastorale ecclesiale». È però anche una buona soluzione che sia veramente distinto da qualsiasi specializzazione.
Egli in sostanza promuove e sostiene negli adulti (educatori, animatori promotori), presenti nella comunità, l'apertura a tutta la dinamica di gruppo e intergruppo e nello stesso tempo promuove e sostiene la maturazione di contenuti educativi in tutta questa dinamica di gruppo e intergruppo.

Quadro d'insieme dell'intergruppo

Uno schema conclusivo può dare anche visivamente un'idea delle forze che interagiscono in una convivenza umana fino a formare un inter-gruppo.
Ripetiamo: l'intergruppo è spontaneo ed è l'insieme di interazioni tra individui nella convivenza. Può essere lasciato allo stadio di « struttura informale », come si è spiegato; ma allora tutti i rischi di un «inter-gruppo negativo» diventano incombenti.
D'altra parte una cosciente e voluta programmazione di queste energie, a partire dal punto nevralgico che è il cenacolo (incontro tra animatori e leaders, naturalmente con il coordinatore ed i promotori) , dove in pieno stile di dialogo postconciliare si progetta la vita di tutta la comunità, ottiene a poco a poco che i provvidenziali «carismi» presenti circolino a beneficio di tutti, qualificandoli, ciascuno «secundum genus suum» (Gen 1,11), in una crescita veramente comunitaria e scambievole.
La didascalia dello schizzo (6) è ora abbastanza facile:
M = Si parte dalla massa di tutti i presenti nella convivenza giovanile, legati dal denominatore comune di un dovere umano fondamentale (studio, lavoro, tempo libero) ; tutto il piano va visto induttivamente, cioè a partire dalle persone e al servizio delle persone (il sempre ripetuto paragrafo 26 della Gaudium et Spes: « L'ordine delle strutture deve seguire l'ordine delle persone »)
G = Nella massa si formano i gruppi o di lavoro o di interessi, se gli adulti presenti ne creano il clima favorevole nel loro modo di educare.
L = Nei gruppi si evidenziano i leaders, rappresentanti e uomini di punta per la vita del gruppo.
Data la coesistenza in una unica convivenza e dati i denominatori comuni a tutti, sorge inevitabile l'intergruppo, cioè l'insieme di rapporti tra gruppi e gruppi, tra gruppi e massa, nelle forme più svariate, in senso positivo e negativo.
CE = Il cenacolo è il momento in cui leaders dei gruppi e animatori, promotori, coordinatore da parte degli adulti si riuniscono per unificare iniziative e progetti in una armonica ed equilibrata programmazione che contemperi le varie esigenze. È dal cenacolo che viene un piano di vita della convivenza, per la quale ogni individuo ha due o tre appartenenze alla comunità: come interno ad un gruppo, come esterno agli altri gruppi, come appartenente alla comunità.
A = Animatori o adulti che svolgono in ogni gruppo il compito dell'animatore, come è previsto dalla pedagogia di gruppo. Non vengono qui considerati gli « educatori » come i professori delle varie materie, gli allenatori delle squadre, i tecnici della musica, del teatro, l'infermiere, l'economo, ecc. in quanto costoro da una parte compiono nella comunità un compito indispensabile, ma dall'altra non per questo entrano nella dinamica di gruppo, nella quale rapporti affettivi e di spontanea scelta agiscono.
P = I promotori curano lo sviluppo di una particolare area di valori indispensabili nell'insieme della vita di gruppo e di intergruppo. Essi sono come degli esperti, dei consulenti, degli specializzati che aiutano gli animatori.
C = Il coordinatore racchiude in sé unitariamente le fila di tutte le attività che si articolano variamente secondo piani diversi, affinché l'unità interiore della persona comandi tutto il pluralismo di attività e interessi, che è ugualmente richiesto dalla persona umana.

NB
L'autore di questo articolo tende ad unificare il consiglio operativo con il cenacolo. Ci pare una soluzione ottimale. Anche se è necessario conservare una certa distinzione di finalità:
- il consiglio è soprattutto «il luogo in cui... si riuniscono per unificare iniziative e progetti»;
- il cenacolo ha invece funzione soprattutto formativa: é il momento in cui i leaders ritrovano lo spazio per una presa di coscienza personale e di gruppo del loro significato ecclesiale. (n.d.r.)

negri-intergruppo


NOTE

[1] Cf Mucchielli, La dinamica di gruppo, LDC.
[2] Si faccia attenzione al fattore di unione che proviene da questo convergere di tre appartenenze nel singolo individuo; è come se appartenesse tre volte alla stessa realtà sociale. Ed è chiaro, inoltre, che troverà da solo un primo impulso a salvare ciascuno dei tre cerchi di socializzazione, senza chiudersi in uno, se l'intergruppo è ben orchestrato dagli animatori. È poi naturale che vi siano individui che sono solo di due appartenenze: alla convivenza globale come alunni, ad esempio, ed ai gruppi, ma solo come esterni, non essendosi messi in nessun gruppo particolare.
[3] Cf Pastorale e dinamica di gruppo, LDC, 71ss.
[4] Negri, «Mai élite senza massa e mai massa senza élite», in Note di Pastorale Giovanile, 1970, IV.
[5] Cf Tonelli, «Appunti per una pastorale giovanile nella Chiesa d'oggi» in Note di Pastorale Giovanile, 1969, I. E soprattutto i primi 2 capitoli di Pastorale e dinamica di gruppo, LDC.
[6] Cfr. pag. 47.