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Verso una definizione di centro giovanile


Riccardo Tonelli

(NPG 1970-06/07-06)

 

In ogni programmazione educativa, prima di procedere è opportuno conoscere a fondo il punto di arrivo. In altro contesto, Note di Pastorale Giovanile ha portato avanti lo slogan: le mete prima delle tecniche.
Questo studio tenta di delineare il volto ideale del centro giovanile. Si parte da una definizione che può far arricciare il naso a più d'uno: C.G. come chiesa che diviene.
In un contesto di secolarizzazione, ha senso parlare di C.G. in termini di chiesa? I giovani, di fatto, sono sensibili a questo discorso, o hanno tutt'altro in mente?
Osservazioni molto vere. Che non scalzano però la definizione, se si fanno le debite distinzioni tra contenuti e metodi.
Nella vita di tutti i giorni, l'iter concreto sarà l'opposto:
- dalla visione di C.G. come luogo di divertimento;
- al tentativo di costruzione di una comunità giovanile;
- che si senta corresponsabile, per un servizio di umanizzazione;
- fino all'inserimento di questo dinamismo in una prospettiva ecclesiale.
Certamente, durante questo processo dal superficiale al profondo, coesisteranno livelli diversi di appartenenza (i giovani del divertimento, i giovani del servizio sociale, i giovani che si sentono chiesa). E il C.G. servirà gli uni e gli altri (persone diverse e momenti diversi di una stessa persona).
In questa prospettiva - chiara nella visione globale del pugno di lievito del C.G. (sacerdote, animatori, leaders) - diviene intelligibile, stimolante e realistico questo studio.

 

C'è sempre il pericolo di teorizzare su tutto. Di spendere mille parole per descrivere una situazione che chi c'è dentro, chi la vive, la sente già nel sangue (anche se forse non riesce a trovare i termini adeguati per impiantarne un ritratto).
Il centro giovanile è una di queste realtà, perché ha la mobilità, la impercettibilità e la forza del mondo giovanile.
Nessuna intenzione quindi di partire per la tangente, verso la stratosfera. Una «definizione» di oratorio non interessa nessun operatore. E a ragione.
Una descrizione - un lungo elenco di problemi, di tensioni, di soluzioni - forse sì. È quello che vorremmo tentare: quasi costruire un parametro ottimale con cui potersi confrontare, situazione per situazione.

ALCUNE PREMESSE

Prima di procedere, è opportuno indicare i limiti di questo studio.

1. Un nuovo modo di essere pratici

«Dateci cose pratiche, una buona volta!»: è il ritornello che ci si ripete, su tutte le tonalità. C'è una fame, insaziabile, di concretezza, di praticità, del sussidio prêt à porter. Rispecchia un'esigenza incontestabile.
Ci sono però due modi di essere pratici.
C'è la praticità delle formulette.
Ma ce n'è un'altra, forse più funzionale e più rispettosa: l'evidenziazione precisa delle mete educative e l'indicazione dettagliata dei modi concreti di realizzazione: momenti, stimoli, sussidi, tempi utili. Dopo questo processo, diventa facile e alla portata di tutte le borse costruire formule operative.
In questo nostro studio, preferiamo scegliere la seconda ipotesi.

2. Il paragrafo 26 della «Gaudium et Spes»

La persona è il centro di ogni intervento pastorale. Ad essa vanno commisurate le strutture, e non viceversa: non esistono scatole vuote, da riempire, a tutti i costi, con la vita; esiste soltanto la vita da servire.
Parecchie strutture fanno acqua da tutte le parti. Sono state utilissime un tempo: ormai risultano chiaramente inadeguate. Sono come un abito che va stretto ad un bimbo cresciuto in fretta.
Quando la riflessione - sicura, comunitaria, disponibile, critica con ogni punto di arrivo - approda a conclusioni, va operato immediatamente il cambio proporzionato di struttura. La persona è la prima legge. A proposito del Centro Giovanile, il paragrafo 26 della Gaudium et Spes ci invita concretamente:

- ad accettare, come punto di partenza, i giovani così come essi sono; anche se non ne condividiamo le tensioni, anche se ci sembrano oggettivamente errate, anche se il luccichio è più apparente che reale;
- a ricercare i giovani e a intervenire là dove essi sono di fatto; e la vita reale coincide poche volte con il chiuso dei nostri ambienti.

3. Il possibile, frutto di sintesi tra ideale e reale

Le riflessioni che seguono indicano una prospettiva «ideale»: sono una descrizione che non tiene conto delle singole situazioni concrete. Ogni discorso generico, proprio per essere ascoltato da tutti, deve ritrovare un punto di contatto comune a tutti: quindi un punto impersonale. D'altra parte, è necessario avere dinanzi agli occhi la meta, anche se la si avverte lontana.
Ad essa, a questo «ideale», va commisurato il «reale», quello che solo chi ha le mani in pasta conosce: i propri casi tipici, quei problemi che quotidianamente fanno sanguinare il cuore, la zona di sottosviluppo, la periferia abbandonata.
Se l'accento è troppo sull'ideale, si corre velocemente, ma da soli: nessuno ce la fa a tenere il passo. E non si combina nulla.
Se l'accento è troppo sul reale, è difficile allungare lo sguardo, mancano prospettive che stimolino, il cerchio si fa sempre più ristretto. Si è in tanti a darsi la mano, ma non si cammina avanti.
Il «possibile» è frutto di attenta opera di missaggio tra ideale e reale.[1]

4. L'oratorio degli adolescenti e dei giovani

In questo articolo, come del resto in tutta la monografia che segue, ci interessiamo degli adolescenti e dei giovani.
Parlando di centro giovanile o di oratorio (appositamente usiamo i due termini come sinonimi, perché le accezioni con cui sono utilizzati, qua e là in giro per l'Italia, variano molto) intendiamo quindi il modo con cui la Chiesa entra in contatto, nell'ambito di alcune strutture tipiche, con gli adolescenti e con i giovani.
Solo per appropriazione, qualche riflessione può essere adattata all'oratorio «tradizionale» dei fanciulli e dei ragazzi.
L'angolo prospettico è quello «maschile»; ma il discorso conserva la stessa carica anche per l'oratorio femminile.
D'altra parte, come è accennato nel corso dell'articolo, diventa sempre più urgente curare una certa unificazione, in chiaro clima educativo e pastorale e non di semplice aggregazione.
Infine, queste note sono soprattutto uno sguardo agli adolescenti e ai giovani in sé (a quelli che frequentano i nostri ambienti, e all'apertura verso i loro coetanei lontani). Manca totalmente lo studio del rapporto tra gli adolescenti e i giovani del centro giovanile e i più piccoli.
Questo, per i limiti oggettivi dell'articolo. Non perché si ipotizzi un'assenza di rapporti e una chiusura reciproca. Tutt'altro.

LA DEFINIZIONE DI CENTRO GIOVANILE

Può sembrare strano e contraddittorio con la metodologia pastorale della nostra Rivista, seguire una via deduttiva: partire da una definizione di centro giovanile e catalogare, all'interno di essa, i vari problemi che emergono.
Si può dare quasi l'impressione di apriorismo e di... trionfalismo.
Abbiamo preferito questa linea:
- proprio perché si tratta di una descrizione di tipo «ideale», da confrontare con il reale quotidiano. Quanto nasce da queste riflessioni è solo uno scheletro di problemi e di indicazioni di soluzione; non sarebbe saggio appiccicare ad ogni affermazione un «dunque» conclusivo e riportare il tutto all'interno del proprio ambiente;
- non è stato un processo totalmente deduttivo. Ora la macchina è montata... e la smontiamo pezzo per pezzo, per scoprire come è fatta. Ma in fase di progettazione, è stata studiata induttivamente; una lunga panoramica di esperienze-tipo, una serie di incontri (in tutte le regioni italiane) con operatori di centri giovanili (giovani e sacerdoti), lo studio a tavolino, in sede di redazione: ecco le premesse da cui si è approdato alla definizione.
Il metodo di ricerca di questo articolo è quindi il seguente:
- definizione di sintesi del Centro Giovanile;
- evidenziazione di alcune linee pastorali generali;
- analisi della definizione, per descriverne i vari contenuti operativi.
Per noi [2]: l'oratorio-centro giovanile
* è la Chiesa che diviene, che si costruisce, a livello giovanile;
* un gruppo di giovani, che tende a diventare comunità, con prospettiva di umanizzazione del proprio ambiente.

LINEE PASTORALI DI CARATTERE GENERALE

Le nostre riflessioni, in questo studio, si sviluppano a partire dalla prima definizione, che rappresenta il punto di arrivo ottimale: un parametro di interventi e di mete educative.
Essa, anche ad uno sguardo superficiale, dice alcune linee programmatiche, di natura generale.

Precisa indicazione del fine

Un problema oggi dibattuto (cf documenti giovanili, riportati in questa stessa monografia) è quello del fine del centro giovanile.
Il clima di secolarizzazione senza scendere agli aspetti deteriori del secolarismo [3] ha portato a rivedere alcune posizioni che un tempo erano tranquillamene assodate.
Un discorso sul cinema cattolico, sullo sport cattolico... fa sorridere: anche la parola suona male.
Ma tutto questo vuol dire che si debba rendere «neutro» il centro giovanile, che vada spogliato di ogni preoccupazione di educazione alla fede, che vada reso, decisamente, aconfessionale?
Non credo proprio.[4]
I difensori dell'aconfessionalità si fanno forti di motivazioni teologiche (la mancanza, dicono, di un proprium del cristiano nel risolvere i problemi umani) e di motivazioni sociologiche (la facile costatazione del pluralismo esistente di fatto nella nostra società e la compresenza, in ogni impresa, di persone di fedi diverse. Il momento di unione - il ritrovarsi assieme per rendere più umana, più abitabile questa nostra terra - diventerebbe immediatamente momento di discriminazione, se fosse condizionato ad atteggiamenti e a pratiche «religiose»); le une e le altre spesso esasperate da una innegabile intolleranza di fatto di tanti nostri ambienti (un tempo, la pratica religiosa era divenuta «tassa da pagare», per un ingresso, per una partecipazione ad attività, per la presenza stessa: ora... non più!).
Ci pare di dover contestare queste premesse (almeno così come suonano, nella loro globalità: una riflessione sul metodo pastorale pratico potrà far rientrare molte istanze, oggettive, che obbligano ad un cambio di metodo):

* ne nascerebbe una pericolosa disintegrazione tra fede e vita: invece di recuperare le dimensioni di fede, nel tessuto della vita, si giungerebbe all'assurdo di uno spazio dedicato ad alcuni atteggiamenti di fede, nel contesto di una vita incolore;[5]

* da questo consegue l'irrinunciabilità del proprio essere cristiani, anche se tutto ciò dovesse fare discriminazione (quando essa è oggettiva, proviene cioè dal cuore della propria fede, non è più superabile per un «vogliamoci bene» anodino e rinunciatario; pensiamo, per esempio, al problema del ricorso alla violenza, nella promozione di diritti civili e sindacali);[6]

* il cristiano è con i fratelli in stato di ricerca, non si considera mai un arrivato, che benignamente osserva dall'alto la mischia di questa vita; però possiede la gioiosa pasquale consapevolezza di essere già mano nella mano con Colui che va cercando: lo ha già trovato, anche se Egli continuamente lo trascende; il sì che gli dice è come quello di due innamorati: sempre nuovo, sempre fresco, impastato di rischio e di avventura, eppure sgorgante da una sicurezza che non è misurabile con le dimensioni della certezza abituale;

* il cristiano si sente fratello di tutti gli uomini di buona volontà, nello sforzo di umanizzare il mondo; ma ha la certezza che, nel più profondo delle cose, ritrova, con il volto pulito, limpido dell'uomo, il riflesso del volto di Dio. Solo in questa sovrapposizione, l'umanizzazione è vera. Si va nel profondo, per salvare l'uomo. E si salva l'uomo soltanto quando si è giunti in quella soglia di profondo in cui abita Dio.
È la teologia dell'umanizzazione del Catechismo Olandese, quella che noi perseguiamo: una teologia impastata di fede fino all'osso, anche se - o proprio perché - rispettosa dell'uomo, fino allo spasimo della croce;[7]

* il cristiano respira la sua fede in comunità. Non gli è sufficiente vivere questi dinamismi a livello privato e personale. È la comunità stessa che li deve assumere, che li deve cristallizzare, per essere in grado di servire chi ha già fatto una scelta di fede e gli altri fratelli lontani.

Ci pare quindi che il centro giovanile - di natura sua - debba porsi in chiara prospettiva educativa e missionaria («umanizzazione», alla luce e verso la fede), contro ogni neutralismo. Il suo fine è quindi la costruzione della Chiesa in e con i giovani (tende cioè ad educare il giovane a una presa di coscienza della propria fede e ad una adesione vitale a Cristo risorto, in relazione alla comunità dei fratelli).
Altro però è il discorso, in assoluto, del fine ed altro quello concreto, quotidiano, del metodo pastorale.

Precisa indicazione di metodo

Si tratta di essere logici: l'affermazione che il centro giovanile è Chiesa connota l'accettazione del modo di essere della Chiesa.
Il pluralismo fa parte della natura della Chiesa: una Chiesa integrista è un controsenso.
Le parabole del regno parlano di una comunità in cui convivono «buoni e cattivi», senza alcuna distinzione spicciola, senza prevalenze o diritti specifici.[8]
La Lumen Gentium (13-16) ricorda che l'appartenenza alla Chiesa, a cerchi concentrici, è segnata dalla «buona volontà» di ricerca della verità, al di là di ogni prestazione giuridica. Premesse del genere portano a rivedere parecchie delle nostre strutture (è interessante costatare che si giunge ad una revisione di forme tradizionali, non sotto la pressione di una dissacrazione ingiusta, ma per coerenza con la riconfermata tensione ecclesiale dei centri giovanili).

Rispetto del fattore tempo nel raggiungimento del fine

Per nostra fortuna l'unità di misura del Signore non coincide con la nostra. Egli sa attendere, con pazienza. Un po' più di noi.
Un certo zelo pastorale - ben giusto e motivato - vorrebbe portare tutti e subito nelle posizioni ottimali.
Ma ciò non è rispettoso della libertà di ciascuno, né coincide con il ritmo di cammino del gruppo.
Pensiamo, per esempio, a quello che capita per i gruppi sportivi. Sono composti da giovani spesso lontani da una pratica di vita religiosa soddisfacente. Non frequentano la messa domenicale e disertano, appena possono, il catechismo.
Non sembra pastoralmente onesto, con la scusa che agiscono all'interno di un ambiente di fede (o peggio, che sfruttano le strutture parrocchiali) fare pressione su obbligazioni di varia natura, per ottenere una certa pratica religiosa. Non vuol dire rassegnarsi e rinunciare: lo zelo apostolico dell'animatore farà i salti mortali [9] per far loro scoprire il valore intrinseco delle proposte. Ma la scelta è totalmente a loro carico.
La loro salvezza non è condizionata al raggiungimento di quel livello di pratica religiosa che, in astratto, può essere stimato ottimale. Penso che dovremmo consolarci un po' di più. Non è fallimento educativo il non riuscire a condurre tutti alla messa o il costatare il fuggi-fuggi generale quando si invita alla catechesi.
Non è fallimento neppure per il singolo la non scoperta di questi valori: ogni linea di maturazione conquistata (l'aver avvertito qualche problema in più, uno stile di buona educazione, la presa di coscienza dell'altro come persona, un primo passo verso il profondo delle cose, ecc.) è già un cammino positivo enorme, se crediamo all'uomo.
Il tempo gioca per noi: perché i giovani e noi dobbiamo render conto all'unico Padrone che non guarda il lavoro svolto ma la buona volontà. È tutt'altro che una posizione comoda; si accetta il rischio, ma si sudano le sette proverbiali camicie per far sorgere, dal di dentro, la fame che noi già sentiamo e che ci fa soffrire, contando banchi e sedie vuote.

Accettazione dei vari livelli di fede e relativa scalarità di strutture

Non esiste, nella vita cristiana, un punto d'arrivo ottimale: c'è spazio solo per una tensione continua («Siate perfetti come il Padre vostro è perfetto»).
Ogni livello raggiunto sulla linea della perfezione, quando è frutto di un atteggiamento di coscienza, è già un fatto altamente positivo, che merita tutto il rispetto. L'ambiente educativo ha il compito di fornirgli la struttura adeguata, perché ciascuno possa ritrovarsi a proprio agio, per quello che è.
Il discorso è molto impegnativo, se tradotto nei problemi quotidiani del centro giovanile.
Vuol dire:
- le strutture del centro giovanile (concretamente: impostazione di orari, tipo di catechesi, proposte di preghiere e di atti religiosi) vanno adeguate ai vari livelli di fede esistenti perché nessuno si senta a disagio (pur evitando al massimo la tentazione dell'éliterismo discriminante);[10]
- contemporaneamente chi è ad un grado più elevato ha il diritto-dovere di essere «curato» per quello che di fatto è (fino a poter ritrovare quel clima di alta spiritualità di cui può avere bisogno);
- perché la maturazione, il crescere sia continuo, il centro giovanile deve impiantare una programmazione pastorale di stimolo; che non solo cioè prenda coscienza e rispetti i punti di arrivo di ciascuno, ma che sproni, fortemente, ad un nuovo progredire.
Questo è vero pluralismo. E, contemporaneamente, vero servizio pastorale verso la maturazione della fede di ciascuno.
È difficile precisare di più. Scendendo nei dettagli, si entra nel mistero delle singole situazioni, per le quali non esistono soluzioni prefabbricate. Si può ipotizzare il caso di un centro giovanile che per lungo tempo non abbia alcuna attività religiosa programmata per la massa e che, nel contempo, formi un'élite ad alto potenziale. Oppure il caso opposto del centro che abbia un programma denso di attività religiose, perché il livello generale lo comporta.
In ogni caso, è importante porsi in stato di ricerca: ogni giorno, cioè verificare il servizio pastorale che si offre, onde adeguarlo sempre meglio al ritmo di crescita della vita. Un tale compito spetta soprattutto all'élite, inserita all'interno della massa, per coglierne i dinamismi più nascosti e per imprimervi una direzione di fede.

ANALISI DELLA SITUAZIONE

Ogni termine della definizione nasconde un fascio di contenuti pratici. Le riflessioni che seguono vorrebbero servire a sottolinearli.

A livello giovanile

L'essere comunità ecclesiale non è mai un atteggiamento incolore, predicabile per tutti, in modo uniforme: non c'è una forma standard di «essere Chiesa». Il centro giovanile sono i giovani: quindi deve muoversi secondo i dinamismi che sono loro specifici.
Gli studi di psico-sociologia hanno sottolineato la peculiarità del momento giovanile, nel contesto della società:
- è un momento a sé, che non ha modelli nell'arco della vita: esige strutture, cure, attenzioni tutte proprie;
- ha pure bisogno di una frequente correlazione con altri, di vivere cioè inserito (non distaccato) nel mondo adulto.
La crisi inizia quando l'accento è spostato su uno dei due termini, a scapito dell'altro.
Se si insiste sul distacco, nasce un integrismo acceso e acritico, una incapacità radicale a capire gli altri. Basti pensare, purtroppo, ai limiti di una certa contestazione giovanile o di alcune esperienze di giovanilismo ad oltranza (messe solo dei giovani).
Se si sottolinea l'urgenza del contatto con gli adulti, si annulla lo spazio particolare di formazione: le proposte, il linguaggio, la catechesi sono rifiutati, perché avvertiti non congeniali (in base a questi princìpi si sottolinea l'urgenza dei catechismi specifici per le varie età, nel programma di ristrutturazione della catechesi italiana).
Questa annotazione comporta due fatti rilevanti.

Il centro giovanile vera comunità ecclesiale locale-personale

I rapporti - quelli patologici e quelli sani - del sottogruppo nel gruppo non sono ancora stati sufficientemente studiati, dal punto di vista tecnico; le conseguenze ricadono anche in campo ecclesiale: che significato e che servizio fanno i gruppi particolari all'interno della comunità parrocchiale? Pur con questo grosso interrogativo alle costole, che ci fa essere cauti nelle affermazioni, sembra che si possa pensare al centro giovanile come quasi-parrocchia dei giovani: una parrocchia personale, pur con evidenti limitazioni territoriali (molto più aperte dei semplici confini giuridici: la vita attuale impone contatti più ampi e profondi di un tempo: la scuola, il divertimento, il club hanno fatto saltare la stretta territorialità. Per i giovani, soprattutto, è importante prenderne nota. Oltre tutto, essi vivono già di fatto questa situazione).
Il centro giovanile ha la movenza di una vera comunità ecclesiale, anche nel ritmo esteriore della vita religiosa:
- la scelta di orari speciali - quelli degli adulti sono a priori inadeguati ai giovani;
- un certo tipo di catechesi, temi, metodi, attività - una campagna catechistica programmata dall'alto, per esempio, può avere un senso per gli adulti, ne è priva affatto per i giovani;
- la scelta di pratiche di pietà - alcune forme tradizionali sono rifiutate decisamente dai giovani: è inutile rimpiangere i tempi passati: il realismo pastorale obbliga a prendere coscienza, e in fretta, e a trovare, eventualmente, forme suppletive;[11]
- uno stile giovane nella celebrazione dell'Eucaristia - scelte di canti di letture, di interventi spontanei, ecc.
Tutto ciò non è indulgere alla moda o arrendersi di fronte all'ondata di secolarizzazione; forse è l'unico modo «onesto» di credere, con i fatti al centro giovanile come comunità ecclesiale.
Le riflessioni pedagogiche sul momento giovanile portano però l'urgenza di conservare una certa apertura alla comunità degli adulti, alla parrocchia in quanto tale: anche nell'elenco riscontrato sopra.
I giovani non sentono spontaneamente la necessità di questa apertura. Vi ci vanno quindi guidati. Talvolta, si potrà chieder ad essi di rinunciare a qualcosa di sé, per significare anche esternamente questa tensione. La determinazione di quando sia opportuno preferire l'uno aspetto all'altro è solamente su scala educativa (e non estrinseca; la convenienza di salvare in extremis una situazione; o di appoggiare una «festa» che nessuno sente; o di avere un numero sufficiente di presenze per applaudire l'inviato speciale...).

Una cura speciale per il divenire giovanile

I giovani, di natura loro, sono in divenire: lo sono come «uomini», prima ancora di esserlo come «cristiani».
Il divenire ha bisogno di cure speciali perché «l'uomo è creato per essere spontaneo, ma non può esserlo senza previa cura; reagisce in modo squilibrato, come l'ago di una bussola deviato da una calamita». Praticamente:
- il centro giovanile propulsore di proposte: la tensione a maturare, a svilupparsi, cozza contro la stanchezza di cui siamo impastati. C'è bisogno di uno stimolo continuo, di proposte fascinose, che bombardino il comodismo e la tranquillità;
- interscambio di proposte: dopo pochissimo tempo, una proposta invecchia; è inutile rispolverarla: i giovani fiutano a prima vista l'odore di stantio: hanno bisogno della novità, per essere rimessi in marcia;
- tra mille proposte la scelta cade sulla mille e uno: non possiamo pretendere di presentare un elenco esaustivo, obbligando a scegliere all'interno (o, peggio, a scegliere tutto).
Il rispetto del divenire dei giovani vuol dire accettare che rimangano scoperti i settori programmati con fatica e amore, purché su qualcosa di valido fiorisca l'entusiasmo;
- sistematicità asistematica: la vita imprime un ritmo convulso. Il piano sistematico è rifiutato, perché ogni giorno sorgono urgenze nuove, non catalogate nei progetti iniziali. Ripensiamo alla scuola di religione e alle cento mani alzate che sconvolgono il programma e non permettono di «andare avanti».
Il giovane rifiuta la sistematizzazione. Eppure ne ha bisogno, veramente: per crearsi una cultura (anche religiosa) che non sia lo sfarfalleggiare su tutto senza scendere nel profondo di nulla.
I progetti sistematici sono nella mente dell'educatore, dell'animatore, sono assorbiti nello stile di vita dei leaders: essi sanno ricondurre le fila del discorso al quadro globale, anche nel bailamme più assordante.

L'essere chiesa

Diamo per scontate le due sottolineature iniziali (fine e metodo pastorale) ed entriamo nel vivo del discorso.
L'essere chiesa, per il centro giovanile, comporta alcune indicazioni operative.

1. La presenza di un nucleo centrale

La partecipazione all'«essere chiesa» è a cerchi concentrici. I più marginali sono chiesa grazie all'adesione di fede di un nucleo centrale di impegnati: il pugno di lievito che una massaia ha messo in due misure di farina, perché tutta ne sia fermentata.
Il pugno di lievito del C.G. è il gruppo di coloro che hanno già operato una scelta precisa e che tirano, con decisione, il gruppo: il sacerdote, il nucleo degli animatori ed una élite impegnata.
Senza di costoro il C.G. perde la propria fisionomia ecclesiale: diventa un luogo di ritrovo, come tanti.
L'affermazione è pesante. Ma ci pare coerente.
È importante distinguere l'oggettivo (la situazione descritta), dai singoli momenti di un processo di maturazione lento e difficile.
Forse, per molto tempo, il pugno di lievito sarà rappresentato da chi almeno,. crede nei valori dell'uomo e per essi è disposto a pagare di persona.
Non si è ancora scoperto la presenza di Cristo nell'Eucaristia, ma già la si vive nella sacramentalità di ogni singola persona.
Anche in questo caso, ha senso il sacerdote: ci deve essere, proprio come prete, anche se non è accettato che da pochi. Non può essere soltanto l'amico, quello che la sa più lunga, il cordialone, o, peggio, il tuttofare; e neppure solo l'«esperto in umanità».

2. La presenza del sacerdote come coprincipio dell'ecclesialità

All'interno del popolo di Dio, di quella porzione del centro giovanile che ha già accolto in sé il messaggio evangelico e accetta di «fare Chiesa», la presenza del sacerdote è inderogabile; egli è parte viva della comunità, per assolvere le sue funzioni specifiche. Per gli altri, egli è il testimone del costante appello del Padre.
- Il sacerdote non è un funzionario, «ad nutum» dell'autorità che ne usa come «longa manus», lo sposta ad arbitrio, gli impone una linea pastorale rigida; ignorando in tutto la comunità in cui è inserito.
- Ma non è neppure espressione della comunità, in un populismo che rifiuta ogni funzione gerarchica; e quindi implicitamente l'ecclesialità.
Il suo compito, secondo un ordine ontologico, è il seguente:
- primo: il «proprium», come servizio al popolo di Dio: parola e sacramenti;
- secondo: l'esperto in umanità (il confidente discreto, paziente, ottimista; l'animatore del gruppo; l'esperto dei problemi giovanili; la guida alla profondità);
- terzo: come funzione suppletiva: il tecnico e l'organizzatore.
Tante volte l'ordine reale dovrà essere capovolto: partirà forse da un'organizzazione tecnica, per condurre verso le dimensioni profonde dell'uomo, là dove nascerà l'urgenza della Parola e dei Sacramenti. Ma anche in questo caso sarà opportuno avere la percezione (e soffrire) della provvisorietà: non lasciandosi mai prendere la mano da ciò che è più facile, conservando uno spazio disponibile per chi può a ragione richiedere il resto, educando altri ad operare le sostituzioni necessarie, accettando il rischio e il risultato meno qualificato.
Prima di tutto quindi, il sacerdote è «uno del C.G.». Con i più impegnati lavora alla maturazione degli altri: molte delle sue funzioni sono gestite in comune con tutti i battezzati (con il gruppo di élite, nel caso specifico).
Egli sarà sempre più prete, man mano cresce, per ciascuno, «il bisogno» del prete. Giorno per giorno, egli diventa prete per i suoi giovani, con un livello di presenza commisurato ad ogni singola persona che incontra.
La presenza del sacerdote è quindi qualcosa in più della semplice funzione di animatore-educatore: c'è una profonda diversità, pur nella linea di un continuo.
La diversità consiste nel «proprium» della sua funzione. Non è mai uno dei tanti...: perché è lì per essere testimone autentico della fede, della Parola e dei Sacramenti; non solo come affare privato con chi ne sente il bisogno, ma a livello di tutta la comunità.
La continuità sta nel metodo pastorale di intervento [non uno stile autoritario per imporre, ma l'animazione per ricercare assieme][12] e nelle premesse da cui partire. Potenziare, autenticare ogni valore umano è la sua missione, non per strumentalizzarli poi verso la fede, ma per la consapevolezza che la fede è l'ultima soglia dell'umano. Solo chi è «esperto in umanità» può parlare del Signore.

3. La corresponsabilità come prospettiva abituale di gestione

L'affermazione che è tutta la chiesa che esercita la funzione pastorale, pur nella diversità dei carismi, apre immediatamente il discorso sulla corresponsabilità.
È un ritornello comune, oggi. Non è quindi necessario spenderci troppe parole.
Può essere sufficiente chiederci se è una realtà che accettiamo, concretamente e con gioia, o se invece ci difendiamo ancora, concedendo qualcosa, ogni tanto e a malincuore.

* Educazione alla corresponsabilità.
È difficile il passaggio da un governo assoluto a uno democratico.
Molti nostri giovani preferiscono ancora essere consumatori: è più comodo, più semplice e meno impegnativo.
Se la corresponsabilità è esigenza intrinseca dell'essere chiesa, prima che un portato dei tempi, essi andranno educati, svegliati dal loro torpore, affidando alle loro mani quanto ancora neppure ci chiedono.
Educare alla corresponsabilità vuol dire anche accettare il rischio che essa comporta.

* Corresponsabilità nel fare e nel programmare.
Non è ancora corresponsabilità il farsi aiutare, in caso di bisogno; o anche, per gentile concessione, dividere le incombenze.
Si è corresponsabili quando si programma assieme. Così, per esempio, si crede alla corresponsabilità non quando si affida ai giovani il far catechismo, ma quando si studiano con loro temi, metodi, orari, tecniche. In qualche convegno sul tema, è stata avanzata l'ipotesi, corredata già di esperienze, di una vera cogestione anche amministrativa. Una proposta che può far arricciare il naso a più d'uno. D'altra parte, la corresponsabilità non è un nome nuovo affibbiato al modo tradizionale di gestione: è una folata di vento fresco; c'è da cambiare parecchio, di mentalità, di spirito, per potervi entrare. Corresponsabilità non è lasciar fare tutto ai giovani: dar loro carta bianca. Si è di nuovo al potere assoluto, con l'unica differenza, non sostanziale, di cambio di persone. Assieme, sempre, mano nella mano, come due che si vogliono bene: è la parola d'ordine nuova.

* L'esercizio della corresponsabilità
L'astrutturalismo è un'utopia. Pur nella massima flessibilità, un fascio di strutture è sempre necessario.
Esistono esperienze notevoli in questo campo: consulte, consigli, assemblee. L'argomento è troppo vasto, per essere affrontato qui.
Per il momento è sufficiente averlo ricordato: ci ripromettiamo di riprenderlo in seguito, soprattutto attraverso una panoramica di esperienze significative.

4. Inserimento nella chiesa locale (comunità zonale)

La salvezza diventa soggettiva quando scende a contatto con la storia, con le singole persone di tutti i giorni.
Così è per la Chiesa: la chiesa locale rende visibile e realizza la chiesa universale.
Anche il centro giovanile è chiamato a vivere queste continue tensioni di impasto con la storia, con il mondo, con la vita quotidiana. Non e un compito individuale, da assolversi a tu per tu da chi ha buona volontà e ci crede; la Gaudium et Spes ci ricorda la comunitarietà di questo compito: è della Chiesa in quanto Chiesa.

* A livello di strutture: il centro giovanile ha bisogno di ambienti, di attrezzature, di strutture:[13] esse non possono mai essere un pugno nello stomaco alla povertà della zona (anche se, alle spalle, c'è il grosso benefattore che sovvenziona). Vale anche il contrario: la proporzione con il tono dell'ambiente circostante è ambivalente.

Il centro giovanile non può rimanere la cenerentola fra le sorelle ricche e ben vestite.

* A livello di problemi vivi e di sensibilità: la programmazione è soprattutto un fatto locale: ha diritto a programmare solo chi ha le orecchie tese ai problemi del quartiere. La fine dell'era «costantiniana» in pedagogia, dovrebbe aver fatto chiudere, a sette sigilli, le programmazioni normative che vengono dall'alto: di là può giungere una tensione ideale, una spinta generica, non i dettagli, le «campagne».

* A livello di partecipazione a fatti storici: la chiesa non è una muta spettatrice che vive alla finestra del mondo; scende nella mischia si sporca le mani. Scriveva tempo fa il card. Lercaro: «Certo, la Chiesa non può assidersi arbitra delle contese politiche fra le nazioni. Ma la Chiesa non può essere neutrale di fronte al male, da qualunque parte venga; la sua vita non è la neutralità, ma la profezia. È meglio rischiare la critica immediata di alcuni che valutano imprudente ogni atto conforme al Vangelo, piuttosto che essere alla fine rimproverati di non aver saputo - quando c'era ancora il tempo di farlo - contribuire ad evitare le decisioni più tragiche o almeno ad illuminare le coscienze con la luce della Parola di Dio».
Ancora una volta l'accento è spostato alla responsabilità della comunità locale che può giudicare dell'opportunità o meno di un intervento. Non può certo prescindere da un contesto più vasto di elementi che possono sfuggire alla valutazione spicciola, e quindi dall'ascolto dell'autorità lontana. Rimane però vero che la «non-belligeranza» non può più essere di moda nella Chiesa, se è vero il Concilio.

* Il fatto della mixité, per esempio, al di là delle motivazioni teologiche e psicopedagogiche, trova il diritto di cittadinanza nei centri giovanili nella ecclesialità della comunità giovanile.
Almeno in astratto: ogni singola situazione ha il dovere di confrontare l'ideale, per prendere decisioni possibiliste.
Anche per questo tema, rimandiamo agli studi adeguati: il rimando non è evasione, perché l'affermazione di fatto è esplicita. Va affrontato invece da competenti il modo della presenza; perché siano salve le esigenze educative non basta spalancare le porte.

Una chiesa che diviene, che si costruisce

Il centro giovanile vive la tensione essenziale della Chiesa: il divenire come movimento abituale. Una simile affermazione comporta il cambio di un certo modo tradizionale di pensare il centro giovanile e una cura intensa, all'interno, per favorire questa crescita.

1. Ricerca di una metodologia adeguata per realizzare il divenire

All'interno del centro giovanile, dal sacerdote-animatore a chi si affaccia timido alla porta in un giorno di nebbia, tutti si sentono in stato di divenire:
- chi ha già operato una scelta esistenziale ha bisogno di maturarsi continuamente, di pronunciare ogni giorno un sì fresco e compromettente;
- chi è alla ricerca ha bisogno di essere guidato e stimolato;
- chi è lontano, indifferente, ha bisogno di essere problematizzato, alla ricerca della verità dell'uomo.
Per realizzare ciò si rende necessaria una programmazione articolata, proporzionata ai differenti momenti, rapportata veramente alla persona.
Note di Pastorale Giovanile ha già fatto più volte questo discorso.[14] Rimandiamo a quelle note.
Punto-forza inoltre di una programmazione valida è la ricerca di un principio unificatore, capace di convogliare in unità tutti gli interventi. A noi pare possa essere un ripensamento pastorale della dinamica di gruppo.[15]
All'articolazione in gruppi è dedicato lo studio che segue, in questa monografia.
Forse, è opportuno aggiungere solo una parola. Le poche affrettate note precedenti non vorrebbero indurre a sfuggire un tema che invece ci pare essenziale.
Il problema della programmazione è uno dei più cruciali: segna il cambio di guardia, nell'impianto pastorale del centro giovanile.
Non vi dedichiamo troppe parole, solo perché l'argomento è stato studiato, con una certa continuità, in altre pagine della Rivista: il rimando è a titolo di approfondimento, non di evasione.
Chi ha provato, sa che è quasi inutile affannarsi attorno a tanti problemucci marginali (grossi o piccini); non si approda mai a nulla di efficiente e di continuativo.
Se il centro giovanile assume invece una colorazione pastorale - profonda: quasi l'aria che vi si respira - non importa se le mutate situazioni non permettono la moltiplicazione di pratiche religiose o assottigliano la partecipazione alla catechesi. Nessun giovane potrà trovarsi a suo agio, in un centro giovanile di questo nuovo stile, se non ama appassionatamente l'uomo, se non è onesto con se stesso e con gli altri, se non si accontenta più di consumare quanto gli altri hanno imbandito, se non Si ferma ai piccoli interessi momentanei ma desidera scendere nel profondo. In tutte queste tensioni è già presente il volto del Signore: «Un Dio dal volto umano per un uomo dal volto divino». O se ci piace essere minimalisti: siamo alla fase, essenziale, della precatechesi, per usare la terminologia del Documento di base. Il resto verrà spontaneamente o molto facilmente. D'altra parte è vero quanto affermato più sopra: siamo già a contatto di valori enormi. A questo giovane non «manca 4 per essere cristiano», ma già possiede 6 punti positivi.

2. Un centro giovanile «aperto» all'interno e verso l'esterno

Il centro giovanile sono tutti i giovani della zona: rompiamo, una buona volta, il cerchio chiuso delle quattro mura. La Chiesa si è riscoperta missionaria; ha cessato di contare le presenze alla Messa domenicale per protendersi, a servizio, verso gli altri, i tanti che vivono lontani dalle nostre strutture abituali.
Concretamente, il discorso (per passare dagli stimoli poetici e generici a quelli pratici-operativi) si muove su due linee, complementari:

* Quali strutture può impiantare all'interno il centro giovanile? La risposta non può essere data in assoluto: unici competenti sono coloro che ci vivono dentro. In generale, si può spostare la domanda: quali funzioni devono avere le strutture che si vogliono impiantare all'interno?
- Competitive della società? (per far concorrenza agli altri, «attirare» i giovani in modo tale che non vadano altrove). Certamente no: non ci si riuscirebbe e non sarebbe neppure «cristiano» (il cristiano è lievito nella massa).
- Suppletive della società? (per dare una mano alla società, là dove essa non arriva). Può darsi che sia opportuno, quando veramente Si realizzasse il caso ipotizzato.
- Complementari e funzionali? Direi di sì, decisamente. In questo senso: una certa «cultura cristiana» sembra ancora necessaria. Il giovane che vive «fuori», difficilmente assorbe quel meccanismo psichico che gli permetta una vera mentalità di fede. Lo stile di vita, di conversazione, di comportamenti, trascina verso il basso, lo fa superficiale, edonista, incapace di dialogo con le istanze della fede.
Il pensare al centro giovanile come semplice gruppo di riferimento [16] non sembra oggi pastoralmente adeguato. È impossibile, per la massa dei giovani, assorbire idee e modelli di comportamento se anche non vivono in un clima che guidi alla profondità, alla disponibilità, ad una certa ritualizzazione di gesti. Non è possibile cioè il semplice gruppo di riferimento se non coincide con un gruppo di appartenenza, almeno lontanamente di prospettiva ecclesiale (lontanamente = come sforzo abituale di profondità e di umanizzazione).
La società sta però camminando verso una strada opposta: i centri giovanili delle zone più sviluppate vanno man mano spopolandosi. Sara quindi conveniente accettare le riflessioni precedenti con il diritto d'inventario. O almeno conservare un'attenzione profonda ai segni dei tempi e curare uno studio prospettico continuo. Per non perdere la corsa. Per sostituire prima che tutto ci rovini addosso.
Senza fretta: non è pastoralmente qualificato sbaraccare, senza aver la possibilità contemporanea di sostituire; o distruggere ciò che attualmente funziona ancora.

* Abbasso l'élite aristocratica
In un articolo interessante, G. Negri distingue tra élite proletaria (quella che vive dentro la massa) e élite aristocratica (quella che si crogiola nel proprio éliterismo, rifuggendo programmaticamente il contatto con la massa).[17]
Oratorio «aperto» vuol dire distruzione dalle fondamenta di ogni élite aristocratica: ciascuno in funzione dell'altro, del più lontano: élite verso gruppi verso massa interna verso massa e gruppi esterni.
La vita è fuori (nei bar, nelle sale da divertimento, a scuola, nei gruppi contestatori, sulle strade). Se il centro giovanile fosse l'insieme dei giovani che vivono all'interno delle mura, ci se ne potrebbe disinteressare, magari con la motivazione che fuori tira vento gelido e c'è rischio di perdere tutto.
Ma se centro giovanile sono tutti i giovani della zona, è impossibile non pensarci; ciascuno dovrebbe sentire urgere sulle proprie spalle la responsabilità degli amici: un peso che non lascia dormire sonni tranquilli e che non ci si può scrollare di dosso.
Va ripensata (talvolta da capo) la formazione data e ricevuta: un tipo di formazione protezionistica sarebbe inadeguata oggi. Voler spalancare le porte e gettare nella mischia senza un preciso rinnovamento generale coincide con il fallimento: i morti sul campo, e i dispersi, annullano i pochi superstiti, laceri e stanchi.
Un'ultima sottolineatura: i lontani che cerchiamo fuori casa, spesso sono già tra noi. Di fronte a comportamenti ineducati, a bestemmiatori, a ribelli, ci viene voglia di fare piazza pulita: di scopar via tutti, velocemente.
Centro giovanile «aperto» vuol anche dire accettare, felici, tutti costoro (come dato di fatto e punto di partenza: il che non preclude, anzi sollecita, l'impegno di «conversione»): l'élite proletaria avrà un ottimo campo d'azione all'interno, prima - o contemporaneamente - di uscire dalla trincea, per aprirsi sull'esterno.

Conclusione

Problemi, ne sono nati molti. Soluzioni - o indicazioni pratiche - poche.
Ma, purtroppo, è il ritmo che ci imprime la vita. Non c'è posto per le facili formulette: appena conquistate - sudate e sofferte - ce le troviamo, tra le mani, vuote, inadeguate, insufficienti.
Ci tocca ricominciare da capo. Ogni giorno.
E questo è quanto ci fa penare di più. Scopriamo che i giovani non aspettano, li vediamo sommersi nel turbinìo di proposte ricche di fascino superficiale ma vuote di contenuti validi, ce li sentiamo accanto disponibili, entusiasti, vogliosi di partire, di fare, di intervenire. E non sappiamo dove battere la testa.
Il vecchio è spesso veramente invecchiato. Il nuovo è incerto, malsicuro, talvolta contestato da chi ha la responsabilità decisiva. Ma nonostante tutto, procediamo in avanti, con l'ardore dei vent'anni. Con fiducia, con gioia, con entusiasmo.
Questo è grande. È immenso.
Fa credere sempre più alla risurrezione.
E a quella parabola che il Signore ha raccontato, forse in un momento nero, quando tirava dei conti abbastanza fallimentari: «Fattasi sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: "Chiama i lavoratori e paga loro il salario a cominciare dagli ultimi fino ai primi"».

NOTE

[1]Cf Una mèta possibilista, in Note di Pastorale Giovanile, 1969, VIII-IX, 50.
[2]La prima definizione (quella a sinistra della pagina) parte dall'oggettivo. È chiara nelle prospettive del sacerdote responsabile e, forse, del gruppo più impegnato dei giovani: indica il «mistero» (l'aspetto più profondo) del C.G. La seconda invece è più realistica: tien conto di come sono di fatto sentite le cose dai più (e non sono ancora tutti: per molti il C.G. rimane il «luogo» in cui passare, tra amici, due ore vuote). La comparazione può tracciare le linee di un iter ottimale. Ci ripromettiamo di riprendere il discorso per tentare di indicarne anche il modo. (Cf anche l'introduzione, a pag. 6).
[3]Cf lo studio di Ramos-Regidor, in Rivista Liturgica, 1969, 5-6.
[4]Per aprire soluzioni qualificate al problema, Note di Pastorale Giovanile ha curato un incontro tra operatori e studiosi, sul tema «Pastorale giovanile in un mondo secolarizzato». Le conclusioni saranno oggetto di uno studio monografico nel prossimo numero della Rivista.
[5]Il rinnovamento della catechesi (il cosiddetto Documento di base per la nuova catechesi italiana) ha recepito l'espressione «mentalità di fede», indicandola come fine della catechesi. È il rifiuto ufficiale di ogni tentativo di «privatizzare» il cristianesimo.
[6]«Il ministero della parola riunisce gli uomini nella Chiesa mediante la fede. Questa convergenza verso la Chiesa produce tra gli uomini una misteriosa divisione, poiché Cristo "è posto per la caduta e la risurrezione di molti in Israele, e come segno a cui si contraddirà"» (Il rinnovamento della catechesi, 17).
[7]Non è questo, evidentemente, il contesto per una riflessione approfondita sull'argomento. Si rimanda agli studi più appropriati. Tra quelli più accessibili, proponiamo:
- Negri, Per una programmazione di pastorale catechistica, in Note di Pastorale Giovanile, 1969, VIII-IX;
- Negri, «Al di là o al di dentro delle cose?», in Catechesi, 1969, XII;
- Negri, Perché meno religione e più religiosità, in Catechesi, 1970, III;
- e la fondamentale pag. 297 de Il Nuovo Catechismo Olandese, LDC.
[8]Del resto, la qualifica di «buoni e cattivi» non dipende solo da un fatto morale. Esiste una professione di fede che va al di là della traduzione in riti e gesti e persino della pratica sacramentale. Nella primavera scorsa, si è tenuto a Parigi il V congresso nazionale dell'insegnamento religioso proprio su questo tema. Cf Una pastorale per i non praticanti in Note di Pastorale Giovanile, 1969, VIII-IX, 92 ss.
[9]Indicazioni sulla metodologia da seguire sono contenute nel libro Pastorale e dinamica di gruppo, LDC, e nello studio di Negri, Sport, sportivi e catechesi, in Catechesi, 1968, VIII-IX.
[10]Cf lo studio Mai élite senza massa e mai massa senza élite, in Note di Pastorale Giovanile, 1970, IV.
[11]In Note di Pastorale Giovanile, 1969, V, è stata pubblicata l'elaborazione di un'inchiesta condotta su un campione significativo di giovani, a proposito della devozione alla Madonna e del mese di maggio. Il 63% stima assolutamente valida ancor oggi la devozione alla Madonna; il 46,8% dice lo stesso per il mese di maggio. Le percentuali sono basse invece quando sono chiamati a valutare le pratiche che si fanno (il 52,8 dà un voto più basso del 6; il 12,8 indica 6; il 13,2 non ha risposto). Essi stessi suggeriscono indicazioni sostitutive o integrative del mese di maggio. Accettano il fatto; ma lo vogliono congeniale.
[12]Sulla tecnica di animazione, Note di Pastorale Giovanile ha pubblicato una monografia (1969, VI-VII). Raccomandiamo soprattutto l'articolo Perché parliamo tanto di animatori?. Cf anche Pastorale e dinamica di gruppo, LDC, 69ss.
[13]Cf lo studio sulle attrezzature del centro giovanile in Note di Pastorale Giovanile, 1968, XII.
[14]Cf soprattutto il dossier contenuto nel numero VIII-IX del 1969: gli articoli: Punti fermi per una programmazione valida e Per una programmazione di pastorale catechistica. Sul tema della programmazione è stata curata anche una monografia, nel numero VIII-IX del 1968.
[15]Cf Un punto unificatore della pastorale, in Note di Pastorale Giovanile, 1970, II.
[16]Gruppo di riferimento è il gruppo dal quale un soggetto assimila le norme, i valori, le opinioni, i modelli di comportamento, senza parteciparvi abitualmente. Gruppo di appartenenza è invece il gruppo a cui un soggetto partecipa e m cui ha un ruolo ed una funzione. Cf Mucchielli, La dinamica di gruppo, LDC.
[17]Cf Nota 10.

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