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Appunti per una pastorale giovanile nella Chiesa d'oggi


Riccardo Tonelli

(NPG 1969-01-04)

 

Da molte parti, ci è stato chiesto di chiarificare il significato di pastorale giovanile.
Il termine è entrato, ormai, nel nostro vocabolario ufficiale, si è connaturato con il nostro linguaggio.
Quando ci capita, però, in un momento di pausa dall'affanno quotidiano, di tentare una risposta alla domanda sul «che cosa è, in fin dei conti», ci troviamo facilmente imbarazzati. A molti interrogativi, si risponde con la vita, prima e indipendentemente dalle belle definizioni tecniche.
Eppure - ne siamo convinti tutti - la chiarezza sul fine, sui termini, sugli elementi, è illuminante, per ogni azione che non voglia essere semplice ripetizione meccanica di luoghi comuni.
Basta ricordare alcuni problemi:
- Che rapporto c'è tra teologia, pedagogia, educazione e pastorale?
- Qual è il compito specifico del pastore: dove si inserisce la sua opera, nel processo discendente dello Spirito Santificatore?
- Chi nella Chiesa deve fare pastorale? (nella Chiesa in concreto: nella Parrocchia, nell'Oratorio, nell'Istituto di educazione, nei Movimenti).
- È sufficiente fare della buona catechesi, o spingere ad una partecipazione attiva alla liturgia, o affannarsi per un associazionismo con le carte in regola? O ci vuole qualche cosa d'altro?
E l'elenco potrebbe continuare.
Non a tutti e non con pretese esaustive, dà una risposta questo studio.
Ma può tracciare una prima, significativa, pista di soluzione, indicando, tra l'altro, linee di collegamento con articoli apparsi precedentemente, su aspetti parziali dell'argomento.
Ogni discorso sulla pastorale giovanile nasce dalla comprensione piena della accezione più generica di pastorale.
Per questo la nostra prima preoccupazione è la conoscenza esatta del concetto di pastorale.

 

ALCUNI EQUIVOCI DA RIMUOVERE

La riflessione per una esatta e adeguata definizione di pastorale non è affatto una semplice elucubrazione a carattere intellettualistico o una gratuita speculazione teologica.
Molti equivoci pratici nascono da un'errata concezione «teorica» della pastorale.
La pastorale è in diretta tensione operativa: ma non è una prassi qualunquistica e generica, animata soltanto da retta intenzione e buona volontà di fondo.
Il sottolineare alcuni degli equivoci più comuni, ci permette una puntualizzazione più attenta e più concreta, una riflessione interessata, una ricerca teorica in apertura costante alla pratica quotidiana.

Faciloneria teologica

È facile etichettare per «pastorale» ogni disimpegno teologico. Esiste, si dice, una doppia teologia: quella che cerca di indagare, conoscere, che approfondisce la speculazione sul dato rivelato; ed una teologia che si preoccupa soprattutto di «salvare le anime» rimboccandosi le maniche, nella quotidiana mischia delle cose da fare, una teologia che non ha tempo per pensare, perché deve soprattutto agire.
Come - lo si afferma appellandosi alla storia - esiste un concilio ecumenico impegnato, ed un concilio disimpegnato, arrendevole, preoccupato di incontrare gli altri, i lontani, a casa loro, rinunciatario di ogni vero sforzo intellettuale (perché non formula nuove definizioni dogmatiche): il secondo vive sull'alibi della propria «pastoralità».

Rifiuto o ingigantimento di ogni scienza d'appoggio

Chi è a continuo contatto con la realtà umana da salvare, necessariamente è portato a concentrare in essa tutti gli sforzi.
Sente i tremendi condizionamenti che la contingenza pone all'intervento dell'infinito nella storia - personale e comunitaria -. Sottolinea la forte capacità d'ascolto che assume una lingua intessuta di termini umani e che sappia rifiutare inesorabilmente ogni discorso dall'alto: si sente cioè portato a confidare totalmente sulle scienze d'appoggio: sulla psicologia, sulla sociologia, sulla psichiatria, ecc., battezzate magari, attraverso la qualifica di «pastorali»; e a sottolineare, e confidare sempre meno sulla teologia propriamente detta.
Chi invece teorizza, accampato lontano dal contatto con le persone da incontrare-salvare, rifiuta facilmente, per un innato soprannaturalismo, tutto ciò che ha sapore troppo tecnico e troppo umano. Una errata concezione della pastorale può facilmente portare all'equivoco di rifiutare i termini umani del discorso o - ed è la tentazione più facile - di affidare agli stessi la totalità delle proprie speranze.

Concentrazione in un settore o arrembaggio in tutti i settori

La non conoscenza delle aree di intervento della pastorale, della relativa integrazione e della necessaria compresenza, può ingenerare il doppio opposto pericolo di uno sfarfalleggiamento qualunquista in tutti i campi operativi o la creazione aprioristica di forze d'urto assolute e onnipotenti. La necessità di intavolare un discorso con una persona, per poterla salvare, può sottendere l'autoconvinzione di una necessaria «competenza universale». Tutti i settori sono... pastoralizzabili: di tutti deve interessarsi il pastore, con ugual getto di tempo e di impegno. La conseguenza è un arrembaggio alle mode, alla novità, il rifiuto di ogni gerarchia di valori.
Forse è più facile il pericolo opposto: il credere cioè di aver scoperto la panacea universale.
Per «salvare anime» è sufficiente fare della buona catechesi, si pensa, o buttarsi a tuffo nell'associazionismo, o educare ad una partecipazione attiva alla liturgia (un settore sopra o in contrapposizione all'altro). C'è l'«impallinato» della catechesi che fa solo catechesi; quello della liturgia che vede solo liturgia.
E purtroppo, dopo i primi furori entusiastici, ci si ritrova amaramente con le mani vuote, pronti magari a rifiutare ogni fiducia, a distruggere il settore di intervento che aveva assorbito ogni attività, ripagando così avaramente.

Distinzioni di competenze

Il rifiuto o la non conoscenza della necessaria integrazione tra settori pastorali, costruisce barriere di competenza, eleva blocchi in opposizione. L'incaricato dei mezzi di comunicazione sociale (per fare un esempio, di facile verifica) programma un piano di intervento, maturato dalla sua esperienza e competenza, lo attua ferreamente, difendendo ogni invasione di campo.
L'incaricato della catechesi porta avanti un discorso che è monologo, con accenti forti per coprire la voce dell'incaricato liturgico e per soffocare l'entusiasmo che crea l'animatore dei cinecircoli. Se esiste un generico «incaricato della pastorale» s'affanna brancicando qua e là, per strappare brandelli di settore all'uno e all'altro, convinto di dover far qualcosa egli pure.
E la persona da salvare, - che è unica e indivisibile - oggetto di tante premure, deve entusiasmarsi di volta in volta per l'uno o per l'altro; si trova tempestata da dieci prospettive: il servizio pastorale gli è diventato un ossessivo quotidiano soffocamento.
Questo equivoco non è frutto soltanto di mancanza di coordinamento sul piano tecnico-operativo.
Nasconde alla base una insufficienza teorica dottrinale.
L'esperienza personale può suggerire altre situazioni di disagio; o può indicare il prevalere dell'una sull'altra.
Alla radice del tutto sta spesso una troppo generica e superficiale conoscenza teologica del problema.
L'alibi - facile e frequente - di una pratica che cammina per altri binari della teoria, merita di essere ricondotto - con coraggio - al suo punto di origine: una teoria insufficiente che necessariamente induce una pratica insoddisfacente.
Da queste premesse, nasce la nostra ricerca sulla definizione, gli elementi componenti e le caratteristiche della pastorale.

GLI ELEMENTI PER UNA DEFINIZIONE Dl PASTORALE

Per costruire una definizione adeguata di pastorale, pare opportuno indicare gli elementi essenziali dal cui gioco reciproco si delinea l'essenza della pastorale.
La ricerca ha carattere immediato operativo: accettato questo limite, diventa evidente ogni assenza di pretesa strettamente scientifica. Ci si interessa soprattutto dell'azione pastorale; solo secondariamente si parla della scienza che studia questa azione.

Il fine della pastorale

La pastorale si propone come fine immediato la «salvezza delle anime». Il termine «salvezza delle anime», abbastanza comune nel linguaggio teologico-pratico, non è privo di equivoci e di elementi generici. Pare importante indicare le seguenti linee:
- la salvezza è un dono dall'alto: è il Figlio che incontra la persona comunicando il dono della pasqua (passaggio da morte a vita, attraverso l'inserimento dell'uomo nel suo mistero pasquale);
- la salvezza è contemporaneamente risposta dell'uomo all'invito di Cristo: è una costruzione dal basso. Nell'economia ordinaria, l'intervento salvifico di Cristo è condizionato nella sua efficacia dal peso della presenza di ogni uomo: è la risposta personale che apre l'ingresso trionfante della Pasqua o che determina i limiti dello stesso;
- la salvezza totale è punto d'arrivo: l'uomo già salvo in radice col Battesimo, diventa salvo, con carattere di sicurezza e definitività, solo quando sarà costituito nello stato di visione beatifica, solo quando sarà arrivato alla «casa del Padre»;
- la salvezza è però realtà dinamica: una costruzione attuale di ogni momento storico della vita, che si fa risposta abituale all'incontro-invito di Cristo;
- la salvezza è storicamente visibilizzata dalla Chiesa.
Dall'integrazione di queste linee teologiche, nasce il fine della pastorale. La pastorale non interviene nel processo «dall'altro», non condiziona l'opera dello Spirito, se non mediatamente, offrendo cioè i termini storici (la parola, i sacramenti e la comunità) entro cui si realizza l'intervento salvifico divino.
La pastorale entra nel gioco umano, «dal basso»: prepara, dispone, rende attento l'uomo ad incontrare lo Spirito; lo educa, pur nella piena consapevolezza della continua presenza anche preveniente della grazia; lo rende capace di «sfruttare» appieno i suoi doni; lo rende abilitato a fare atti di fede-speranza-carità nelle situazioni sfidanti della vita, ad agire da cristiano nella routine quotidiana.
In una parola la pastorale ha come scopo di collaborare con lo Spirito nella costruzione di una persona umana-cristiana, integrata totalmente nei valori umani «culturali», nei valori di fede, negli interventi di salvezza, capace cioè di arrivare (oggi per domani) alla salvezza.

Aspetto teandrico

La pastorale è continuamente un gioco a due: Dio e l'uomo; la sottolineatura eccessiva di un aspetto porta alla negazione dell'altro. Nella fase attiva (il soggetto attivo della pastorale) agiscono in sintonia lo Spirito Santo (che previene, accompagna, sostiene e porta a compimento ogni azione salvifica) e l'uomo (il collaboratore di Dio) che è chiamato a porre in atto tutte le tecniche (scienza e prudenza) per rendersi capace di incontrare un fratello, di interessarlo, di «sconvolgerlo», di «convertirlo»: lo steso impulso dello Spirito può assumere potenza d'incidenza diversa, nei limiti con cui il collaboratore di Dio lo trasmette agli altri. Nella fase passiva (il soggetto passivo della pastorale) entrano in campo i due elementi costitutivi della nuova umanità soprannaturalizzata: l'azione dello Spirito (che è dono dall'alto) e la educabilità alla risposta dello Spirito (che dipende soprattutto, storicamente, da fattori umani: quelli su cui fa leva il pastore.
La consapevolezza dell'integrazione e complementarietà dell'intervento a due fa parte dell'essenza della pastorale.
La presenza operativa dello Spirito non offusca ma richiede l'aiuto delle scienze d'appoggio.
La pastorale è fatto di psicologia, di pedagogia, di sociologia ma non è nessuna di queste scienze.
È una risultante del gioco di tutte, a cui è stata aggiunta la prudenza che sa vagliare situazioni e persone, momenti e cose. Richiede lo studio e la sperimentazione, la riflessione sulla storia e l'apertura alla vita.
E contemporaneamente la pastorale sente continuamente di superare tutte queste tecniche umane, per la presenza vivificante dello Spirito «che dà ai singoli, senza costrizioni di misure».
Non è spiritualista tanto da rifiutare l'umano. Né naturalista da rifiutare l'azione dello Spirito.

Elementi concreti

La pastorale tiene quindi concretamente presenti questi 5 elementi:
- il ministero di Cristo (che attraverso lo Spirito unisce gli uomini fra loro e con Dio = dono della salvezza)
- la presenza della Chiesa (che è la manifestazione e realizzazione vivente di questa unione)
- il ministero pastorale (che è il ministero di Cristo esercitato dagli uomini nello spirito di Cristo)
- la scienza pastorale (che è il complesso di scienze che studiano l'esercizio adeguato di questo ministero)
- l'arte pastorale (che è l'habitus operativo, che dà capacità, pronta e facile, a mettere in atto i principi della scienza)

Chi fa pastorale

Il Concilio ha messo fortemente in luce la grande verità che tutti i battezzati (e in modo particolare tutti i religiosi che hanno offerto una realizzazione in pienezza del proprio battesimo) partecipano alle funzioni maggiori del Cristo profeta-re-sacerdote, e quindi del Cristo-pastore.
Tutti sono responsabili del regno e della sua diffusione (cf Perfectae caritatis, n. 10; Lumen Gentium, n. 10-12, 31-36), e in virtù della situazione di membra attive, creata dal Battesimo e dalla Cresima, rinforzata dalla professione religiosa, differenziata dal sacramento del matrimonio (che abilita gli sposi agli impegni eminentemente pastorali).
In senso stretto - anche in forza di una certa tradizione di linguaggio - l'attività pastorale della Chiesa è più propriamente riferita a coloro che nella Chiesa ne hanno la responsabilità prima e principale, i ministri gerarchici, che hanno ricevuto il compito di visibilizzare efficacemente l'azione personale di Cristo-pastore.
Sottolinea però il decreto Apostolicam Actuositatem che «apostolato dei laici e ministero pastorale si completano a vicenda» (n. 6).
Praticamente il compito pastorale è affidato alla Chiesa, e quindi a livello di Chiesa locale, alla comunità: nella sua globalità, con ruoli comuni e diversi specifici e integranti.
Alcuni compiti sono propri della gerarchia, altri sono comuni a tutti i membri del popolo di Dio, altri esigono un processo di correlazione, tra clero e laicato.
La soluzione pastorale non è quindi l'antitesi delle barriere di competenza, ma la sintesi dell'incontro dei ruoli, la coscienza di trovarsi di fronte ad un impegno comune, che grava sulle spalle di tutta la comunità. L'incidenza pratica di questa affermazione è notevole: quando tutta la comunità locale non realizza la tensione pastorale in efficienza, anche la buona volontà e l'affanno dei pochi, competenti ed impegnati, non potrà supplire che in misura insufficiente.

LA DEFINIZIONE Dl PASTORALE

In riferimento all'analisi degli elementi appena ricordati, possiamo allora enucleare la seguente definizione descrittiva di pastorale: l'azione multiforme della Chiesa per autocostruirsi, comunicando agli uomini, lungo il corso della storia, la salvezza pasquale di Cristo figlio di Dio.
O con maggior precisione di dettagli, anche se i termini di linguaggio sono più «crudi» perché più tecnici:
L'insieme delle azioni della Chiesa (dove Chiesa indica tutti i battezzati e in particolare coloro che per ministero partecipano gerarchicamente all'ufficio pastorale: diaconi, sacerdoti, vescovi)
suggerite dalla scienza e dalla prudenza umana (come è stato indicato sopra: aspetto umano-tecnico della pastorale)
in collaborazione con lo Spirito Santo (aspetto formale)
per la salvezza dell'uomo (per abilitare cioè il soggetto a compiere atti di fede-speranza-carità nelle situazioni sfidanti della vita, agendo sull'aspetto educabile umanamente, in vista della salvezza).
La pastorale quindi non agisce direttamente sul complesso delle virtù infuse (fede-speranza-carità): esse sono dono dello Spirito e dipendono totalmente dall'Alto.[1]
L'azione pastorale ha il compito di accompagnare, affiancare docilmente lo sviluppo della fede-speranza-carità, con il perfezionamento degli habitus acquisiti corrispondenti (abiti acquisiti, perché si sviluppano attraverso l'educazione; corrispondenti, perché dispongono alla realizzazione pratica delle virtù teologali, virtù soprannaturali infuse, e conducono alla loro traduzione in termini operativi, nelle situazioni di vita). Questo sviluppo, nella economia della salvezza, non è affare privato, ma avviene nella Chiesa, e con processo di reciproca integrazione: la maturità cristiana postula un continuo equilibrio di rapporti tra fede, speranza, e carità (l'equilibrio operativo oggettivo delle tre virtù nella propria specificità, chiede di diventare equilibrio operativo soggettivo). Virtù infuse e «abiti corrispondenti», con forte sottolineatura dell'aspetto di azione comunitaria, possono trovare una certa corrispondenza nelle tre vite che riassumono la vita cristiana: la vita teologale (fare atti di fede, in senso ampio e con inclusione quindi di speranza e carità), la vita liturgica e la vita ecclesiale (appartenere in modo cosciente e attivo alla comunità dei credenti). Lo sforzo umano - seppure, come sempre, guidato e sorretto dallo Spirito - di curare lo sviluppo degli «abiti naturali corrispondenti», per abilitare ad una vita teologale, liturgica ed ecclesiale in pienezza e in clima di profonda integrazione: tutto questo è l'ambito di azione della pastorale: la tridimensionalità è una logica immediata conseguenza.

CARATTERISTICHE DELLA PASTORALE

Una pastorale a tre dimensioni

Il discorso, espresso in questi termini, è ancora assolutamente generico. Nasce immediatamente la domanda pratica del «come?».
Come «gli uomini di Chiesa» possono collaborare con lo Spirito, per operare la salvezza?
Come i pastori partecipano al ministero di Cristo?
La tradizione teologica più comune, ha racchiuso la molteplice attività salvifica della Chiesa in tre distinte funzioni, rapportate alle funzioni messianiche maggiori riconosciute a Cristo, sacerdote-profeta-re: il munus sacerdotale, il munus propheticum e il munus regale.
Il Concilio Vaticano ha decisamente appoggiato questa tripartizione: le citazioni potrebbero essere moltiplicate:
- la pastorale profetica o catechetica o pastorale di evangelizzazione. Essa riveste la grande diversità dei ministeri della Parola, dal primo annuncio del vangelo fino alla catechesi specializzata, ad ogni livello di età e di gruppi;
- la pastorale liturgica, nella doppia orientazione di sacrificio e di culto glorificatore di Dio e santificatore delle anime, in tutta l'ampiezza dei sette sacramenti e della preghiera liturgica, il cui culmine si realizza nell'assemblea eucaristica;
- la pastorale di reggenza. Essa ricopre tutto il settore della organizzazione carismatica e istituzionale della Chiesa, del clima di comunità nell'unità e nella molteplicità, dell'educazione alla carità come regola suprema della legge evangelica.
L'accento si va lentamente spostando da una concezione giuridico-istituzionale ad una esperienza concreta, viva, attuale di comunione: il sentirsi la Chiesa in azione attraverso afflato della comunione con i fratelli, attraverso il respiro dell'amicizia, attraverso la percezione quasi tangibile della comunità, nell'amore.
A queste note, classiche nella teologia pastorale, corrispondono alcune suggestioni molto interessanti della Gaudium et Spes.
La costituzione sulla Chiesa nel mondo contemporaneo cerca di raccogliere le numerosissime energie che movimentano la mente e il cuore dell'uomo, in tre settori:
- la coscienza (l'insieme dei concetti che uno si forma del mondo, della vita, di se stesso)
- l'attività (il campo degli interventi personali nella realtà: l'uomo che ha preso coscienza del mondo in sé e fuori di sé, matura una decisione, decide un'azione)
- la comunione (il mondo delle relazioni sociali di ogni persona: la comunione è condividere con gli altri la coscienza e l'attività, è fare gli altri oggetto di coscienza e di attività).
Questo è l'uomo organizzato.
La pastorale tende alla salvezza dell'uomo, di questo uomo concreto. Non è possibile disintegrare l'uomo per salvarlo.
Non è possibile salvare una parte dell'uomo: la scoperta-incontro con Cristo è incontro fra persone, nella reciproca totalità. O tutto l'uomo incontrerà e accetterà Cristo in tutto se stesso: o l'incontro sarà annullato. La pastorale dovrà quindi inserirsi - in termini adeguati e proporzionati - in ciascuna delle tre energie essenziali dell'uomo, per salvarle, nella loro essenzialità e nella loro totalità.
È molto facile far correre un paragone tra le tre funzioni pastorali e le tre energie dell'uomo.
Ci si accorge immediatamente come l'integrazione sia spontanea e immediata: ogni energia ha quasi la corrispondente funzione:
- il munus propheticum che nell'economia abituale è la Catechesi (considerata nella sua accezione più piena) si inserisce nella Coscienza dell'uomo (la catechesi della fede costruisce una nuova coscienza - una coscienza di fede - di se stesso, del mondo, degli altri)
- il munus sacerdotale - Liturgia e Sacramenti - realizza una nuova Attività dell'uomo-nuovo-in-Cristo, chiamando l'uomo a collaborare con Dio nella consacrazione - dal di dentro - della realtà.
- il munus regale che è soprattutto esperienza di Comunità dà significato alla Comunione umana, al desiderio di forti esperienze sociali, alla prova in gruppo anche del dato della fede.
Le tre aree di lavoro (Catechesi - Vita liturgica e sacramentale - Vita di comunità e Associazionismo) sono i tre modi concreti di fare della pastorale, di salvare oggi l'uomo d'oggi.
La pastorale, evidentemente, è un'azione unica.
La distinzione a tre dimensioni ha solamente carattere pratico, anche se con chiaro fondamento biblico e di tradizione teologica. Tra catechesi (nella sua accezione più ampia che comprende anche il magistero, la predicazione omiletica, ecc.), vita liturgica e vita di comunione, nella realtà, non si dà distinzione adeguata: esistono fortissime interferenze e margini di necessaria sovrapposizione.
Per questo è molto importante sottolineare che nella prassi pastorale, queste tre energie devono vivere integrate e complementari: non sono tre piste a scelta per raggiungere l'uomo: sono tre vie da percorrere in coordinata simultaneità, se si vuole arrivare veramente all'uomo storico.
Non ci può essere catechesi senza contemporaneamente una forte esperienza di vita di gruppo e una partecipazione attiva alla vita liturgica. Non è sufficiente invitare ad una frequenza regolare ai sacramenti, per costruire dei cristiani integrati: la vita sacramentale va sposata con l'esperienza associativa che dà la coscienza di Chiesa e con la catechesi adeguata.
Così non è risolto nulla con l'associazionismo, se mancano le altre due energie.
Il discorso sulla pastorale, immediatamente assume i toni caldi della praticità quotidiana.
Il responsabile pastorale dell'ambiente deve continuamente vigilare perché le tre energie di salvezza camminino in pienezza, in accordo reciproco, in continuo gioco di riferimento.
Sono tutti settori di sua propria competenza, come termine ultimo di impegno coordinativo: l'elefantiasi di uno, per lo zelo di un operatore, porta - e non è questione di buona volontà - alla disfunzione pastorale del clima.
(Per alcune indicazioni metodologiche, si veda l'articolo di G. Negri, Tre aree di lavoro, tre energie, tre obiettivi per rendere postconciliare la nostra pastorale, in NPG, 1968-4).

I tre obiettivi pratici della pastorale

Una pastorale veramente utile alla vita teologale del cristiano deve far assimilare un contenuto dottrinale, delle abitudini sacramentali, una vita comunitaria.
Di queste tre cose: cioè di convinzioni, di appartenenza ad un gruppo e di conformazione ascetica ha bisogno un uomo per sviluppare e adoperare abitualmente una ideologia nei momenti in cui decide e sceglie.
Senza queste tre qualificazioni, l'attività pastorale è disorganica, e quindi destinata al fallimento, incapace cioè di far operare delle scelte di fede-speranza-carità nelle situazioni sfidanti della vita.
Ma non è ancora tutto.
Perché le tre energie ricordate sopra possano influire sul soggetto debbono essere ancora rivestite di queste tre caratteristiche che formano quasi il tono di incidenza degli impulsi della catechesi-vita liturgica-vita comunitaria.
«* quanto alla memoria è necessario che un gruppo di contenuti sia associato a situazioni di vita tipiche e comuni.
* quanto all'io che questo gruppo di motivi sia profondamente articolato con l'immagine di sé e del proprio mondo che l'uomo possiede abitualmente, evitando l'estraneità di contenuti.
* quanto alla valutazione che questo gruppo di contenuti sia "promettente salvezza" più di qualsiasi altro e in un modo concreto e rispondente al momento di vita».
(cf G. Negri, I contenuti della formazione umana e cristiana del giovane animatore laico, in NPG 1968, 6-7).

LA PASTORALE GIOVANILE

Definizione di pastorale giovanile

La pastorale giovanile è uno dei molteplici settori della pastorale generale della Chiesa.
Può essere così definita:
L'insieme delle azioni della Chiesa, in favore dei giovani,
suggerite dalla scienza e dalla prudenza umana,
in collaborazione con lo Spirito Santo,
per condurli, mediante un'educazione progressiva e legata alle situazioni attuali della loro esistenza,
alla maturità della fede e ad una vita cristiana adulta.
La definizione descrittiva merita qualche riflessione.

* La pastorale (e la pastorale giovanile soprattutto) non può essere assolutamente un discorso discendente, tra chi ha tutto da comunicare e chi ha tutto da ricevere. I giovani sono corresponsabili in solido: per la comunicazione, in collaborazione con il pastore-educatore, della salvezza alla «parte pagana» di se stessi ed ai propri coetanei (cf Apostolicam Actuositatem, n. 12); per il continuo progressivo evidenziamento delle reali esigenze e «situazioni attuali» (non certo definibili aprioristicamente, o come risposta a schemi preconcetti). È la Chiesa in atto, che salva: e anche essi sono Chiesa.

* La pastorale giovanile rivive tutte le suggestioni di cui è carica l'azione pastorale (vedi pagine precedenti) cui vanno aggiunte indicazioni assolutamente proprie. La pastorale giovanile si interessa di giovani, di persone in situazione di crescita, di maturazione, in fase di educazione. La salvezza - fine ultimo della pastorale - non è una realtà assoluta che si giustappone all'uomo-da-salvare: si integra con lo stesso, adeguandosi alla sua struttura, alla sua "natura": Cristo salva a livello di persona storica.
La salvezza, nella pastorale giovanile, assume il tono di Educazione alla pienezza umana-cristiana: non si situa al punto di arrivo, ma allo slancio di partenza.

* Il punto di arrivo è la personalità umano-cristiana, un'assimilazione cosciente della fede-speranza-carità, a livello di motivi di vita.
Colui che ha raggiunto la pienezza della sua maturità, programma le risposte agli stimoli esterni, in base a motivazioni, integrate con il proprio io e in sintonia con il suo quadro mentale e con la sua visione della realtà.
Ogni azione, per essere totalmente umana e personalizzante, deve sgorgare da una motivazione condivisa, e non essere semplice risposta meccanicistica e irrazionale ad una stimolazione.
Il cristiano inserisce le proposte della fede in questo quadro di motivazioni.
La decisione-azione lo rende felice, sicuro, lo fa persona, proprio perché nasce da contenuti cristiani diventati per lui motivi di vita.
Il mezzo di conduzione è una educazione progressiva.
Ogni suggestione educativa proposta ai giovani deve essere proporzionata alla loro capacità recettiva, ma tale che nessuna nozione successiva esiga lo smantellamento della precedente.
La catechesi, la liturgia, l'esperienza comunitaria di chiesa, devono costruire, lentamente ma progressivamente, a livello di capacità di assorbimento, senza costringere colui che pone il mattone successivo, a sradicare quello precedente.
E lo sforzo, per questo settore, è duplice: in colui che pone il primo mattone e in colui che pone il secondo.
Gli esempi potrebbero essere moltiplicati: anche per convincerci che frequentemente la nostra azione educativa si riduce ad un continuo ricambio` di interventi, ad uno smantellamento per poter edificare, nell'attesa che altri smantelli quanto noi abbiamo costruito.

* Le situazioni in cui i giovani debbono dare una risposta di fede-speranza-carità (le situazioni sfidanti) sono quelle legate alla vita concreta e attuale dell'interessato.
La pastorale giovanile deve centrare, con un'offerta di metodologia ricca delle tre caratteristiche indicate precedentemente, (contenuti legati alla memoria, integrati con l'io e promettenti salvezza) queste situazioni e non quelle ovattate e irreali in cui sovente il giovane vive, quando è accanto a noi.
La sua vita non è la vita al chiuso dell'ambiente educativo: ma l'aria libera del dopo (più o meno prossimo).
L'intervento pastorale va centrato lì: per non costruire un giovane capace di vivere ottimamente in un ambiente di educazione, il giorno in cui dovrà definitivamente abbandonarlo.
La preoccupazione pastorale relativa all'allievo è quella della formazione di un ottimo ex-allievo.

* Il punto d'arrivo è la costruzione della sua personalità adulta: la preoccupazione pastorale deve tendere a fare in modo che il giovane sappia benissimo far a meno del pastore.
L'adulto non cerca chi lo tenga per mano, nel cammino faticoso della vita.
La pastorale giovanile deve costruire l'adulto: quindi l'indipendente, il capace-di-far-da-sè.
Il ritorno all'educatore-pastore potrà essere periodico: ma le decisioni, le scelte nelle situazioni attuali, la professione operativa di fede-speranza-carità grava tutta e unicamente sulle sue spalle.
Una pastorale giovanile che miri a circondare il pastore di adulti-bambini in continua attesa dell'imbeccata sul che cosa fare, sul come scegliere, ha evidentemente tradito la sua funzione di costruttrice di adulti-cristiani.

* L'azione pastorale concreta si differenzia notevolmente secondo i luoghi, i paesi, le situazioni, le persone.
Essa deve perciò sempre tener conto dei seguenti elementi:
- ambiente socio-culturale a cui i giovani appartengono (e soprattutto tipo di educazione che essi ricevono)
- situazione della Chiesa locale di cui questi giovani sono membri (e soprattutto qualità e dinamismo della fede degli adulti con cui sono a contatto)
- livello di cultura religiosa e di maturità di fede concreta di questi giovani.
Tutto questo perché ogni risposta di fede sia a livello con la personalità storica, con la sua capacità di assorbimento, con le caratteristiche, di urto o di pacifico adattamento, in cui essa proposta andrà poi vissuta. Il pastore è terribilmente possibilista, per non correre il rischio di un cammino veloce ma isolato.

* Evidentemente, la pastorale giovanile non può fare discorso a sé, sul tono della pastorale generale della Chiesa locale di cui i giovani sono parte.
Il momento giovanile esige attenzioni particolari: è «momento a sé» ma non «momento dissociato» dal contesto: chiede sempre prospettive d'integrazione, proprio per la sua validità.

Ampiezza della pastorale giovanile

Il Concilio ha affermato che è la persona del ragazzo e del giovane a formare il punto centrale e discriminante di ogni intervento pastorale. La legge fondamentale di ogni intervento pastorale può essere facilmente derivata da questa affermazione della Gaudium et Spes (n. 26) che merita un'attenta, disponibile, coraggiosa presa di coscienza:
«L'ordine sociale e il suo progresso debbono sempre lasciar prevalere il bene delle persone, giacché nell'ordinare le cose ci si deve adeguare all'ordine delle persone e non il contrario, secondo quanto suggerisce il Signore stesso quando dice che il sabato è fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato».
Il Concilio ha dimostrato così la sua preoccupazione pastorale: il primato della «persona-fine» sulla «istituzione-mezzo»: nessun timore quindi, sembra affermare il Vaticano II, a modificare le strutture che si dimostrano disadatte, a sopprimere quelle inutili, a inventarne di nuove, quando è necessario.
Tutto questo, in termini concreti di azione, significa: l'avvicinamento pastorale dei giovani esige l'accettazione-adattamento alla loro realtà concreta e storica: vanno incontrati per salvarli, così come essi sono di fatto, e con tecniche proporzionate alle loro situazioni attuali.
A base, rimane l'ipotesi che essi siano veramente conosciuti e compresi. Tra le qualità indicate come necessarie ad un educatore, il Concilio pone (Dichiarazione sull'educazione, n. 5) «una capacità pronta e costante di adattamento e di rinnovamento».
Un pastore disattento alla rapida evoluzione dell'ambiente sociale, delle mentalità, dei modi di vita, si condanna con le sue proprie mani all'inefficacia pastorale.
La sua riflessione deve continuamente portarsi sulla esistenza oggettiva dei giovani d'oggi per poterli conoscere e sulle loro reazioni soggettive per poterli comprendere.
Partendo da questa conoscenza-comprensione, il responsabile della pastorale giovanile dovrà determinare quali siano gli elementi positivi su cui far leva e quali invece quelli negativi. In concreto, gli si chiede continuamente di:

* Scoprire i giovani oggettivamente inseriti nel mondo moderno e presi da un vortice di vita difficile. A costo di rivoluzionare le molte illusioni in cui noi educatori spesso viviamo.
Molte nostre problematiche li fanno sorridere: non possiamo pretendere che essi respirino lo stesso clima che ci entusiasma, né che sentano con angoscia le stesse nostre preoccupazioni educative, né che abbiano la nostra stessa sensibilità di fronte a suggestioni e a situazioni.

* Discriminare, nei tratti caratteristici della gioventù d'oggi, gli elementi che favoriscono la fede, l'impegno cristiano, da quelli che ne sono in antitesi.
L'educazione-pastorale non rifiuta tutto in blocco né accetta tutto con ottimismo ad oltranza.
Suggestivo, in questo senso, il discorso di Paolo VI, riportato sull'Oss. Rom. del 26 sett. 1968, sulle possibilità concrete di un incontro tra Chiesa e mondo giovanile odierno.
È una discriminazione da operare con molta disponibilità e coraggio: perché l'unità di misura deve tendere a spostarsi dalla valutazione personale a quella il più possibile oggettiva e disincarnata.

* La conseguenza è la tensione all'aggiornamento continuo che tende a cogliere l'anima delle mode giovanili, penetrando e superando il loro volto esterno.
Non è l'essere alla page in tutte le manifestazioni giovanili che ci fa vicini al giovani: essi, credo, non ci chiedono questo e, quando lo facciamo, ci accettano con malcelata commiserazione.
Ci rende vicini - da educatori e pastori - il saper scoprire quello che forse essi stessi non avvertono e che pure vivono in pienezza, nella profondità del loro io.
Tutto questo impegno non può essere relativizzato al piccolo gruppo di giovani che gravitano attorno al nostro ambiente, né solo a quei pochi che vivono nelle nostre strutture cristiane, ma deve giungere a tutti gli altri (la maggioranza!) che sono accanto a noi e vivono in strutture scristianizzate, atee, pagane e soffrono delle carenze del sottosviluppo. Questo ci impone un ripensamento di presenze e disponibilità: le proposte pastorali più missionarie e più aperte sono quelle che dovrebbero assorbire i mezzi (finanziari e personali) più abbondanti: non può il numero anche alto di giovani che ci circonda farci dimenticare gli altri lontani, affidati indiscutibilmente a noi. I termini potranno essere edulcorati dalla prudenza e dalla progressività lenta e pensosa: ma il secondo passo di marcia rimane sempre condizionato al primo.

Contenuti e tecniche

Per non ripetere un discorso già più volte fatto altrove, si rimanda allo studio di G. Negri, I contenuti della formazione umana e cristiana del giovane animatore laico, in NPG 1968, 6-7.

CONCLUSIONE

I termini del discorso, finora, sono stati prevalentemente umani.
Nel mistero dell'economia della salvezza, il Signore ha voluto condizionare il peso del Suo intervento, alla rispondenza degli strumenti, alle tecniche d'incontro: il Verbo, per dialogare con gli uomini, si è fatto Cristo.
La presenza sconvolgente, irresistibile, lo sbalzare da cavallo, è sempre nel ritmo delle eccezioni.
Ma anche la duttilità dello strumento è dono dall'Alto.
La pastorale è quindi, soprattutto, opera «prepotente» dello Spirito. «... il giorno della Pentecoste fu inviato lo Spirito Santo per santificare continuamente la Chiesa e i credenti avessero così accesso al Padre in un solo Spirito. Questi è lo Spirito che dà la vita, è una sorgente di acqua zampillante fino alla vita eterna; per Lui il Padre ridà la vita agli uomini morti per il peccato, finché un giorno risusciterà in Cristo i loro corpi mortali» (Lumen Gentium, n. 5).

[1] Evidentemente questa affermazione è relativa alla definizione accettata di pastorale, che include solo l'aspetto di intervento umano, in collaborazione con l'opera dello Spirito.
Se per pastorale si intendesse soprattutto l'azione dello Spirito per la salvezza degli uomini, il discorso diverrebbe immediatamente inadeguato.

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