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Davanti alla prima generazione incredula /2


L’annuncio ai giovani nel tempo della postmodernità

Armando Matteo

 

Una Chiesa interessante in quanto interessata

 

Tessere trame di inter-esse tra la comunità credente e il mondo giovanile, a partire dalle quali far germogliare l’annuncio del Vangelo, non appare per nulla semplice esercizio di adattamento delle risorse e delle strategie dell’attuale agire pastorale. Più radicalmente si tratta, da parte della Chiesa, di lasciarsi interrogare da quella che abbiamo sommariamente definito «la prima generazione incredula» dell’Occidente e di predisporre sentieri accessibili a quest’ultima verso l’affidabile parola evangelica. La cosa ovviamente ha i suoi costi pastorali.

Per questo vale la pena riflettere su un atteggiamento del mondo ecclesiale che ancora ne affligge e appesantisce la presenza e la missione nel mondo. Diciamo di quella pretesa di voler porre mano e rimedio con ugual rigore a tutte le urgenze che la storia collettiva mette in evidenza, pretesa che si traduce nella difficoltà della comunità credente a operare un discernimento e di conseguenza nella difficoltà di dotarsi di una gerarchia di attenzioni che eviti l’ingolfamento costante cui non raramente è sottoposta soprattutto la vita ordinaria delle comunità parrocchiali.

D’altro canto, è quasi impossibile sottrarsi all’impressione che la comunità credente elevi più pretese di quelle per le quali effettivamente dispone di sufficienti energie e che la progettualità pastorale proceda per una continua sommatoria di interessi, intorno ai quali si opera con grande fatica un’autentica verifica e un’individuazione di priorità. Il rischio di tale prassi è evidente: ove tutto è definito importante, necessario, urgente, nulla lo risulta effettivamente.

Tale situazione non solo è all’origine di quella sindrome del burnout, a causa della quale parecchi operatori pastorali agiscono ormai senza particolare entusiasmo, per lo più convinti dell’inefficacia del loro ministero[1], ma più in profondità ostacola l’emersione di una reale interessata cor-rispondenza nei destinatari dell’azione pastorale stessa.

La dedizione all’annuncio ai giovani, in altre parole, non può essere – soprattutto dopo quanto abbiamo sinora cercato di illustrare – un tema accanto agli altri, cui si dovrebbe anche prestare attenzione, senza tuttavia rinunciare ad altro.

I giovani, da parte loro, inoltre, avvertono con rara sensibilità quando sono al centro di un effettivo interesse e quando, al contrario, diventano puro oggetto di strategie linguistiche. Questo sia detto in un senso molto generale che non coinvolge solamente il mondo ecclesiale, ma anche quello politico e più direttamente quello dell’istruzione.

Proprio per queste ragioni, la questione dell’annuncio del Vangelo ai giovani al tempo della postmodernità impone, in definitiva, una singolare decisione di autentico investimento di energie, che comporta altresì un lasciar in secondo piano altri ambiti e impegni: in termini di persone, di tempi, di spazi liturgici, di risorse economiche, di progetti pastorali.

Con una tale suggestione avviamoci, allora, a considerare alcune possibili modalità di ricostruzione da parte della Chiesa del suo rapporto con l’attuale generazione giovanile.

 

L’alfabeto della libertà

 

La diagnosi circa il disagio postmoderno del mondo giovanile affonda ultimamente in un più generale disagio che si trova a vivere oggi l’umanità. Quest’ultimo origina dalla mancanza di un condiviso alfabeto della libertà, ovvero di quelle istruzioni circa l’umano che è comune che possano garantire un non catastrofico esercizio della stessa libertà da parte dei singoli. L’uomo del nostro tempo si trova al centro di un progressivo e vertiginoso s-confinamento delle condizioni della prassi della sua libertà, che ne pregiudica una felice esecuzione: da una parte, i ritrovati della tecnoscienza gli consentono operazioni e gli offrono occasioni nel passato previste solo nei libri di fantascienza, dall’altra la decisa rinuncia al riferimento a modelli condivisi di giudizio sull’umano – risultato più imponente della rivoluzione culturale del ’68 – invitano il soggetto ad arrischiare la sua esistenza a partire da sé, a divenire artista e giudice della sua vita, con tutte le innumerevoli e non sempre riuscite varianti che un tale agire comporta.

Lo sconfinamento delle possibilità offerte all’umanità e le ripercussioni culturali della rivoluzione del ’68, cifra di un più ampio movimento di protesta anti-moderna, si traducono nell’impossibilità di rifarsi immediatamente alla grammatica tradizionale dell’umano, ampiamente debitrice di motivi cristiani, e ci si ritrova così sprovvisti di un ‘libretto delle istruzioni’ per sostenere il mai semplice mestiere di vivere.

Tale nostra condizione postmoderna, ovviamente, di per sé non rappresenta una condizione di assoluto svantaggio: di molto dobbiamo essere grati alla tecnica e alle sue applicazioni, così come va giudicato non impertinente il sovvertimento di alcuni modelli interpretativi tradizionali dell’umano, eccessivamente diretti da altro e dall’alto rispetto alla condizione singolare delle persone. Come credenti, dovremmo al riguardo diventare più raffinati nel nostro giudizio circa il mondo e le sue evoluzioni: non lo si può sempre e soltanto male-dire.

La posta in gioco è altra. Ciò che in verità gioca a svantaggio dell’uomo odierno è piuttosto la rapidità con la quale ai singoli vengono offerte nuove possibilità da parte della tecnica, con il progressivo allargamento degli orizzonti di scelta e la conseguente messa in rapida discussione di quelle interpretazioni dell’umano che sarebbero potute diventare patrimonio condiviso e base per un discernimento dell’agire.

Manca, in sostanza, quella distanza temporale che permette il decantarsi della novità, una sua valutazione più realistica e la relativa stima in termini di bene comune.

Il risultato complessivo è che la libertà dei soggetti è sovraccaricata: l’aumento delle opzioni esalta, certamente, il loro essere liberi, ma li sottopone a un costante stress di autovalutazione, in assenza di parametri condivisi.

Mi pare che ben descriva l’attuale situazione la metafora ricordata da Aldo Schiavone, il quale giustamente dice che gli uomini e le donne di oggi sono «come un bambino cui sia stata affidata una Ferrari». Nulla è più eccitante di una tale opportunità, nulla può oggettivamente risultare più disastroso.

Da qui sorge anche uno dei tratti più caratteristici delle metropoli postmoderne: quel vivere sempre in e di corsa, quel sentirsi sempre in ritardo e la sensazione di non arrivare mai, il non trovare un punto cui potersi appoggiare con serenità, l’impossibilità di un respirare rilassato – tutte porte spalancate alla temibile malattia dello spirito del nostro tempo: la depressione.

In ogni caso, dovrebbero a questo punto risultare maggiormente chiarite le cause del disagio del mondo giovanile: nel vuoto di regole condivise, di una mancata generazione all’esperienza della libertà da parte di genitori loro stessi in difficoltà con la prassi della libertà; privi dunque di un alfabeto della libertà, i nostri giovani risultano quasi sempre incompetenti circa la qualità umana del loro essere/operare, condendo i loro giorni con salsa prettamente adolescenziale. Diventano così amanti dell’esperimento, solitari, cocciuti e iperaffettivi. Non trovano infine forze e motivazioni per opporsi alla notte del senso che avvolge la loro esistenza, rifugiandosi da ultimo nella notte stordita dei sensi – tra musica da spaccare i timpani e consumo di stupefacenti.

 

Un duplice svantaggio rispetto alla fede

 

Se ora mettiamo in campo più esplicitamente il discorso relativo alla fede, dobbiamo convenire sul fatto che al presente i giovani soffrano nei confronti del Vangelo un duplice svantaggio.

Il primo è quello che riguarda l’atmosfera culturale nella quale vivono: essa, lo si è già detto, non permette loro di cogliere l’originario nesso tra la cura dell’umano e la crescita nella fede; il secondo svantaggio riguarda la fondamentale verità secondo la quale la fede è esercizio della libertà, che decide di sé decidendosi a proposito dell’affidabilità delle parole del Vangelo. Ove è dunque scarsa un’esperienza che generi alla libertà, non potrà non risultare altrettanto scarsa la correlativa possibile esperienza di fede.

Da questo punto di vista, inizia ad assumere un senso compiuto anche l’atteggiamento medio dei giovani nei confronti del mondo della fede: non ne percepiscono e non sono in condizione di sperimentarne la bontà. Un annuncio del Vangelo commisurato alla loro condizione dovrà pertanto tener conto non solo della loro ‘ignoranza e indifferenza culturale’ rispetto alle tematiche della religione cristiana, ma anche del fatto che la proposta di fede che ad essi si porge non può far affidamento ad uno dei suoi prerequisiti sostanziali e cioè ad una certa pratica della libertà.

Si riapre qui il fondamentale capitolo teologico della figura della fides qua, su cui si dovrà maggiormente esercitare la nostra intelligenza pastorale. Dopo le fatiche necessarie per la definizione della corrispondente figura della fides quae, le quali hanno condotto alla codificazione del Catechismo della Chiesa Cattolica e di vari Compendi, urge oggi rendersi nuovamente più sensibili circa le condizioni che conducono una persona a decidersi per Cristo.

Si affaccia qui – e lo abbiamo già indicato – il vero spartiacque tra l’epoca della cristianità e quella attuale, rappresentato proprio dal fatto che non ci è più consentito far affidamento alla generazione/trasmissione della fede nelle nuove generazione in seno alle forme generative elementari dell’umano, anche queste, peraltro, molto meno efficaci per le condizioni nelle quali gli stessi adulti si trovano a dover vivere.

Nel concreto si tratta dunque di chiedersi quali siano le condizioni che permetterebbero alle nostre esperienze comunitarie di fede vissuta – in primis alle parrocchie – di ritornare a intercettare gli interessi dei giovani e di diventare luogo in cui si viene generati alla fede.

Di fronte al duplice svantaggio che i giovani postmoderni sperimentano nei confronti del Vangelo, un duplice compito attende dunque la comunità ecclesiale. Il primo riguarda la questione di quale modello di cristianesimo oggi presentare in modo da attirare l’interesse dei giovani verso la Chiesa, cioè di come s-fondare quel pregiudizio postilluministico circa la dispensabilità della fede per una vita buona e degna di essere detta umana. Il secondo tocca il nodo di come ri-strutturare il tessuto elementare della presenza cristiana nel mondo perché diventi generativo di esperienza credente.

L’annuncio del Vangelo ai giovani diventa dunque questione di un’idea di cristianesimo e di una prassi a essa commisurata.

 

Scuola di libertà

 

Partendo dalla sua grande tradizione e dall’ascolto della sempre giovane parola di Cristo, la comunità dei credenti potrebbe oggi proporsi innanzitutto quale scuola della libertà, quale luogo in cui soprattutto i giovani – i grandi analfabeti della libertà – possano venire generati a tale esperienza e in questo avviati alla possibilità di una decisione per la fede.

In questo modo si permetterebbe al Vangelo di mostrare ancora nel nostro tempo la forza della sua promessa di una custodia piena e autentica dell’umano. Scuola è ovviamente qui intesa nel senso nobile del termine come quell’aver tempo di occuparsi di una cosa per diletto. Nel caso specifico, una scuola dove si diventa dilettanti dell’umano, dove cioè si sperimenta diletto/amore per ciò che in noi ci rende davvero ‘umani’.

Pensare il cristianesimo come scuola di libertà significa declinarlo come una scuola di realismo, una scuola del respiro e una scuola del pensare/immaginare altrimenti.

Il cristianesimo ci consegna anzitutto la grande verità che nessuno di noi è Dio. L’uomo non è (un) Dio. Questo non vuol dire che l’uomo sia (un) nulla, ma impone la considerazione che ciascuno deve accettarsi per quello che è e deve accettare il libero confronto con gli altri. Deve, in una parola, uscire da una falsa autonomia beata, mettersi alla prova e andare in-contro all’altro: cercare e lasciarsi cercare. Solo così può fare qualcosa di sé e a partire da sé. In tutto questo ognuno dovrà provare a rispondere a quella parola e promessa che egli è per sé e per il mondo.

Proprio la radicale affermazione della trascendenza divina autorizza pertanto la libertà degli uomini – li rende letteralmente ‘attori’ – e la svincola dalle briglie dell’(auto)idolatria e dal fascino spesso dispotico che il mondo e gli altri possono avere su di lui.

L’esperienza cristiana è in secondo luogo una scuola del ‘respiro’, ovvero della capacità di concedere sempre tempo al tempo e, in un tale concedersi al/il tempo, di svilupparsi. Vivere non è certamente né semplice né scontato, e spesso non si riesce a sottrarsi alla prepotenza di ciò che è presente e ai suoi comandamenti. In questo solo un anticipo di fiducia al futuro libera il soggetto umano dall’ansia di un compimento intramondano, di per sé semplicemente impossibile e gli permette inoltre di corrispondere alla sua autentica essenza:

L’umano non si limita a qualcosa che si trova in uno spazio ben determinato e in un tempo altrettanto ben determinato. L’umano è costituito nell’uomo da qualcosa di infinitamente di più. Esso è sempre oltre l’uomo, davanti a lui. Camminando dietro a ciò che lo precede e che egli nello stesso tempo riceve, l’uomo continuamente nasce. Egli è uomo nella misura in cui sta continuamente nascendo. Essere umano significa essere nascituro, naturus. Come nascituro, l’uomo è desiderio di essere nato. È in questo desiderio che egli diventa sempre più umano, il che significa che in questo desiderio avviene la verità del suo essere uomo[2].

Da ultimo il cristianesimo potrebbe presentarsi come una scuola del pensare/immaginare altrimenti. Poiché per la fede cristiana, questo mondo non è il paradiso, la verità dell’umano conserva una decisa destinazione escatologica. Proprio un tale radicale s-fondamento in avanti, autorizza in ogni presente la libertà di ciascuno a pensare/immaginare altrimenti la propria presenza nel mondo. Detto più esplicitamente, dalla riserva escatologica cui ci apre la prospettiva cristiana è possibile derivare la forza e la grazia per resistere e spezzare ogni tentativo di assolutizzare un aspetto, un lato, un tratto, di sé e della propria esistenza, ogni tentazione di sposare una parte (spesso quella infelice) del proprio carattere; da essa è anche infine possibile derivare l’energia per mettere in moto le potenzialità latenti, per tenere alta la tensione, per forzare le inerzie.

Ci sembra che una tale idea di cristianesimo quale scuola di libertà possa e debba da ultimo fare assegnamento allo stile stesso dell’esistenza di Gesù, segnato da una presenza di spirito e da un esercizio di libertà che ancora oggi non mancano di destare interesse e attenzione:

La figura di Gesù ci convince tuttora per il suo stile di vita; si pensi solo alla sua coerenza tra gesto e parola, presenza e remotezza, al suo modo di agire e soffrire, di toccare la gente senza farsi comune con essa, di venire da lontano senza fare misteri o il difficile, di essere autonomo, signorile, eppure in tutto questo rivelando la presenza e la volontà di un Altro al quale si sottomette: la sua figura è e rappresenta una con-figurazione quanto mai sottile ed elementare, individuale e perciò inimitabile, che pure fa pensare e vivere l’umanità intera; e ognuno potrà trovarvi una traccia che gli dia dignità e orizzonte, gli infonda tenerezza e forza, gli ricordi la sua fragilità e signorilità[3].

 

Una Chiesa per i giovani

 

Come dovranno ora strutturarsi da un punto di vista concreto le esperienze di base della vita credente – e qui si pensa soprattutto al tessuto parrocchiale – per diventare sempre di più scuola di libertà ed in questo spazio possibile di una generazione alla fede dei giovani postmoderni? Come risultato complessivo della nostra analisi, sembra possibile individuare alcuni principi ispiratori di un agire pastorale all’altezza della situazione fin qui delineata.

 

Allargare gli spazi dell’ospitalità ecclesiale

 

Definita l’urgenza, da parte della comunità credente, di farsi carico di questa prima generazione incredula dell’Occidente, diventa importante prendere consapevolezza della delicata dialettica esistente tra polo soggettivo e polo istituzionale del credere cristiano. Non si può più pensare e agire come se ‘l’essere cristiano’ coincidesse immediatamente con ‘l’essere soggetto della diaconia ecclesiale’. Dobbiamo allargare gli orizzonti dell’ospitalità delle nostre comunità di modo che la necessaria mediazione operata dalla Chiesa nella generazione alla fede dei giovani sia chiaramente distinta dalla scelta consapevole della diaconia ecclesiale e delle sue forme.

Si tratta di superare efficacemente quel pregiudizio che abbiamo originato nei giovani, secondo il quale qualsiasi partecipazione alla vita della comunità credente si trasforma prima o poi in una qualche incombenza pastorale. Si tratta, insomma, di ‘immaginare’ uno spazio per i giovani nel quale – secondo l’efficace pensiero di P. Sequeri –

protetti da sufficiente discrezione e non assediati da clericali vischiosità, essi possano dedicarsi alla elaborazione della loro distanza, del loro disagio, della loro fatica. O semplicemente della loro ricerca. O magari anche messi a confronto con la loro ingenuità, per rapporto alle infantili attese nutrite nei confronti di Dio, della Chiesa, della religione. Dove possano essere smascherati i pretesti, ma anche onestamente sciolti i fraintendimenti. Dove una sbrigativa soluzione dei problemi o una precipitosa richiesta di pronunciamento non siano il prezzo dell’accoglienza e dell’ospitalità. Ma anche dove si possa percepire facilmente che la disponibilità al dialogo non è misurabile su di una individuale condiscendenza, bensì in rapporto alla oggettiva gravità di una questione che all’intera comunità sta a cuore: evitare che la vischiosità degli equivoci oscuri la trasparenza dell’immagine di Dio mediante la quale il credente è venuto alla fede che riscatta l’esistenza[4].

In una parola si tratta di ridefinire il tessuto della vita ordinaria dei credenti di modo che possa diventare luogo in cui ci si può decidere di credere.

 

Rimodulare i canoni della prassi liturgica

 

Il ritmo liturgico ordinario della nostre comunità è troppo spesso limitato alla celebrazione eucaristica e alla recita del Santo Rosario, elementi cardine di una spiritualità che oggi fatica a diventare il sale e il lievito della possibile vita di fede dei giovani. Non da ultimo, perché la consapevolezza richiesta per questi atti liturgici non è quella del neofita, piuttosto quella di colui che già ha fatto di Cristo il punto di orientamento della sua esistenza. Non possiamo sperare di avviare alla fede i giovani postmoderni facendo unico affidamento alla ‘monocultura’ della Santa Messa.

È urgente per questo dare spazio alla nostra invenzione liturgica, rimodulandone e allargandone i canoni. Sotto questo profilo, risulterebbe davvero preziosa una nuova alleanza con le comunità monastiche. Nella maggior parte di esse si sono felicemente sperimentate diverse invenzioni liturgiche di preghiera, di meditazione, di contemplazione, di canto, di lode che potrebbero dare nuova lena e colore al culto liturgico delle parrocchie e delle associazioni. E non sarà un caso se spesso gli stessi giovani cercano un primo con-tatto con l’esperienza credente cristiana proprio presso tali comunità monastiche, le quali coraggiosamente hanno avviato forme di sperimentazione e di innovazione al fine di rendere possibile una corrispondenza tra la pratica di preghiera e la condizione di ricerca e di interrogazione di colui al quale la si propone.

 

Abitare gli spazi dei giovani

 

Un ulteriori principio ispiratore per una Chiesa che voglia davvero farsi carico dei giovani è quello di predisporre una più organica ed efficiente presenza nei luoghi dei giovani:

il sogno più grande e necessario è quello di una Chiesa che non attende semplicemente di essere incontrata dai giovani, ma che li va a incontrare proprio là dove essi si trovano. Una Chiesa che, attraverso i presbiteri e gli educatori, sia capace di uscire dai propri confini istituzionali per mettersi in gioco nelle realtà e negli spazi che i giovani scelgono di abitare, senza aver paura di mostrarsi anche nella propria fragilità e debolezza. Occorre lasciarsi spingere dalla curiosità e dal desiderio profondo di farsi trovare soprattutto là dove ci sono difficoltà e sofferenza, come semplici ‘testimoni’, senza l’obbligo di proporre modelli e principi, ma facendosi semplicemente guidare da un’autentica volontà di ascolto e di condivisione. Per questo la chiesa non dovrà preoccuparsi semplicemente di ‘come’ evangelizzare, ma di essere presente, accompagnare, ascoltare, e farsi trovare nei luoghi del disagio[5].

Da qui l’urgenza di affidare maggiore valore alla pastorale universitaria e a quella del lavoro.

 

Superare il modello unico del prete-parroco

 

Andare incontro ai giovani richiederà dunque forme di specializzazione da parte degli operatori pastorali e in particolare da parte dei presbiteri. In tale direzione si dovrà superare un altro tipo di ostacolo di cultura pastorale oggi molto paralizzante. Diciamo di quella idea che fa coincidere il prete con il parroco, rinunciando o riducendo a figli di un ‘presbiterio’ minore altre forme possibili del ministero sacerdotale. Non ci si inventa dall’oggi al domani competenze pedagogiche e psicologiche specifiche per lavorare in quegli ambiti extraparrocchiali, tanto frequentati dai giovani. Anche in questo caso sarà necessario un discernimento specifico sulle persone da destinare a questi compiti, ma sarà altrettanto necessario il pensare percorsi di formazione specifica che superino il semplice fai da te.

Più in generale sarà necessario un nuovo grande gesto di generosità da parte delle comunità credenti nel guardare a questo impegno con maggior simpatia. Lavorare con i giovani non solo non è semplice, ma molto spesso non produce risultati immediati. Spesso chi studia in un certo posto lavorerà in un altro e chi inizia un lavoro in questo posto si sposerà e metterà famiglia altrove e ancora chi si sposa in questo altro posto forse alla nascita dei figli dovrà trasferirsi per vivere in una casa più grande.

Una tale condizione di nomadismo e di precarietà potrebbe incentivare forme di bassa attenzione ai giovani che comunque transitano nei reticoli delle strade parrocchiali. E questo è un rischio che bisogna con tutte le forze scongiurare. Ancora una volta dobbiamo allargare i confini e le forme dell’accoglienza, meno preoccupati della consistenza ed efficienza delle nostre comunità, attenti piuttosto a riservare a ciascuno il tempo e lo spazio per calibrare la sua relazione a Cristo e alla Chiesa.

 

Senso dinamico della traditio

 

Da quanto detto emerge infine il vero senso della tradizione ecclesiale da intendere come quella continua passione dei credenti perché molti altri fratelli e sorelle vengano aggregati al corpo di Cristo che è la Chiesa. Si tratta di un compito mai definito una volta per sempre: le forme della tradizione/generazione alla fede debbono essere sempre e di nuovo valutate e calibrate. L’amore per chi ancora non ha conosciuto Cristo deve spingere i cristiani con maggiore convinzione a severi esami del proprio agire ecclesiale.

I giovani postmoderni, da questo punto di vista, inquietano la Chiesa, la mettono cioè letteralmente in e alla ricerca di un nuovo ‘dire’ e di un nuovo ‘fare’, secondo la felice espressione di G. Lafont, perché la promessa evangelica della promovente compagnia divina al cammino dell’uomo possa risultare al maggior numero comprensibile e affidabile.

L’interrogazione sull’annuncio ai giovani nel tempo della postmodernità avvia dunque una strategia del cambiamento del nostro pensare ed agire ecclesiali. Di essa non bisogna aver paura così come non bisognerà mancare del coraggio necessario per un possibile cambiamento di strategia.

Forse proprio attraverso i giovani viene ricordano alla nostra Chiesa che

«La tentazione è fissazione. Là dove Dio è rivoluzionario, il diavolo appare fissista»[6].

 

(Rivista del Clero 2009/4).



[1] «Il burnout è stato anche chiamato «sindrome del buon samaritano deluso», perché colpisce persone che avevano iniziato la loro professione animate dal desiderio di aiutare il prossimo e che poi invece l’hanno abbandonata o hanno continuato a esercitarla facendo il meno possibile. I sintomi sono simili a quelli della depressione, ma questa sindrome è specificatamente collegata alle condizioni di lavoro ed è caratterizzata da tre dimensioni: «l’esaurimento nervoso, il senso di mancanza di realizzazione personale e la spersonalizzazione» (G. Ronzoni, Funzionari si diventa, in «Credere oggi», 28 (6/2008) n. 168, pp. 73-85: 74. Anche gli altri contributi presenti nel medesimo fascicolo di Credere oggi, dedicato a Preti in un mondo che cambia, meritano un’attenta lettura).

[2] S. Grygiel, Prefazione a A. Staglianò, Ecce Homo. La persona, l’idea di cultura e la “questione antropologica” in Papa Woityla, Cantagalli, Siena 2008, p. 7.

[3] E. Salmann, Presenza di spirito. Il cristianesimo come gesto e pensiero, Messaggero, Padova 2000, pp. 16-17.

[4] P. Sequeri, Programmare l’azione pastorale, in F.G. Brambilla-T. Citrini-G. Colzani-E. Vecchi- P.Sequeri, Scommessa sulla parrocchia. Condizioni e percorsi dell’azione pastorale, Ancora, Milano, 1989, pp. 113-132: 126.

[5] S. Sanchini, Una chiesa che cerca i giovani, in «Settimana», n. 28-29 (2008), p. 5.

[6] M. de Certeau, Politica e mistica. Questioni di storia religiosa, Jaca Book, Milano 1975, p. 360.

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