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Bibbia ed educazione alla preghiera


Cesare Bissoli

(NPG 1976-06-82)


L'educatore sa quale spazio occupa la Bibbia nella tradizione della preghiera cristiana, soprattutto comunitaria e ufficiale.
Ma sa anche quale forte tentazione spinga oggi i ragazzi che crescono verso uno spontaneismo radicale. D'altro canto c'è l'urgente attenzione di dare spazio alla creatività in un rapporto cosi personale come può essere quello dell'uomo con Dio.
Perché il rischio dello spontaneismo eccessivo non finisca per ridursi ad uno sfogo psicologico, ad un abbandono puramente emotivo, e d'altra parte perché il discorso dello spazio biblico nella preghiera non cada in una arida ripetizione di formule sia pure consacrate dal carisma dell'ispirazione trovano motivo queste riflessioni sulla urgente necessità che la Bibbia ritrovi il suo «vero» spazio in una educazione del preadolescente alla preghiera che sia robusta, ricca di contenuti, rispettosa, e fedele a Dio e all'uomo nel momento in cui si incontrano.


Già dal titolo stesso non è difficile scorgere l'incrociarsi di tre motivi tra loro collegati su cui verterà tutto il discorso delle pagine seguenti:
La convinzione che preghiera cristiana e Bibbia abbiano tra loro un reciproco essenziale rapporto.
L'esperienza plurisecolare della tradizione cristiana dove la Bibbia è presente come nutrimento essenziale di ogni preghiera. Si pensi solo alla preghiera liturgica.
Il bisogno di un ulteriore approfondimento perché tutto ciò possa essere trasferito nell'esperienza educativa del preadolescente nel non facile settore della formazione alla preghiera in un'età tanto delicata.
I limiti di questo intervento sono quindi segnati dalla seguente scaletta:
- Osservazione sullo stato di preghiera del preadolescente con specifico riguardo alla Bibbia.
- Il ruolo della Bibbia nell'educazione del preadolescente alla preghiera.
- Alcune pratiche indicazioni.

OSSERVAZIONE SUL RAPPORTO BIBBIA E PREGHIERA SECONDO LE ESPERIENZE DI PREGHIERA DEI PREADOLESCENTI

Per Bibbia intendiamo qui sia il contenuto di rivelazione, sia il linguaggio che l'esprime. Ci rifacciamo all'esperienza per renderci conto realisticamente di quello che dovrà essere il contributo della Bibbia nel progetto globale di educazione alla preghiera dei ragazzi.

Momenti più significativi di preghiera del PA

Posti in tempi e luoghi pressoché stabili (mattino e sera messa domenicale) questi momenti di preghiera rispondono più all'ossequio abitudinario per l'invito dei genitori o del confessore o dell'istituzione. In essi trovano luogo soprattutto le formule consuete della preghiera tradizionale: Padre nostro, Ave Maria, ecc.
Più vasto e significativo è il momento della preghiera comunitaria: nel contesto liturgico (celebrazione dell'eucaristia), nel contesto scolastico-catechistico (ritiri, celebrazioni). La preghiera liturgica, così come oggi viene celebrata comunemente pare meno si adatti al ragazzo per la sua. oggettività piuttosto rigida.
Più vivamente adatto e sentito è invece il momento personale-creativo; secondo una indagine di P. Braido e S. Sarti.[1]

Linee emergenti

Se può avere una sua positività la molteplicità di occasioni di preghiera, più sfumato deve essere il giudizio sulla intrinseca validità.
P. Braido e S. Sarti, nella citata indagine, partendo dal fatto di ragazzi effettivamente oranti, ponevano anche la domanda sui «sentimenti che provi quando pensi a Dio e lo preghi». Le risposte manifestano questi principali connotati.
- L'affermarsi di una iniziativa personale, creativa, con forte personalizzazione del rapporto con Dio espresso soprattutto in termini di amore-protezione, per il bisogno di sicurezza, per il senso di paura nella coscienza della propria debolezza.
- Scarso senso di riconoscenza e ancor più carente atteggiamento di umiltà davanti a Dio.
- L'affiorare di qualche dubbio sulla efficacia della preghiera, dubbio che si spinge su Dio stesso.
U. Gianetto e R. Giannatelli[2] denunciano una grave crisi nella pratica della preghiera del PA: in essa vi appare un reciproco senso di non appartenenza, di estraneità, fino al progressivo abbandono di ogni preghiera. F. Floris infine evidenzia un rischio, presso gli stessi educatori, di porre nella preghiera dei ragazzi fini utilitaristici, moralistici, devozionali.[3]

Posto che occupa la Bibbia e i riflessi sul ruolo che le compete

Il posto: altro è presenza materiale, altro incidenza e convinzioni sottostanti. Essa occupa uno spazio assai ampio: si pensi alla Eucaristia domenicale, al contesto catechistico-scolastico.
Che questa presenza materiale abbia una effettiva incidenza educativa è un altro discorso. Recitare come preghiera delle formule attinte dalla Bibbia non è automaticamente sinonimo di positiva educazione alla preghiera. D'altra parte partendo sempre dall'esperienza, specialmente nel contesto di ritiri, messe di gruppo, ecc., un certo modo di pregare secondo la Bibbia favorisce una preghiera più gradita e più genuina. Si pensi alla formula felice di «Pregare Giovane» ripreso e rinnovato in «Ragazzi in Preghiera». Tutto dipende dalle convinzioni e dal metodo degli educatori.
Qui, tocchiamo il nodo-chiave del problema: come va pensata la Bibbia nella preghiera dei ragazzi?

I riflessi

Sul piano teologico, la Bibbia, quale segno indispensabile della parola di Dio ha il compito di «illuminazione dogmatica» su ciò che è la preghiera cristiana. E ciò, per un ragazzo significa aiutarlo a superare i rischi del suo stile, pur legittimo, di creatività: il soggettivismo, il narcisismo per cui il PA rischia di «pregarsi addosso» come uno sfogo emotivo gratificante, il riduzionismo utilitarista poggiato tutto sulla preghiera di domanda. Si pone quindi un primo interrogativo: quali esigenze fa evidenziare la Bibbia per una preghiera cristiana che corrisponda cioè alla rivelazione divina?
Sul piano operativo si pone allora un secondo interrogativo: tenuto conto della situazione religiosa reale del PA come ipotizzare un intervento effettivo della Scrittura?

RUOLO DELLA BIBBIA NELLA EDUCAZIONE DEL PA ALLA PREGHIERA

La preghiera nella Bibbia

Si potrebbe parlare di una bipolarità tesa tra polo teologico e quello antropologico, ove il primo unifica in profondità quanto il secondo tende a diversificare a livello fenomenico; o distinguere tra «storia di salvezza» come contenuto e linguaggio biblico; o in prospettiva pedagogica, cogliere gli atteggiamenti interiori dell'orante, evidenziare i contenuti, contemplare le espressioni esteriori corporali (cfr. metodo usato in «Ragazzi in Preghiera»). Qui proporremo uno schema più ampio e quindi più completo per rispettare i dati biblici.

La preghiera come fatto permanente

Da uno sguardo rapidissimo possiamo scorgere le preghiere tradizionali patriarcali e dell'esodo, quelle del tempo monarchico (da Davide ai profeti al dopo-esilio).
Tra i corpi più significativi ricordiamo nel VT i Salmi, le preghiere profetiche e nel NT la preghiera di Gesù ampiamente saldata nell'insegnamento degli apostoli. Va sottolineato come l'incontro con la storia biblica è indisgiungibile dall'incontro con un popolo che prega nella storia, anzi che prega la storia che vive.

Le costanti maggiori

In una preghiera così estesa emergono alcune costanti essenziali che ne formano l'ossatura di sostegno e come contenuti e come motivazioni. La preghiera si compie all'interno di una precisa situazione di grazia, radicalmente quella determinata da Cristo. L'uomo biblico prega perché qualche cosa è avvenuto. Dio è entrato come salvezza nella storia dell'orante (e del popolo a cui appartiene). È una «ontologia» di grazia, ciò che spinge, guida, garantisce e verifica la preghiera dell'uomo. È il contesto di alleanza.
Così P. Beauchamp: «La costante più stabile delle preghiere del VT è senza dubbio la loro relazione col disegno salvifico di Dio: si prega prendendo lo spunto da ciò che è avvenuto, da ciò che avviene, ed affinché avvenga qualcosa, affinché la salvezza di Dio sia data sulla terra».[4] Con la venuta di Gesù la dinamica della preghiera vetero-testamentaria raggiunge il suo compimento: Dio viene a manifestarsi nella persona di Gesù. Nella situazione di grazia dunque determinata da Gesù nasce, si conferma, prende senso autentico la preghiera appunto «cristiana». Vi sono nella preghiera così concepita quattro qualità essenziali:
- Preghiera come esercizio di fede: la fede fa la preghiera e così la preghiera nutre la fede.
- Preghiera come incontro con Dio, il cui piano di salvezza presiede il mondo, la storia.
- Preghiera come reazione, come risposta, quindi a seguito di un ascolto, di percezione di qualcosa, di qualcuno che precede e sta davanti.
- Preghiera nel nome di Cristo al Padre nello Spirito Santo.
La preghiera, secondo la concezione cristiana del NT non è quindi semplicemente opera umana, ma anche opera di Dio, vivente e presente nell'uomo tramite il suo Spirito. Gli inni, le azioni di grazie sono sempre opere congiunte dell'uomo e di Dio. Tutto va al Padre, mediante il Figlio, nello Spirito. La preghiera si trova interamente rinnovata, prende una dimensione trinitaria, entro cui, come origine e come fine, si incrociano gli altri assi della preghiera. Toccherà alla riflessione pedagogica riesprimere concretamente questo nucleo genetico della preghiera cristiana, sapendo appunto che qui ne siamo al cuore.
Preghiera come memoria della salvezza operante oggi nella storia.
Pregare in «situazione di grazia» significa convergere sulla storia perché è qui che l'uomo biblico vede la prima epifania di tale grazia. Grazia come salvezza, come liberazione dal male e manifestazione definitiva del regno di Dio. Precisamente come salvezza vista nel passato (memoria) e quindi come invocazione per il presente e per il futuro (attualizzazione) .
- Le preghiere bibliche si nutrono di passato, sono una memoria continua. Nel VT la preghiera è risposta agli atti salvifici concentrati nel patto, dal Sinai a quello Davidico, categorizzati nella creazione, esodo, ecc. Nel NT i mirabilia Dei sono certamente risuonati in bocca a Gesù (si pensi alle celebrazioni pasquali); si noti in particolare la densità storico-salvifica degli inni come il Magnificat, il Benedictus, o gli inni cristologici negli scritti apostolici.
- Il passato è il profondo della storia e la memoria intesa come memoriale, ossia ripresentazione all'oggi di un'esperienza salvifica iniziata ieri, per un oggi aperto al domani. Pregare è proprio il contrario di inventariare cimeli da museo. Nelle suppliche dopo aver lungamente parlato di «allora» si approda al presente-futuro come ad un «ed ora, Signore, ricordati... intervieni, non lasciare...».

Preghiera che coinvolge la vita nella sua totalità

È il secondo asse della preghiera biblica. Se la preghiera infatti riguarda la nostra storia entro il grande piano di Dio, allora è legittimo, doveroso, fatta memoria della storia di Dio con gli uomini, ricordare la storia degli uomini i quali pregano per partecipare alla storia di Dio. Non come due momenti separati, ma coinvolti, coimplicati perché la orazione appaia quello che è: memoria di Dio, memoria di sé, un Dio per l'uomo, un uomo per Dio.
Qualche dato più significativo in sintesi:
- La preghiera dell'AT ha per tema ogni avvenimento, situazione, necessità, sentimento o emozione religiosa che tocchi l'individuo o la comunità. Davanti al bisogno sgorga la supplica, davanti ad un avvenimento felice nasce spontanea la lode. Tutto ciò non ha a che fare con un materialismo ottuso: pregare per la vita significa in fondo confessare che Dio è il Dio della vita, dei viventi e non dei morti. Percepirne i benefici effetti significa credere che la salvezza di Dio si ripercuote nell'esistenza concreta.
- Occorrerà soltanto - e sarà compito del NT - venire a conoscere l'ampiezza di vita che Dio riserva all'uomo, perché costui rettifichi o meglio intensifichi fino alla radice il tiro della sua richiesta di vita.
- Una preghiera di totalità di vita è inevitabilmente una preghiera sociale, riferibile cioè agli altri o per gli altri. Forme esplicite sono le «preghiere di intercessione» dei capi rappresentativi: re, profeti... Cristo per i «suoi», Paolo... Ma la dimensione sociale crediamo appaia più significativa e radicale dal fatto che le preghiere per quanto individuali si muovono sempre su una «piattaforma comunitaria» dove l'uno si appropria di una fede comune.

La preghiera come dialogo interpersonale

«Israele non è restato muto davanti agli atti salvifici di Jahvè... Ha interpellato Jahvè personalmente, l'ha lodato, interrogato, esposto ad esso i suoi mali, poiché Jahvè non ha eletto il suo popolo come oggetto inerte della sua volontà storica, ma lo ha scelto per il dialogo». Questa osservazione di Von Rad (Teologia dell'Antico Testamento, I, 307) ha il potere di caratterizzare quello che possiamo chiamare lo stile dell'orante biblico.
- Pregare non è rivolgersi ad un Dio «caso mai ci fosse», ma entrare in dialogo con un Dio nella sua identità di «Padre di Gesù» («Quando pregate, dite: Padre...»);
- ad un Dio come «tu», quindi non da informare burocraticamente, ma da incontrare a proposito di due progetti di vita, il suo e il mio, su cui ci diamo appuntamento in dialogo, che sono coinvolti tra loro anche al di fuori della preghiera. In questo senso la preghiera è sempre trasformante, avvenimento vitale;
- ad un Dio come «tu» si rivolge un «io autentico». Il padre vede nel segreto. È il richiamo ad una preghiera col «cuore in mano» all'opposto di espressioni ipocrite di devozione evasiva o fittizia.

Le condizioni della preghiera

Ogni trattazione sulla preghiera nella Bibbia si imbatte necessariamente su un insieme di avvisi, raccomandazioni, precetti quali condizioni di efficacia dell'orazione stessa. Tralasciando la descrizione possiamo dire che le condizioni sono il corrispettivo etico di quelle che sono le qualità essenziali della preghiera. Radicalmente: la volontà di inserimento nel piano di grazia di cui il Padre, nel Cristo, mi fa dono (Lc 10,21-22; 11,13; 1 Giov 5,14). Ciò ha concreta indispensabile visibilizzazione in un giusto rapporto col prossimo: cuore riconciliato con i fratelli e rispettoso dei loro diritti, specialmente dei poveri (Is 1,15-16; Mt 5,23s) in comunione orante con loro, secondo uno stile che non può essere che di fede (Mt 18,19s; Giov 4,21ss), di fiducia (Mt 21,22; 7,9s).
Sarà preghiera continua, perseverante, tempestiva, vigilante... insomma come «figli al Padre».
Il Padre nostro come punto di riferimento della preghiera cristiana. Si potrebbe dire in sintesi che le costanti di base della preghiera biblica trovano il loro «breviario» nel Padre Nostro. Questo diventa perciò indispensabile punto di confronto per ogni pregare che intenda essere cristiano.

Il linguaggio biblico della preghiera

È la terza componente che struttura la preghiera biblica, il suo «corpo» o segno visibile. Tenuto conto del totalizzante coinvolgimento dell'uomo, è del tutto prevedibile una spontaneità creativa di termini, di forme letterarie, di atteggiamenti esteriori, pur nella permanenza di certi schemi, suggeriti dall'esperienza ed ereditati dalla tradizione:
- già per sé istruttivo è il ricco lessico che vuole esprimere l'esperienza della preghiera, che diventa spia dei sentimenti, atteggiamenti, intenzioni dell'orante. Sintomatica è che al di fuori del quadro del culto liturgico ove viene impiegato il termine «abodah» (servizio, VT) e «latreia» (NT), non esiste per la preghiera un termine tecnico. Nel VT pregare esprime «chiedere, implorare, supplicare, chiamare, invocare il nome di Jahvè, singhiozzare, gemere, lodare, gridare, ruggire, placare, prostrarsi, ringraziare, lamentarsi, riconoscere, celebrare, proclamare, esaltare, suonare uno strumento...»; nel NT, sia pure con ampiezza minore, rieccheggia lo stesso lessico;
- già il vocabolario ci introduce alla scoperta di una pluralità di atteggiamenti esteriori e corporali, di tipo non verbale. Le posizioni correnti sono sia nel VT che nel NT, lo stare diritto, disteso a terra, ;n ginocchio, accompagnate da movimenti delle mani, della testa, degli occhi. Dare baci, fare lamento, cantare, battere le mani, il petto, rivestirsi di certe vesti, coprirsi il capo di cenere, pellegrinaggio al santuario... Ce n'è a sufficienza per stupirsi dell'eccessivo predominio del linguaggio verbale, ed anch'esso piuttosto monotono, che oggi riveste tra noi la preghiera personale.
- quanto a tempo e luogo, vi è una netta precisazione da fare: la preghiera privata è totalmente sganciata da qualsiasi norma: essa è in seconda posizione rispetto a quella comune, che ha esigenza di spazi e tempi sacri per l'indole comunitaria. Ma già nel VT e soprattutto nel NT si assiste ad un certo sganciamento: Gerusalemme non ha l'esclusività del culto, il NT conosce la preghiera nelle case (Atti 16,13...), coestendendo soprattutto l'invito alla preghiera a tutta la vita: ciò rende possibile la preghiera in ogni tempo e luogo (Lc 18,1; 21,36; Rom 1,9);
- le forme più comuni nel VT: la supplica (domanda, la lamentazione con un linguaggio la volontà di conformarsi alla volontà divina), la lode (l'azione di grazie, l'acclamazione, l'eulogia o benedizione, l'inno che si rivela la via normale della lode: esso esprime gratitudine e ammirazione per un Dio che si manifesta potente, maestoso e provvidente: è la forma più elevata di preghiera).
Nel NT vige l'eredità di Israele, con delle interessanti accentuazioni. La lamentazione è poco diffusa e circa la domanda, pur mantenendo una ampia estensione, è espressamente legata al volere del Padre (Mt 6,33). Amplissima è invece la preghiera di intercessione sia di Gesù che di Paolo. Nel filone della lode posto essenziale tiene l'azione di grazie o eucarestia: vocazione, fede, evangelizzazione, carità, esperienze spirituali personali, salvezza in generale !ne sono i motivi costanti: viver in «rendimento di grazie» e vivere «cristianamente» è un tutt'uno;
- non si comprenderebbe a fondo tale ricchezza antropologica in questo inventario di forme espressive se non se ne cogliesse nel medesimo tempo l'anima profonda unificante: essa è posta in un bisogno che diventa supplica, in un riconoscimento della realtà di Dio fonte della vita, che diventa lode, inno, grazie. Non si può non ricordare la struttura del Pater a questo proposito, che parte con un grido di festa e fiducia nel Padre e termina con un grido doloroso: la liberazione dal maligno.
Un secondo elemento unificante, purtroppo abbastanza dimenticato oggi, è la cosiddetta «dimensione estetica» Soprattutto gli inni sono esperienza di bellezza dove la preghiera deve possedere lo splendore di se stessa, sia nella gioia che nel dolore.
E ultimo ma non meno importante il linguaggio che al di là del suo condizionamento culturale si presenta con le note di semplicità, concretezza, simbolicità o capacità di evocazioni e risonanze profonde (si pensi alla stupefacente ricchezza di immagini, più che di concetti, che pervadono questa preghiera, ad esempio nella situazione dell'uomo minacciato...). In conclusione, ciò con cui ancora oggi dobbiamo confrontarci è la necessità di dare «carne» all'orazione, far pregare tutto l'uomo, secondo una creatività inesauribile, nella linea della lode e della supplica, aperta alla bellezza della forma e alla poesia. Né monotonia né sciatteria, né complicazione, né artificiosità. Una preghiera gradita a Dio perché rispetta, promuove, esalta l'uomo.

La Bibbia nella preghiera

È importante introdurre una distinzione. Non possiamo rendere operativo il fin qui detto con un automatico passaggio a pregare le preghiere della Bibbia. E ciò non solo per una ovvia ragione pedagogica, ma anche e soprattutto perché la preghiera cristiana non può essere e storicamente non si è bloccata alla ripetizione di quelle bibliche. Ma è l'esigenza prioritaria di educare e di fare la preghiera, sia personale che formulata, secondo lo spirito della Bibbia, nella traiettoria delle motivazioni e condizioni bibliche. Ciò comporta pregare secondo la Bibbia e pregare la Bibbia.

Pregare secondo la Bibbia

Non vuol dire assolutamente soffocare la creatività personale così sentita dal PA, bensì aiutare ad evitare le secche dello spontaneismo, progettando la preghiera del ragazzo nelle grandi linee che ci dona il messaggio biblico. In riferimento specifico al preadolescente diamo alcune indicazioni fondamentali.

Preghiera come incontro con Dio che ha grandi progetti su di me

Corrisponde a quella «situazione di grazia» in cui mi trovo immerso, per cui so che il Dio che incontro ha a cuore la mia crescita.
Questo in fase operativa comporta delle precise accentuazioni:
- pregare suppone la fede ed è al servizio della fede: è riconoscere una situazione di alleanza, di offerta di salvezza;
- pregare suppone un interlocutore non anonimo, non funzionale alle mie richieste: Dio, il Padre nel nome di Gesù;
- presuppone un senso filiale quindi di fiducia per cui posso chiamare («... osiamo dire») Dio: Abba, Padre, e Cristo: fratello;
- e un sentimento di incondizionata disponibilità. Pregare appare dunque come «creare spazio» per Dio, dove sia possibile confronto e risposta ad una Parola implicitamente od esteriormente espressa in antecedenza. È, come per Israele, la fede che si fa preghiera.
- Nella preghiera è importante riconoscere che la sua efficacia, infallibilmente assicurata da Cristo, non sta nel rompere eventuali leggi della natura, ma nella certezza stimolante che ritrovo la presenza di Dio, se occorre anche contro le leggi della natura. Soltanto l'agape verso Dio e i fratelli, il rinnovato amore alla vita sono il segno, condizione ed effetto insieme, che la mia è preghiera di credente.

Preghiera con un vivo senso del «noi»

La stessa fede che mi orienta a parlare con Dio del mio progetto di vita mi porta ad una socializzazione della preghiera, a condividere le preoccupazioni altrui affinché pure loro ritrovino in Dio la loro situazione di grazia. Questo vuole infatti quella agape che ci unifica come figli dello stesso Padre nel Cristo. Pregare da riconciliati e per riconciliare, pregare per gli altri, pregare insieme nel nome di Gesù: ecco delle esigenze in assoluto della preghiera cristiana: fare insomma della preghiera una antenna per il mondo e della carta geografica il luogo della preghiera.

Pregare secondo tutti i tasti della espressività

In certo senso bisogna lasciarsi andare alla preghiera, per non alienarne l'autenticità. Su un predeterminato orientamento di fondo occorre che prendano fiato le varie voci dell'essere, con la partecipazione di un linguaggio anche non verbale, corporale. La preghiera è un avvenimento polifonico, profondamente umano e quindi coinvolgente. È un dato indiscutibile della Bibbia, anzi è il sigillo di autenticità del pregare cristiano.

Pregare nella storia

La storia della salvezza che, come si è visto, struttura ed ispira nelle tre dimensioni di passato, presente e di futuro la preghiera dell'orante biblico lascia una netta impronta sulla preghiera di chi ad essa si riferisce. Come sopra già fu notato si esprime nelle tre forme caratteristiche di preghiera memoriale, di preghiera per il presente, di preghiera per il futuro.
- La preghiera memoriale è quella che in funzione del presente pone però lo sguardo sul passato del ragazzo (e dell'ambiente familiare) ricordando eventi portatori di salvezza che continuano nella storia personale della salvezza biblica: il gesto creatore di Dio nella propria nascita è ricordato nel compleanno; la «Pasqua» divenuta Battesimo o esperienza di morte, spinge a celebrarne l'anniversario; l'alleanza di amore tra Dio e il suo popolo è visto nel matrimonio dei suoi genitori, come tale quindi festeggiato ogni anno... «Tutti gli altri eventi, lieti o tristi sono ricordati in quanto in ognuno era nascosta una grazia - antica e nuova, di redenzione - un tesoro da trafficare al presente... per vivere in pienezza il presente, per fare dell'evento passato una presenza nell'oggi, per comprometterne o verificarne la vitalità col presente».[5]
- Pregare il quotidiano, cioè dagli avvenimenti e negli avvenimenti di ogni giorno, è un'altra fondamentale forma di essere oranti secondo la Bibbia. È il concreto della vita ed in funzione di vivere la vita: momenti di gioia, di sofferenza, inizio di qualcosa di nuovo, a livello strettamente personale ma anche sociale. Quello che conta è di pregare gli avvenimenti entro la «situazione di grazia» sopra indicata, come momenti di una storia di salvezza...
- Vi è anche una preghiera dell'attesa che il presente irresistibilmente suscita ma non con l'ansia del pagano (cf Mt 6,25ss). Come contenuto di preghiera rientrano gli eventi di «preparazione» importanti, miei o di altri, civili, umani, religiosi: preparazione ai sacramenti, scelte di vita, decisioni di particolare rilievo...

Un modello permanente

È il Padre Nostro. È stato ed è così poco riespresso pedagogicamente come ispiratore della preghiera cristiana. Eppure è esegeticamente riconosciuto come la sintesi, sia pure densissima, del pregare biblico-cristiano. Pregare sì il Pater ma anzitutto imparare a pregare secondo il Pater. Come bene si esprime il Maggioni: «La preghiera deve esprimere il volto autentico di Dio ed insieme esprimere l'uomo, quindi rispettarne la natura le esigenze, i ritmi, l'evoluzione».

Pregare la Bibbia

Sarebbe insufficiente realizzare una preghiera ispirata dalla Bibbia, e quindi cristiana, che non tenda a diventare un pregare la stessa Bibbia. I motivi da un punto di vista teologico sono noti, ed insieme da ripensare per evitare equivoci per eccesso o per difetto. Il VT (ma il discorso può estendersi al NT a maggior diritto) contiene «mirabili tesori di preghiera» secondo la laconica asserzione della Dei Verbum (n. 15) o, come si dice comunemente, le preghiere della Bibbia per il carisma dell'ispirazione sono loro stesse parola di Dio perché sappiamo rispondere alla sua iniziativa. La Dei Verbum presenta le Scritture come «il Padre che è nei cieli e viene con molta amorevolezza incontro ai suoi figli e discorre con essi» (n. 21).
Da quanto abbiamo detto è facile cogliere le tre aree entro cui si realizza un «pregare la Bibbia».
- Pregare le preghiere bibliche come i Salmi, il Pater, gli inni fino a quelle espressioni più semplici che sono le invocazioni a Dio, a Gesù da parte degli uomini, della folla...
- Accostare la Bibbia in quanto tale come preghiera, ponendo cioè in debita maniera sotto forma di preghiera i fatti e le parole della Scrittura.
- Infine pregare la Bibbia mediante la liturgia, ossia secondo questo contesto che è, nell'ordine dei fini, il vero contesto ove la Parola di Dio può risuonare in tutta la sua efficacia: pregare la Bibbia celebrandola sacramentalmente.
Naturalmente tutto ciò non può esaurirsi nel ripetere meccanicamente le formule: vi è la necessità di una illuminata, sperimentata mediazione educativa.

QUALCHE SUGGERIMENTO PER LA PRASSI

Pregare secondo la Bibbia vuol dire sostanzialmente rapportare la preghiera al suo senso cristiano, di avvenimento teologico. Il centro del discorso qui è l'educazione alla fede, entro cui vive quella fede che si esprime come preghiera. Si tratta di «evangelizzare» un volto specifico della preghiera cristiana e non dire «basta che il PA preghi». Per un preadolescente, come dicono gli esperti, significa sagomare le esigenze bibliche, teologiche secondo una triplice meta, determinata dai dinamismi e bisogni del ragazzo: un incontro con Dio che dia senso alla sua crescita, che dia soddisfazione alla sua fame di fiducia e di speranza, che stimoli il suo sforzo di socializzazione; e su un piano più strettamente religioso, che avvii ad un inserimento pieno alla vita ecclesiale, alla preghiera comunitaria e liturgica.
Ed ancora, pregare secondo la Bibbia vuol dire imparare ad esprimersi con sincerità, ponendo sul tappeto tutti quelli che sono gli interessi di vita, la storia del PA, coinvolgendo le molteplici possibilità espressive al servizio di questa vita. Il canto, il gruppo, il corpo, la natura saranno come le indispensabili canne d'organo.
Pregare la Bibbia oltre tutto ciò che abbiamo detto sopra, esige alcune attenzioni:
Va anzitutto superato un blocco di difficoltà provenienti dal linguaggio e dalla cultura biblica.
Vi è quindi la necessità di una accurata scelta dei testi, di una traduzione parlante, di didascalie esplicative, non solo di tipo applicativo ma storico e teologico.
Momento costitutivo è pure la attualizzazione, l'evidenziazione cioè del riferimento tra l'orante biblico e il contenuto pregato e le analoghe situazioni di vita dell'uomo d'oggi, del PA in particolare. Si può realizzare mediante il confronto di esperienze analoghe di vita del PA, ponendo delle tracce da approfondire insieme, addirittura riscrivendo il testo sacro in termini contemporanei. Sono momenti pedagogici, funzionali ma indispensabili per arrivare a pregare il testo da soli, percependo quasi spontaneamente i richiami di attualità, di interpellanza, insomma come preghiera accolta e fatta propria.
La metodica di una educazione alla preghiera biblica comporta necessariamente un certo lavoro di analisi e sintesi dei testi secondo una determinata direzione: attenzione agli atteggiamenti espressi dagli oranti, ai contenuti ai temi ricorrenti, ai personaggi che pregano, al linguaggio usato. Giustamente nota il Floris: «Si tratta di scomporre la preghiera, concepita come un mosaico organico, nelle sue parti o tessere. La padronanza delle singole tessere, la capacità di fonderle in, una celebrazione è uno degli obiettivi principali della educazione alla preghiera... Tutto ciò può risultare difficile in un primo momento, ma sarà essenziale perché il ragazzo possa pregare da solo e specialmente perché possa inserirsi nella preghiera della comunità, sia quella eucaristica che quella salmica quotidiana».[6]
Da ciò si evidenzia la necessità di un «laboratorio» della preghiera. Il momento didascalico è necessario, tanto più se si vuol salvaguardare la specificità del pregare cristiano da un fatale assorbimento sincretistico sempre in agguato. La scuola di catechesi, la scuola di Bibbia, e la celebrazione liturgica sono tre aree a portata di mano.
Un ultimo interrogativo: che cosa attingere dalla Bibbia per farne preghiera?
Sembrano obbligati anzitutto i Salmi nel VT. L'esistenzialità che essi esprimono ed insieme la pertinenza indissolubile nella mediazione neotestamentaria al patrimonio eucologico della Chiesa fanno sì che educare cristianamente alla preghiera diventi per buona parte educazione al salterio; beninteso con tutte le indicazioni di metodo.
In secondo luogo, e forse con maggiore insistenza, ci sembrano proponibili le preghiere del Vangelo, e non tanto gli inni, alquanto difficili, ma piuttosto le espressioni delle persone che incontrano Gesù, nella triplice direzione già accennata di atteggiamento, contenuti, linguaggio.

Alcuni modelli significativi

Appartengono all'ordine dei sussidi scritti, giacché un equivalente organico nell'ordine audiovisivo è praticamente inesistente.
Un modello che compare in Storia divina di G. Gianolio[7] realizza fondamentalmente le indicazioni suggerite dal testo di Gianetto-Giannatelli «La catechesi dei Ragazzi», della LDC. Ne indichiamo alcune:
- convertire in preghiera, se già non sono, le espressioni esplicite del testo studiato (es.: la risposta di Marta a Gesù: Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivo...);
- mutare in seconda persona e rivolgere a Dio le presentazioni che egli fa di se stesso (es.: o Signore, tu sei il buon pastore... tu dai la vita per le pecorelle), o anche le narrazioni (ad es.: a proposito della trasfigurazione: Dopo sei giorni tu hai preso Pietro... quindi ti sei trasfigurato);
- non è necessaria la rigida fedeltà al testo biblico. Anzi conviene porre come preghiera il cuore del testo, il kerigma associandovi liberamente riferimenti personali (es.: a proposito di Giov 4: Gesù, oggi abbiamo sentito come tu hai parlato con la donna al pozzo di Giacobbe sull'acqua che dona la vita. Quest'acqua di vita sei tu. Lasciaci bere di essa...). È evidente l'importanza teologico-ecclesiale di tale procedimento.
A questo punto si può passare ad una preghiera formulata liberamente, in modo creativo e non sovversivo e depauperante il senso della preghiera cristiana.
Il secondo modello, recente e quanto mai stimolante lo troviamo in «Ragazzi in Preghiera». Libro di preghiera per preadolescenti, della LDC:
- indubbia è la ricchezza biblica nelle tre modalità sopra espresse: preghiere ispirate dalla Bibbia, preghiere formate da testi biblici e preghiere bibliche come tali (salmi). Eccellenti i criteri didattici;
- valida la duplice struttura di fondo: quella di ascolto-risposta e quella di Parola di Dio e situazione (umana, ecclesiale, liturgia).

CONCLUSIONE

«Signore, insegnaci a pregare». Questa invocazione che vale radicalmente per ogni uomo, si relaziona concretamente all'età di chi la pone, ai suoi bisogni e alle sue capacità umane e cristiane, alla situazione storica in cui vive. Nel nostro caso è l'invocazione di un ragazzo la cui vita inizia a snodarsi secondo un progetto che si fa a fatica, tanto aperto in avanti, quanto sconcertato e sconcertante nelle sue disarmonie. Ma è la sua invocazione: «Maestro, insegnaci a pregare». E Cristo rispose: Quando pregate, dite: Padre.
L'educatore che vuole educare secondo la Bibbia si può paragonare alla sentinella profetica (Ez 3,16). Uno che ha per primo il dovere di scorgere lo splendore e la grandezza del piano di Dio per avvolgere con amore rispettoso e stimolante questo ragazzo che Dio vuole incontrare.


NOTE

[1] P. BRAIDO - S. SARTI, L'idea di Dio presso i ragazzi italiani della scuola dell'obbligo, in «Orientamenti Pedagogici», 14 (1967) pp. 1128-1157.
[2] U. GIANETTO - GIANNATELLI R., La catechesi dei ragazzi, I; Quaderni di Pedagogia catechistica, C 6/1 LDC, Torino-Leumann, 1973.
[3] F. FLORIS, Quale preghiera per i ragazzi?, «Note di Pastorale Giovanile», Novembre 1975, 82ss.
[4] Dizionario di Teologia Biblica, 863; A. GONZALES, Prière, in DES, VIII, 570.
[5] G.F. VENTURI, in SPAS, n. 26, 1976, p. 8. Si sa come la celebrazione dell'Anno Liturgico sia un momento forte dell'esperienza di preghiera del ragazzo. Quello che importa è però che tale preghiera-ricordo sia «letta» in chiave di «presente» della salvezza, come la radice da cui cresce la pianta che è il progetto di vita del PA.
[6] F. FLORIS, Quale preghiera per i ragazzi?, «Note di Pastorale Giovanile» Novembre 1975, p. 89.
[7] G. GIANOLIO, Storia Divina. Catechesi biblica ai preadolescenti, LDC, Torino-Leumann.

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