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Il “cuore oratoriano”: uno stile per vivere la “passione evangelizzatrice” all’oratorio e altrove…


Qualche suggerimento di Riccardo Tonelli

  

1.      “Cuore oratoriano”: la memoria di Valdocco

L’espressione “cuore oratoriano” è un modo di dire che ha fatto fortuna tra i salesiani negli ultimi vent’anni.

Ha alla radice il riferimento della prassi di Don Bosco nell’Oratorio di Valdocco.

 

1.1.   La prassi di Don Bosco

Gli Oratori non li ha inventati Don Bosco. Ma Don Bosco li ha assunti e trasformati secondo un suo progetto educativo e pastorale. Per questo viene spontaneo pensare a Don Bosco per progettare gli Oratori anche oggi.

Per comprendere cosa significa “cuore oratoriano” nel progetto di Don Bosco, dobbiamo fare “memoria”… certo “una memoria sapiente”.

Don Bosco non è stato un teorico dell’educazione, ma un operatore diretto. Per conoscere il suo progetto, dobbiamo confrontarci con il suo vissuto.

Il luogo concreto in cui Don Bosco ha realizzato il suo progetto educativo è l’Oratorio di Valdocco. Il confronto con quel vissuto è, di conseguenza, d’obbligo: Valdocco è il sistema preventivo in azione… il “manuale” più autentico del suo progetto educativo.

 

1.2.   Lo stile di Don Bosco

Facendo memoria dell’esperienza di Valdocco, scopriamo alcune dimensioni della prassi di Don Bosco:

·        la rigenerazione della società attraverso i giovani

·        l’educazione come strumento privilegiato: dalla parte dei giovani da adulti

·        la forza propositiva dell’ambiente

·        la dimensione religiosa dell’esistenza.

 

2.      Fare memoria di Valdocco come suggerimento per l’oggi educativo e pastorale

Il richiamo al “cuore oratoriano” significa riconoscere nel vissuto di Valdocco (e nella comprensione successiva) una qualità orientativa di ogni servizio di educazione dei giovani alla fede.

Va compresa bene questa caratteristica:

·        per qualificare l’Oratorio

·        per raccogliere suggerimenti per percorsi educativi e pastorali anche oltre il luogo “fisico” dell’Oratorio.

 

2.1.   La proposta cristiana “nell’educazione”

Il progetto fondamentale di Don Bosco era “religioso” (la salvezza dell'anima, come diceva lui). Interpretarlo sotto altre preoccupazioni, è tradire la sua esistenza. E, inoltre, sappiamo molto bene che i modelli antropologici e teologici in cui Don Bosco comprendeva la salvezza cristiana, erano notevolmente diversi da quelli attorno cui cresce e si esprime la fede della Chiesa conciliare.

Ma di fronte ai giovani concreti di cui si occupa, il suo cuore di prete è pieno di sollecitudine per i loro bisogni quotidiani. Per questo “reagisce” con interventi nell'ambito sociale e politico.

 

2.2.   I giovani per la rigenerazione della società

Negli ultimi anni della sua vita in Don Bosco cresce la coscienza della necessità di una rigenerazione globale della società italiana (progressivamente allontanata dalla religione e dai suoi valori): per questa operazione considera i giovani la forza di rigenerazione. E si impegna appassionatamente per la loro educazione globale.

In fondo, questa è la “passione” di Don Bosco, il suo progetto di vita: vuole rigenerare la società in cui vive e decide che la rigenerazione sociale passa attraverso i giovani e la loro capacità rigenerativa. Per questo si impegna con essi. Ha un sogno grande su essi e immagina che giovani rinnovati siano capaci di rinnovare la società.

 

2.3.   Un ambiente dove sperimentare

Don Bosco è un grande costruttore di opere educative per i giovani. Lo ha fatto per raccoglierli dalla strada, per assicurare esperienze di crescita, abilitarli ad una professione che potesse rassicurarli verso il futuro. I frutti di questo coraggio si sono disseminati velocemente per il mondo.

Il “cuore oratoriano” ci impegna a costruire luoghi dove poter sperimentare in modo concreto la speranza verso il futuro. Sono luoghi dove si respirano fatti di speranza, nel coraggio di affrontare le questioni della vita quotidiana secondo modalità alternative a tante dominanti.

 

2.4.   Gli educatori secondo il “cuore oratoriano” di Don Bosco

Una constatazione importante… che ci interpella: Don Bosco non poteva fare tutto da solo… per questo si è “creato” dei collaboratori, selezionandoli e formandoli secondo il suo stile. Quando si accorgeva che le cose non funzionavano come avrebbe voluto, “alzava” la voce (Lettera da Roma del 1884).

La riflessione sul “cuore oratoriano” non va riferita prima di tutto alle strutture. Riguarda lo stile degli educatori impegnati in Oratorio.

La proposta che segue va perciò ripensata come elenco di atteggiamenti su cui misurarsi.

 

 

3.      Le dimensioni operative del “cuore oratoriano”

Le informazioni raccolte possono finalmente aiutarci a dire in modo concreto e verificabile le caratteristiche che ci consegna la scelta di lavorare in Oratorio con “cuore oratoriano”.

Nella tradizione salesiana il “cuore oratoriano” si esprime in un modello concreto… per definire l’Oratorio e, di conseguenza, tutte le istituzioni che vogliono fare dell’Oratorio un modello di ispirazione.

Dicono le Costituzioni salesiane (art. 40): “Don Bosco visse una tipica esperienza pastorale nel suo primo Oratorio, che fu per i giovani

·        casa che accoglie,

·        parrocchia che evangelizza,

·        scuola che avvia alla vita,

·        cortile per incontrarsi tra amici e vivere in  allegria”.

 

3.1.   La preoccupazione fondamentale

In una situazione di pluralismo culturale e interreligioso, come è quello che stiamo vivendo oggi anche in Italia, ha senso ancora fare proposte esplicite di educazione della fede? La domanda ha una sua faccia ancora più concreta: se a qualcuno non interessa scoprire chi è Gesù per noi, devo rispettare la sua libertà e sensibilità, scegliendo la strada del silenzio?

Qualcuno – anche per reagire alla situazione di crisi – capovolge la domanda, insistendo sulla evangelizzazione a tutti i costi e con decisione.

La logica del “cuore oratoriano” rifiuta l’alternativa tra “confessionalità” e “neutralità” dell’Oratorio, per scegliere il servizio alla vita e alla speranza “piena” dei giovani.

L’annuncio del Vangelo è un gesto di amore, totalmente gratuito e radicalmente decentrato verso gli altri. Non può mai diventare un processo di proselitismo e nemmeno qualcosa che assomiglia al bisogno di esternare i pregi della squadra per cui faccio tipo.

 

3.2.   Le dimensioni del processo

Le quattro caratteristiche ricordate nel citato articolo delle Costituzioni salesiane, suggeriscono dimensioni del processo.

Ogni progetto di educazione nella fede va realizzato assicurando, in modo contemporaneo e complementare:

·        un’accoglienza incondizionata dei giovani, per far toccare con mano che sono “amati”,

·        una produzione ed esperienza di un modo di essere uomini e donne oggi, alternativo a quello dominante, nella logica del Vangelo: perdono, prestigio, solidarietà, libertà e responsabilità, senso del mistero…

·        uno spazio dove gli “interessi” concreti (sport, canto, incontro…) siano sperimentati come “valori in sé”… mai strumentalizzabili verso altri obiettivi, e si riconosca di poterli sperimentare ed esercitare nel concreto vissuto

·        una proposta cristiana (e la sua celebrazione sacramentale e liturgica) come “bella notizia” per la vita e la speranza.

 

3.3.   Una proposta, facendo fare esperienza

La scelta di “fare proposte, facendo fare esperienze”, comporta alcune esigenze irrinunciabili (dalla parte del “cuore oratoriano”) per un progetto di Oratorio… che abbia cose interessanti da dire anche a tutti i modelli di pastorale giovanile:

·        dalla neutralità alla capacità propositiva impegnata

·        attraverso la via di una esperienza vissuta riflessa criticamente

·        sulle frontiere in gioco:

-        esperienza e produzione di cultura

-        esperienza e celebrazione della fede

-        i modelli di riferimento.

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