La vita, come un libro

da riscrivere con

un finale inatteso

 

Fine anno scolastico, pensieri di vacanze… Spensierate, disimpegnate, arricchenti…?
Quanti inviti, nei nostri anni scolastici, a leggere, a farsi un libro come amico. E quale tempo migliore per i giovani di un tempo “per loro”?
Agli amici insegnanti, presentiamo una riflessione, un invito: rendere ragione ai loro studenti del potere della cultura e dell’intelligenza, dell’importanza di imparare, di leggere. Di buoni libri.

Tra le tante caratteristiche di una società adulta nevrotica e rapace, scelgo quello che come professore mi tocca di più e soprattutto tocca maggiormente il nostro rapporto educativo: l’anti-intellettualismo alla moda che porta a ridere dell’intellettuale, a farne oggetto di scherno, lui e la sua cultura.
Il tutto ha una spiegazione semplice: la cultura fa ancora paura; la possibilità di criticare (che è il solo vero modo di pensare, Kant lo ha detto in modo insuperato), la forza di chiedere al reale di mantenere le sue promesse, di essere all’altezza dei sogni, la spinta al meglio che viene dalla tenace fedeltà alla ragione e all’intelletto, tutto questo non può non essere percepito come minaccia da un ordine sociale che ha fatto della rozzezza, dell’ignoranza crassa, del rifiuto a priori di ogni approfondimento, la sua ragione vitale.
La nuda cultura, il potere disarmato e disarmante della parola e del pensiero, l’arma della penna e del libro, spuntata ma non per questo meno efficace, tutto questo è considerato troppo pericoloso per chi vuole conservare i proprio privilegi.
Sul muro della scuola di Barbiana era scritto: «Il bambino che non studia non è un buon rivoluzionario». E per me studiare significa soprattutto leggere: perché l’esperienza della lettura è profonda esperienza di solitudine e silenzio, autentica esperienza di intelligenza (etimologicamente: intus legere, leggere dentro) e di stilizzazione di sé, dunque di crescita; pertanto, la lettura di un libro prevede e stimola al contempo alcune competenze che, secondo me, dovresti avere acquisito nelle scuole medie e superiori e perfezionare all’Università; anzitutto la capacità di cogliere lo scorrere del tempo e delle scelte umane e, al contempo, la capacità di cogliere le fratture nell’orizzonte temporale, i dé-jà-vu e i flashback che ci permettono di concepire la vita come un fiume carsico, imprevedibile e sempre stupefacente.
La lettura del libro, soprattutto se solitaria e silenziosa, stimola poi la capacità di pensare a se stessi come a un’altra persona; la terza persona che assomiglia a una sana e fisiologica scissione della propria personalità aiuta a distanziarsi consapevolmente dal contesto attuale del mondo e della storia e soprattutto a distanziarsi dalla propria vita, a osservarsi dal di fuori; e cosa è diventare adulti se non fare della propria vita un pre-testo, un testo da interpretare e rileggere, alla giusta distanza - non troppo vicino, non troppo distante -, che è proprio quella alla quale poniamo il libro quando iniziamo a leggere? Il libro non è la vita, ma la vita può essere come un libro; non da pubblicare, ma da imparare a leggere, a interpretare, e magari anche a riscrivere con un finale inatteso e differente.

(Raffaele Mantegazza, Lettera a uno studente, Città Aperta Edizioni, 2008)