Dodici parole chiave

per l’allenatore/trice

ideale

Raffaele Mantegazza * 

AGGIORNAMENTO

Spesso allenatori si diventa quasi per caso, perché c'è bisogno di qualcuno che badi ai bambini della Primavera o perché si hanno ore a disposizione la domenica mattina; ma da questi inizi un po' casuali l'allenatore/trice deve partire per diventare un vero educatore e dunque l'aggiornament­o è indispensabile, anche per gli allenatori dilettanti. Riviste, libri, siti internet sono importanti ma non possono sostituire il contatto diretto e personale con chi svolge questo lavoro da anni. Tenendo conto che il 50% dell'aggiornamento dovrebbe riguardare questioni tec­niche, l'altra metà questioni educative, di gestione del gruppo e di psicologia dell'età evolutiva.

AGONISMO

È l'anima della competizione sportiva e ne rappresenta l'aspetto più fortemente educativo ma può diventare anche l'aspetto più negativo e diseducativo. Occorre saper gestire l'agonismo come messa alla prova del ragazzo e del gruppo, sapendo che in nessuna partita ci si gioca la vita, l'autostima o l'amicizia ma che ogni occasione di confronto con un avversario costituisce una possibilità di lavorare su si sé, scoprendo le proprie possibilità e i propri limiti.

ASCOLTO

È la base di ogni attività educativa e quindi anche di un buon rapporto con la propria squadra. L'allenatore/trice che sa ascoltare i propri ragazzi o le proprie ragazze sa realizzare fin da subito un rapporto educativo accogliente. Ascoltare significa però saper prestare attenzione a tutte le dimensioni del rapporto con l'altro/a, anche ai suoi silenzi. Ascoltare significa anche accettare che l'altro/e può non avere voglia di parlare. Dunque i silenzi sono a volte più difficili e più importanti da ascoltare rispetto alle parole.

CONFLITTO

Spesso ne abbiamo paura, soprattutto in ambito educativo, perché ne vediamo solamente l'aspetto distruttivo. Ma il conflitto è l'anima del processo di differenziazione dal mondo adulto che fa sì che un adolescente maschio o femmina si avvii a diventare un uomo o una donna. Occorre allora che l'educatore o l'allenatore/trice divenga "contenitore" dei conflitti vissuti dai ragazzi, sapendo che sarà inevitabile che questi confliggano anche con lui/lei e che la capacità di gestire in modo equilibrato tali conflitti è la prima importante caratteristica di un valido allenatore/trice.

FAIR PLAY

È diventato quasi una specie di orpello, un qualcosa in più: se ce l'hai bene, se no va bene lo stesso, non vincerai una inutile coppa alla fine della stagione. Ma il fair play è il gioco sereno, corretto e quasi gentile dei veri campioni che non hanno bisogno di scorrettezze per abitare in modo completo il mondo dello sport. Giocare correttamente è possibile solo se si sa giocare bene, se il gioco è entrato sotto la propria pelle quasi come una seconda natura. E in tutti i giochi è previsto il rispetto dell'altro, soprattutto quando perde, come anima del gioco stesso, come sua carta di identità segreta.

FIDUCIA

L'allenatore/trice deve essere il primo a crederci, ad avere fiducia in se stesso, nei ragazzi e nella squadra. Occorre certo anche essere realisti e non alimentare fantasie di onnipotenza, ma occorre soprattutto mostrare che si crede in ciò che si sta facendo, che si
è convinti della serietà e dell'importanza del proprio ruolo. Un allenatore/trice che dirige un allenamento seduto scomposto sulla panchina e con aria indolente non può certo illudersi che i suoi (suoi?) ragazzi credano nell'importanza di ciò che si sta facendo.

INSEGNAMENTO

Non bisogna mai dimenticare che il compito dell'allenatore/trice è quello di insegnare lo sport, e dunque di essere per i ragazzi un insegnante spesso (non sempre) più amato e gradevole di quelli che incontrano a scuola. Ma nulla è insegnabile senza programmi, senza una didattica, senza una riflessione sui metodi, senza schede che permettano di cogliere i miglioramenti dei ragazzi e soprattutto senza una cultura pedagogica che permetta di capire chi sono questi ragazzi, nelle caratteristiche evolutive che li accomunano.

NONVIOLENZA

Non è il contrario della violenza, e non esclude la dimensione della grinta e della determinazione, come a volte si dice. La nonviolenza è piuttosto un atteggiamento complessivo nei confronti della vita, che privilegia la relazione con l'altro sull'acquisizione di beni, la dimensione della comunicazione anche conflittuale su quella dell'autoaffermazione, nel nostro caso specifico la dimensione dello sport come gioco, messa alla prova di sé, incontro/scontro con l'altro su quella del guadagno professionistico, del carrierismo, dell'umiliazione dell'avversario, della vittoria a ogni costo.

PUNTUALITÀ 

Non significa solamente arrivare in orario (anzi per l'allenatore/trice in anticipo) ma comportarsi sempre in modo preciso e inappuntabile, riversando sullo sport la serietà che è propria delle cose nelle quali crediamo. Lo sport non deve passare come qualcosa di poco curato, che non merita un approccio serio solamente perché è un passatempo. L'approccio serio e puntuale allo sport non è serioso, si coniuga alla perfezione con il sorriso ma ricorda sempre che per fare le cose bene occorre essere puntuali, che è anche uno dei possibili modi per essere migliori.  

REGOLA 

Per giocare occorrono le regole: occorre conoscerle e rispettarle, altrimenti il gioco finisce, tutto si rompe, non ci si diverte più. Se l'allenatore/trice non è il primo a conoscere le regole ed a rispettarle compie un grave crimine nei confronti dell'etica dello sport e crescerà ragazzi che non sanno vincere né perdere né partecipare. Occorre che le regole siano discusse con i ragazzi ma anche che questi ne vedano l'aspetto positivo: ogni regola, nel momento in cui vieta un comportamento ne permette altri; spesso più divertenti e produttivi di quelli non permessi. 

TATTICA

È importante se cresce con la squadra, se diventa la manifestazione esteriore delle attitudini e delle caratteristiche dei giocatori. È una gabbia pericolosa, una sorta di prigione, se soffoca la persona, se viene troppo presto sovrapposta alle caratteristiche individuali, tecniche e caratteriali, dei giocatori. Una tattica è uno strumento, la crescita dei ragazzi, anche dal punto di vista tecnico, è il vero fine: ribaltare le cose significa rinunciare a preparare buoni atleti per rincorrere il miraggio di inutili vittorie momentanee.

VOCE

È lo strumento di lavoro dell'allenatore/trice, ciò che gli permette soprattutto nel momento topico della partita di tenere aperti i canali della comunicazione con la squadra. Occorre sempre tenere presente che alzare troppo la voce, gridare sempre, corrisponde al non gridare mai, perché i ragazzi non colgono il senso di tutte quelle urla. È invece importante sollecitare oltre alla voce anche le altre dimensioni della comunicazione, quelle non verbali: un gesto, un sorriso, una carezza comunicano spesso di più e meglio di una urlata o di tante parole.

(tratto da La persona giocatore: come creare lo spirito di squadra coinvolgendo l’individuo)

Docente di pedagogia interculturale e della cooperazione presso la facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Milano Bicocca, per 15 anni allenatore di squadre giovanili di basket, formatore e consulente per allenatori, genitori e atleti