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«Facciamo ancora sport in oratorio?»

A cura di Claudio Belfiore

(NPG maggio 09)

Nel mio contatto con giovani e animatori sportivi ma anche operatori pastorali, ho avuto modo di raccogliere domande sul sempre delicato rapporto tra attività sportiva e azione educativa e pastorale nei loro ambiti di attività in parrocchia o oratorio. Le ho girate a tre persone che si occupano di pastorale dello sport: d. Alessio Albertini, responsabile dell’ufficio pastorale dello sport della Diocesi di Milano; sr. Aurelia Raimo, incaricata nazionale dello sport per le FMA; d. Claudio Paganini, consulente ecclesiastico nazionale del CSI. Ma l’invito – ad ogni operatore pastorale – è di… tentare lui stesso una risposta alle stesse domande.

Un modo per riflettere e per agire più pastoralmente.

Domanda. C’è differenza tra una squadra di oratorio e quelle che non lo sono?

D. Alessio. Il regolamento delle varie discipline è uguale per tutti. La voglia di vincere è alimentata anche all’oratorio. Quindi non c’è differenza nei confronti dell’attività sportiva. Tuttavia, comportamenti tollerati un po’ da tutti, ad una squadra dell’oratorio non sono permessi. Guardiamo per esempio le parolacce: non è difficile trovare qualcuno che sottolinea: «ma questa è una squadra dell’oratorio?»

Credo che la differenza la faccia o la debba fare lo stile con cui si cerca la vittoria e non il «giocare tanto per giocare».

D. Perché voi salesiani/e avete scelto di usare lo sport come mezzo educativo? Ci siete riusciti o la mentalità del mondo è entrata nelle vostre squadre?

Sr Aurelia. In una casa salesiana il gioco come lo sport è occasione di aggregazione, luogo in cui è possibile formare l’uomo e il cittadino evangelicamente impegnato, il «buon cristiano e onesto cittadino». È questa la nostra scommessa educativa. Il rischio che la crisi dei valori e la mancanza di un sistema etico coerente possano offuscare la prassi educativa dello sport è presente anche presso le nostre strutture, lasciando prevalere l’aspetto della competizione, del successo, a scapito delle regole e dei valori. Per questo è fondamentale verificare continuamente l’azione educativa e recuperare ogni volta il senso dello sport e del gioco, la sua importanza nel nostro sistema.

D. Chi sceglie di giocare in una squadra oratoriana sa di dover giocare in un certo modo? È possibile trasmettere all’esterno questo modo di fare sport?

D. Claudio. Ogni luogo sportivo di per sé è neutro. Non esiste neppure lo sport cattolico ma piuttosto i cattolici nello sport. Un luogo è perciò significativo se le persone, educatori e dirigenti, sanno testimoniare con le parole e con l’esempio i valori umani e cristiani. Ed un cristiano rappresenta un valore aggiunto al mondo sportivo se è esemplare in tutti i luoghi che frequenta.

D. Come evitare che molti giovani si rovinino la vita seguendo lo sport come unico ideale di vita?

D. Alessio. Credo che il grande sogno di ogni ragazzo sia quello che un giorno possa segnare il goal ad una finale, vincere una medaglia d’oro… ma poi ci si scontra con la realtà. Tuttavia continua la passione per un pallone, per la corsa e questo, credo, per la soddisfazione che si prova, per la gioia di stare con gli amici, perché si può fare una cosa che piace. Allora è vero che si può fare sport senza l’obbligo di diventare campioni. Questa deve essere la motivazione che ti spinge a non assolutizzare lo sport, ma a renderlo una piacevole occasione di gioia e soddisfazione.

D. È possibile negli oratori proporre altri sport oltre a quelli tradizionali?

D. Claudio. Lo sport in oratorio rilancia (con precise regole morali) quello che la società e i giornali propongono ed esaltano. Maggiormente uno sport è di moda, e più viene richiesto dai giovani. Nonostante ciò, negli oratori italiani sono praticate circa quaranta diverse discipline sportive. Segno che se un educatore vuole, può orientare ad altri interessi sportivi.

D. Il problema principale è che noi ragazzi vediamo la Chiesa e lo sport come due cose diverse, ma non è così e non dovrebbe esserlo. Potete trovare un rimedio che avvicini questi due mondi?

Sr Aurelia. La Chiesa e lo sport sono senz’altro due mondi diversi, ma non estranei. La Chiesa è vicina al mondo sportivo e sottolinea, nella teoria e nella prassi, la dimensione educativa della pratica sportiva, la sua funzione di socializzazione, il contributo nello sviluppo della personalità dei giovani. I valori dello sport, però, non sono automaticamente assicurati. Come tutte le cose umane – diceva Giovanni Paolo II – hanno bisogno di essere purificati e protetti.

Occorre che la Chiesa si addentri sempre più in questo settore della vita cogliendone tutta la sfida pastorale. I giovani vanno aiutati ad avvicinarsi alla Chiesa senza precomprensioni. Sarà perciò molto importante la mediazione degli educatori sportivi, formati alla scuola di un sano umanesimo. Sarà anche necessario che laici, religiosi e sacerdoti possano portare la luce di Cristo nel mondo dello sport, perché nello sport siano tutelati i deboli, i giovani siano educati al sacrificio, al rispetto, alla responsabilità, sia promosso un sano agonismo; perché lo sport diventi palestra per la tutela della vita e la costruzione di un mondo più solidale e fraterno.

D. Per me lo sport è divertimento ma spesso non è così. Si trasforma in agonismo, in competizione, in voglia di vincere ad ogni costo. È possibile realizzare questo sogno: giocare, solo come divertimento e gioia di stare insieme, lasciando ad altri la competizione?

Sr Aurelia. Una sana competizione non guasta. Ciò che non va bene è l’esasperazione di questo aspetto a scapito degli altri valori ed esperienze. È possibile realizzare questo sogno? Io credo di sì, puntando su valori evangelici e sulla formazione integrale della persona, sulla costruzione di un clima educativo impregnato di fraternità, di sana competizione, di ricerca del successo finalizzato alla costruzione della gioia di tutti.

D. Vorrei la possibilità di giocare senza avere campionati.

D. Alessio. È possibile, e qualcuno lo ha anche fatto. Tuttavia credo sia produttivo avere una classifica e un risultato. Certo non deve diventare l’assoluto. Ma lo sport è un impegno e uno sforzo per raggiungere una mèta e un obiettivo. Il risultato è il parametro di confronto non certo un criterio di giudizio sul tuo impegno e la tua gioia.

D. Educate i giovani a capire qual è il vero valore di una vittoria e quello di una sconfitta?

D. Alessio. Ogni medaglia ha sempre due facce: se da un lato c’è la vittoria, sull’altro c’è la sconfitta. Per ogni vincitore c’è un numero imprecisato di sconfitti. Certamente l’impegno è per vincere ma non tutti possono raggiungere la vittoria. È importante comprendere come si è vinto e, soprattutto, come si è perso: «ce l’hai messa tutta? dove puoi migliorare? l’altro è stato più bravo di me?…» Sono domande importanti da porsi per gioire di una vittoria e per accettare serenamente una sconfitta.

D. È possibile negli oratori fare in modo che le attività sportive non tolgano tempo ad attività formative?

D. Claudio. Esiste un vecchio pregiudizio, duro a morire, secondo il quale la formazione è soltanto quella che viene impartita nelle aule scolastiche attraverso l’insegnamento teorico e lo studio. Le attività sportive, sarebbero pertanto un semplice momento ludico-ricreativo. Eppure, basta sperimentarlo, lo sport educa al sacrificio, alle regole, al rispetto del corpo, alle relazioni tra compagni… molto più della teoria!

D. Come evitare che i grandi personaggi dello sport diventino autentici «dèi» di noi giovani e dei ragazzi?

Sr Aurelia. Io credo che occorra aiutare i ragazzi a dare il giusto valore ai personaggi dello sport, sottolineando che essi sono persone come noi. Sarebbe anche importante aiutarli a comprendere che cosa fa grande quei personaggi. Se nel lavoro di lettura critica emergono dei valori importanti, come la bellezza espressione di armonia interiore, oppure la tenacia o la forza, tali valori potrebbero diventare punti di riferimento nel cammino di crescita del ragazzo.

D. Le squadre di oratorio hanno delle regole a cui attenersi per giocare in modo pulito e … soprattutto cristiano?

D. Claudio. I regolamenti sportivi sono uguali per tutti. E già questi contengono dei valori condivisibili. La specificità del cristiano nello sport è il rispetto per la persona umana, la cura delle relazioni e il rapporto col Dio della vita. Queste cose nessun regolamento può insegnarle perché appartengono all’allenamento personale quotidiano nella preghiera e nella riflessione.

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