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L’oratorio sulla soglia del Terzo Millennio


Gian Luigi Pussino

(NPG 2004-04-64)


Di oratorio si parla sempre più in ambito ecclesiale e in ambito civile. Nella Chiesa italiana è sorto il Forum Oratori Italiani, e più recentemente in ambito legislativo civile l’oratorio è divenuto oggetto di nuove disposizioni.
Anche nel contesto di queste rinnovate attenzioni si inseriscono le riflessioni che seguono: semplici spunti di riflessione, più con il desiderio di aprire e proseguire un discorso che non quello di concludere. In effetti l’attenzione al contesto generale, e a quello giovanile più specificatamente, andrebbe arricchito di analisi e approfondimenti di tipo socio-religioso che però esulano da questo intervento: se ne possono trovare abbondanti resoconti in altra sede.
Si tratta di aprire un po’ l’orizzonte e cogliere alcuni aspetti che sembrano interrogare oggi la prassi e verificare una possibile convergenza: da un lato la ricchezza del carisma educativo dei Santi fondatori – e di don Bosco in particolare – che mantiene la sua vivacità profetica, e dall’altra le istanze di un mondo che cambia e chiama a continue e rinnovate conversioni pastorali.
Penso che tale riflessione possa continuare a essere occasione di arricchimento anche in altri ambiti ecclesiali e civili, come dono per la Chiesa e per la società civile.

IL CONTESTO OGGI

Inizialmente faccio riferimento a tre ambiti di attenzione che non dovrebbero essere assenti dalle preoccupazioni di un educatore pastore, e che in questo momento mi sembra possano occupare uno spazio privilegiato.
Mi sembra si tratti di tre ambiti che non possono essere disattesi, perché sono indicatori di una qualche novità, di nuove attenzioni, di riferimenti che attendono di essere meglio esaminati e approfonditi.

Oratorio e riconoscimento: sua funzione sociale

Non è ormai una novità assoluta. Contemporaneamente, e anche successivamente, ad alcune Regioni, il Parlamento nazionale ha approvato la Legge che ha come titolo Disposizioni per il riconoscimento della funzione sociale svolta dagli oratori e dagli enti che svolgono attività similari e per la valorizzazione del loro ruolo. [1]
La Legge demanda alle singole Regioni l’attuazione concreta delle linee guida. In essa si ritrovano già indicazioni precise per l’ambito amministrativo-fiscale.
A noi interessa prendere atto del riconoscimento della funzione educativa e sociale (art.1) che riceve una qualche definizione nell’art. 2 della medesima Legge. Senza riprendere la esemplificazione in essa riportata, si può affermare che si tratta del riconoscimento formale di quanto da sempre l’oratorio svolge in nome della sua identità educativa e sociale. L’oratorio è considerato una risorsa per migliorare la qualità di vita della convivenza civile.
È occasione perché, al di là di un immediato plauso dai connotati commerciali (oggi più di una volta un qualunque riconoscimento passa sempre più anche attraverso un capitolo di bilancio), noi, come educatori, facciamo memoria e ci facciamo carico di un rinnovato impegno per la dimensione sociale della carità.
Come Don Bosco scelse la via dell’educazione integrale, rispondendo ai bisogni dei giovani di allora, così oggi è necessario che un’efficace educazione alla dimensione sociale della carità costituisce la verifica della nostra capacità di comunicare la fede. È questo per noi lo specifico significato di “funzione educativa e sociale” degli oratori.
L’approvazione della Legge 206 è ulteriore occasione di formazione degli educatori in vista di alcune finalità:
* mantenere vigile l’attenzione per una spiritualità apostolica: cioè un’azione animata dalla fede, con la capacità di integrare fede e vita, cuore pastorale e braccia operose, educazione nell’evangelizzazione ed evangelizzazione nell’educazione. La spiritualità apostolica ha sempre in effetti avuto una funzione educativa e sociale;
* promuovere ulteriormente le nuove competenze richieste per progettare correttamente, amministrare onestamente, pensare in libertà di fronte alle istituzioni civili, dialogare in coerenza al proprio carisma nell’ambito civile;
* continuare a interagire nella vita sociale con una presenza propositiva che passa sempre più anche attraverso la partecipazione a bandi di concorso, presenza in consulte territoriali, sinergie operative con altre agenzie educative;
* non disperdere la ricchezza di risorse costituite, oltre che dalla valorizzazione dell’ente ecclesiastico nella sua soggettività giuridica, anche dalle tante associazioni e cooperative.
È chiaro che adeguati e analoghi percorsi formativi sono da tenere presenti e da attivare per gli educatori laici, collaboratori per la medesima missione, sia nella comunità educativa locale, sia in ambito più allargato.

Parrocchia: pastorale integrata

Nella Prolusione a un incontro del Consiglio permanente della CEI, il Cardinale Camillo Ruini ha formalmente introdotto la espressione pastorale integrata. [2]
Il contesto dell’intervento, oltre quello immediato della riunione del Consiglio permanente, è quello della Assemblea generale della CEI, in programma per il novembre 2003, che ha come tema principale quello della parrocchia.
Nella Prolusione due serie di riflessioni meritano attenzione:
* una contestualizza la parrocchia nel territorio (mobilità, anonimato, rapporti funzionali, modi di aggregarsi elettivi ed elastici anche tra persone localmente distanti); [3]
* l’altra, anche come conseguenza della precedente, indica per la parrocchia e la sua pastorale l’appello a “entrare in un processo di collaborazione e integrazione che si muova lungo varie direttrici e che complessivamente potremmo qualificare come pastorale integrata”. [4]
Sebbene queste riflessioni abbiano come riferimento immediato la parrocchia, alcune istanze a noi sono già note, a cominciare dai riferimenti alla mobilità, al contatto stretto con il territorio, all’orizzonte aperto su coloro che, o per distanza culturale o per lontananza religiosa o per difficoltà spazio-temporale, di fatto sono senza appartenenza specifica: i giovani (e si può aggiungere gli adulti) senza parrocchia. Popolarità e missionarietà hanno sempre costituito una caratteristica dell’azione oratoriana. In tempi più recenti, e non solo per l’ambito oratoriano, si è cominciato ad agire in rete, entrando in collaborazione sinergica con altri operatori e altre agenzie educative ecclesiali e civili.
Più volte ormai molte nostre intenzionalità operative in questa direzione sono entrate a far parte di quella molteplicità di contenuti e di valori che abbiamo voluto raccogliere con l’espressione “ponte tra la strada e la chiesa”. [5]
Certamente la prospettiva della pastorale integrata non ci trova impreparati: è lunga la tradizione di dialogo-confronto con il territorio, così come sono state acquisite molteplici competenze per un inserimento e accordo collaborativo nel contesto ecclesiale e civile con altre risorse, specie se agenzie educative.
Tuttavia non si può oggi non fare appello per proseguire e andare oltre. Innanzi tutto con una rinnovata mentalità e prassi ecclesiale che deve abbandonare ormai ogni canale centripeto a favore dell’istituzione che esprime l’oratorio: si è nella Chiesa e si fa parte della Chiesa; il carisma è un dono per la chiesa; la missione è prioritariamente ecclesiale. Di qui l’impegno a essere riconosciuti, ma anche a riconoscere; l’impegno a promuovere la propria specificità, ma anche a stimare quelle degli altri; l’impegno a realizzare il proprio progetto, ma anche quello di essere disponibili a collaborare per altri progetti, ora in sinergia con altre agenzie educative, ora in subordinazione a progetti con respiro più ampio. [6]

Comunicare la fede e iniziazione cristiana

Può sembrare un ambito troppo specifico, settoriale, e per qualcuno un simile tema sarebbe tenuto fuori dalla progettualità oratoriana.
L’oratorio ha una sua finalità esplicita e unificante nell’evangelizzazione, al cui interno si devono situare i processi educativi che di volta in volta sono ricordati come educare alla fede, comunicare la fede, iniziazione cristiana, itinerari di educazione alla fede.
Senza entrare nel merito specifico di ciò che ognuna di queste espressioni può indicare e senza voler richiamare la corretta distinzione tra ciò che può intendersi per evangelizzazione, distinta dai processi specifici di catechesi, quanto già accennato ci deve aiutare a fare memoria delle finalità generali, da tenere presenti con coerenza nelle scelte operative. In sintesi, con parole di stampo salesiano: facciamo memoria del “cortile per incontrarsi tra amici e vivere in allegria”, ma non si dimentichi la “parrocchia che evangelizza”.
In questa epoca storica la Chiesa italiana è impegnata a riscoprire la iniziazione cristiana nel contesto anche della prospettiva pluriennale di comunicare il Vangelo in un mondo che cambia.
A proposito di iniziazione cristiana, l’educatore, specie in riferimento ai giovani, si fa carico delle preoccupazioni che finora da più parti sono state espresse e che vengono definite, nel più ampio contesto della trasmissione della fede, un caso serio. [7] Quante volte, chi ha a che fare con l’iniziazione cristiana parla di abbandono della pratica sacramentale a partire dalla celebrazione della Cresima e di conclusione invece che di iniziazione, senza dimenticare che oggi questa stessa iniziazione deve fare fronte sia alla situazione religiosa di partenza (per esempio, famiglie separate o comunque non praticanti, iniziazione interrotta con il battesimo e ripresa in età più avanzata, immagine sempre più distorta della fede e della chiesa) sia alla nuova situazione religiosa in un contesto sempre più multietnico e plurireligioso.
L’iniziazione cristiana ha bisogno di una impostazione più completa e organica teologicamente, e pastoralmente più adeguata alla attuale situazione. Mons. Adriano Caprioli, Vescovo di Reggio Emilia e Presidente della Commissione episcopale per la liturgia, dopo aver richiamato il principio dell’unità che lega tra loro i sacramenti della iniziazione cristiana, invita a considerare “il principio della globalità del processo di iniziazione cristiana comprensivo di annunzio, risposta di fede, cambiamento di vita, catechesi, introduzione alla preghiera, celebrazione eucaristica, inserimento nella comunità e con la partecipazione della comunità lungo l’anno liturgico, esercizio della testimonianza cristiana nella carità e nella vita quotidiana: da intendere come attività non separate e successive, ma correlate”. [8]
Si tratta certamente di una realtà che ha bisogno di specifico studio. Mi sembra di poter affermare che nel contesto dell’oratorio occorre muoversi almeno su tre linee direttrici;
* innanzi tutto si tratta di tenere conto di che cosa è da intendere per iniziazione cristiana, sia in riferimento ai sacramenti di iniziazione cristiana, sia in riferimento alla proposta globale di trasmissione e comunicazione della fede che da essa può trovare ispirazione.
* una seconda attenzione è connessa a quanto più volte ricordato: il coraggio della proposta. C’è il rischio che nella corretta attenzione alla gradualità delle proposte e nel desiderio che l’accoglienza raggiunga tutti, a partire dagli ultimi, vengano meno momenti di esplicita proposta e celebrazione della fede;
* in terzo luogo, c’è da pensare che una valida iniziazione cristiana aiuta senz’altro a dare qualità e robustezza spirituale a tutta la pastorale giovanile: questa è la condizione previa e ineludibile per ogni impegno anche nella promozione vocazionale. [9]

PER ANDARE OLTRE

La storia dell’oratorio è segnata da una molteplicità di realizzazioni, a partire dalla distinzione tra oratorio quotidiano e festivo, oratorio e centro giovanile, parrocchiale e zonale. Si tratta solo di alcune distinzioni terminologiche che non danno ragione della realtà, segnata soprattutto dalla necessità pastorale di un adeguamento continuo per offrire significative risposte e proposte specialmente ai giovani.
È una storia segnata da una molteplicità di progetti, riconoscibili più da una riflessione sulla prassi che da un esame di elaborazioni scritte. Anche se non sempre in modo esplicitamente espresso, c’è lo scambio delle impressioni, il confronto delle prassi, l’accoglienza o il rifiuto di una istanza: sono gli elementi che di fatto creano un progetto.
In questa ottica si pongono le riflessioni che seguono. Si tratta di alcuni nuclei tematici che a mio parere oggi non vanno disattesi, pur nella necessità di essere vagliati alla luce di un valido discernimento pastorale e di essere inclusi in una progettazione pastorale desiderosa di offrire proposte educative pastorali significative per i giovani. [10]

Progetto

Oggi non si agisce, specie nel sociale, senza un progetto. Anzi, sempre più sono richiesti il progetto generale, che identifica una realtà educativa, e più progetti per il raggiungimento di obiettivi mirati e distribuiti nel tempo.
Ma non si tratta solo oggi di avere un progetto. Alle istanze più volte presentate (di tipo ecclesiale-comunionale, di condivisione-corresponsabilità, di scansione di tempi e modalità in ordine agli itinerari educativi), [11] mi sembra oggi si aggiunga una nuova attenzione che nasce dalla crescente richiesta di lavorare per progetti in rapporto all’istituzione sociale-civile.
Questa nuova modalità, per la quale occorrono anche rinnovate competenze, deve essere coniugata e integrata con il progetto generale di un ambiente educativo per evitare, per esempio, iniziative frammentate, carenze nella continuità, insufficiente integrazione degli educatori-volontari che si inseriscono a tempo limitato.
Si aggiunge oggi l’esigenza che il progetto locale rientri in un orizzonte di continuità, oltre l’ovvia richiesta di “ortodossia carismatica”, per quanto riguarda le intuizioni dei Fondatori. La insufficienza di risorse e la fragilità negli avvicendamenti non possono oggi continuare a scontrarsi con gestioni individuali, talvolta troppo autoreferenziali, che rischiano di naufragare perché non esportabili in altri contesti, non gestibili da altri responsabili, non proseguibili dal “successore”.

Ambiente educativo e comunicazione della fede

Il progetto, specie se generale di un ambiente, fa riferimento comunque all’insieme della comunità educativa: è mediazione operativa e storica che ha le sue radici e motivazioni più profonde nella ecclesiologia di comunione del Vaticano II e nella spiritualità di comunione richiamata autorevolmente nella Novo millennio ineunte di Giovani Paolo II.
In questo orizzonte valoriale emergono le indicazioni per le assemblee, gli organismi di partecipazione, gli inviti alla condivisione e corresponsabilità.
In questo orizzonte si situa anche la capacità-volontà di agire in comunione con i laici, promuovendone la collaborazione e la corresponsabilità: si tratta di una promozione della vocazione dei laici dai connotati teologici, prima che un’esigenza per coprire vuoti occupazionali.
Il riferimento all’ambiente educativo e alla comunità educativa, più ampiamente alla comunità ecclesiale locale, è elemento ineludibile per la trasmissione e comunicazione della fede, specie quando questa si fa carico esplicitamente della iniziazione cristiana e dunque della celebrazione dei sacramenti di iniziazione.
Si tratta di comprendere e assumere la rilevanza comunitaria certamente in ordine alla celebrazione dei sacramenti (di tutti, non solo quelli di iniziazione), ma non meno in ordine alla pedagogia che deve preparare e accompagnare prima e dopo. Testimonianza comunitaria, diversità di ministeri, molteplicità e unitarietà di proposte: sono solo alcune delle condizioni comunitarie che non possono essere lasciate alla buona volontà occasionale e alla fantasia-creatività dei responsabili.
Un’attenzione specifica e non ultima è da dare al modo con cui il progetto dell’oratorio in ordine alla comunicazione della fede fa parte integrante del più ampio progetto della comunità parrocchiale o della zona pastorale nella quale l’oratorio è inserito.

Comunicazione

I processi di comunicazione hanno acquistato sempre più rilevanza, sia quando si tratta di comunicazione interna, sia quando si tratta di comunicazione esterna. Oggi insensibilmente si è tutti un po’ più attenti alle dinamiche comunicative.
La comunicazione oggi ha a che fare più di una volta con gli obiettivi educativi e con le finalità della comunicazione della fede. Non solo fides ex auditu, ma oggi si potrebbe aggiungere tranquillamente anche ex visu.
Le parabole evangeliche, per riprendere una espressione usata in un convegno ecclesiale, ormai sono parabole “mediatiche”.
L’oratorio si qualifica anche per la disponibilità e il decoro degli ambienti; la liturgia non può dimenticare il valore della musica e del canto, oltre che la gestione di ogni ritualità con i suoi simboli; la condivisione delle iniziative ha sempre avuto bisogno anche di una informazione adeguata che ha utilizzato per la diffusione la bacheca murale, il giornalino, una parola appropriata, per attivare appunto una quanto mai necessaria comunicazione interna dell’oratorio.
Non meno rilievo acquista oggi la comunicazione esterna. Il giornalino si diffonde talvolta oltre le mura oratoriane e l’oratorio si presenta con la sua pagina web. Il direttore dell’oratorio è raggiungibile tramite l’e-mail e l’oratorio si può visitare anche navigando nel sito internet. Si aggiunge a questa serie di novità la necessità talvolta di una specifica e mirata pubblicizzazione di ciò che l’oratorio offre: generalmente non è ormai l’unico ambiente di riferimento per il tempo libero, e la stessa sua presenza rischia talvolta di rimanere offuscata e seminascosta da altri messaggi e presenze.
In conclusione si può dire che sorge la necessità di prevedere e formare nuove figure educative e dunque occorre attivare specifici percorsi formativi.

Gli adulti e la famiglia

Anche nelle esperienze dei fondatori (e di don Bosco) non sono mai mancate le presenze adulte. Specie oltre le mura oratoriane erano presenti uomini e donne inseriti nelle liste dei benefattori, i “padroni” presso i quali trovare lavoro, le famiglie che mandavano i figli a frequentare ora il cortile, ora il catechismo.
Oggi occorre considerare in una nuova luce questa molteplice presenza. Non si tratta tanto di intervenire per valutare, programmare, revisionare le forme associative, forse già presenti. Piuttosto occorre riconsiderare gli adulti e la famiglia come soggetti e destinatari del progetto oratoriano. Se si vuole evitare che l’oratorio sia considerato in prevalenza un’area di parcheggio o un’area di servizi discount rispetto ad altre entità territoriali, e se si vuole comunque avere come prospettiva l’educazione promossa da un’agenzia che non può non interagire con altre presenti nel territorio, occorre un sempre maggiore coinvolgimento di adulti e famiglie:
– organizzando forse anche per essi iniziative analoghe a quelle offerte ai giovani;
– promuovendo e organizzando momenti di incontro, di condivisione, di festa giovani e adulti insieme.
Penso che soprattutto i collegamenti ed eventuali “patti educativi” con altre agenzie educative presenti nel territorio, a cominciare dalla scuola, non possono non avere come soggetti attivi e significativi proprio gli adulti, i genitori, le famiglie.
Non ultimo, anche in una prospettiva vocazionale in riferimento al matrimonio-sacramento, la programmazione di ciò che ha a che fare con la celebrazione del matrimonio, o comunque, con una preparazione remota ad esso probabilmente nell’oratorio, deve trovare un qualche spazio e momento.

I gruppi: varietà di proposte e gradualità

Sembra qualcosa di ovvio e forse anche banale il fare memoria di una realtà che è parte costitutiva di ogni realtà oratoriana. Eppure, ad una attenta analisi di molteplici situazioni locali, potrebbero emergere diversi limiti, ora in ordine alla varietà, ora in ordine alla gradualità delle proposte e dei gruppi.
È bene ricordare che:
– l’associazionismo è una dimensione qualificante il progetto educativo: la esistenza di gruppi, la loro promozione a partire dagli interessi dei giovani, è elemento costitutivo di ogni esperienza educativa;
– contemporaneamente ogni oratorio non può non trovare collaborazione e legittimazione nel territorio attraverso una “rete” di educatori impegnati attorno a un unico progetto che vada oltre la cura delle mura di casa. D’altra parte la realtà sempre più frequente delle unità pastorali sollecita in questa direzione.
Questa realtà è tanto più significativa quanto maggiormente si coltiva una spiritualità (che possiamo chiamare educativa) che prende sul serio la vita dei giovani e l’impegno di educazione ed evangelizzazione: una spiritualità dunque che interessa e coinvolge sia i giovani stessi che i loro educatori.
Esiste un duplice rischio da tenere presente. Il primo riguarda una spiritualità che non diventi capace di alimentare l’impegno e animare l’azione, e che non venga tradotta in itinerari, in cammini progressivi di fede che abbiano una certa continuità e propositività crescente.
L’altro sembra ricondurre alla disaffezione e disistima per la vita di gruppo: questa certamente non ha la forza aggregante di una volta, anche per la crescente pluralità di appartenenze che oggi ogni persona vive. Tuttavia, pur nella doverosa attenzione a nuove modalità, il gruppo può oggi continuare a essere occasione di incontro e di crescita educativa, incentrato ancora su interessi e bisogni giovanili, accompagnato da educatori sufficientemente abilitati per un compito loro assegnato.

Minoranza cristiana e pluralità etnico-religiosa

È una attenzione relativamente nuova per la nostra società e non sempre immediatamente percettibile, perché la presenza di stranieri varia da contesto a contesto quanto a numero e quanto a modalità di presenza.
Quando poi questa nuova presenza è accompagnata anche da una nuova religione rispetto a quella generalmente considerata come dominante, può forse capitare che questi nuovi immigrati tendano a rimanere nel chiuso di una etnia, con difficoltà di inserimento sociale e nel mondo del lavoro, crescente e diffusa dispersione scolastica, conseguenti e facili fenomeni legati alla devianza e alla microcriminalità.
Accenno a questo fenomeno perché mi sembra sia necessaria oggi una maggiore attenzione, senza attendere che esso cresca e si amplifichi trovandoci come educatori impreparati. Una prevenzione nello studio del fenomeno, una qualche maggiore conoscenza delle situazioni sociali di provenienza, un approfondimento delle culture cresciute attorno all’Islam: elenco solo qualche semplice elemento che renda oggi ogni educatore con qualche competenza in ordine alla mediazione culturale. In questa maniera si può essere maggiormente idonei per essere propositivi in dialogo con le istituzioni civili per essere educatori che stimolano a superare i limiti della prima accoglienza per far crescere nella libertà, nella capacità di convivenza democratica, nella tolleranza e nel rispetto dei diritti umani e civili.
Può sembrare strano, ma nell’attuale contesto culturale, senza drammatizzare ma anche senza facile superficialità, l’educatore cristiano deve prendere atto di trovarsi in un contesto ora indifferente, ora ostile, sebbene globalmente ispirato ancora da un umanesimo cristiano e da valori evangelici. Di fronte ad alcuni fenomeni (può esser quello della immigrazione, o quello della guerra, o quello globalizzazione economica, o quello del rispetto della vita nascente fino all’ipotesi di eutanasia o altro) appare più evidente lo stato di minorità della esperienza cristiana rispetto ad altre, così come appaiono i segnali di un sotteso, anche se non esplicitato, disegno di emarginazione della chiesa e del cristianesimo. Ne sono in parte un segno: l’apprezzamento sociale per il Papa e la Chiesa, ma meno per le posizioni sulla vita; condivisione per gli ideali di pace, meno per le critiche a forme economiche liberistiche che minacciano la solidarietà; la prontezza nel condannare errori e scandali da parte di membri della chiesa; la ricerca capziosa di limiti, contraddizioni e diversità di opinioni nell’ambito della esperienza ecclesiale; non ultimo, alcune forme di sottile e maliziosa ironia, anche in modalità talvolta offensive, nell’utilizzo pubblicitario di espressioni o simboli religiosi.
Comunque, al di là di posizioni diversificate che si possono avere su questa realtà, certamente è terminato il regime di cristianità; contemporaneamente, e positivamente, si è fatta strada la cultura della autonomia delle realtà secolari. Occorre però rimodulare anche pedagogicamente gli itinerari di educazione, per far sì che oggi l’educatore e il giovane siano adeguatamente equipaggiati per superare una pressione ambientale che non sempre incoraggia la vita di fede, e per essere nel terzo millennio buon cristiano e onesto cittadino, onesto cittadino perché buon cristiano.

Formazione degli educatori

È l’ultima annotazione, non perché sia la meno importante, ma perché deve essere finalizzata alle esigenze prima espresse e, comunque, a quelle esplicitate in un progetto.
Mi pare di dover evidenziare alcune esigenze in ordine alla formazione.
In primo luogo, mi sembra sia da incoraggiare un maggiore impegno in questo ambito. Se ne afferma l’importanza e la valenza strategica, ma non sempre si riesce a porre le condizioni perché la prassi sia coerente con gli obiettivi indicati: investendo risorse anche economiche, liberando qualche persona (se va a quel momento formativo mi lascia scoperto un servizio), programmando itinerari che mirino a una formazione adeguata alla persona e ai compiti da svolgere, rispettando almeno le condizioni minimali perché la formazione non si riduca ora a studio intellettuale, ora a esperienza pratica, ora a lettura spirituale o a esortazione per crescere nella buona volontà.
In secondo luogo, e può apparire ovvia o banale la considerazione, occorre distinguere tra formazione iniziale e formazione permanente: talvolta si attivano solo itinerari o per l’uno o per l’altro momento, altre volte si saltano passi iniziali anticipando compiti di responsabilità, altre volte non vengono adeguatamente rispettate le aree di competenza e le relative abilità da conseguire.
In terzo luogo, occorre aiutare a vivere con equilibrio il rapporto educazione-professionalità. Certamente oggi sono necessarie nuove competenze e abilitazioni da possedere con adeguata capacità: non è sufficiente la buona volontà, né il volontariato mosso quasi unicamente dalla generosità. Si richiedono dunque specifici corsi di formazione che abilitano a competenze professionali specifiche; altre volte si deve fare ricorso a professionalità qualificate per iniziative mirate o per consulenze; altre volte ancora si fanno strada le nuove funzioni di “educatori professionali” che si inseriscono nelle attività educative anche con un corrispettivo economico che li rende dipendenti nel lavoro.
C’è il rischio che l’educativo (intendendo per questo ora l’ispirazione motivazionale, ora le istanze vocazionali, ora il riferimento alla pedagogia e alla spiritualità) sia emarginato rispetto alla richiesta di professionalità tecnica, scientifica, manuale.
In quarto luogo, la formazione ha bisogno di un supplemento di spiritualità, per irrobustire la fedeltà nel servizio e per purificare le motivazioni. Se l’educazione in ambito oratoriano è nell’orizzonte della evangelizzazione e ha come finalità l’integrazione tra fede e vita (nelle parole di don Bosco, l’onesto cittadino e il buon cristiano), occorre qualche volta curare maggiormente la coerenza cristiana degli educatori, specie quando si affidano loro compiti di responsabilità. Forse, come accennavo, qualche maggiore attenzione non è superflua: anche in ambito educativo-ecclesiale non è facile talvolta liberare un posto o promuovere la presenza di nuove forze; altre volte una responsabilità è considerata un prestigio e quasi un privilegio; altre volte è trampolino di lancio per altri incarichi; qualche volta la dirigenza associativa ha bisogno di sostegno, confronto dialettico, chiarezza gestionale; altre volte le decisioni vengono prese fuori dai momenti assembleari e con trasparenza di motivazioni. Anche questo è formazione, specie se si desidera che l’educatore nell’oratorio sia sul modello del buon pastore e sia sorretto dalla passione apostolica.

Conclusione

Si conclude una riflessione per proseguire, non per chiudere e definire.
In questa prospettiva, mi sembra dover fare nostra innanzi tutto questa affermazione del Card. Dionigi Tettamanzi: “Ogni problema pastorale è culturale – e più radicalmente spirituale – prima che pastorale!”. [12]
Quante volte noi educatori parliamo di disagio altrui, e non del nostro; dell’altrui ignoranza e non della propria; dell’altrui fatica o difficoltà a lavorare insieme e non della propria. E si potrebbe continuare.
Una seconda istanza sorge, mi pare, dalla natura dell’oratorio, che simultaneamente ambiente educativo e criterio, si presenta come un sistema aperto. Per la sua natura e per i suoi obiettivi educativi, al servizio della persona, ha continuamente bisogno di essere progettato perché continui a essere fedele all’ispirazione carismatica e al giovane da servire.

 


NOTE

 

[1] La Legge n. 206 è stata approvata il 1° agosto 2003 e pubblicata nella G.U. n.181 del 6 agosto 2003. Per un commento si può vedere quanto pubblicato in Il Sole 24 ore – Terzo settore n. 9 (settembre 2003) pag. 13-16. Anche in Non profit, supplemento al n. 230 di Avvenire (30 settembre 2003), le pagine 4-5 sono dedicate a un commento della Legge a cura di Carlo Redaelli.
[2] Camillo Ruini, Prolusione nel Consiglio permanente della CEI, 22-25 settembre 2003. Per il tema specifico della pastorale giovanile in connessione con una prospettiva di pastorale integrata, si veda Franco Giulio Brambilla, La parrocchia oggi e domani, Assisi – Cittadella editrice 2003: un capitolo (pag. 263-272) è dedicato al tema Unità di pastorale giovanile.
[3] “In concreto, il significato della parrocchia ruota intorno al rapporto tra vita cristiana e territorio e proprio da qui nascono i più frequenti interrogativi riguardo al suo futuro e alla sua vitalità, perché sembra diminuire nell’attuale trasformazione della società – con l’accentuarsi della mobilità, dell’anonimato e dei rapporti prevalentemente “funzionali” – l’importanza del territorio per la vita reale della gente, mentre crescono invece i modi di aggregarsi elettivi ed elastici, anche tra persone localmente distanti. A ben vedere, però, questi cambiamenti non implicano affatto una progressiva irrilevanza della parrocchia, ma richiedono piuttosto che essa stessa, oggi come nel passato, sappia metabolizzare le novità e viverle al proprio interno, reagendo ad esse positivamente, con quella capacità di adattamento che le viene proprio dall’essere particolarmente vicina alla vita quotidiana della gente” (Ruini, Prolusione, n. 4).
[4] “La conseguenza più immediata che si può ricavare da tutto ciò è che la parrocchia e la sua pastorale sono chiamate a loro volta ad entrare in un processo di collaborazione e integrazione che si muova lungo varie direttrici e che complessivamente potremmo qualificare come “pastorale integrata”. Un tale processo richiede che le parrocchie, le piccole ma anche le grandi, abbandonino le tentazioni di autosufficienza per intensificare in primo luogo la collaborazione e integrazione con le parrocchie vicine, al fine di sviluppare insieme, in un medesimo ambito territoriale, quelle attenzioni e attività pastorali che superano di fatto le normali possibilità di una singola parrocchia. La reciproca collaborazione e integrazione va inoltre perseguita con le varie realtà ecclesiali che possono essere presenti sul territorio, dalle comunità religiose alle associazioni e movimenti laicali: ferma restando la diversità della natura e dei compiti di ciascuno, sono decisivi qui l’animo e l’atteggiamento con cui ci si relaziona a vicenda, la percezione concreta di quella “unità di missione” che accomuna tutta la Chiesa. Un forte segnale di speranza è venuto a questo proposito dalla recentissima Assemblea straordinaria dell’Azione Cattolica, che ha approvato il suo Statuto, aggiornato nella direzione della comunione e della missionarietà” (Ruini, Prolusione, n. 4).
[5] Era questo anche il tema-slogan di un Convegno nazionale promosso dai Salesiani in Italia, nell’ottobre 2001. Del Convegno si ha un’ampia sintesi in NPG 2/2002.
[6] A proposito, si può avere un breve saggio in Dalmazio Maggi, Diocesi, parrocchia e vita consacrata in Settimana 33 (2003) pag. 8-9.
[7] Cf Dionigi Tettamanzi, Mi sarete testimoni – Il volto missionario della Chiesa di Milano, Percorso pastorale diocesano per il triennio 2003-2006, Milano – Centro Ambrosiano 2003. Sulla evangelizzazione e trasmissione della fede come “caso serio” si veda per es. a pag. 6-8.151. Il tema centrale della iniziazione cristiana è sotteso anche nella Lettera pastorale alla Diocesi di Novara per l’anno 2003-2004 del Vescovo Renato Corti. La Lettera ha come titolo Un giovane diventa cristiano – L’esperienza di S. Agostino.
[8] Cf Adriano Caprioli, Iniziazione cristiana: tre domande in Il Regno-documenti 11 (2003) pag. 333. Si può fare riferimento anche al dossier curato dalla Rivista Note di Pastorale giovanile 4 (2003) pag. 5-40 sul tema Iniziazione cristiana e pastorale giovanile.
[9] Cf per esempio Juan E. Vecchi, Pastorale giovanile e orientamento vocazionale in Seminarium 1 (2000) pag. 67-80.
[10] Cf anche Domenico Sigalini, Nuovi oratori per una nuova pastorale giovanile in Note di pastorale giovanile 2 (2002) pag. 40-62; Giovanni Fedrigotti, Oratorio salesiano 2001 – alcune note conclusive in Note di pastorale giovanile 2 (2002) pag. 76-79. Alcune pubblicazioni, anche se non recenti, mantengono una sostanziale validità anche per l’oggi. Si veda, per esempio, AA.VV., Parrocchia e giovani, Roma-Dehoniane 1989; Apeciti-Martini-Sequeri, Oratorio in una grande città, Milano-Ancora 1995; Franco Floris – Mario Delpiano, L’oratorio dei giovani – una proposta di animazione, Leumann-Elledici 1992.
[11] Cf Giuseppe Ruta, Progettare la pastorale giovanile oggi, Leumann-Elledici 2002.
[12] Dionigi Tettamanzi, o.c. pag. 15.

 

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